Nicola Adamo e lo sviluppo del Sud

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Sulla piazza a parlare con un amico. Quattro chiacchiere sulla politica locale si parla del più e del meno. Tra poco è il 19 febbraio, a San Barbato di Manocalzati sarà festa Patronale. Parlo di Nicola Adamo e della tragica scomparsa avvenuta proprio il 19 febbraio di un anno funesto, il 1980, trentasette anni fa. Davvero un anno funesto, quel 1980 segnato dal terremoto e da eventi brutti assai. Era il giorno di martedì grasso, ricorda l’amico, c’era il nevischio. Quel crudele incidente automobilistico sulla variante. L’amico lo ricorda a mala pena perché era piccolo, suo padre però lo ricordava molto meglio.

Sono passati trentasette anni dal tragico giorno. Voglio ricordarlo in questo triste anniversario. Ho già scritto un articolo su di lui nel mese di luglio, e adesso mi accingo a scriverne un altro con la passione che da sempre muove le mie azioni. Credo che Nicola Adamo, Nicolino per tutti gli atripaldesi, meriti una rivalutazione completa. Sempre troppo poco quello che si fa, che si scrive su di lui; meriterebbe un convegno, che so, uno studio approfondito sui discorsi, sulle cose fatte. Perché, per molti aspetti, ha anticipato in tempi, nel senso buono del termine. Comunista, sì, ma uomo politico troppo avanti. Capace di ottenere un consenso molto ampio, tutto merito della sua persona, del suo modo di fare. Un esempio di concretezza e passione vera.

Mi ha detto una signora: Nicolino ad Atripalda ha lasciato un esempio per tutti i politici che sono venuti dopo. Chiedeva il voto a tutti e non faceva distinzioni, a tutti davvero; camminava, visitava la gente, quella più umile di Atripalda, risolveva i problemi perché era molto pragmatico, attento alle problematiche reali. Distante dall’astrattismo, dalle riflessioni ideologiche prive di senso. Un consenso alto, molto alto: ma era un consenso verso la sua persona. Votavano più per lui che per il partito; più un voto ad Adamo che al PCI, perché lo meritava. Così dice la signora. Un anticipatore, un uomo votato alla causa ma con un piglio diverso, più personale. Dotato di uno spirito di libertà ampio, proponeva, suggeriva, indicava strade da seguire. Istaurava rapporti gli avversari, di là dall’appartenenza partitica. Nonostante le divisioni (e le divisioni c’erano eccome).

Ha messo l’Irpinia al centro dell’agenda politica. In un periodo contraddistinto dalle idee del segretario provinciale Grasso di Ariano. Con la segreteria Grasso il PCI cambia rotta con uno spostamento del baricentro verso l’arianese e una spinta particolaristica in altri comuni. Un modo diverso di fare politica in Irpinia. A Sant’Angelo dei Lombardi acquistò peso Quagliariello e ad Atripalda Nicola Adamo. Pratico e moderno (sempre nel senso buono del termine), l’onorevole Adamo, geometra. Nell’hinterland avellinese il suo bacino di voti più importanti. Con la venuta del segretario provinciale Antonio Bassolino, inizia, forse, il periodo d’oro per l’onorevole atripaldese. In seguito Nicolino arriva in parlamento. Succede il 20 giugno ’76 e viene eletto nella circoscrizione Avellino Benevento con 43 mila e 765 preferenze. Numeri alti per una politica alta.

In questi mesi sono andato alla ricerca del suo materiale, di pubblicazioni, di atti parlamentari. E conservo con cura tutto in una cartella. Recentemente ho recuperato un’interrogazione parlamentare rivolta alla ministra Tina Anselmi Per “un accertamento delle responsabilità degli amministratori della fabbrica di laterizi Berardino di Manocalzati in relazione alla crisi dell’azienda e al mancato rispetto dei diritti dei lavorati”. Lo fece per difendere gli operari: in quella azienda lavoravano tanti manocalzatesi, molti di loro non ci sono più. Una fabbrica, quella dei laterizi, che produceva mattoni, tavelle e materiale edile. Istallata nel territorio di Manocalzati ai confini con Atripalda: una fabbrica enorme con tanti operai.

Ho trovato poi, con immenso piacere, la sua relazione tenuta alla IV Assemblea meridionale della Lega per le autonomie e i poteri locali di Taranto del dicembre ’76. Ho trovato la pubblicazione alla Biblioteca Comunale di Atripalda L. Cassese. “Per lo sviluppo del mezzogiorno e per il superamento della crisi del Paese”. Così s’intitola la relazione. L’onorevole parlò in qualità di membro della Direzione nazionale della Lega. «Non c’è oggi – disse a Taranto – settore della cultura e dell’economia, del mondo politico democratico e sindacale del nostro Paese che non riconosca la centralità della Questione Meridionale per qualsiasi azione di rinnovamento della società e dello Stato. Ma non mancano, oggi come ieri, contrapposizioni di linee, nel momento in cui si trova di fronte a scelte di gestione, di strumenti o ad applicazioni di leggi. […] Il Mezzogiorno, e tutto il Paese, hanno bisogno di una politica meridionalistica nuova […] Nel profondo Sud, nelle zone interne come nelle fasce costiere, nuove forze, nuove energie, giovani leve di amministratori, emigrati espulsi anche dai mercati di lavoro straniero, giovani con intelligenza, forti di una nuova esperienza sono scesi in campo non più disposti a seguire le conseguenze di decisioni centralistiche che per tanti anni li hanno visti condannati alla miseria ed alla subalternità. Sono forze decise a conquistare nuovi traguardi di vita sociale e democratica, a battersi per una democrazia di fatto, efficiente, fondata sulla partecipazione e sull’autogoverno, sul pieno funzionamento delle istituzioni e delle autonomie […] Sono forze che di fatto sono già diventate protagoniste della fase nuova della politica meridionalista». Un Adamo per certi aspetti dorsiano. Un “uomo d’acciaio con il cervello lucido” pronto a scendere il campo, con abnegazione, per il riscatto vero del Sud; una via personale, molto intrigante, che supera le concezioni partitiche. Un Adamo “super partes”, pronto a muovere le sue azioni verso il riscatto del nostro Sud.

Penso tante cose. Chissà, se fosse stato ancora vivo, avrebbe trovato difficoltà a convivere nel PCI irpino con altri politici. No so, la storia non si fa con i se e con i ma. Tuttavia penso che uno come lui, avrebbe trovato sul suo cammino molti ostacoli e… perché no, sarebbe rimasto lì con le sue idee. Non è possibile saperlo perché il destino l’ha tolto ai suoi cari e alla sua comunità troppo in fretta. Trentasette anni fa, il 19 di febbraio del terribile 1980. In inverno, in un martedì grasso irriverente.

Considerazione personale. Nicola Adamo è sempre stato attento alle problematiche del territorio, a difesa degli ultimi, degli operari. Ha voluto veramente bene a Manocalzati e ha rivolto diverse interrogazioni parlamentari sui problemi delle aziende istallate sul territorio (tra queste la Shot Toys). Pertanto nutro una forte stima nei confronti di quello che ha fatto e ha rappresentato; mi affascina ancora questa figura politica per molti motivi. Un parlamentare impegnato, a difesa della nostra provincia e del mondo operaio e contadino (da Lioni a Bisaccia, da Manocalzati ad Atripalda, da Volturara a Solofra). Concreto, battagliero, grintoso. Scomparso prematuramente. A volte penso a quello che poteva essere e non è stato. Dopo la sua morte è venuto il terremoto, la ricostruzione (chissà quante cose avrebbe detto contro i gestori del potere), lo sgretolamento della DC, questo tipo di classe dirigente. L’onorevole avrebbe continuato a battagliare, dall’altra parte della barricata. Dove è sempre stato.

