1946, quando Nobile si fermò a casa Pagano

Lascia un commento

guglielmo-pagano-con-il-capo-della-polizia-fascista-arturo-bocchini

Nel salone, inizio settembre. I soliti discorsi di mio zio e i ricordi e il passato. Sulla sedia seduto immagino il tempo perduto. Lo sento parlare e le sue parole si perdono nel giorno allegro: parole attaccate ai mobili, alla ringhiera, al lampadario. Oramai anche i muri conoscono le storie vecchie del parente. Colline verdissime di là dal balcone e un fiume. Com’è bella l’Irpinia, penso, e tutti questi ricordi… troppi e sempre gli stessi. Questo zio è instancabile. Raccontami qualcosa di più entusiasmante, non so, una storia dimenticata tipo il bisnonno Guglielmo Pagano e un personaggio famoso e il personaggio famoso esce sempre fuori all’improvviso. «Tu non lo sai, – dice lo zio – nel 1946 il generale Umberto Nobile si fermò a mangiare a casa di Guglielmo Pagano». Caspiterina! È vero ma non la sento da parecchio. Raccontami tutto, dettagliatamente. Così scrivo qualcosa. «Sì. Nobile tenne un comizio ad Avellino. Campagna elettorale del 1946, Assemblea Costituente. Si candidò da indipendente con il Partito Comunista Italiano in diversi collegi e anche in quello di Avellino». Prosegui per piacere. Avevo sentito parlare di Nobile e del bisnonno Guglielmo ma tanto tempo fa; me ne parlò mia nonna ma ero piccolo piccolo e non ricordo un bel niente. «E va bene. In quel periodo casa Pagano era frequentata da personaggi illustri e così e cosà e compagnia bella» e facciamo davvero tardi. Che racconto avvincente. Questo sì che è interessante.

Motivo d’orgoglio per un’intera famiglia. La visita di Umberto Nobile a casa Pagano è ancora oggi rammentata dai miei parenti. Visita del generale, visita diventata mito. Un mito, una sorta di biglietto da visita del genere tu non sai che il generale… a casa da noi in un giorno lontano. 1946, Atripalda. Nella grande casa del mio bisnonno Guglielmo Pagano entra il generale Umberto Nobile e il generale ha tenuto un comizio ad Avellino perché si vota per l’Assemblea Costituente e si è candidato da indipendente con il Partito Comunista Italiano in diversi collegi. Ha tenuto un discorso vibrante, solenne. I comunisti irpini l’hanno applaudito. Tra questi comunisti c’è il giornalista, dirigente del partito e segretario della camera del lavoro Silvestro Amore e Silvestro Amore è sposato con la figlia di Guglielmo Pagano, Giuseppina. Amore dice a Nobile: «Lei è ospite di mio suocero». E Nobile accetta l’invito. Tavola imbandita. È un evento storico. Le donne di casa entrano ed escono dalla grande cucina e portano in tavola pietanze prelibate. Il generale, tra un piatto e un altro, racconta la sua storia. Lasciò l’Italia nel 1931 e si trasferì in Unione Sovietica e collaborò con il progetto di dirigibile URSS W6 OSOAVIAKHIM; si recò anche negli Stati Uniti e rientrò in Patria soltanto nel 1943. E i ghiacci e la tenda rossa e l’Unione sovietica e le donne chiedono notizie sull’Urss e la cagnetta e le avventure al Polo e Togliatti e il PCI e la candidatura.

