Giglia Tedesco e la sfida a De Mita

Lascia un commento

senatrice-giglia-tedesco

Ricordavo di avere da qualche parte un vecchio numero del bimestrale “Vita Italiana Speciale”, un vecchio numero del 1988 (il numero 2 anno II) “Il governo De Mita”. Edizione totalmente dedicata alla formazione, come appunto dice il tiolo, del Governo De Mita. Dentro c’è proprio di tutto: resoconti, interventi di deputati e senatori, proposte, cronistoria. Insomma, proprio tutto. Ricordavo, non in modo errato, che all’interno c’era un intervento della senatrice comunista Giglia Tedesco Tatò. E sono andato alla ricerca di questo bimestrale; così, dopo un’ora passata a rovistare tra le cose vecchie, tra carte, cartelle, libri, opuscoli, quaderni, fogli volanti ho ritrovato l’agognato oggetto che cercavo. Pagina per pagina, l’ho sfogliato, ancora una pagina, mi sa che c’è…avevo ragione… infatti avevo ragione. L’intervento di Giglia Tedesco c’è: intervenne in quella occasione e non sbagliavo.

La discussione al Senato sulle dichiarazioni programmatiche del governo si tenne nelle sedute di venerdì 22 e di sabato 23 aprile 1988. Il testo del discorso, pronunciato da Ciriaco De Mita alla Camera fu consegnato al presidente del Senato Spadolini e distribuito a tutti i senatori. Nella discussione intervennero senatori appartenenti a tutti i gruppi politici. Tra questi interventi c’è anche quello della senatrice del PCI Giglia Tedesco. A tutti gli interventi replicò sabato 23 aprile il presidente del Consiglio. Dopo le dichiarazioni di voto, il Senato concesse la definitiva fiducia al governo che entrò così nella pienezza dei suoi poteri. Chiusa la discussione, fu votata per appello nominale la mozione di fiducia presentata dai rappresentati della maggioranza: Mancino (DC), Fabbri (PSI), Gualtieri (PRI), Pagani (PSDI), Malagodi (PLI). Votarono favorevolmente DC, PSI, PRI, PSDI, PLI, UV, SVP; votarono contro PCI, MSI- Destra Nazionale, Sinistra indipendente, Democrazia Proletaria, Verdi, Radicali, Lega Lombarda.

Erano tempi di speranza per il PCI, tempi di cambiamento. Molti indicavano una via alternativa al pentapartito, democratica, di sinistra, progressista. Tempi di transizione, in attesa di giorni migliori (sono arrivati davvero poi questi giorni migliori?), di un quadro politico nuovo. E lo disse apertamente la senatrice Giglia Tedesco il 22 aprile 1998. Discorso ancora attuale. Tante tematiche ancora oggi irrisolte e la speranza di un cambiamento reale. Credo che sia ancora praticabile la strada indicata dalla senatrice; ma è un lavoro lungo e faticoso. È un messaggio per i giovani, un impegno per il futuro. Un nuovo modo di fare politica è possibile, nonostante la fine delle ideologie. Oggi ci vuole uno sforzo per offrire una proposta realmente alternativa; occorreranno probabilmente gli sforzi di diverse generazioni. Ma torniamo per un attimo al 1988 e seguiamo con attenzione l’intervento. «Nei trentatre giorni di crisi ministeriale – disse al Senato – il confronto tra le forze politiche sembra aver riprodotto gli obsoleti equilibri e le vecchie logiche che hanno condotto in questi anni alla formulazione di governi del tutto inadeguati ad affrontare i problemi del paese. Nel contempo, peraltro, vi è la diffusa consapevolezza che si stia attraversando una fase di transizione, che i comunisti interpretano non certo come una vuota formula, ma in riferimento ai problemi nuovi che emergono nell’attuale contesto internazionale. Si avverte oggi una forte domanda di programmazione e l’ipotesi neo-liberista che fu posta a base della coalizione pentapartitica è entrata in crisi irreversibile. La maggioranza non ha però saputo evitare di ripetere errori già commessi ed è rimasta prigioniera di logiche ormai superate. Eppure, in qualche modo, anche il nuovo governo si iscrive nella transizione e dovrà fare i conti con le sue contraddizioni interne e con l’opposizione del partito comunista, che sarà caratterizzata da un forte impegno programmatico che investirà anche le necessarie riforme istituzionali. […] Circa il ruolo del Parlamento, andrebbe poi sottolineato con forza che esso deve ritornare ad essere una sede decisionale […]. Il programma del nuovo governo è forse tale da accontentare tutte le forze della maggioranza, ma al prezzo di una insanabile contraddizione tra le dichiarazioni di intenti e le concrete condizioni della loro attuazione. Se infatti esso contiene un doveroso riconoscimento delle esigenze di lavoro dipendente, d’altro lato il vicepresidente del Consiglio ha già annunciato che non potrà essere mantenuto l’impegno alla restituzione del drenaggio fiscale. Allo stesso modo, per quanto riguarda questioni cruciali quali la condizione delle donne, il problema ambientale e la politica scolastica, ad obiettivi in astratto apprezzabili si contrappongono gravi ambiguità su scelte concrete, come ad esempio l’avvenire della centrale di montalto di Castro, l’assenza di una politica organica dei servizi sociali, nel cui ambito addirittura si prospetta il volontariato come sostitutivo dell’intervento pubblico, e una attenzione insufficiente per la grave situazione di agitazione degli insegnanti. Anche relativamente al problema nazionale della disoccupazione del Mezzogiorno, […] il programma governativo non reca interventi adeguati alla gravità della situazione».

