Bruno, il sindaco giusto di Montefalcione

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In un sabato qualunque, di mattina, al cimitero di Montefalcione. Capita sempre la visita al cimitero di sabato mattina, con l’aria gelida e il sole pulitissimo. Con il cappello di lana, la sciarpa, i guanti perché fa troppo freddo. Passi lenti. L’inverno, prima o poi, finirà. In una di quelle mattine di sabato, di un sabato anonimo eccomi in mezzo alle tombe; guardo e cammino e questa lapide non la ricordavo… davanti a me c’è una lapide particolare: un uomo e una donna insieme. C’è una foto e l’uomo e la donna sono abbracciati; leggo Tommaso Bruno e Alfonsina Noviello, soltanto questo e non ci sono date di nascita e di morte. Guardo con attenzione la foto, scruto i lineamenti dell’uomo, un volto scavato, uno sguardo fiero e poi quelli della donna, un sorriso di tanto tempo fa. Non sono solo, con me Pellegrino La Bruna e domando a lui conoscevi Tommaso Bruno? «Sì» Dice. «Era un’istituzione in paese, un Sindaco con la S maiuscola, un signore». Sotto la lapide, una tomba: è quella di Ottone, il figlio di Tommaso.

All’uscita del cimitero, lungo la strada poi a destra nei pressi del giardinetto: in questo giardinetto c’è un busto che giace solo da tanto tempo in mezzo al verde. Una scritta “Tommaso Bruno”. Un busto in ricordo di una persona che non c’è più e penso… com’è strano il destino dell’uomo… ci sei per poco tempo e dopo scompari, se ti va bene diventi sindaco del tuo paese, amministri per qualche annetto, lo fai in modo dignitoso, poi togli il disturbo e qualcuno si ricorda di te e ti fa anche una statua e il tempo passa, il ricordo si fa fioco fioco e le nuove generazioni non possono sapere tutto, non possono conoscere la storia locale: non hanno nessuna voglia di conoscerla. Si fa vedere qualche ragazzo per qui intorno e non nota nemmeno un busto di tanto tempo fa. Tutto scorre inesorabilmente.

Per le strade di Montefalcione, lungo via Aldo Moro e la piazza. Un caffè, quattro chiacchiere con chi passa. E passa sempre qualche amministratore locale di vecchia data, distino, vestito bene. Solitamente scambio qualche parola e oggi ho voglia di parlare di quel sindaco anni ’60 e ho notato una cosa: gli amministratori di Montefalcione, quelli che hanno già dato, sono riflessivi, critici, guardano con interesse lo scenario attuale. Hanno già dato, certo, ma erano altri tempi. Non usano giri di parole per contestare la situazione politica nazionale. E sì, erano altri tempi e uno come Masino (così lo chiamavano i suoi concittadini) oggi avrebbe trovato difficoltà… perché non lo vedo nel contesto attuale: uno così, diciamo serio, no no, avrebbe trovato difficoltà, altro che. L’antipolitica nasce contro la classe dirigente attuale, gli antipolitici dicono spesso “meglio prima di adesso”. C’era molta più serietà prima, l’impegno amministrativo come missione, pure da noi.

A Montefalcione persisteva una sorta di mito nei confronti di Tommaso Bruno. Così dicono in giro. Oggi si avverte sottilmente. Una celebrità locale della politica apparsa sulla scena e scomparsa subito dopo. Un po’ come Emilio Ruggiero. Giusto un poco perché dicono qui che Masino non può essere paragonato a nessuno. Basta vedere alcune fotografie in bianco e nero. Eppure era “democristiano di provincia”, tanto basta per metterlo nel dimenticatoio; ma ci sono democristiani e democristiani. Un uomo umile, onesto, attento ai più deboli. Così me l’hanno descritto le persone che l’hanno conosciuto. Della serie: i politici di una volta erano di un’altra razza, più umani, meno arraffa consenso, di pane, semplici, giudiziosi, più attenti al bene comune.