Fatto di settanta anni fa. Una vita. È passata una vita. In quelle stanze atripaldesi si è respirata un’aria particolare. Da Nobile a Guido Dorso, da Ugo La Malfa a Gennaro Maffeo. Il mio bisnonno Guglielmo Pagano era una personalità di rilievo di Atripalda nella prima metà del ‘900. Antifascista, repubblicano, di sinistra. Era un commerciante di vino: aveva contatti con aziende vinicole in diverse parti d’Italia; una di queste era l’importante azienda Folonari. Era un uomo agiato il bisnonno, un classico nobiluomo. Sposato con Carmelina De Feo, aveva cinque figli: Antonio, Sabino, Natalina, Angelina (mia nonna), Giuseppina. Il bisnonno manifestò simpatie politiche per il Partito d’azione e strinse anche amicizia con Guido Dorso. Fu molto amico del capo della polizia Arturo Bocchini e con il fondatore della prima sezione del Partito Comunista Italiano in Irpinia Gennaro Maffeo; frequentò casa Pagano ad Atripalda anche un giovanissimo Nicola Adamo. Insomma, in quella dimora passò la storia di una provincia e non solo. Casa Pagano era per tutti il “Cremlino”. Molto importante era anche il legame tra Guglielmo e Ugo La Malfa: nel 1968 il figlio di Ugo La Malfa, Giorgio, si candidò alla camera nel collegio Avellino Benevento Salerno con il Partito Repubblicano Italiano. Antonio Pagano, il figlio di Guglielmo, accompagnò Giorgio in alcuni paesi del collegio; lo fece e rinsaldò un legame tra due famiglie e ovviamente lo fece anche per ideali e per continuare la “tradizione politica” del padre. In una 500, paese dopo paese, comizio dopo comizio. Alta Irpinia, beneventano, Salerno. Nell’ultima sera di campagna elettorale Antonio e la moglie Gianna omaggiarono Giorgio La Malfa con una torta “a forma di edera”. Antonio Pagano era un commerciante di caffè, lavorò in Brasile per diversi anni.

Una famiglia antica con idee moderne, una famiglia agiata di Atripalda con amicizie importanti. Quando morì Natalina – figlia di Guglielmo – il professore Raffaele La Sala scrisse alcune righe commoventi. In queste righe dedicate a Natalina c’è la storia di un’intera famiglia. «Conversatrice misurata, – ricorda il professore Raffaele La Sala – madre premurosa, memoria infallibile, una miniera di fatti e vicende che ricostruivano fitte fitte trame di relazioni affettive ed umane. Nel suo racconto si dipanavano ricordi familiari e bagliori di guerra, piccole e grandi storie quotidiane… l’avventura di Guglielmo Pagano, il padre, agiato ed elegante commerciante di vini; il potentissimo capo della polizia fascista Arturo Bocchini, il generale Umberto Nobile e la sua inseparabile cagnetta. E poi Dante Troisi, il giudice scrittore, e poi Silvestro Amore, il giovane ed affascinante ufficiale che aveva sposato la sorella, poi militante politico e giornalista di vaglia».

Guglielmo Pagano morì nel 1955. Partecipò ai suoi funerali anche una delegazione comunista capeggiata dal segretario della federazione di Avellino Ruggero Gallico. Eppure da qualche parte è nascosta una vecchissima fotografia. Non ricordo dove. In un vecchio scatolone sicuramente. La ricordo vagamente. Il bisnonno Guglielmo è a Venezia. Immancabile cappello grigio, cappotto nero. Piccioni a destra e a sinistra, sguardo nobile. Sembra un attore, un uomo del tempo andato. Volto pieno di mistero, occhi sinceri pieni di cose vista e di cose straordinarie. Ma sì. Da qualche parte deve stare queste fotografia: nel giardino della mia memoria, da qualche parte. E spesso vado a trovarlo al cimitero di Atripalda; sta in alto sopra la moglie. Vado a trovarlo e guardo la pietra tombale e medito medito. Che cos’era Atripalda allora, che cos’era quella casa allora. Atripalda e il Blocco Popolare e quella casa piena di ricordi. E sì, un po’ lo invidio, al bisnonno si capisce. Ha conosciuto Guido Dorso, Gennaro Maffeo. Umberto Nobile. Avrei voluto vederli. Tutti e tre e avrei voluto parlare con loro, anche per poco tempo. E poi avrei voluto parlare con lui con il capostipite di una famiglia atripaldese. Con lui per un’ora, per mezzora, anche per un quarto d’ora. Un semplice ciao come stai, i tuoi giorni sono pieni luce.

