Gallico, destino di nobile combattente

Lascia un commento

ruggero-gallico-a-un-congresso-provinciale-del-pciUn po’ per curiosità, un po’ per passione. Ascolto la storia di un personaggio politico di primo piano del dopoguerra in Irpinia dalla voce di mio zio Michele Perone. Un’enciclopedia vivente, lo zio. Anni e anni trascorsi qui, a battagliare per un’idea alta, a difesa di un partito, il PCI, ritenuto da lui sacro. Dice sempre il Partito era il Partito e c’era un modo di essere prima che adesso non c’è più. Lo ascolto, sempre con interesse; continua a raccontare vicende lontane, remotissime, minori. Quante me ne ha dette in questi anni… pomeriggi d’estate in sua compagnia. Parla di Ruggero Gallico, il segretario provinciale comunista degli anni ’40 e ’50: mi racconta gli aneddoti perché lui, lo zio, lo conosceva. E Ruggero venne anche al funerale del mio bisnonno Guglielmo Pagano a nome del PCI: egli, il segretario, capeggiò una delegazione comunista. Tutto il partito in prima fila per rendere omaggio a Pagano. Che persona Ruggero, uno che non dimentichi così facilmente. Figura legata alla mia famiglia, al trascorso mai vissuto.

Da tempo volevo scrivere qualcosa su di lui. Ho sempre chiesto informazioni a tutti quelli che hanno avuto la fortuna di conoscerlo. Qualcosa di remoto, piccoli aneddoti. Poi ho letto “Andata e ritorno – viaggio nel PCI di un militante di provincia (Elio Sellino editore)” del professor Federico Biondi e il mio interesse per il “compagno d’origine toscana” è aumentato; il professore gli ha dedicato un intero capitolo del suo libro. Così, tramite mio zio, mi sono messo in contatto con il figlio di Ruggero, Lorenzo, e ho recuperato anche un paio di belle fotografie in bianco e nero. E chi lo chiamava Gàllico e chi lo chiamava Gallìco… anche io ho avuto il dubbio… qual’era l’accentazione giusta?

«Ricordo – scrive il professore Federico Biondi nel libro “Andata e ritorno viaggio nel PCI di un militante di provincia” – che il primo, o almeno uno dei primi problemi che dovetti segretamente affrontare nello stabilire un rapporto con il nuovo segretario fu di ordine, per così dire, fonetico, perché c’era da scegliere tra le due opposte accentuazioni con cui poteva essere pronunciato quel cognome. All’inizio, infatti, per alcuni era il compagno Gàllico, per altri il compagno Gallìco. A me sembrava più giusta la prima, ma presto venni a sapere – e forse da lui stesso – che bisognava usare la seconda, e, naturalmente, mi ci adeguai, nonostante l’intima contrarietà che produceva in me quest’accento sulla penultima, mentre mi pareva che sarebbe andato assai meglio quello sdrucciolo. […] Gàllico mi suonava all’orecchio molto più nobilmente, per quell’automatico richiamo che questa pronuncia conteneva al famoso diario di guerra di Giulio Cesare e a quant’altro poteva riferirsi alla storia antica della grande nazione d’oltralpe. Perché, allora Gallìco e non Gàllico? Vattelappesca».

Già, vattelappesca. Anche zio Michele lo chiamava Gallìco: lui di qua e di là e al comizio e altre cose E questa accentuazione, devo essere sincero, non mi garba più di tanto. Ah, questo zio, com’è simpatico. Io continuerò a chiamarlo Gàllico per un motivo ben preciso: quando il figlio Lorenzo mi ha telefonato, sì è presentato così “salve sono Lorenzo Gallico”. Che cosa bella, ho pensato, come un generale imperterrito, con la scorza dura, impermeabile a tutto. Sì sì, continuerò a chiamarlo così.