Emilio Ruggiero, la politica come passione

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Un giovane Emilio Ruggiero nella sede di partito

Irpinia, 14 marzo 2008. Ho appena spento il telefonino. Allora è vero. Emilio non c’è più. È morto in Brasile. Un infarto. Un infarto a quarantatré anni in Sudamerica. Dico, in Sudamerica. Tutto è illogico. Non condividevo il suo pensiero politico ma apprezzavo il suo stile “fuori dal coro”. Lo conoscevo e lo rispettavo. Ricordo il suo giubbino verde, la sua Lancia K bianca piena di carte. Parlavamo di politica, di storia locale, di cultura; aveva mille interessi. Era un uomo colto, eclettico e disponibile al dialogo. Sindaco di Montefalcione a ventotto anni. Giovanissimo. Democristiano, poi Popolare, Emilio amava il confronto: voleva capire perché molti in provincia votavano “contro”.

Otto anni. Il tempo passa in fretta. Sono passati otto anni. Emilio Ruggiero ha ottenuto suffragi importanti. Riservato, pacato, sobrio. Emilio era apprezzato da poeti, musicisti, pittori, storici. Era per Alberta De Simone «un uomo leale e pieno di umanità». Nacque il 17 gennaio del 1965. Alla fine degli anni ’80 assunse la carica di responsabile del movimento giovanile della DC di Montefalcione. Nel 1993 divenne sindaco del suo paese: la sua lista ottenne 1300 voti. «l’Amministrazione Ruggiero, – scrive il professore Fausto Baldassarre in “Montefalcione 1956 2006 mezzo secolo di vita politico amministrativa” – oltre all’impegno nel prosieguo della ricostruzione post-terremoto, avvia e porta a conclusione la ristrutturazione del Monastero, di Casa Troisi, del Palazzotto dello Sport, della nuova Scuola per l’Infanzia e di altre opere pubbliche». Emilio divenne un grande esperto del diritto amministrativo. Si appassionò con veemenza alla materia e polarizzò l’interesse di luminari del diritto come il professore Scoca e il professore Stanzione. Inoltre, dedicò il suo impegno anche alle politiche sociali e al turismo. Promosse sempre eventi di prestigio. Nell’estate ‘94 Montefalcione ospitò le selezioni provinciali di Miss Italia; le ragazze sfilarono in passerella e la folla applaudì.

Emilio ha tutelato gli anziani e i bambini. Nel periodo dell’adolescenza ha rincuorato senza sosta gli anziani della casa di riposo Rubilli; ha regalato agli ospiti della Casa gli alimenti. Recuperava a casa sua i pacchi di pasta, li nascondeva e li portava con sé. Insieme agli anziani ha tutelato i bambini. È stato addirittura nominato dall’UNICEF difensore ideale dei bambini. Si è spesso vestito da Babbo Natale nel periodo natalizio ed ha portato a tutti i bimbi del suo paese i doni.

Dedicò il suo impegno al territorio. Nel 1995 fu eletto Consigliere Provinciale con il Partito Popolare Italiano. Ricoprì la carica di Assessore Provinciale dal 2001 al 2008. Redasse, in qualità di Presidente della prima commissione consiliare, lo statuto provinciale. Nel giugno 2004 fu eletto nuovamente alla Provincia e ottenne un grande consenso elettorale: ottenne 3100 voti; si candidò con la Margherita. Aderì, infine, al Partito Democratico.

Ideò il progetto Borghi incantanti: tutto per la libertà, rivolte e rivoluzioni in Irpinia incentrato sulla riscoperta degli eventi storici minori. Le Rievocazioni storiche colorarono con colori antichi le notti infinte dei piccoli comuni. Fu rispolverata la figura destituita del Cantastorie: raggiunse l’Irpinia perfino il noto artista siciliano Franco Trincale. I ragazzi scoprirono la bellezza dei giochi di una volta e si dilettarono con il tiro alla fune, con la corsa nei sacchi, con la caccia al tesoro. A Montefalcione fu rammentata la rivolta antiunitaria del 1861; a Forino fu commemorata la figura della Principessa Marzia Carafa; a Santo Stefano del Sole fu ricostruita l’epopea del brigante Laurenziello. Ricordo il riverbero dello Ius primae noctis di Montoro.

Nel 2008 ripropose le rievocazioni storiche tramite il progetto C’era una volta… in Irpinia. A Manocalzati andò in scena la celebrazione di Sant’Antonio nei pressi dell’anfiteatro. E Ruggiero è ancora apprezzato a Manocalzati. Tramite il suo impegno è stato possibile restaurare il Castello della frazione San Barbato. Egli nel 2002 organizzò un incontro dedicato ai fondi POR e invitò gli amministratori dei comuni dell’hinterland. Il diciotto dicembre del 2003 fu approvato il progetto esecutivo dei lavori di Restauro, consolidamento e sistemazione esterna del castello di origine longobarda; per Manocalzati fu un giorno importante. Il Castello di San Barbato divenne, così, la porta d’ingresso della filiera enogastronomica.

Emilio Ruggiero morì in Brasile il 14 marzo 2008. La notizia arrivò subito in Irpinia. Il Partito Democratico sospese le attività per un’intera giornata. Tutta la politica locale rese omaggio all’assessore provinciale di Montefalcione. Il presidente Nicola Mancino affermò malinconicamente: «Ho perduto un amico». Franco Maselli così tratteggiò la figura dell’ex assessore provinciale. «Capace ed estroversi, puntuale e fuori dagli schemi, molto preparato nelle procedure e meticoloso nella loro applicazione, attento alle materie di sua stretta competenza ma anche insofferente verso ogni confinamento settoriale. Insomma è stato quello che comunemente viene definito uno spirito libero e che, nella Giunta provinciale, io definivo un amministratore eclettico». L’artista Umberto Valentino dedicò a Ruggiero alcune parole magnifiche. «Irruento, impulsivo, infaticabile, poco diplomatico, prima uomo e poi politico; quelli come Te non muoiono neanche quando muoiono. La tua passione per la politica, per l’arte e la cultura, il tuo amore per la tua terra e la sua storia che volevi tutti conoscessero, vivranno per te e sopravvivranno ad una morte ingiusta. Ciao, amico mio».

A Montefalcione fu allestita la camera ardente e il venerdì si tenne il funerale. Fu un giorno di immenso dolore per la comunità. Suonò senza sosta un triste violino. Il sindaco Vanda Grassi ricordò Emilio. «Tra le innumerevoli immagini di te che tumultuosamente si affollano e si accavallano nella mia memoria – disse la Grassi – c’è né una che con insistenza si fa spazio tra le altre, fino a imporsi con prepotente veemenza: è quella di un promettente studente della terza A e di una giovane insegnante di matematica che amava discutere con te. […] Si dimenticò, però, quella giovane insegnante di dirti che dietro le speranze più dolci, dietro i progetti più alti… c’è in agguato una tetra signora vestita di nero pronta a falciare in un attimo il prezioso edificio dei tuoi sogni. E mai quella giovane insegnate avrebbe potuto immaginare di essere costretta un giorno a salire le scale dell’altare per porgere a te l’ultimo e affettuoso saluto in nome di tutti i tuoi concittadini». Discorso solenne, bello.