 guglielmo-pagano

 

 

 

Annunci

Adelia Bozza, la prima sindaca d’Irpinia

Lascia un commento

Adelia BozzaSorrisi a tavola. Lo zio racconta sepolte storie. Tira fuori vicende dimenticate. Sento le sue parole. Musica per le mie orecchie. «Lo sai che… lo sai… ti racconto un fatterello. Peppone e Don Camillo a Tufo». Peppone e Don Camillo? «A Tufo». Fammi capire. «Il Corpus Domini, l’ombrello. 1952 o 1953. Il prete contro il sindaco donna. Il prete cacciò via il sindaco. Una donna di sinistra non deve mantenere l’ombrello. Così disse». Veramente? «Sì sì». Lo zio rammenta l’episodio. Davvero non sapevo nulla. Però, hai capito il sacerdote… Erano tempi particolari. Poi a Tufo c’era un sindaco donna, un sindaco donna e progressista. Cose turche per il tempo. Questa sì che è una storia interessante.

Corpus Domini dei primi anni ’50. Tufo. Il sole picchia forte. In piazza c’è un grande baccano. Il prete aggredisce a parole la sindaca Adelia Bozza. Non può portale l’ombrello. Ella è comunista. La donna si difende: vorrebbe portare l’ombrello in processione. Non c’è niente da fare. Arriva la celere. In paese si respira un’aria tesa. La gente del posto difende il primo cittadino. Alla fine vince l’uomo di chiesa. Si precipitano a Tufo anche i giornalisti delle testate nazionali.

Storie, storie sepolte. Non conoscevo Adelia Bozza. È stata la prima sindaca dell’Irpinia. E non è poco. La prima donna con la fascia tricolore in provincia; la prima donna con la fascia tricolore in provincia negli anni ’50. Davvero una bella storia in quest’Irpinia sempre immobile. Adelia Bozza sindaco di Tufo. La chiamavano “bersagliera”. Era una donna forte, severa, schietta. Era progressista, moderna, democratica. Nacque a Sant’Arcangelo Trimonte nel 1903. Guidò l’amministrazione di Tufo dal 1952 al 1954: nel ’52 aveva 49 anni. Era insegnante elementare. Sposò il farmacista del paese Giuseppe Colantuono originario di Lioni; fu una donna libera e intransigente: tutelò ininterrottamente i poveri, gli emarginati, i braccianti. Durante il ventennio non nascose il suo antifascismo. In una pubblica manifestazione urlò a squarciagola Viva Matteotti e fu trasferita in alta Irpinia. La signora si scontrò addirittura con i giornalisti del Roma dell’armatore Achille Lauro: il Roma non fu mai clemente con la sindaca. E la sindaca rispose pan per focaccia e difese sempre le sue idee. Storie, storie dimenticate.

Ho recuperato un paio di fotografie della Bozza grazie alle moglie del figlio, la signora Lidia Colla. Ho chiesto notizie a Michele Perone: ho cercato di ricostruire al meglio la vicenda politica del primo sindaco donna d’Irpinia. Era una indipendente di sinistra; era progressista ma non era una comunista militante. Il figlio Rocco Colantuono era il politico di famiglia: scriveva sul Progresso Irpino e conosceva tutte le personalità legate al PCI avellinese. Rocco Colantuono conosceva anche il segretario provinciale della Camera di Lavoro Silvestro Amore. Il segretario Amore si impegnò attivamente in paese e grazie alla sua opera di propaganda i minatori e i contadini si avvicinarono al Partito Comunista. Proprio Silvestro Amore sponsorizzò la candidatura della Bozza alla elezioni amministrative di Tufo. La signora non aveva intenzione di scendere in campo, alla fine accettò la proposta e guidò il raggruppamento di sinistra “Tromba impugnata”.