Un discorso interessante, di qualità. Un attacco frontale alle politiche neoliberiste del pentapartito. C’è bisogno di programmazione, di interventi mirati. Un discorso che affronta diverse problematiche: la condizione della donna, il problema ambientale (ancora molto attuale), il mondo della scuola, l’energia nucleare, i servizi sociali, la disoccupazione al Sud. «Lo scenario politico che complessivamente si delinea – concluse – è quindi caratterizzato da temi di scontro, ma anche da occasioni di dialogo e possibilità di incontro su singoli problemi. La sua parte politica condivide il giudizio dell’onorevole Craxi, secondo il quale ogni convergenza tra maggioranza e opposizione contribuisce in primo luogo a ridurre le distanze tra le forze di democrazia e di progresso. Assai poco opportunamente invece il senatore Giugni ha rievocato nel corso del dibattito lo spettro del bipolarismo. Il partito comunista giudica positivamente l’esaurimento del pentapartito totalizzante, che assorbe cioè al suo interno anche l’opposizione, e si propone, con la propria opposizione programmatica, di contribuire a far sì che l’attuale governo non sia preclusivo di altre e più adeguate soluzioni politiche».

La senatrice Tedesco in sostanza disse: il PCI guarda avanti ed è pronto per il governo. Superata la fase del pentapartito totalizzante c’è spazio per qualcosa di nuovo, aperto, per niente preclusivo di “adeguate soluzioni politiche”. Non più, quindi, il pentapartito totalizzante, ma una formula “apolide” (come la definì Manzella). “Alternativa di programma” in vista di traguardi più ambiziosi. Poi ci fu la svolta della Bolognina, la fine del Partito comunista e la nascita del Partito Democratico della Sinistra. Giglia Tedesco aderì in modo convinto al nuovo soggetto politico.

.

 

Ferlaino e Achille Lauro, il comandante tradito

Lascia un commento

La copertina del libroFu un politico innovativo il Comandante. Oggi avrebbe scelto il centrodestra e apprezzato Forza Italia. Nondimeno pare un politico da Pentapartito. Achille Lauro, se non fosse morto, avrebbe continuato a fare politica. Egli non fu soltanto un uomo di “destra”; fu un monarchico anticomunista disponibile al compromesso. Fu uno stratega. Seguì con poca convinzione Alfredo Covelli. Il Comandante aderì per inerzia al Movimento Sociale Italiano e a Democrazia Nazionale. Avrebbe voluto portare il Partito Democratico Italiano di Unità Monarchica all’interno del Partito Socialista Democratico Italiano. Ma non ci riuscì. Il Pentapartito è la dimensione ideale del Comandante. Egli avrebbe aderito al PLI o al PSDI; avrebbe ricoperto anche il ruolo di ministro con Bettino Craxi. Forse sbaglio. Eppure immagino scenari nuovi.

Lauro è sospeso a metà tra Giancarlo Cito e Clemente Mastella. Fu un politico pragmatico. Ingiustamente fu perseguitato e fu criticato dalla sinistra. Guardò sempre al centro: inquadrò il centro politico alla maniera di uno spazio vitale. Ribadì le sue teorie a Napoli nel corso di un congresso regionale del PDIUM. Attenzione, Lauro avrebbe voluto occupare uno spazio al centro ma non aderì mai alla Democrazia Cristiana. Il laurismo fu contraddistinto dalla trasversalità. Oggi è un “laurino” chi decide, agisce e detta le regole del gioco. Il “laurino” è uno spirito libero: solitamente non ha le tessere di partito e preferisce il civismo. Insomma, non è un gregario. Anche in Irpinia il suo Partito Monarchico Popolare ottenne molti consensi. Aderì al PMP anche l’illustre penalista Alfredo De Marsico. Nei piccoli comuni aprirono tantissime sedi di partito. Apparve il vessillo dei leoni in tanti centri minori.