E continuo ad andare al cimitero a Montefalcione. Una volta a settimana. Due minuti davanti alla tomba di Emilio. Perché era una brava persona, di là dall’appartenenza politica. Non è facile trovare politici disponibili al dialogo. Per questo motivo ho proposto al sindaco di Manocalzati, in qualità di capogruppo di minoranza, l’intitolazione di una sala del castello di San Barbato a Emilio Ruggiero. Sarebbe un riconoscimento importante a otto anni dalla scomparsa.

 

Il sogno interrotto di Nicola Adamo

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Nicola Adamo

Una sosta al cimitero di Atripalda. Una sosta alle dieci del mattino. In tasca ho un biglietto. Nell’aria c’è qualcosa di strano, qualche cosa di diverso. Mattino di inizio estate in Irpinia; è il giorno del mio primo consiglio comunale. Respiro il passato, passeggio e penso. Penso sempre al passato. Atripalda negli anni ’70: le lotte politiche, le idee del tempo perduto. Medito, guardo l’orologio, assaporo la bellezza di un momento spirituale. Cerco il custode. «Dov’è la cappella dell’onorevole Nicola Adamo?». Dico. Avanti poi a sinistra. La trovo. La guardo: è chiusa. Dall’altra parte del vetro c’è una fotografia. Cappella particolare, maestosa, bianca. Sono venuto a vederla, alle dieci del mattino per la prima volta. Emozione mai vissuta. Fiori, lumini, panchina incastonata nel muro. Nicola Adamo 25 giugno 1928 – 19 febbraio 1980. Tremenda fine. Incidente stradale sulla variante: morte assurda, vita troncata. Se fosse ancora vivo, avrebbe compiuto il 25 giugno ottantotto anni.

Ho ricordato l’onorevole, nel mio discorso d’insediamento, in aula consiliare a Manocalzati. Ho detto: stamattina sono andato a vedere la cappella di Nicola Adamo ad Atripalda. A volte succedono cose inspiegabili. Mi ha spinto una forza addirittura magica. Una visita alla cappella del politico; ho parcheggiato la mia automobile ed ho contemplato il bianco colore della dimora eterna. L’ho fatto perché stimo i politici intransigenti dell’Irpinia. Poi ho capito una cosa, in questi strani giorni ho capito una cosa. Sul piano locale le differenze politiche tra destra e sinistra contano in modo relativo; la lezione milazziana è sempre valida. Uniti contro i partiti di potere, uniti contro la cattiva politica. Il voto al PCI nell’Irpinia degli anni ’70 era semplicemente il “voto contro”; il voto al MSI nell’Irpinia degli anni ’70 era semplicemente il “voto contro”. Un “voto contro” in Irpinia.

Non ho mai conosciuto il politico atripaldese. Sono nato nel 1985. Ho seguito nel 2009 la Pallavolo Atripalda: la squadra disputava le gare interne del campionato all’interno della palestra intitolata alla sua memoria. Ho sentito parlare dell’onorevole diverse volte. Mi parlò di lui mio zio Silvestro Amore. Mi parlò delle battaglie contro la Democrazia Cristiana. Perché tanti anni fa era dura davvero stare dall’altra parte. Nicola Adamo era geometra. Fu eletto consigliere comunale di Atripalda nel 1952 con il Blocco Popolare; costituì la lista con l’avvocato Carlo Tozzi. Fu vicesindaco e assessore ai lavori pubblici. Successivamente divenne il capogruppo dell’opposizione; battagliò contro le giunte democristiane. Tuonò contro la speculazione edilizia. Nel 1960 divenne consigliere provinciale con il PCI e nel 1976 fu eletto per la prima volta alla Camera dei Deputati nella circoscrizione Benevento – Avellino – Salerno con 43mila e 765 preferenze. Fu membro del Comitato Regionale del PCI e della Lega per le Autonomie e i Poteri Locali. Fu rieletto nuovamente alla Camera nel 1979. Alla Camera fu membro della Commissione Lavori Pubblici. Partecipò a Taranto nel dicembre 1976 alla quarta assemblea meridionale della Lega per le autonomie; la sua relazione fu molto interessante. «Nicola Adamo, – ricorda il professore Raffaele La Sala – a prescindere da ogni valutazione di merito e di giudizio di parte è stato, senza dubbio, uno dei politici di razza nel secondo dopoguerra in Irpinia».

L’amministrazione comunale di Atripalda intitolò una borsa di Studio all’onorevole Adamo: fu istituita con delibera di consiglio comunale n.265 del 22/04/81. Fu assegnata per la prima volta in occasione del decimo anniversario della sua morte nel 1990. Ho recuperato un opuscolo del 1992 dedicato alla borsa di studio. Nell’opuscolo sono raccolte alcune testimonianze interessanti. Alberta De Simone, in qualità di assessore comunale, ricordò l’onorevole. «Nicola – scrisse la De Simone – è parte organica della nostra storia e della nostra realtà. Non solo di quella dei comunisti, ma della gente più debole, più esposta, più bisognosa, di quanti si riconobbero in lui in un periodo complicato e interessante della vita locale. […] Il nostro omaggio va ad un illustre cittadino di Atripalda, un uomo che, col suo rigore morale, col suo equilibrio intellettuale, con la sua notevole preparazione politica, ha saputo conquistarsi stima enorme fra la gente, rispetto tra gli avversari politici, ammirazione e consenso tra i compagni di partito. […] Ma è l’iscrizione al nostro partito, la sua concezione della militanza come impegno attivo e quotidiano, che lo portano a diventare un politico originale e popolare, perché cresciuto tra la gente semplice, maturato in mezzo alle lotte del meridione, delle popolazioni delle zone interne, di quel Sud nel Sud che più tardi seppe così bene rappresentare. […] Quante volte ci diceva che dovevamo saper leggere “nel cuore della gente”, capirne le ansie e i bisogni, che dovevamo partire di lì, del rapporto con le persone per portare poi a sintesi le istanze più diffuse e preoccuparci di una loro realistica soluzione. Quante volte ci diceva che bisogna saper leggere “tra le carte” condannando così ogni forma di superficialità e di improvvisazione. Non è possibile risolvere nessuna questione, neanche la più semplice, senza un’approfondita analisi delle cose di cui si discute e si decide, senza una dettagliata conoscenza delle norme legislative relative a quell’oggetto. Con questo rigore, con questa severità nei confronti di ogni faciloneria, e di ogni improvvisazione, egli sedette per più di trent’anni sui banchi del nostro C.C. e si impose all’attenzione di tutti. […] Concretezza e passione politica, capacità di lotta e coinvolgimento ideale, coraggio e disinteresse hanno fatto dell’On. Adamo un esempio che noi indichiamo ai giovani di Atripalda per iniziative di approfondimento e di studio, ma soprattutto perché ne traggano un fecondo stimolo ad anteporre le ragioni dell’impegno per il bene collettivo, della serietà e della dedizione alle istituzioni pubbliche rispetto alle tentazioni del moderno egoismo individualistico, a privilegiare i valori civili e sociali rispetto al facile consumismo alienante, che tanto assedia l’età giovanile». Dunque, l’onorevole era un politico originale e popolare. Tutelò le popolazioni delle aree interne, il Sud nel Sud. Ha lasciato un’eredità politica importante: occorre saper leggere bene le carte, battagliare sempre per la legalità, conoscere le norme, studiare e analizzare i problemi, non abbassare la guardia, amare il territorio, amare l’Irpinia e difenderla dalla cattiva politica. Proteggere gli umili, i poveri, i diseredati; contrastare con severità la faciloneria e il clientelismo.