Le elezioni amministrative del 1952 segnarono l’avanzamento delle forze democratiche e progressiste nel meridione. Anche ad Atripalda vinse la lista di sinistra denominata Blocco Popolare. A Tufo si impose, come detto, la Tromba impugna. Sul libro di Gateano Troisi “L’oro di Tufo” è presente la fotografia di un vecchio volantino della lista. Trascrivo alcune parti. «Il giorno 25 maggio siete chiamati a dare il vostro giudizio attraverso il voto per eleggere la nuova Amministrazione del nostro Comune. È questa l’occasione per far vincere finalmente la volontà del popolo di Tufo sempre deluso e ingannato dalle Amministrazioni dimarziane che da 80 anni hanno soffocato le sue aspirazioni di libertà e di progresso. L’amministrazione comunale uscente ha fatto completo fallimento durante i suoi sei anni di governo. Nessuno dei fondamentali problemi del popolo sono stati risolti tanto che essa non ha potuto ripresentarsi alle lezioni perché troppo screditata e che alcuni suoi componenti, più onesti degli altri e più vicini agli interessi del popolo, hanno sentito la necessità di entrare nella lista della TROMBA o di appoggiarla. In questo momento particolare facciamo appello a tutti i cittadini onesti affinché diano il voto alla lista contrassegnata con la TROMBA IMPUGNATA la quale, libera da ogni suggestione padronale, garantirà un’Amministrazione democratica senza discriminazione di ideologie politiche e religiose, tutelerà gli interessi di ogni cittadino». Il volantino è molto interessante. La lista si schierò apertamente dalla parte dei più deboli e contro le amministrazioni “dimarziane”. Insomma, in paese si respirò un’aria nuova.

«Capolista della “tromba impugnata” – scrive Gaetano Troisi nel libro L’oro di Tufo – fu Adelia Bozza, insegnante elementare, moglie del farmacista del paese. Componevano la lista otto candidati fra contadini e braccianti, un commerciante, un altro insegnante elementare oltre la capolista, e un solo operaio: segno evidente della pressione psicologica cui erano sottoposti i lavoratori della miniera. Le elezioni si fecero il 25 maggio 1952. […] La lista operaia e contadina si insediò nella casa del popolo. I minatori erano protagonisti sotterranei del successo della loro lista, anche se presenti con una rappresentanza tanto marginale. […] La vittoria nacque tuttavia con le ali tarpate: dopo circa due anni si rese necessario l’avvicendamento nella carica di sindaco». I minatori avevano paura di perdere il posto di lavoro e non si schierarono apertamente: appoggiarono in segreto la Tromba.

La Tromba sconfisse la lista moderata del cavaliere Angelo Molinaro. Vinse la lista di sinistra per la prima volta in paese. La Tromba impugnata non nacque soltanto a Tufo. Era il simbolo della sinistra democratica e popolare; fu utilizzato in diversi comuni dell’Italia. La tromba era uno strumento utilizzato dai contadini durante l’occupazione delle terre alla fine degli anni ’40; i contadini pronti ad occupare le terre si radunavano con il suono della tromba. Il leader comunista Palmiro Togliatti, in seguito ai fatti di Melissa nel 1949, impugnò una tromba. Questa tromba sarà il simbolo dell’unità. E il simbolo apparve per la prima volta alle elezioni del 1952: apparve anche in Irpinia.

La sindaca amministrò il comune soltanto per due anni. Nel 1954 si rese necessario l’avvicendamento e guidò il paese il commerciante Antonio De Vita. E De Vita portò a termine il mandato. Cosa resta di ieri? Resta ben poco. Sicuramente l’esperienza amministrativa di Adelia Bozza è da rivalutare. Per tanti motivi. Come detto, fu la prima sindaca in Irpinia, fu un’amministratrice moderna e severa. E difese sempre gli ultimi, i minatori, i braccianti.