Non so perché eppure il tuo nome e il tuo cognome dicono qualcosa di te. Mi chiamo Romeo, beh, è un nome romantico. Tutti dicono e Giulietta dov’è? E un poco lo sono, romantico ovviamente, e un poco malinconico come il Romeo (and Juliet) della canzone dei Dire Straits (una delle mie preferite in assoluto). Così anche Ruggero Gallico. Una persona legata alla Francia per tanti motivi. «Comunque sia, – prosegue il professore Biondi – sta di fatto che proprio in quel cognome, se pronunciato con l’accento che a me sarebbe parso più naturale ed elegante, era come se il giovane Ruggero portasse le stimmate del suo personale destino, giacché la sua formazione culturale e politica era veramente francese ed in francese era capace di esprimersi con spigliata scioltezza, come se si fosse trattato della sua lingua madre».

Ruggero, quando arrivarono gli inglesi in Algeria, luogo dov’era detenuto, pensò di arruolarsi nell’esercito di liberazione francese. Fu una decisione personale e tale mossa gli costò pesanti critiche da parte di ben tre partiti comunisti (Il PCI, il PCF, e il PC tunisino). «Giuste (come io ritengo) – ricorda Biondi – o ingiuste (come invece pensa ancora oggi la moglie) che fossero quelle critiche, anche da questo particolare si può capire come tutto ciò che si richiamava alla Francia esercitasse su di lui l’attrazione di una calamita». Anche io, come la moglie, penso che le critiche fossero ingiuste. Lo dico così, giusto per prendere posizione in questa faccenda.

Bella personalità Gallico, spirito libero, pragmatico, combattivo. Elegante nel parlare. Comunista per vocazione. Laureato in chimica e in farmacia. Definito da Paolo Speranza “coraggiosa e nobile figura di antifascista, dirigente politico e intellettuale di valore”. Apparteneva a una famiglia di democratici toscani emigrata in Tunisia. Parlava bene il francese e l’arabo. Nacque proprio a Tunisi il 24 agosto del 1914. Si avvicinò all’ideologia comunista nei primi anni ’30 e si iscrisse al partito nel 1933; partecipò in modo attivo alla Lega italiana dei diritti dell’uomo e diede vita con altre personalità, tra queste anche il fratello Loris, al giornale L’Italiano di Tunisi. Lavorò tra il ’43 e il ’48 nelle redazioni di Roma e di Napoli dell’Unità. Arrivò in Irpinia nel 1948 per dirigere la Federazione di Avellino del PCI. Rimase da noi fino al 1957.

Con l’arrivo del nuovo segretario si riorganizzarono le sezioni: il partito divenne una sorta di scuola di formazione politica. In quegli anni nacque il “Progresso Irpino”, e per mezzo dell’esperienza del Movimento della Rinascita del Mezzogiorno, le forze progressiste e di sinistra aumentarono il peso elettorale. Ruggero parlava alla gente, sosteneva la necessità di costruire l’alternativa. Occorre un lavoro lungo, sosteneva, un lavoro lungo e faticoso; c’è bisogno di organizzazione delle masse e formazione dei quadri. Nei comizi, inveiva principalmente contro la Democrazia Cristiana e nello specifico contro Fiorentino Sullo (“ha cercato e cerca in tutti i modi di tradire gli interessi della provincia” così disse in un comizio) e Alfredo Amatucci. Attacchi a viso aperto contro la DC, eppure in quel periodo dalle nostre parti un altro partito recitava la parte del leone, il PNM; ma non erano i monarchici i veri nemici dei comunisti. Non è un caso che il PCI e il PNM abbiano mosso i loro attacchi principalmente contro la DC. Il decennio avellinese di Gallico è stato, con molta probabilità, il periodo più florido del PCI irpino.