Molto commovente è la testimonianza dell’ex sindaco Domenico Piscopo. «A Nicolino Adamo… (e scommetto che Egli ne sarà contento) Era un mediocre giocatore di carte, era un mediocre giocatore di pallone, rifuggiva le compagnie rumorose e numerose. Seppe rinunciare alla maggior parte della sua gioventù per due grandi amori: la sua compagna ed il suo partito a cui nessun altro avrebbe potuto dare di più». Lo ricordò anche il delegato alla Cultura, il capogruppo del PSI Sabino Narciso. «Se dovessi dare un titolo alla storia dei rapporti politici tra Sabino Narciso e Nicola Adamo – scrisse Narciso – la titolerei “discorrendo di socialismo, di comunismo e di fascismo”. E per sottotitolo metterei “la fede pura non genera odi né rancori. […] Questo buono sottolineo ai giovani che militano nel P.D.S., ai quali rivolgo un invito fraterno e sincero a saper leggere Nicola Adamo. […] Credo di essere stato sempre nel tema pur se qualche volta può sembrare il contrario, il che non è perché il caro Nicola aveva molteplici interessi: l’amore per il proprio paese, l’amore per la classe operaia, l’interesse ai molteplici problemi che assillano la società italiana». Un invito ai giovani: leggere Nicola Adamo. In sostanza è un invito ai giovani di tutte le idee politiche. Bisogna leggere, approfondire, studiare il pensiero del politico atripaldese; alla fine dei conti è un pensiero sempre attuale. Rinnovamento della classe dirigente, sobrietà, rispetto degli enti locali, del Parlamento, nessun compromesso, rigore morale. L’onorevole avrebbe voluto un’Irpinia emancipata. Adesso tocca ai giovani. Credo che sia necessario ripartire dalle storie buone del passato.

Sull’opuscolo dell’amministrazione comunale, dedicato alla borsa di studio, sono riportati anche alcuni telegrammi. Nilde Iotti inviò un telegramma e mostrò vicinanza ai familiari del parlamentare irpino. «Profondamente rammaricata che delicati impegni politici mi impediscano di essere presente alla manifestazione celebrativa dell’anniversario della scomparsa del carissimo on. Nicola Adamo, desidero non solo testimoniare la mia adesione all’iniziativa e soprattutto esprimere il mio caloroso apprezzamento per la decisione della municipalità di Atripalda di onorare tanto degnamente – con un “investimento” negli studi di giovani meritevoli – la memoria di Adamo. Colgo nella scelta di istituire le dieci borse di studio un impegno non formale a trasmettere alle nuove generazioni il messaggio che fu del dirigente comunista Nicola Adamo: solo con un impegno coerente e tenace, ad ogni livello, è possibile costruire un avvenire nuovo e diverso del mezzogiorno fidando anzitutto sulle forze e sulle potenzialità che lo stesso sud esprime, e che sono tante. Con questi sentimenti, desidero porgere suo tramite il mio pensiero più affettuoso ai familiari di Nicola Adamo – che l’assemblea di Montecitorio fu onorata di avere tra i suoi membri più attivi e appassionati – il mio saluto più cordiale al mondo della scuola e agli amministratori di Atripalda». Inviò un telegramma anche Achille Occhetto. «Ringrazio cortese invito vostra cerimonia di assegnazione borse di studio in ricordo del compagno Nicola Adamo che tanto si è adoperato come militante comunista e come parlamentare per la soluzione dei problemi della gente irpina e per la valorizzazione delle autonomie locali stop impossibilitato partecipare per improrogabili impegni auguro pieno successo alla vostra iniziativa stop». Invitò, infine, un telegramma anche il prefetto di Avellino Sbrescia. «Sinceramente rammaricato non poter essere presente cerimonia commemorazione on. le Adamo perché impedito da impegni previamente assunti vrg. spiritualmente partecipo at doveroso omaggio nobile figura parlamentare che habet dato LIXXXXX lustro città origine et Irpinia tutta con proprio appassionato impegno at servizio collettività alt».

L’Irpinia, purtroppo, è una terra irriconoscente. I figli di questa terra dimenticano in fretta. Le persone scompaiono e il ricordo sparisce. Eppure a Manocalzati resiste il ricordo dell’onorevole Adamo. Si perché nel 1980 difese le operarie della vecchia fabbrica Shot Toys. E i manocalzatesi illuminati non dimenticano. Gli anziani rammentano ancora adesso il fatto: un onorevole locale del PCI, di Atripalda, tutelò le operaie di Manocalzati. Così dicono. Il dieci marzo 1978 aprì i battenti la fabbrica Shot Toys: trovarono un’occupazione tante donne del comune e delle zone limitrofe. L’azienda assunse cinquantasette operaie. Nel 1979 le cose precipitarono e per diverso tempo non furono erogati gli stipendi. Si registrarono delle irregolarità nel versamento dei contributi INPS. Iniziò così lo sciopero generale il 20 giugno: lo sciopero durò fino al 15 luglio e le attività di produzione si fermarono. Le lavoratrici reclamarono a gran voce l’applicazione del contratto collettivo nazionale e il pagamento degli stipendi dal mese di aprile in poi. Pertanto il 14 luglio i sindacati trovarono un’intesa con la ditta e le retribuzioni di maggio e giugno furono elargite.

Adamo rivolse ai Ministri del lavoro e previdenza sociale e al Ministro per gli interventi straordinari nel Mezzogiorno un’interrogazione parlamentare. Lo fece l’11 febbraio. Praticamente una settimana prima di morire. Nello stesso giorno rivolse anche un’interrogazione parlamentare per tutelare l’ospedale “Di Guglielmo” di Bisaccia. Queste sono state le ultime battaglie dell’onorevole.

Ho sul tavolo una fotocopia. VIII Legislatura – discussione – seduta dell’11 febbraio 1980. Atti parlamentari – camera dei deputati – 668 e 669. Leggo con tristezza. «L’azienda – disse Adamo in Parlamento – occupa 60 operaie ed è stata chiesta la cassa integrazione per tutte le unità lavorative. Intanto i salari sono stati da tempo dimezzati e le maestranze attendono di riscuotere paghe arretrate. Va pure detto che nel corso della vertenza sindacale sono emerse irregolarità nel versamento dei contributi assicurativi INPS tanto da compromettere lo stesso accesso delle maestranze alla cassa integrazione. I titolari dell’azienda intanto lamentano la mancata riscossione di finanziamenti pubblici già promessi. Per sapere quali iniziative si intendono adottare per la difesa del posto di lavoro delle 60 operaie, per assicurare puntualmente le paghe salariali ed il versamento degli arretrati. Per accertare quali irregolarità sono state commesse dai titolari dell’azienda, tali da ostacolare anche il passaggio a cassa integrazione. Per sapere altresì quali e quanti finanziamenti pubblici l’industria irpina ha ricevuto o deve ricevere e quali impegni di produzione ed occupazionale sono stati assunti». Parole infuocate. La querelle si chiuse nel peggiore dei modi. Dopo poco tempo la “Shot Toys” chiuse i cancelli: quindi cessarono definitivamente le attività e le sessanta unità lavorative si trovarono senza lavoro. La fabbrica produceva proiettili per pistole giocattolo. Una storia come tante, una storia come tante in questo Sud sempre uguale. Parole al vento, licenziamenti.