 

La solitudine insostenibile di Silvestro Amore

1 commento

Silvestro Amore

Voglia di passato. A Pasqua. Copertine vecchie, pagine ingiallite. Sfoglio le carte e ribalzano sul pavimento gli anni perduti; sfoglio le carte e sfavillano le parole d’inchiostro. Giorno di Pasqua, giorno come tanti. Cuore in gola, mani gentili, malinconia nel petto. E brucio il mio tempo in un salone vestito di libri. Pianoforte, colori nel quadro. Una lama di sole taglia in due la mia giornata. Frammenti di vita, granelli libertà.

In questa Pasqua strana ho riletto le “Pagine di diario” di Silvestro Amore pubblicate sul libro “Finestra sulla memoria”. Riflessioni feroci, appunti crudeli, vita e morte, speranza, visione escatologica. L’ateo cerca Dio alla maniera di un mendicante: cerca le risposte, si veste di delusione. Il diario è una lunga preghiera folle; pertanto è una preghiera sincera. Faccia a faccia con la malattia, con la morte.

Silvestro Amore è mio zio. Era un giornalista della Rai. È morto nel luglio 2001. Ricordo ancora adesso i suoi capelli bianchi, i suoi pantaloni corti, corti come quelli di un ragazzino, gli zoccoli. Gaeta, Serapo. Estate degli anni ’90. Scapocchione mi diceva. Non sapevo ancora niente. Non conoscevo le sue poesie. Le ho lette dopo la sua morte. Mi hanno fatto compagnia nei pomeriggi di silenzio, nelle ore piovose di stanche e sbiadite primavere.

Solitario, crepuscolare. Zio Silvestro soffrì in ospedale. Pasqua 1981. Pasqua 1982. Ospedale, sempre ospedale. Fegato, fegato malato. Infermiere, antibiotici, rumori, odori di corsia. Pasqua in solitudine. «In una corsia di ospedale – scrisse- non c’è solo sofferenza o speranza. Ci sono esempi di alta umanità che riaprono il colloquio di ciascuno di noi con la vita, la morte, gli altri uomini: è questo il fascino della malattia. La capacità di guadagnare una sosta riflessiva, di isolamento, di scolarità claustrale dalla quale ripartire per rileggere dentro la memoria. Sono un habitué dell’ospedale da molti anni, per le ricorrenti impennate di una fastidiosa malattia insediatasi nel lontano ’62, mentre conducevo una ricerca, a Torino e a Milano, fra gli immigrati meridionali».

Gettò lo sguardo oltre il vetro e abbracciò in un baleno le infinite luci della vita. Un limbo. L’ospedale è un limbo. «La cappa di grigio e di nuvole che assedia gli svettanti edifici dell’ospedale incomincia ad aprirsi a pallide macchie d’azzurro, ma vento e pioggia non accennano a diminuire. È una strana giornata di primavera. Il maltempo ha qualcosa di indisponente, di ingombrante, di perentorio. Ma, poi, fa sempre largo ai colori dell’alba, in una gioia ritrovata di sereno. Fosse così per l’animo mio». In queste parole c’è tanta poesia. Un giorno capriccioso di primavera, un giorno indolente.