Costruisco nella mente un’immagine mai vista. Grazie a mio zio, certo; e ai suoi ricordi. Tutte quelle volte che me l’ha raccontate quelle storie, quando lui andava a trovare la famiglia Gallico ad Avellino, Ruggero e la sua compagna, la signora Eliane Hasside, e le lezioni di francese e i biscotti e altri piatti tipici dell’Irpinia. Vivo di ricordi, dice lo zio, questi mi faranno compagnia per il resto dei miei giorni. E cosa mai ricorderò io, costretto, per ragioni anagrafiche, a vivere in questo tempo grigissimo?

ruggero-gallico

Annunci

Adelia Bozza, la prima sindaca d’Irpinia

Lascia un commento

Adelia BozzaSorrisi a tavola. Lo zio racconta sepolte storie. Tira fuori vicende dimenticate. Sento le sue parole. Musica per le mie orecchie. «Lo sai che… lo sai… ti racconto un fatterello. Peppone e Don Camillo a Tufo». Peppone e Don Camillo? «A Tufo». Fammi capire. «Il Corpus Domini, l’ombrello. 1952 o 1953. Il prete contro il sindaco donna. Il prete cacciò via il sindaco. Una donna di sinistra non deve mantenere l’ombrello. Così disse». Veramente? «Sì sì». Lo zio rammenta l’episodio. Davvero non sapevo nulla. Però, hai capito il sacerdote… Erano tempi particolari. Poi a Tufo c’era un sindaco donna, un sindaco donna e progressista. Cose turche per il tempo. Questa sì che è una storia interessante.

Corpus Domini dei primi anni ’50. Tufo. Il sole picchia forte. In piazza c’è un grande baccano. Il prete aggredisce a parole la sindaca Adelia Bozza. Non può portale l’ombrello. Ella è comunista. La donna si difende: vorrebbe portare l’ombrello in processione. Non c’è niente da fare. Arriva la celere. In paese si respira un’aria tesa. La gente del posto difende il primo cittadino. Alla fine vince l’uomo di chiesa. Si precipitano a Tufo anche i giornalisti delle testate nazionali.

Storie, storie sepolte. Non conoscevo Adelia Bozza. È stata la prima sindaca dell’Irpinia. E non è poco. La prima donna con la fascia tricolore in provincia; la prima donna con la fascia tricolore in provincia negli anni ’50. Davvero una bella storia in quest’Irpinia sempre immobile. Adelia Bozza sindaco di Tufo. La chiamavano “bersagliera”. Era una donna forte, severa, schietta. Era progressista, moderna, democratica. Nacque a Sant’Arcangelo Trimonte nel 1903. Guidò l’amministrazione di Tufo dal 1952 al 1954: nel ’52 aveva 49 anni. Era insegnante elementare. Sposò il farmacista del paese Giuseppe Colantuono originario di Lioni; fu una donna libera e intransigente: tutelò ininterrottamente i poveri, gli emarginati, i braccianti. Durante il ventennio non nascose il suo antifascismo. In una pubblica manifestazione urlò a squarciagola Viva Matteotti e fu trasferita in alta Irpinia. La signora si scontrò addirittura con i giornalisti del Roma dell’armatore Achille Lauro: il Roma non fu mai clemente con la sindaca. E la sindaca rispose pan per focaccia e difese sempre le sue idee. Storie, storie dimenticate.

Ho recuperato un paio di fotografie della Bozza grazie alle moglie del figlio, la signora Lidia Colla. Ho chiesto notizie a Michele Perone: ho cercato di ricostruire al meglio la vicenda politica del primo sindaco donna d’Irpinia. Era una indipendente di sinistra; era progressista ma non era una comunista militante. Il figlio Rocco Colantuono era il politico di famiglia: scriveva sul Progresso Irpino e conosceva tutte le personalità legate al PCI avellinese. Rocco Colantuono conosceva anche il segretario provinciale della Camera di Lavoro Silvestro Amore. Il segretario Amore si impegnò attivamente in paese e grazie alla sua opera di propaganda i minatori e i contadini si avvicinarono al Partito Comunista. Proprio Silvestro Amore sponsorizzò la candidatura della Bozza alla elezioni amministrative di Tufo. La signora non aveva intenzione di scendere in campo, alla fine accettò la proposta e guidò il raggruppamento di sinistra “Tromba impugnata”.