Allora, è importante ricordare le lotte degli anni passati. Occorre recuperare le figure di spessore di questa provincia; bisogna recuperare l’insegnamento dei politici di opposizione al sistema. Destra e sinistra. Indistintamente.

Covelli e la sinistra monarchica

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Sinistra monarchica

Nel 1954 si tenne il secondo Congresso del Partito Nazionale Monarchico. In quell’anno Achille Lauro andò via dal PNM e fondò il PMP. Le varie componenti del partito covelliano animarono il congresso: la novità fu rappresentata dalla sinistra sociale monarchica; questa corrente minoritaria indicò una strada ben precisa. Stella e Corona era un grande laboratorio politico. La sinistra sociale presentò al congresso la mozione “Monarchia sociale e comunità nazionale”. Il giornalista Giovanni Semerano diresse la rivista d’area denominata “La Monarchia”. Pasquale Pennisi scrisse un’interessante relazione congressuale. «È la prima volta, io credo, in otto anni, che si manifesta in seno al PNM una corrente che non nasca soltanto in base a simpatie personali o per occasioni contingenti, e la quale, se inizia a manifestarsi in occasione di un Congresso, nasce da sentimenti e da convinzioni che precedono di assai la propria manifestazione, ed intende durare nell’azione ben oltre l’occasione congressuale».

La sinistra sociale criticò l’operazione Togni. In sostanza, demistificò la caccia alle streghe comuniste e contrastò l’anticomunismo esasperato. «In tale situazione di crisi nazionale il problema contingente che, dà il tema alla situazione politica, così per la parte degli uomini responsabili come per una notevole parte dell’opinione pubblica non comunista, è espresso da questa domanda: come arrestare il progressivo spostarsi del suffragio elettorale verso i partiti di Estrema Sinistra? […] il blocco, o altra forma di collaborazionismo, tra tutti i partiti anticomunisti, andrebbe completato da una serie di misure discriminatorie e repressive contro i partiti e le organizzazioni sindacali dell’Estrema Sinistra, che dovrebbero andare da una discriminazione politica a danno degli iscritti alla C.G.I.L. nell’assunzione degli operai da parte dei datori di lavoro […] a tutta una serie di norme legislative di carattere repressivo, in materia di polizia, di stampa, di elettorale, eccetera. […] Mettersi sul serio sulla via della cosiddetta operazione Togni significherebbe non soltanto accelerare quello slittamento del suffragio elettorale verso i partiti dell’Estrema sinistra cui si dice di voler porre rimedio, ma provocare in questo senso un improvviso rovesciamento di favori, e non soltanto da parte di masse ingannate dalla demagogia social comunista o rese stanche ed esasperate dalla pesantezza della situazione economica e dall’ingiustizia di quella sociale, ma anche da parte di notevoli strati della classe dirigente, che reagirebbero, in base alla persuasione che nel metodo democratico si devono osservare pulitamente le regole del giuoco ed alla convinzione che la Libertà va difesa non soltanto contro il Comunismo, ma contro chiunque tenti sopraffarla». La corrente definì l’operazione Togni «corredo reazionario di una democrazia che ha bisogno di farsi protetta perché non riesce a farsi efficace». Sinistra sociale propose l’Operazione Nazione, difese la solidarietà e contrastò le discriminazioni; in pratica s’ispirò alla tradizione monarchica italiana e lottò per la ricostruzione dell’Unità Nazionale: propose la riforma strutturale della grande industria, l’equa ripartizione del profitto comune. «Questo sosteniamo perché questo è giusto ma lo sosteniamo con maggior vigore e con maggior urgenza perché lo sostengono anche i comunisti e diciamo: che bisogna essere pronti a studiarne ed affrettare la risoluzione di questo come di altri problemi anche insieme a loro». Lavorare per i più deboli, lavorare anche con i comunisti. Analizzare le idee della sinistra, difendere gli ultimi, appoggiare le battaglie dei poveri. Nessuna divisione classista, nessun pregiudizio, apertura alle novità, modernità, unità del Paese, monarchia liberale e socialista, lotta al capitalismo reazionario. In linea di massima questo era il pensiero della sinistra monarchica.

Come si comportò Alfredo Covelli al secondo Congresso? Il politico di Bonito era un grande pensatore. Era aperto alle novità, flessibile, avanguardista, troppo avanti; ha sempre anticipato i tempi. La sua relazione fu molto interessante; dedicò parte del suo intervento al progresso sociale. «Di fronte alle istanze delle masse lavoratrici, – disse Covelli – di fronte ai problemi della miseria, della sottoccupazione, della denutrizione, noi poniamo un quesito perentorio: esiste una soluzione diversa da quella marxista? […] Noi accettiamo la lotta di classe nei limiti in cui la accettavano i nostri padri liberali: la libera agitazione dei lavorati associati per conseguire sempre maggiori miglioramenti delle loro condizioni di vita, è il migliore degli stimoli per i datori di lavoro, che vengono spronati, dalla pressioni dei loro dipendenti, a migliorare continuamente la loro produzione. […] In altri termini, noi riteniamo che la lotta di classe sia benefica solo in condizioni di normalità e di libertà generale. […] Questo Paese non può mettersi al lavoro se non con la fiduciosa e leale collaborazione di tutte le classi. […] Noi riteniamo che non sia possibile progredire verso la vita, senza un vasto, impegnativo piano di lavoro, che comporti una certa misura di osservanza di cooperazione e di disciplina da parte delle organizzazioni sindacali». Covelli propose una sorta di “progresso nell’ordine”. Ha sempre sostenuto la pacificazione nazionale e l’Unità degli italiani. Uniti per il cambiamento in un partito moderno (Partito Democratico Italiano, Costituente democratica nazionale). Un partito nazionale e democratico per superare le contrapposizioni. Progredire, migliorare, andare avanti nell’interesse nazionale. Giudicò la lotta di classe positiva soltanto in democrazia. D’altro canto anche sinistra monarchica disse la stessa cosa.

Molti elettori del PNM erano braccianti e operai. Anche mio nonno era un elettore di Stella e Corona: era un bracciante. Era un covelliano di “sinistra”. Se non avesse votato per il PNM, avrebbe scelto sicuramente l’estrema sinistra. Orbene, una fetta dell’elettorato monarchico era decisamente progressista. Nel 1972 il PDIUM si sciolse e confluì nel Movimento Sociale Italiano ribattezzato MSI – Destra Nazionale: non pochi fedelissimi voltarono le spalle a Covelli e appoggiarono il PCI e in seguito Democrazia Proletaria; possiamo definire questi votanti alla maniera di Monarchici Marxisti, di Monarchici “rossi” o progressisti. In Irpinia Stella e Corona rappresentava un’alternativa al sistema. Era un movimento atipico, né di destra né di sinistra. Un voto di protesta e proposta. Prima degli altri, avanti a tutti. La massa contadina di fede monarchica, in provincia, era dichiaratamente progressista. Molti si affidavano senza riserve al leader di Bonito. Intravedevano in lui il paladino degli oppressi. Giovanni Acocella, nel suo libro “Notabili, partiti e istituzioni in Irpinia” scrisse: «Questa caratteristica di partito alternativo coagulava, attorno ai monarchici, anche sentimenti confusi non necessariamente conservatori e moderati, ma anti DC nello spirito, superando la stessa aria di consenso naturale per quel partito». Dunque, i “sentimenti confusi” non moderati erano sentimenti progressisti e di sinistra, sentimenti anticlericali e anti democristiani.