Per la strada tutti fanno i paragoni tipo “vuoi mettere un Berlinguer con uno di oggi? Che so, un La Pira, un Aldo Moro, magari anche un Almirante”. Così anche per la politica locale. Vuoi mettere un Tommaso Bruno con uno di oggi? Per l’amor di Dio, non è possibile. Quelli sì che lavoravano per le comunità. Perché oggi manca lo stile, la sobrietà, c’è troppa voglia di protagonismo. Questi sono i tempi degli uomini soli al comando, dei decisionisti esagerati e gonfi di ego. Il sindaco Bruno, secondo i suoi vecchi sostenitori, era un tipo che amava il dialogo, la collegialità, amministratore quasi silenzioso, non legato al culto dell’immagine, lontano dalle manie di protagonismo. La classica figura del padre di famiglia. Uno così ancora oggi è rimpianto.

Più si va avanti più si perde il senso della misura, più ci allontaniamo da noi; più si va avanti più rimpiangiamo il passato perché oggi te lo fanno rimpiangere, il passato. Perché prima c’era un altro modo di fare politica, sarà che prima non c’era tutto questo benessere che c’è oggi, sarà per tante cose. Fatto sta che oggi, 2017, uno come Masino farebbe ancora la sua bella figura, farebbe un figurone. Oggi si fa politica in modo diverso e tutto è cambiato, in peggio ovviamente.

Sindaco DC dal 1966 al 1969 e dal 1971 al 1974. Iscritto alle ACLI, Bruno era benvoluto da tutto il paese. «Il 2 luglio 1966 – scrive il professore Fausto Baldassarre in “Montefalcione 1956 – 2006 mezzo secolo di vita amministrativa – viene convocato per determinazione del Commissario Prefettizio il Consiglio Comunale, che elegge con voti 17 il sindaco Tommaso Bruno, che sarà in carica fono alle dimissioni deliberate dalla Giunta Comunale in data 10 dicembre 1969».

Scomparso prematuramente nel 1974, il sindaco fu commemorato da tutta la popolazione: il 12 maggio lutto cittadino in paese. Fu successivamente ricordato in consiglio comunale. «Tommaso Bruno – dice Giuseppe Polcaro nella seduta del 9 giugno ’74 – fu uomo giusto, padre esemplare, amministratore onesto e saggio, l’amico caro di tutti i Montefalcionesi… non conosceva né faziosità né cattiveria; col suo fare ha saputo dare al paese quella pace e quella tranquillità da tutti tanto desiderata… Bruno Tommaso è stato compianto da tutti perché non aveva nemici… il suo nome lo collochiamo nell’albo d’oro degli uomini umili di Montefalcione». Nella stessa seduta prende la parola anche l’onorevole Nicola Mancino «il quale […] propone che venga nel cimitero a spese del Comune, posta una pietra tombaria per le spoglie di Tommaso Bruno ed eretto un piccolo busto, che venga intestato il campo sportivo “Tommaso Bruno”».

Chiedo ancora notizie a Pellegrino La Bruna. I ricordi dei primi anni ’70, le giornate estive di tanti anni fa e quella macchina per la strada che porta a Montefalcione. Eccolo è lui e lui salutava e poi suonava il clacson. Magro, con il sigaro, chiamato affettuosamente Masino. Un sindaco del passato, generoso, rispettoso dell’altro, sempre presente, disponibile, impegnato per la sua comunità, pronto a dare una mano a tutti. Amministratore vecchio stampo, vecchia scuola.

La storia della vita, come un lungo filo. La storia, interrotta sul più bello. La tragica fine. Era legato a sua moglie, a un amore magico e insostituibile, un amore raro, di quelli che non trovi in giro così facilmente. E oggi sono insieme, nella lapide scolpita, nomi uniti per l’eternità e una fotografia, un abbraccio e il profilo dei monti, e mi sono chiesto chissà dov’erano ma poco importa. Una fotografia, lasciata lì per i passanti.