Le elezioni amministrative del 1952 segnarono l’avanzamento delle forze democratiche e progressiste nel meridione. Anche ad Atripalda vinse la lista di sinistra denominata Blocco Popolare. A Tufo si impose, come detto, la Tromba impugna. Sul libro di Gateano Troisi “L’oro di Tufo” è presente la fotografia di un vecchio volantino della lista. Trascrivo alcune parti. «Il giorno 25 maggio siete chiamati a dare il vostro giudizio attraverso il voto per eleggere la nuova Amministrazione del nostro Comune. È questa l’occasione per far vincere finalmente la volontà del popolo di Tufo sempre deluso e ingannato dalle Amministrazioni dimarziane che da 80 anni hanno soffocato le sue aspirazioni di libertà e di progresso. L’amministrazione comunale uscente ha fatto completo fallimento durante i suoi sei anni di governo. Nessuno dei fondamentali problemi del popolo sono stati risolti tanto che essa non ha potuto ripresentarsi alle lezioni perché troppo screditata e che alcuni suoi componenti, più onesti degli altri e più vicini agli interessi del popolo, hanno sentito la necessità di entrare nella lista della TROMBA o di appoggiarla. In questo momento particolare facciamo appello a tutti i cittadini onesti affinché diano il voto alla lista contrassegnata con la TROMBA IMPUGNATA la quale, libera da ogni suggestione padronale, garantirà un’Amministrazione democratica senza discriminazione di ideologie politiche e religiose, tutelerà gli interessi di ogni cittadino». Il volantino è molto interessante. La lista si schierò apertamente dalla parte dei più deboli e contro le amministrazioni “dimarziane”. Insomma, in paese si respirò un’aria nuova.

«Capolista della “tromba impugnata” – scrive Gaetano Troisi nel libro L’oro di Tufo – fu Adelia Bozza, insegnante elementare, moglie del farmacista del paese. Componevano la lista otto candidati fra contadini e braccianti, un commerciante, un altro insegnante elementare oltre la capolista, e un solo operaio: segno evidente della pressione psicologica cui erano sottoposti i lavoratori della miniera. Le elezioni si fecero il 25 maggio 1952. […] La lista operaia e contadina si insediò nella casa del popolo. I minatori erano protagonisti sotterranei del successo della loro lista, anche se presenti con una rappresentanza tanto marginale. […] La vittoria nacque tuttavia con le ali tarpate: dopo circa due anni si rese necessario l’avvicendamento nella carica di sindaco». I minatori avevano paura di perdere il posto di lavoro e non si schierarono apertamente: appoggiarono in segreto la Tromba.

La Tromba sconfisse la lista moderata del cavaliere Angelo Molinaro. Vinse la lista di sinistra per la prima volta in paese. La Tromba impugnata non nacque soltanto a Tufo. Era il simbolo della sinistra democratica e popolare; fu utilizzato in diversi comuni dell’Italia. La tromba era uno strumento utilizzato dai contadini durante l’occupazione delle terre alla fine degli anni ’40; i contadini pronti ad occupare le terre si radunavano con il suono della tromba. Il leader comunista Palmiro Togliatti, in seguito ai fatti di Melissa nel 1949, impugnò una tromba. Questa tromba sarà il simbolo dell’unità. E il simbolo apparve per la prima volta alle elezioni del 1952: apparve anche in Irpinia.

La sindaca amministrò il comune soltanto per due anni. Nel 1954 si rese necessario l’avvicendamento e guidò il paese il commerciante Antonio De Vita. E De Vita portò a termine il mandato. Cosa resta di ieri? Resta ben poco. Sicuramente l’esperienza amministrativa di Adelia Bozza è da rivalutare. Per tanti motivi. Come detto, fu la prima sindaca in Irpinia, fu un’amministratrice moderna e severa. E difese sempre gli ultimi, i minatori, i braccianti.