Il viaggio elettorale di Francesco De Sanctis

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Un viaggio elettorale Francesco De SanctisVibrante, affascinante. Il Viaggio elettorale di De Sanctis è un fiume saturo di poesia: è l’Ofanto magico, un corso d’acqua ancestrale. Ho accarezzato la copertina con la mano destra l’altro ieri. Avevo appena visto in tv un servizio dedicato alla vecchia linea ferroviaria Avellino Rocchetta Sant’Antonio. I treni a vapore, la voce di Mia Martini, paesaggi desolati e remoti. Ah, com’è bella l’Alta Irpinia. Com’è bello il binario non triste; com’è bello il treno regionale non affollato.

Gennaio 1875, inverno, Irpinia, ritorno alle origini. Preme dentro di me quest’opera preziosa. La conservo. È letteratura popolare, prosa viva. Ho letto il viaggio alla maniera di un romanzo e l’ho riletto e riletto ancora. Parole dolci, stilemi dialettali, esclamazioni,vezzeggiativi. Tra le righe ho trovato un De Sanctis stanco, umano, pensieroso. Dorme poco, medita sulla vacuità della vita. «Dove sono i miei amori, – scrisse– i miei ideali? Chi mi ridà la mia giovinezza? Quando viene la morte, già molta parte di noi è morta. Moriamo a poco a poco, visti prima morire padre e madre, e maestri, e amici, e compagni». De Sanctis scrive sui fogli il ricordo dei sogni. Visioni oniriche, echi di solitudine. «Ero stanco a morte, ma il cervello non voleva dormire. Pareva una pentola che bolliva, e cacciava vapori, e i vapori si condensavano, prendevano forme varie. Sentivo parlare, vedevo in quella tenebra raggi di luce. Caso simile mi successe la prima notte nelle prigioni di Castel dell’Ovo, e molte altre volte».

Nel libro emerge un’Irpina dilaniata dalle contrapposizioni politiche; viene a galla un’Irpinia umiliata dalle lotte tra bande rivali (capozziani e soldiani). Ieri regnava la clientela e oggi regna la super clientela. Il potere cambia pelle ma è sempre lo stesso (galantuomini, democristiani, post democristiani, comunisti, post comunisti, democratici). Il letterato di Morra fu eletto al Parlamento del Regno d’Italia ma combatté contro i mulini a vento. Scelse il collegio di Lacedonia. Probabilmente i suoi discorsi furono leggermente retorici. Egli fu un antesignano degli intellettuali meridionalisti.

Il suo viaggio è una corda tesa tra il tempo perduto e il miraggio. Balconi, sguardo perso in piena notte e all’alba. Il Vulture, le cime innevate, le immagini sfocate, Melfi nascosta nel buio. E vedo con la mente Calitri la nebbiosa: il paesaggio si stende sul letto. Nebbia grigia, aria di neve, cielo cupo; le donne calitrane con lo scialle accarezzano le nuvole. Sorgerà domani il nuovo sole, il Sole di Calitri. E Bisaccia, il castello e la stanza del Tasso. E Andretta e Lacedonia. E Rocchetta… Rocchetta la poetica: serenate, canzoni, odori di Puglia. Fuochi d’artificio, Cairano in festa, Cairano senza la donnaccia, Cairano bellissima. E Teora impenetrabile e soltanto sfiorata.

È un ritorno al passato. «Date la patria all’esule». Così disse Francesco De Sanctis. E lo disse con sincerità. E lo scrisse a Virginia, a Virginia Basco in una lettera commovente. «Non so cosa sei divenuta, ignoro la tua vita; sento che in te ci dee essere ancora molto di buono, poi che ti ricordi del tuo vecchio maestro. La Virginia a cui scrivo è quella giovinetta, che mi sta sempre innanzi, con quegli occhi dolci, con quella voce insinuante, a cui l’esule raccontava le sue pene, ricordava la patria lontana. E tu commossa mi dicevi: poverino!». Sì. Diceva poverino. Ma lui scriveva, scriveva. «Scrivere mi riesce difficile, perché non metto in carta, se non dopo lungo battagliare con me, e se vengono pentimenti […], quel foglio mi pare brutto, e lo stracci e da capo». Parole stupende.

 

1976, quando Covelli aderì a Democrazia Nazionale

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Democrazianazionale[2]Non fu una scelta facile. Fu una scelta sofferta, molto sofferta. Alfredo Covelli lasciò il Movimento Sociale e aderì a Democrazia Nazionale. In fin dei conti lo sapeva: il suo progetto politico si stava lentamente disintegrando. Svanì, probabilmente, in quei giorni del 1976 il sogno della Destra Nazionale. Il MSI viveva il periodo di massimo isolamento della sua storia. Il ’76 è stato un anno orribile per la destra italiana. Alle elezioni del 20 giugno la fiamma ottenne una sonora sconfitta; in sostanza, ottenne il 2,6 per cento in meno rispetto al 1972. Molte furono le cause del flop. In quel periodo andò di moda l’infausta “caccia al fascista”: i fatti di sangue, i pestaggi e le violenze sollevarono un grido d’indignazione; l’elettorato moderato tradì il partito e la classe dirigente fallì il suo obiettivo. Gli impietosi risultati furono al centro di un’attenta analisi politica.

Il leader della corrente “Linea futura” Pino Rauti gettò ancor più benzina sul fuoco: contestò le scelte del comitato centrale e propose lo “sfondamento a sinistra”. Rauti avrebbe voluto portare il MSI su posizioni movimentiste, avanguardiste, ambientaliste. Insomma, coniugò le istanze dello spiritualismo con le tematiche sociali: si rifocillò alla fonte di Alain de Benoist. Iniziò così a sostenere il comunitarismo e il radicalismo anti borghese. La maggior parte dei giovani militanti si schierò con lui; tanti ragazzi entrarono nella corrente Linea Futura. Nacquero allora i campi hobbit e i giornali d’area. La visione politica di Alfredo Covelli, ovviamente, era radicalmente diversa da quella dei membri della corrente rautiana. Il politico di Bonito divenne l’anti Rauti della destra italiana. Egli mirava all’alternativa nel sistema; mirava alla nascita di un grande soggetto politico di destra liberale, un raggruppamento politico simile al RPR francese, alla CSU bavarese e al Partito Conservatore inglese.

La stella cometa di Giorgio Almirante, invece, era la destra radicale europea (falangisti spagnoli di Fuerza Nueva, transalpini del Parti des Forces Nouvelles); Rauti esaltava de Benoist e proponeva lo sfondamento a sinistra. L’irpino Covelli, invece, sostenne l’esigenza di costruire una Nuova Destra totalmente differente dalla Nouvelle Droite di Alain de Benoist.