Rassegna stampa

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Ho inserito tre articoli dedicati al mio libro

Il Mattino, 20 marzo 2014

 

 

 

 

 

 

 

Il Mattino, 20 marzo 2014

 

Il  Corriere dell'Irpinia, 15 marzo 2014

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Il Corriere dell’Irpinia, 15 marzo 2014

articolo8pag

 

 

 

 

 

 

 

Ottopagine, 18 marzo 2014

Racconti

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Questa storia è inventato. Ho preso spunto dai racconti di mio zio Goffredo Perone e dalla sua passione per la squadra del Cagliari. Con la mano mi ha indicato i luoghi ritratti in una piccola fotografia. Davanti a me s’è schiusa la Sardegna aspra degli anni ’70: i colori abbaglianti e sbiaditi raccontano al tempo le gesta di una gloriosa estate. Un cartello indica in modo perentorio una località di mare; sulla sinistra c’è un bar. Sullo sfondo è riprodotta una vecchia vespa.  Ed è facile immaginare l’atmosfera di quarant’anni fa: è più semplice ancora ascoltare le cicale e il suono di un vecchio mangiadischi. Provo ad immaginare. E in quel preciso istante ho guardato la pioggia fitta di Tufo. Di là dalla finestra s’è dipanato il tempo di febbraio. Negligentemente ho ripreso l’istantanea. Mi sono rifugiato nuovamente nei miei miraggi ed ho desiderato ardentemente vivere quel tempo non vissuto. Così dinanzi a ma s’è aggomitolato un caldo pomeriggio isolano…

Avellino CagliariUNA MAGLIA, UN MIRAGGIO, UNA PARTITA

Dopo quel viaggio la mia vita è cambiata. Ricordo ancora bene le strade, il sole abbagliante e il tepore sconsolato della Sardegna selvaggia. Approdai sull’isola nel luglio del 1981 e rimasi incantato dalla sconcertante bellezza. Quando portai le mie valige all’intero dell’albergo pensai istintivamente a Manocalzati. Il mare solcò una linea immaginaria tra il presente e le mie origini. Di là dalle onde, nel paesello continuò la lotta politica. Subito dimenticai le battaglie, i manifesti e le parole vane. Incontrai nella hall una donna similare a Joan Fontaine con la passione per il Cagliari calcio: mi chiese una sigaretta. Il jukebox profuse nell’aria la canzone “Luna” di Gianni Togni e captai una sensazione irreale. Andò via e non la vidi più. La cercai vanamente ma non la trovai. Pertanto rincasai sconsolato e con una coscienza diversa.

Iniziai ad appassionarmi ai colori rossoblù senza un motivo preciso. A tal punto non sostenni più l’Avellino e andai poche volte allo stadio. Divenni l’unico tifoso dei quattro mori in paese e siffatta singolarità calamitò l’attenzione dei miei amici: nel bar San Marco commentai insieme con loro le azioni di gioco trasmesse dalla televisione; così le domeniche scivolarono senza un sussulto. Sognai quella figura incontrata in estate e vagheggiai un ritorno in terra sarda. Però indugiai e lasciai precipitare la smania. La scrutai nei riflessi dell’acqua e nei tratti dei tramonti. Pertanto formò una figura celestiale e irreale. La depredai dei connotati terreni e la dipinsi come un’icona mistica. L’unico appiglio era il Cagliari: mi appassionai a questa squadra per il ricordo sopito. Nello stesso periodo continuai ad animare la sede del partito e partecipai come spettatore ai consigli comunali. In sostanza coltivai le mie passioni e non ci furono sussulti degni di nota.

Il 9 maggio del 1982 il Cagliari giocò ad Avellino per la penultima giornata di campionato. Mi svegliai con una sensazione strana. Avevo appena sognato un luogo fantasioso baciato dagli abissi. Guardai fuori la finestra e intravidi il grigio plumbeo di una primavera eccentrica. Andai a comprare un giornale sportivo e ispezionai la prima pagina dedicata alla morte di Gilles Villeneuve avvenuta a Lovanio durante le prove del Gran premio del Belgio; sfogliai le pagine e trovai le notizie della serie A. Decisi in quel modo di acquistare un biglietto. Con la mia automobile giunsi nei pressi del botteghino e comprai un tagliando per il settore ospite.