Tormentata esistenza. La madre ignota non è mai apparsa. Silvestro Amore avrebbe voluto vederla. Avrebbe voluto abbracciare l’ultima teofania. L’ha sognata per tutta la vita. La madre ignota è il mistero, è la Vergine, è la Regina di Saba. «Se avessi avuto una mamma, e fosse morta, – scrisse sul diario – sulla sua tomba avrei voluto scriverci: Non ti ho perduto, ma solo è cambiato il mio modo di amarti. Mia madre sempre attesa, non è mai venuta… e così non ha avuto alcun modo di amarla […] Mi sento unito a lei. Scintille di luce si sciolgono in una carezza calda solo pensandola vicina. Un ponte festoso ricompone la nostra unità come un raggio di sole che penetra dentro di me e mi unisce a lei. Siamo due e uno in questa dura (ma ricca di grazie) convivenza con lei che è calore, abbandono totale… come se fosse i miei giorni». Una vita, una vita senza madre, una vita nata e poi abbandonata. E zio Silvestro ha cercato per tutta la vita il volto della madre. Sognò la madre e maledisse la sua insostenibile solitudine. A volte l’uomo è solo tra la gente anonima. E poco importa del resto. C’è la moglie ma l’uomo è sempre sole. «Dovevo passare come un fiato di vento, ricciolo d’acqua della risacca, vivo ma impalpabile, no-person… Prodotto biologico e null’altro, senza legami dalla nascita, senza legami lungo il sentiero degli anni». Senza legami, senza lacci come un nero cavallo; senza lacci come un cavallo libero. Sradicato, condannato alla solitudine. La libertà è un raggio di luce flebile, un frammento di gioia impossibile in un mondo crudele. La libertà è l’ultimo viaggio, l’ultima speranza. La libertà è un foglio bianco e una penna.

Preghiere a un Dio ignoto, solennità. Dio ha il volto di una madre antica, di una madre meridionale sempre sognata. Il senso ultimo della vita è una donna misteriosa: la sua assenza è molto rumorosa. Anima danzante, lingua di fuoco, capelli di sole. Preferisco la tua assenza alla presenza di chiunque altro. Così disse Simone Weil. «Passare in solitudine, – annotò sui fogli Silvestro Amore – come verità allo stato puro. Ho cercato di andarmene: a Split, a Dnieprpetrowsk, a Millerovo, a Kantermirowka, e poi, a Montelungo e dintorni… Ce l’ho messa tutta, non sono riuscito a farla finita. E sono tornato alla condizione di prima. […] E tu mio Dio, non restare in silenzio, sono come chi scende nella fossa. […] Il mio stupore, Dio, è davvero questo: come sia possibile negare l’amore di madre a un uomo. Dov’è la sacralità della vita? […] Non credo di essere della partita. Sono un debole. Se tutti abbiamo una parte nell’umana commedia degli errori, la mia l’ho recitata con amore. E senza risparmio». Righe poetiche, parole dure. Il diario è la filosofia; è il tenero pianto di un uomo solitario. Quest’uomo respira ancora nel giardino della mia memoria. Canzonette, bandiere da spiaggia, bagnini, ombrelloni. Cammina a Gaeta e guarda il mare. Indossa sempre gli immancabili pantaloni corti, corti come quelli di un ragazzino ribelle. Cappello in testa  e sguardo penetrante. Maglietta da gondoliere veneziano. Lo vedo. Mi fermo. Lo saluto. Lui dice ciao Scapocchione.

I cento anni di Emilio D’Amore

Lascia un commento

Emilio D'Amore

È un secolo di storia, vita, politica. È un secolo consumato nel sole dei giorni vissuti. 100 anni non sono pochi. Emilio D’Amore ha spento le candele di una torta immaginaria il 26 novembre. Egli è un pezzo di narrazione nazionale, un pilastro, un punto di riferimento della politica irpina. Si candidò con il Partito Nazionale Monarchico: scelse Stella e Corona. E lo ammiro. Sì. Perché è il simbolo di una provincia coriacea, battagliera, antagonista. Erano bei tempi. Avrei voluto viverli, anche per un solo istante. Se avessi a disposizione una macchina del tempo, approderei nel 1953. Pochi sanno una cosa: il ’53 è stato l’anno d’oro dei monarchici. Il PNM divenne il punto di riferimento della destra italiana. Due milioni d’italiani votarono per il partito di Covelli e D’Amore. In Irpina abbiamo avuto politici di alto profilo. E non parlo dei soliti noti. Doc, dove sei? Ti aspetto. Portami con te nel passato. Doc, ovviamente, è lo scienziato del film Ritorno al Futuro. Lo dico per i pochi che non lo conoscono. E “striscio” sui congiuntivi. Se fossi… se avessi. Roberto Vecchioni nel brano I poeti canta: «Se fossimo vivi».