Covelli era il punto di riferimento dei moderati, nonché l’intellettuale di spicco della destra italiana d’ispirazione anglosassone. Secondo il giornalista Fabio Torriero, il politico di Bonito è simile a Cavour: è italiano di nascita ma inglese di adozione. La destra covelliana è costituzionale, democratica, liberale. Covelli rivalutò la Destra Storica, Burke, Prezzolini, il liberismo. Egli avrebbe voluto spostare il MSI-DN sulle posizioni del Partito Conservatore britannico. Il MSI-DN covelliano avrebbe certamente costituito una ventata di novità all’interno dello scacchiere politico. Da una parte c’erano l’alternativa e lo scontro frontale; dall’altra un progetto effimero e concreto allo stesso tempo. E in mezzo Almirante.

Erano tre tipi di sogni differenti. La realtà era tremendamente diversa. Quello era il tempo del compromesso storico. Per Nicola Rao, il MSI del 1976 era diviso in tre aree ben distinte. C’erano i neo fascisti (rautiani), i “fascisti” (almirantiani e, inizialmente, i membri Destra Popolare di Massimo Anderson) e gli afascisti (democrazia nazionale). Allora, i membri di Democrazia Nazionale erano afascisti perché avevano superato le secche del passato. Ma senza rinnegarlo. «In Democrazia Nazionale – dice Ernesto De Marzio – ci fu una totale fuoriuscita ideologica e programmatica dal fascismo. Ma non fu un ripudio. Il fascismo per noi era un fenomeno chiuso, ma non negativo. Dicevamo che era un’esperienza conclusa, ma non sbagliata. Mi sono sempre rifiutato di ripudiarlo. Se non sei più d’accordo con le idee di tuo padre, è giusto non seguirlo più, ma non per questo hai il diritto, tanto meno l’obbligo, di sputargli addosso, come invece mi sembra sia successo a Fiuggi… La nostra trasformazione ebbe un’incubazione lunga e travagliata. Durò almeno sette anni. E passò attraverso la lettura di molti testi e un’innumerevole serie di dibattiti e discussioni, anche violente. Non è stata decisa in quattro e quattr’otto… Si parlava di Tocqueville e Mosca, di Burke e di Evola. […] Senza parlare del fascismo, insomma, dichiarammo che accettavamo i principi liberaldemocratici, aggiungendovi dei connotati di destra. Purtroppo la nostra iniziativa fu sfortunata».

Qualche giorno prima della riunione del comitato centrale del 10 ottobre, gli onorevoli De Marzio, Nencioni e Roberti scrissero una missiva indirizzata al Presidente del MSI Alfredo Covelli. I tre politici annunciarono al Presidente la nascita di una corrente moderata denominata “Democrazia Nazionale”. «Caro Covelli – così inizia la lettera – come ti è ben noto, dopo il 20 giugno si è determinata nel partito una situazione di frattura, che ha praticamente distrutto il carattere unitario che fino allora aveva informato la linea politica e l’organizzazione del MSI-DN. […] Venuta meno così l’unità del partito, sono sorte ovviamente le correnti: quella di Rauti, di linea futura, una nostra, in via di costituzione, e di fatto, quella del Segretario del Partito con la sua maggioranza. Tale diversa fisionomia del partito, rende impossibile ovviamente che il Congresso (deciso prima che questa situazione si determinasse) possa svolgersi con criteri, sistemi, regolamentazioni di un Congresso unitario, così come si erano svolti i due precedenti…». L’8 ottobre Covelli si recò da Giorgio Almirante per discutere della situazione politica all’interno del MSI-DN. L’irpino perorò la causa del rinvio della riunione del Comitato Centrale e del regolamento. In fin dei conti troppe cose erano successe. Ma Alimirante e il Comitato Centrale ricacciarono decisamente la richiesta. L’istanza di Covelli fu respinta con 122 voti contro 42.

«In questo 1976, insomma – scrive Nicola Rao nel libro La fiamma e la celtica – da una parte c’è Rauti – sempre più egemone nel mondo giovanile – che spinge verso sinistra, dall’altra ci sono molti dirigenti stanchi della violenza diffusa e dall’ambiguità almirantiana, che premono verso il centro e chiedono una definitiva fuoriuscita dal ghetto. Almirante, temendo una doppia spaccatura, si irrigidisce e sceglie il male minore: quello di perdere per strada un pezzo del vertice piuttosto che la quasi totalità dei giovani e della base. Così torna sulle posizioni dell’alternativa al sistema e respinge le richieste di far slittare il congresso del gennaio 1977, avanzata da De Marzio. A quel punto la rottura è inevitabile. Nel dicembre 1976 escono dal partito 17 deputata su 35 e 9 senatori su 15». Nacque, così, Democrazia Nazionale.

Il politico di Bonito lasciò, quasi controvoglia, il MSI-DN e aderì al nuovo soggetto politico denominato Democrazia Nazionale – Costituente di Destra. Tuttavia non c’erano altre scelte. La destra italiana era praticamente divisa e una parte della classe dirigente aveva abbandonato il MSI. L’irpino, prima di lasciare il partito, scrisse una lettera di dimissioni dalla carica di presidente rivolta ad Almirante. «Caro Almirante, – scrisse Covelli – al punto in cui sono giunte le vicende del Partito, dopo la drastica decisione presa ieri dall’Esecutivo, non posso che registrare la definitiva totale vanificazione di tutti i miei tentativi, di tutte le mie speranze. Ho creduto fino all’ultimo che si potesse salvare l’unità, convinto che questa valesse qualsiasi sacrificio. Mi sono purtroppo sbagliato: ne sono profondamente amareggiato. In queste condizioni non mi sento più a mio agio nel Partito che insieme a te avevo contribuito a rifondare in uno spirito unitario e di pacificazione che i nostri avversari avevano invidiato: non mi sento più a mio agio nel Partito che gradualmente ad opera dei tuoi più stretti collaboratori si è andato allontanando dalle posizioni che erano state fissate nel Congresso Nazionale del 1973. Pertanto ti prego di prendere atto delle mie irrevocabili dimissioni. […] All’indomani delle elezioni politiche del 1976 alcuni parlamentari e dirigenti di partiti si sono organizzati in corrente con l’intento di indurti a scegliere fra le posizioni estremistiche sostenute fuori e dentro la cerchia dei tuoi amici e quelle ispirate ad una ortodossa interpretazione degli impegni assunti all’atto della costituzione della Destra nazionale. Pur sentendomi vicino alle posizioni della corrente “Democrazia Nazionale”, ritenni che un Presidente del partito avesse il dovere di evitare che il contrasto producesse effetti laceranti. Per questo ti esortai a rinviare di una settimana il Comitato Centrale che avrebbe dovuto discutere il regolamento congressuale: il rinvio, a mio parere, avrebbe dovuto essere utilizzato per tentare un accordo con gli amici di Democrazia Nazionale. […] Ti confermo che non ero al corrente della decisione dei deputati di “Democrazia Nazionale” di entrare nella Costituente di Destra, accettando l’invito di quella organizzazione per la costituzione di un gruppo parlamentare autonomo. Prescindo dalle valutazioni formali e, riferendomi a un giudizio di merito, ritengo che quei deputati, aderendo alla Costituente di Destra, abbiano inteso, come hanno poi spiegato, riaffermare la loro convinzione circa la validità della scelta irreversibile del sistema costituzionale italiano, sistema di libertà e di democrazia. Al tuo posto li avrei inseguiti, sissignori, li avrei inseguiti, per un’ultima amichevole spiegazione e per un’ultima amichevole contestazione, sempre con l’intento, fors’anche disperato, di salvaguardare l’unità del Partito: penso ancora oggi che sarebbe stata vieppiù nobilitata la tua funzione, sia che il tuo tentativo avesse sortito esito positivo, sia che avesse sortito esito negativo. […] Ti prego di credere che la mia decisione è accompagnata da profondo rammarico, posso dire da sincero dolore; non si possono dimenticare, infatti, nel momento del commiato, tanti amici con i quali si è combattuto assieme in una difficile ed esaltante trincea. Continuerò la mia battaglia come e dove potrò, con i sentimenti e gli ideali per i quali e con i quali ci siamo incontrati: sentimenti ed ideali che se professati e sostenuti in buona fede, non potranno, io credo, io spero, non farci incontraci ancora».