Mangiai poco. Osservai le immagini del telegiornale dedicate al pilota: la salma fu condotta all’interno di Boeing 707 diretto in Canada. Cambiai canale subito dopo e lasciai la mia stanza. Giunsi nei pressi della Curva Nord alle ore 13:50: m’incamminai verso l’ingresso e fui travolto dal calore dei tifosi sardi. Un mare di bandiere e tamburi pervase il mio immaginario. La vita si aggomitolava in tutto il suo splendore. Trovai un posto in alto e accesi una sigaretta. All’improvviso venne a piovere e mi riparai con l’ombrello. Lo speaker annunciò le formazioni. L’Avellino schierò Tacconi, Rossi, Giovannelli, Tagliaferri, Pezzella, Di Somma, Piga, Piangerelli, Juary, Vignola e Facchini; il Cagliari allineò, invece, Corti, Lamagni, Azzali, Restelli, De Simone, Loi, Osellame, Quagliozzi, Selvaggi, Marchetti e Piras. L’altoparlante emanò nell’aria la sigla “Yellow sub marine” e tutto lo stadio sostenne i lupi. I padroni di casa erano già salvi, agli ospiti bastava un pareggio. Le maglie verdi andarono a salutare la Curva Sud; quelle bianche si limitarono al riscaldamento.

Il Cagliari andò il vantaggio all’undicesimo minuto del primo tempo grazie ad un missile di Selvaggi. Il gran gol mandò in estasi i tifosi isolani. Il calciatore esultò e abbracciò i compagni. Istintivamente battei le mani per la grande prodezza. Ammirai inoltre la classe di Marchetti: vidi dal vivo le fini giocate dell’atleta e apprezzai la forza e lo stile. L’Avellino pareggiò con Juary. Però non ci fu nessun giro di bandierina: il brasiliano andò soltanto sotto la Tribuna Terminio. Quello fu l’ultimo centro con la casacca verde prima di passare all’Inter.

Il secondo tempo si aprì benissimo per i sardi. Piras realizzò un gol rocambolesco e in seguito a ciò il lupo aizzò bandiera bianca. Dopo una decina di minuti Marchetti offrì con contagiri un pallone a Selvaggi ma Tacconi uscì rovinosamente sul numero nove. Ma non finì così: all’ottantacinquesimo il solito Marchetti scaraventò in porta un bolide al limite dell’aria di rigore. In seguito arrivò anche il quarto gol. Lo siglò Selvaggi a tempo scaduto.

Quando l’arbitro Longhi di Roma fischiò la fine del match scoppiò la festa nel mio settore. Il Cagliari era salvo e gli atleti con il mister Carosi si diressero sotto la Nord. Percorsi in fretta i gradoni e scesi giù a ridosso del cancello. Un calciatore lanciò una maglietta e fui capace di afferrarla: perciò acclamai le gesta della squadra. Poi, improvvisamente, scrutai una sagoma. Fu un miraggio, forse. Tra la folla intravidi i lineamenti di quella donna incontrata in Sardegna. Rimasi in silenzio per un paio di minuti con la maglia in mano. Dentro di me i pensieri contrastanti si mischiarono. Era lei? Chissà. Pensai alla poesia di TrilussaStella candente” e mi allontanai mestamente. È meglio immaginare un’utopia piuttosto che afferrarla…

Arturo De Masi, il sindaco del popolo

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Arturo De MasiArticolo pubblicato sul quotidiano “Il Sannio”

Il ricordo di Arturo De Masi nel venticinquesimo anniversario della scomparsa.

La storia delle comunità locali è segnata profondamente dai sindaci. Il passato ritorna in auge con la riscoperta dei primi cittadini. Portare di nuovo all’attenzione della civiltà odierna esempi oramai andati in soffitta è una missione a dir poco arguta: il tempo cancella ogni frammento di memoria. Tuttavia è giusto provarci.

Certamente la figura politica del compianto Arturo De Masi, sindaco di Manocalzati dal 1965 al 1985, merita interesse per una serie di motivi. Ricordalo oggi è doveroso: l’otto marzo è sceso il venticinquesimo anniversario della sua scomparsa; andò via da questa terra in una piovosa giornata e lasciò tutti sbigottiti. Oggi il suo operato risiede nelle nuove generazioni che si sono avvicinate alla politica e il suo modo di amministrare è ancora rimpianto. Forse inconsciamente la nostalgia del passato preme forte, raffigura scenari attualmente irrealizzabili e improponibili; è un desiderio rivolto al trascorso, perciò anacronistico.