D’Amore è un liberale. Fu eletto per la prima volta al parlamento il 18 aprile 1948. Aveva 38 anni. Si era candidato alla Costituente con una lista locale denominata Movimento dei Reduci e Combattenti: la lista era capeggiata dal penalista avellinese Aurelio Genovese. Il montefalcionese, ovviamente, nel referendum istituzionale si schierò a favore della monarchia. Egli ha definito Guido Dorso un «uomo dalla dirittura e dalla onestà limpidissima». Contesta, però, la visione di Dorso della questione meridionale. D’Amore, in sostanza, dice: gli italiani si sentivano già italiani prima del Risorgimento. Soltanto il prestigio del Piemonte ha concretizzato l’aspirazione ad essere nazione. Ammirò anche il filosofo Benedetto Croce; lo commemorò alla Camera dei Deputati il 20 novembre 1952. Il parlamentare monarchico ha allacciato rapporti con diversi esponenti della politica irpina. «Col tempo, scrive Norberto Vitale – sarebbe diventato amico di Silvestro Amore con il quale alla fine degli anni Quaranta pure si era incrociato nei tafferugli scoppiati in via Principe di Piemonte, oggi via Matteotti, per una manifestazione monarchica che un accondiscende prefetto si era prestato a vietare». Silvestro Amore è mio zio. Morì nel 2001. Fu uno dei fondatori della prima sede della CGIL ad Avellino; collaborò con L’Unità e divenne un giornalista della RAI. Sembra strano eppure ha sempre nutrito nei confronti di Emilio D’Amore una sorta di stima.

Orbene. Gli interventi parlamentari di D’Amore furono appuntiti e intelligenti. Egli elogiò sempre la vocazione agricola dell’Irpinia. Credo che sia un dato importantissimo. Fu uno dei primi. Riconobbe nell’agricoltura la sola salvezza del nostro territorio. Nella seduta antimeridiana del 10 luglio 1951 presentò un’interrogazione parlamentare rivolta ai ministri delle finanze e dell’agricoltura. Per quale motivo? Dunque nei giorni antecedenti un forte nubifragio aveva messo in ginocchio l’Irpinia e la Puglia. Il montefalcionese invocò l’intervento delle istituzioni. «Prendo atto – disse – della volontà dimostrata dal Ministero dell’agricoltura di ovviare a questi gravissimi fatti che si sono verificati nel sud. Resto tuttavia in attesa di ciò che il ministro del tesoro, a sua volta, vorrà dirci circa le sue intenzioni nei riguardi del disegno di legge propostogli. Mi rimane soltanto da rivelare che la nostra istanza risponde veramente ad una necessità sentita e umana. È, infatti, colpita l’agricoltura del sud e non v’è bisogno di dimostrare che, quando nel sud viene meno il ricavato dell’agricoltura, è tutta la vita economica che si arresta, e i bilanci familiari dissestati non possono essere in alcun modo sanati. Spero, pertanto, che le nostre richieste saranno accolte del ministro del tesoro, dalla cui risposta rimaniamo in attesa». Dunque, dalle parole emerge un’idea politica ben chiara. D’Amore avrebbe voluto esaltare la vocazione agricola del Sud e dell’Irpinia. Pertanto difese a spada tratta le istanze dei contadini. E lo fece in ogni circostanza. Clamorosamente anche l’amico nemico Fiorentino Sullo presentò, nello stesso giorno, un’interrogazione parlamentare simile. Il montefalcionese, in seguito, contestò la politica “discriminatoria” del governo nei confronti dello sviluppo industriale de Sud; si scagliò contrò l’inclusione nella legge di disposizioni in favore per indennizzi o contributi relativi ai danni sofferti da aziende industriali del mezzogiorno e possibilmente per quelle commerciali. In sostanza disprezzò il termine “possibilmente”. Parlò in nome del PNM. «Noi – disse D’Amore – voteremo contro l’introduzione di questo avverbio che indubbiamente snatura la portata stessa della legge e lo facciamo non perché siamo deputati del mezzogiorno d’Italia, ma perché nel sud d’Italia in particolare viviamo ed abbiamo più frequenti possibilità di sentirne le necessità, i dolori e i bisogni. È stata indiscutibilmente una cosa molta incresciosa che la richiesta di questa inserzione limitativa della norma abbia fatto porre un problema di fondo. Noi siamo convinti che non sarà questa disposizione di legge che possa in qualche modo risolvere o iniziare a risolvere i grossi problemi che si agitano nel sud; non sarà questa che risolverà in particolare il problema di estrarre la politica italiana dal triangolo industriale Genova – Torino – Milano; non sarà essa a risolvere la patologia industriale e commerciale e quindi sociale del sud. Ma è un passo avanti. Ora, davanti a questa situazione di fondo, che è in rapporto con l’inserzione di questo avverbio, non possiamo, par ragioni di coscienza, per ragioni di dovere, votare in favore; ma voteremo decisamente contro. Naturalmente aspetteremo dai colleghi del nord una solidarietà in questo senso, perché se è vero, come è tradizionalmente avvenuto, che il drenaggio dei capitali dal sud al nord ha lasciato beneficiare ampiamente gli industriali del nord, noi speriamo che ci si convinca che il mercato di consumo del nord deve essere potenziato attraverso un intervento governativo, che tornerà poi a beneficio non soltanto del sud, ma dell’intera Italia».