Arrivò così la scissione e la corrente divenne un partito: nacque Democrazia Nazionale. Uno dei principali protagonisti fu l’onorevole Raffaele Delfino, l’autore del libro intervista Prima di Fini. Alfredo Covelli, Achille Lauro e tanti altri monarchici entrano immediatamente nel partito. Massimo Anderson e i membri della sua corrente Destra Popolare aderirono in un secondo momento. Democrazia Nazionale fu un esperimento intrigante e inconcludente allo stesso tempo. Fu la prima formazione italiana di centrodestra. I leader del movimento sostennero le tesi del neoliberismo. Furono organizzati anche molti convegni interessanti: presero parte agli appuntamenti alcuni economisti importanti. Insomma, fu una vera rivoluzione copernicana. Alfredo Covelli mise in evidenza le sue teorie nel corso di numerosi appuntamenti politici. Vagheggiò la genesi di una Nuova Destra funzionale al gioco politico. «I partiti – disse ad Avellino – o sono funzionali al sistema o finiscono fuori gioco». Appunto il MSI – DN era finito “fuori gioco”; o meglio, non era mai entrato in partita.

Il MSI perse la metà della classe dirigente ma non la base: alle elezioni politiche del 1979 recuperò i suoi voti e Democrazia Nazionale fu spazzata via dalla scena nazionale. Covelli non riuscì a esser nuovamente rieletto in parlamento e concluse la sua importantissima esperienza politica. In Irpinia andò in scena uno scontro durissimo nelle elezioni amministrative. La fiamma allestì in tutti i comuni le liste di partito. I missini cercarono in tutti i modi di recuperare il consenso perso. Ebbene ci riuscirono. Ovviamente a discapito dei candidati demo nazionali.

Concludo con una considerazione di Domenico Mennitti. Il politico pugliese non aderì a Democrazia Nazionale e rimase nel Movimento Sociale. A distanza di tanti anni ha rilasciato una dichiarazione in riguardo della scissione del 1976. «Pur non avendo aderito a Democrazia Nazionale, – dice Mennitti – oggi, dopo tanti anni posso dire che fu un tentativo giusto, ispirato da motivazioni condivisibili. Ma era sbagliato il momento. In quegli anni non serviva un altro partitino che si aggiungesse ai numerosi satelliti già esistenti intorno al grande patto Dc-Pci del 1976-79. Elettoralmente era molto più utile, e Almirante lo capì appieno, un forte movimento di destra radicale, caratterizzato da una militanza dura e che svolgesse un forte ruolo di opposizione. A questo occorre aggiungere che Rauti si era spostato su posizioni di sinistra ed era l’unico che portava avanti tesi affascinanti per i giovani. In un momento in cui i nostri ragazzi non riuscivano a mettere piede nelle scuole, nelle università, in cui i morti di destra si contavano a decine, i valori ispirati da Rauti erano gli unici che potessero affascinare i nostri militanti».Egli reputa giusta la svolta; tuttavia crede che sia stata compiuta in anticipo rispetto alla tabella di marcia della storia. In parte, reputo che sia vero. Differisco, leggermente, soltanto sul giudizio in merito a Pino Rauti. Certo, Rauti ha affascinato la gioventù più degli altri dirigenti del partito; ciò nonostante Covelli era già negli anni ’70 “troppo avanti”. Le tesi di Covelli, condivisibili o meno, ammaliano ancora oggi. Forse più di ieri.

 

Se tornasse Arturo De Masi…

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Arturo-De-Masi-1985

Ieri mattina ho ritrovato il ricordino di lutto del grandissimo sindaco Arturo De Masi. Ho scorto il suo viso ed ho pensato alla gloriosa Colomba. Ho aperto un vecchio cassetto ed ho visto i segni del passato sepolto. Sul retro del ricordino c’è una frase: «Restano i sentimenti che generò. Ed allora quest’uomo vivrà per sempre su questa terra. 6 marzo 1988». Sì. Quest’uomo vivrà per sempre. Arturo è morto troppo presto. Egli avrebbe dovuto amministrare Manocalzati per altri dieci anni. Se avesse vinto le elezioni comunale del 1985 avrebbe rimodellato il paese; avrebbe portato a termine la sua rivoluzione popolare e avrebbe combattuto contro la partitocrazia. E fantastico. Sicuramente avrebbe salutato con affetto la discesa in campo di Berlusconi nel ’94; nello stesso tempo avrebbe simpatizzato per il Front National di Jean Marie Le Pen.

Forse adesso Arturo si sta rivoltando nella tomba. Una motosega ha falciato i tronchi dei suoi amati pini. Acquistò gli alberi al vivaio Mari di Fiuggi. «Voglio abbellire il mio paese». Così disse. Oggi avrebbe pianto, avrebbe imprecato, avrebbe fermato lo scempio. Manocalzati è amministrata non bene e il dibattito politico si è spento. La Colomba è soltanto un ricordo. È vero. Com’era bella la Colomba, com’era pulita: era il partito dei “senza partito”, il partito della libertà. Credo che il bianco logo abbia rappresentato la pagina più bella della vita amministrativa della comunità. Occorre assolutamente riprendere il discorso interrotto nel 1985. È necessario ripensare al tempo perduto per mettere ordine, per ripristinare le sane rivalità smarrite. Il civismo degli anni ’50 merita una rivalutazione.

Certo, oramai è tempo di bilanci. Tanto è cambiato, sfortunatamente la situazione è ingarbugliata. Però c’è un piccolo margine, uno spazio vitale. La politica ha bisogno delle idee, delle proposte, dei valori. Il nuovo civismo germogliato a Manocalzati appare sterile. Gli slogan fragili abbattono le utopie. Non c’è la tradizione dietro i colorati simboli del presente, non c’è una chiara impostazione ideologica. Proprio così. E il “nuovo” degli ultimi quindici anni puzza di vecchio e di conformismo.

Arturo De Masi è stato un grande politico, un ottimo stratega, un protagonista indiscusso. Avrei voluto candidarmi con lui; avrei voluto essere il suo collaboratore di fiducia. Achille Lauro ha potuto contare sulla fedeltà di Gaetano Fiorentino. Sarei stato il “suo” Fiorentino. Vorrei vedere Arturo soltanto per un minuto. Vorrei dirgli: «Sei stato il miglior sindaco della storia di Manocalzati». Tanta gente ha rinnegato e la Colomba è sepolta tra le macerie di un paese da ricostruire.

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