De Masi fu un sindaco atipico, non omologabile agli altri colleghi del periodo perché fu uno dei pochi sindaci di destra in Irpinia nel periodo d’oro della Democrazia Cristiana. Per questa peculiarità indubbiamente raffigurò un’alternativa credibile: fu un sindaco “novecentesco” fortemente radicato nella cultura del dopoguerra con uno stile eccentrico.

Tutto iniziò nel 1965 con la vittoria contro l’esponente democristiano Benedetto Tirone; la lista civica “Colomba” ideata e portata avanti da Arturo De Masi conquistò la maggioranza all’interno della comunità di Manocalzati. La Colomba prese spunto probabilmente dall’idea della libertà e in un certo senso si trattò di “civismo maturo”, orientato alla risoluzione dei problemi senza etichettature di potere.

Manocalzati ha assunto la morfologia che conserva adesso grazie al lavoro delle amministrazioni della Colomba.

Il sindaco amava in modo viscerale il Sannio e l’Irpinia e lavorava come geometra nel settore tecnico del Corpo Forestale di Benevento.

Nel 1966 ideò e realizzò il Monumento ai Caduti e contribuirono economicamente anche gli emigranti degli Stati uniti d’America con un fondo istituito per l’occasione. “Un ponte ideale con l’America, il monumento di Manocalzati, così scrisse il “Tempo” il venti giugno 1966.  Fu inaugurato il 9 giugno e parteciparono all’evento il console americano Homer Morrison Boyington, il prefetto d’Avellino e i rappresentanti delle associazioni combattentistiche.

Il 1969 fu l’anno della visita del poeta e scrittore statunitense John Ciardi, d’origine manocalzatese; in quell’occasione gli fu data la cittadinanza onoraria e fu installata una targa commemorativa con una poesia sul paese ancora oggi ben visibile nell’ex casa comunale. Le foto in bianco e nero descrivono meglio delle parole il momento vissuto; sembrano sprazzi di vita già visti nei film di Germi e di Risi e nelle commedie hollywoodiane. Due mondi contrapposti, accomunati dalle origini e dalla terra madre. Si rinnovò il gemellaggio simbolico con i “Paisà”, accompagnato da una banda musicale e dalla presenza della gente del posto.

De Masi ha adorato profondamente gli Stati Uniti ed ha ininterrottamente cercato nel corso della sua lunga esperienza amministrativa di allacciare contatti con i manocalzatesi d’oltre oceano; questa tipicità ha caratterizzato le idee e le proposte in un periodo tutto sommato felice e spensierato. Fu realmente imponente, poiché mantenne unito il paese grazie alle sue iniziative rivolte al dialogo. Guidò il comune animato da un ottimismo contagioso; tutti i suoi progetti furono contraddistinti dalla volontà di superare i contrasti in nome del bene comune.

Altra epoca, altri orizzonti, il sindaco fu una sorta di padre di famiglia per la comunità; incarnò bene le caratteristiche del classico uomo del sud: generoso, pacificatore e tollerante. Nelle sembianze ricordava gli attori del cinema a stelle e strisce, quello dei tempi andati. Nei paesi meridionali negli anni della contestazione si è respirata un’aria distesa lontana dai tumulti delle barricate. Anche a Manocalzati ciò è stato possibile e la presenza di De Masi ha accentuato ancor di più quest’aspetto. Il sindaco della gente, Arturo De Masi, riuscì nell’obiettivo di essere amato da tutti: regalava gelati ai più piccoli e risolveva i problemi dei cittadini sempre con il sorriso sulle labbra. Era affezionato molto ai torroni di San Marco dei Cavoti e li donava agli amici in segno di rispetto, inoltre aveva ottimi rapporti finanche con la minoranza.