Emilio D’Amore si è contraddistinto per l’arte oratoria: i suoi comizi erano solenni, tesi, vibranti. Riusciva a intercettare gli umori delle classi meno abbienti. A Mirabella Eclano duellò addirittura con Fiorentino Sullo. I due si sfidarono da due balconi posti l’uno di fronte all’altro. Sullo non risparmiò le battute al vetriolo e biasimò la condotta morale di D’Amore. Parliamo del matrimonio. Disse Sullo. D’Amore non riuscì a digerire il boccone amaro; si era da poco separato dalla prima moglie. «Quella di Sullo – ricorda il parlamentare di Montefalcione –fu una gaffe enorme dal punto di vista politico e una cattiveria gratuita nei miei confronti. Avevo peraltro poco da nascondere, la separazione fu la conseguenza della inconciliabilità da parte della mia prima moglie a vivere ad Avellino». Egli capeggiò la lista civica Torre nel suo paese natale negli anni ’60; la lista era di destra. Tuttavia raccolse pochi voti. In quegli anni il civismo di destra contrastava lo strapotere democristiano. A Manocalzati Arturo De Masi riuscì a vincere le elezioni con la Colomba e sconfisse il raggruppamento dello scudo crociato.

Il 29 dicembre 2013 la destra irpina ha “incoronato” Emilio D’Amore. Nel corso di una bella cerimonia è stata consegnata all’ex parlamentare monarchico una targa alla carriera. L’iniziativa è stata organizzata dal Movimento Azione Sociale cittadino e dall’associazione Mas. L’ex parlamentare ha mostrato la sua gratitudine ed ha ripetuto le sue idee: si sente un ancora un conservatore: ha parlato della città capoluogo ed ha lanciato alcune frecciatine agli amministratori. Ha, inoltre, criticato la soppressione delle province. Hanno partecipato al dibattito l’avvocato Generoso Benigni, il professor Quirino Balletta, Felice Fioretti e D’Argenio; ha moderato il giornalista Gianluca Amatucci.