Nelle campagne elettorali inventava sempre nuovi motti e nuovi slogan. “Mangia oggi con chi ti offre da mangiare, che domani non ti vota!” simboleggiava la fugacità dei rapporti e “Un buon politico coltiva prima il nemico e poi l’amico” rappresentava il suo operato. La canzone che accompagnò i suoi comizi fu “Vola Colomba” di Nilla Pizzi; anche nella scelta del brano si mantenne coerente con le sue idee e innegabilmente s’identificò a pieno con le parole. Negli anni settanta ci fu una grand’espansione del settore artigianale: aumentarono le botteghe dei batti ferro e degli impagliatori, ora scomparse. Il sindaco ipotizzò anche l’area PIP nella zona di San Barbato; la sua lungimiranza politica si spinse fino all’ideazione di un polo gastronomico; nel 1982 progettò una rassegna culinaria con lo scopo di sostenere l’Aglianico. De Masi salì alla ribalta della cronaca nazionale per l’alto numero di denunce ricevute e nonostante sia sempre stato assolto di lui si sono interessati quotidiani nazionali come “Repubblica”.

L’incantesimo con il popolo si spezzò nel 1985. Il medico democristiano Vittorio Ciampi riuscì a batterlo dopo tanti anni di potere incontrastato e Manocalzati cambiò rotta. Gli avversari acerrimi accusarono il sindaco di negligenza: infatti, indirizzarono le loro critiche sulla mancata elargizione dei fondi stanziati dalla legge duecentodiciannove. Lo stesso De Masi ripropose la volontà di ridisegnare il paese sul modello di quelli svizzeri. Forse non fu più capito dalla gente, probabilmente non riuscì più a cogliere il passo con la modernità, quasi certamente non seppe affrontare al meglio il dopo terremoto. Nell’ultimo periodo riuscì in ogni modo ad organizzare eventi importanti. All’inizio degli anni ottanta a Manocalzati arrivò Giorgio Almirante; il leader del Movimento Sociale Italiano donò alla comunità irpina un box casa da adibire a spazio pubblico nell’attesa della ricostruzione. I sostenitori del sindaco richiamano alla mente spesso l’episodio in occasione delle rimpatriate e ciò alimenta la nostalgia verso un periodo importante.

Arturo De Masi, come detto, morì l’otto marzo del1988 e quel giorno l’emittente locale Telenostra, allora guidata da Pasquale Grasso, dedicò un ampio approfondimento sull’esperienza politica d’Arturo De Masi. “Se n’è andato un sindaco storico”, così commentarono i giornalisti irpini; e realmente si chiuse un’epoca. Dal 1985 al 1995 la Democrazia Cristiana rivinse le elezioni comunali grazie alla forza d’urto dei vertici del partito. Certo, ancora oggi si avverte la sua assenza, indiscutibilmente ha lasciato un segno profondo nella politica irpinia e il suo esempio non andrà mai via dalla memoria di quelli che hanno avuto la fortuna di conoscerlo.

Inglese? No, irpino!

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Il movimento culturale “Viva Franceschiello!” e il gruppo giovanile Nps Noi Sud organizzano un corso di grammatica irpina.

 

 

 

Le lezioni saranno tenute dal professore Aniello Russo e si svolgeranno all’interno della sede di Nps Noi Sud sita ad Avellino in via Fratelli del Gaudio.

 

 

 

Il corso è rivolto a tutti gli appassionati delle tradizioni locale, avrà cadenza bisettimanale ed inizierà Venerdì 13 aprile alle ore 19.00.

Caro blog…

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Caro blog torno a scrivere. Siamo oramai alla conclusione del 2011: un nuovo anno è alle porte. Ovviamente non cambierà nulla. Tutto filerà liscio come sempre.

Sono saturo di tutto ciò. Ed effettivamente caro blog voglio tracciare un piccolo bilancio. Certo, di storie tu ne hai da raccontare…ne hai anche subìte tante. Però tu sei diverso e indipendente. Non puoi rimanere così senza nulla da dire…hai tante cose da esternare.

Sotto le feste domina sempre il falso buonismo. Il motto “siamo tutti più buoni” non fa per te; anche io sono così. Spero che il 2012 sia diverso per una serie di motivi: non voglio più dialogare le con persone che non hanno nulla in comune con me. Dico questo perché  non sono più ingenuo. In un anno si cambia; è inutile tentare di dimenticare, di cancellare stati d’animo e delusioni.

Le colombe avrebbero dovuto volare e non riposare dentro cantine prive di sogni. Invece tutto è rimasto uguale.

Sì ma…non c’è soltanto quel piccolo paese in Irpinia. Ahimè c’è anche altro…

Caro blog soltanto tu puoi capire. In altri feudi (e non parlo di vino) c’è il solito stallo.

Tu hai sempre detto su di una cosa: la politica locale è tutta una messinscena. Sui giornali alcuni politici di serie C parlano di effimero, ma nel quotidiano fanno poco o nulla perché contano quanto il due a briscola. Non c’è libertà di azione. Ed hai ragione tu.

Sono implusivo, lo sai. A volte esprimo opinioni superficali su alcune persone soltanto dopo poche battute. Però poi con due chiacchiere riesco a far emergere la loro mediocrità e la loro ipocrisia. Così ridiventano estranei e voltano la faccia. Hanno tutti questa pecca.

Per questo con te posso confidarmi. Non mi sono mai piaciuti i politici “amici di tutti”. Mi viene il mal di stomaco quando vedo quelli che non sopporto…come faccio a fare finta di nulla! Per me il miglior politico è quello che non è amico di tutti. Anche il buon cittadino.

Spero in un 2012 con pochi amici (pochi ma buoni). Sì, proprio così. Conservo la prerogativa di non salutare i falsi.

Manocalzati e l’Eldorado degli anni ’80

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Il 13 maggio del 1985 il medico Vittorio Ciampi, con la lista della Democrazia Cristiana, diventò il sindaco di Manocalzati. Dopo un ventennio fu sradicato il potere incontrastato del compianto Arturo De Masi e si misero le basi per uno sviluppo innovativo. In quel periodo si verificarono alcuni episodi importanti: le congiunture e i fattori spinsero verso la vittoria della DC. Non si può considerare e analizzare il contesto in questione senza l’ausilio degli elementi che, in sostanza hanno inciso.

Sul tavolo della storia, prettamente locale, s’inserirono numerosi aggreganti. Il pieno appoggio dei vertici della Democrazia Cristiana fu decisivo e il terremoto del 1980 portò sulla scena politica nuove problematiche. Intorno al 1985 il potere della DC locale arrivò su cime, probabilmente mai raggiunte, e si riuscì a compiere anche a Manocalzati il sorpasso in giunta. Lo stimolo fu dato dalle nuove richieste di un elettorato in continua variazione.

Il voto alla DC nelle elezioni del 1985 ha convertito in politichese la domanda proveniente da un ampio strato della popolazione: bassa propensione verso l’ideologia e prominenza del privato. Vittorio Ciampi riuscì a percepire le nuove domande della popolazione. Così si creò una frattura.

I protagonisti dell’aspra contesa del 1985 ricordano ancora gli aneddoti simpatici. Negli ultimi giorni della campagna elettorale il gruppo giovanile democristiano tappezzò la Piazza Via Petro Picone con stendardi e con bandiere. La partecipazione politica coinvolse numerosi cittadini e il motto “Uniti per cambiare” impresso sui manifesti e sui volantini simboleggiò la volontà di rinnovamento.

L’inquadramento dei giovani e di tutto il tessuto sociale è sempre stato una caratteristica dei partiti di massa. La sede locale della DC svolse l’aspetto ludico e quello ricreativo. “Tutto per il partito”, con questo motto può essere sintetizzato il fenomeno; la squadra di calcio “Libertas” e gli eventi sportivi in generale furono i principali attrattori per un alto numero di ragazzi.

Insieme alle attività giovanili si riuscirono anche a realizzare le cosiddette “Feste dell’amicizia”. Gli eventi furono incentrati sul divertimento sulla discussione e sulla musica. La canzone “Amico è” di Dario Baldan Bembo divenne la colonna sonora delle tante partite: La musica alta all’interno delle macchine alternava la canzone alle comunicazioni dei comizi.

La visione di fondo della DC manocalzatese non si discostò da quella provinciale. Il mito del benessere contagiò una moltitudine di categorie professionali. La famiglia, la casa, il lavoro e la comunità furono le coordinate del partito in pillole. Ovviamente la Chiesa ebbe un ruolo importante; finanche nel decennio del disimpegno si tentò di far breccia per il voto cattolico. In sintesi, il pensiero democristiano degli anni ’80 in Irpinia fu un lungo e dolce sogno quasi “americano”. L’ottimismo contagioso ispirato al film “La vita è una cosa meravigliosa” alle filastrocche dei comici della TV spettacolo catalizzò gli scettici e i disinteressati alla cosa pubblica. Le promesse di crescita, di sviluppo e d’occupazione diedero alla gente una nuova ebbrezza.

Il medico si propose come alternativa e come rappresentante fiero del decennio democristiano. La campagna elettorale fu incentrata sullo spinoso problema della ricostruzione post-sisma. “Una casa per tutti” rappresentò la volontà di chiudere il dopo terremoto. Effettivamente l’amministrazione si prodigò e riuscì ad essere vicino alla gente.

Si presentarono alle elezioni comunale tre liste: l’uscente civica “Colomba”, il PCI e la DC. Con uno scarto di 64 voti Ciampi s’impose sullo storico sindaco De Masi; la lista civica dell’ex sindaco ottenne 714 voti, quella della DC 778 e quella di PCI 38. Nel giorno della vittoria ci fu una vera e propria “esplosione” di gioia; la vittoria significò l’inizio di una carriera politica cercata e sfiorata anche alle elezioni del 1980, quelle del debutto assoluto del medico.

Il quinquennio fu incentrato, come detto, sulla ricostruzione. Furono rimossi tutti i Termoigloo e furono costruiti anche 26 alloggi a Contrada Torre per le famiglie che non riuscirono ad ottenere il diritto alla ricostruzione.

Sul piano nazionale si assistette all’ascesa di Ciriaco De Mita che divenne presidente della DC e Presidente del Consiglio dei Ministri nel 1988. La seconda metà degli 80 fu come l’età dell’oro per l’Irpinia politica: l’edonismo diffuso, sul piano sociale, nelle nostre terre cercò conforto nello scudo crociato.

Ciampi ottenne la piena fiducia dal partito e dagli elettori; iniziò anche per il medico l’età dell’oro. In sostanza, il primo quinquennio si contraddistinse per il crescente apprezzamento di larghi strati di un elettorato partitico. Tranquillità, mediazione e pacatezza divennero in breve tempo le parole d’ordine del sindaco.

La campagna elettorale del 1990 fu caratterizzata dalle opere pubbliche. Fu costruita la palestra della scuola Media, ricostruito il vecchio municipio, adeguata la scuola elementare, ristrutturata la chiesa Madre di San Marco e il campanile. Alle tante opere si aggiunse la sistemazione delle reti fognarie e furono redatti anche gli strumenti urbanistici.

Con il primo decennio il sindaco si è ritagliato un posto nell’album dei sindaci storici di Manocalzati. La serie di risultanti giocò in suo favore; proprio per queste ragioni il periodo 85-95 è unico. Il rinnovo parziale della squadra di governo nel 1985 non si dimostrò proficuo: l’amministrazione cadde dopo un anno. Ritornò nuovamente sulla scena politica nel 2001 ed ottenne il successo per la quarta volta. Si trattò di una vittoria insperata. Le emozioni che si vissero quel giorno, portarono molti indietro con la memoria. Sotto l’abitazione del sindaco si ritrovarono vecchi amici e semplici elettori, animati dalla passione per la politica. La sconfitta del 2006 ha ridimensionato le ambizioni. Non sono bastate le tante opere realizzate e l’attivismo profuso per il sociale. Ora è tra i banchi della minoranza.

Un bilancio sicuramente si può tracciare. La costante della sua azione è stata la politica partitica.  Ciampi non ha mai corso senza il vessillo popolare ed ha seguito l’evoluzione della sinistra di base. Prima DC poi Popolari, infine Margherita. Dopo l’abbandono dell’onorevole De Mita del PD ha deciso di confluire anch’egli nell’UDC dove continua a fare politica con assiduità. Il gusto dolce delle elezioni, delle campagne elettorali e della passione per il popolarismo, sono, ancora oggi i segni distintivi di un politico di vecchia scuola.ciampi1

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