Per me il Comandante è un mito. Apprezzo la sua intelligenza, il suo progetto politico. Ho subito acquistato il libro Il Comandante tradito scritto da Corrado Ferlaino con la collaborazione di Toni Iavarone. Il presidente ha dipinto un ritratto a tutto tondo del politico campano. Abbondano le storie sentimentali, i flirt. Ma il lato politico è quello interessante. Almeno dal mio punto di vista. Sì. Lauro fu un sindaco modernissimo, un innovatore, un maestro di comunicazione. Oggi sicuramente avrebbe utilizzato i social network; avrebbe ricoperto le cantonate delle nostre città con i suoi manifesti ultramoderni. Inoltre avrebbe utilizzato i potenti mezzi delle televisioni. Ci sapeva fare allora. Adesso avrebbe osato ancora di più. «Entrò in politica – scrive Ferlaino – nella primavera del 1952, prima sollecitato dalla Democrazia cristiana per avere un alleato a destra, poi in proprio perché, da uomo orgoglioso tornato potente, non voleva fare il “servo sciocco” di nessuno. La sua campagna elettorale, per la quale spese allora più di 500 milioni di lire, fu la prima, clamorosa campagna “all’americana” che si registrò in Italia. Era già stato leader del Partito Monarchico; Napoli nel referendum istituzionale del 3 giugno 1946 s’era schierata per la monarchia con 903.651 voti contro i 242.973 voti per la repubblica. […] Nacque un capopopolo, sicuro, decisionista, sfacciato […] Era vero che i “galoppini” usassero anche del denaro per comprare i voti. Consegnavano agli elettori la metà di una “mille lire”, promettendo l’altra metà in caso di vittoria del Comandante. E lo stesso facevano con le scarpe: una subito e l’altra dopo i risultati del voto. La differenza con le promesse di oggi, è che Lauro usava soldi propri». Sì. Ma chi l’ha tradito? L’ha tradito la Storia. La sua figura è stata messa nell’oblio con troppa facilità, con troppa cattiveria. Pochi hanno evidenziato le sue grandi qualità e la sua intelligenza. Fu un individualista senza freni, un capo carismatico, un amministratore avanguardista. Nessuno ha il coraggio di ammetterlo: egli è stato imitato da tanti politici anche di fede politica opposta. Ferlaino ha perfettamente ragione.

Achille Lauro fu un genio. Credo che la sua figura meriti una rivalutazione totale. Ha mirato al potere alla maniera di Machiavelli. Il fine, in democrazia, giustifica sempre i mezzi. Involontariamente mise in evidenza il paradosso della democrazia. I voti si contano, pertanto occorre il consenso ampio. Per raggiungerlo bisogna prendere contatto con tutti i cittadini. Non fu il portabandiera della destra fellona; all’inverso fu un uomo di libertà. Per certi aspetti il laurismo è l’antesignano del berlusconismo. Questo parallelismo è stato esaltato anche da Corrado Ferlaino nel suo libro. «Mi sono sempre chiesto – scrive il presidente –se Achille Lauro – quest’uomo convinto assertore delle idee forti, tutt’altro che affine al pensiero debole, con la sua vita ricca di variabili, come una specie di Zelig, e non privo di qualche punta di vanità-, non abbia consentito, con la sua lettura di vita, un’ideale anticipazione dei tempi che verranno molto dopo: parlo dei giorni nostri. E che, paragonandolo a esempio a Silvio Berlusconi, il Cavaliere non abbia percorso itinerari simili a quelli di Lauro. […] Lauro s’è distinto per aver portato in quello scenario politico le istanze popolari del Meridione, azzerando la spinta oltranzista del “qualunquismo”. Mentre Berlusconi passa agli annali della politica come colui che s’è fatto paladino della piccola e media imprenditoria settentrionale, giocando d’anticipo anche sulle istanze certamente più estremiste della Lega Nord. Entrambi hanno conosciuto vittorie elettorali e subito sono stati tacciati di populismo. Come se prendere molti voto fosse un eccesso non un successo. […] Berlusconi piomba in un’epoca di delegittimazione di una classe politica e imprenditoriale (le vicende di Tangentopoli), però non è mai entrato nel PSI di Craxi, buon amico ma ormai verso la decadenza. E non cede nemmeno alle lusinghe della DC della prima repubblica. Fonda il suo movimento: Forza Italia. Accade lo stesso a Lauro. Corteggiato dalla Democrazia cristiana che in cambio gli avrebbe offerto di fare il sindaco di Napoli per altri mandati e dopo, forse, il ministro della marina mercantile. Come Berlusconi, Lauro ha avuto sempre il pallino per l’editoria. […] C’è altro ancora. Berlusconi edificò Milano 2, il Comandante aveva già da anni costruito dal nulla il suo quartiere, il “Rione Lauro”».

In effetti è così. Il laurismo è stato un ottimo laboratorio politico per la destra italiana. Il Comandante è un “padre spirituale” della destra moderna. Perché no? Il laurismo è un’ideologia politica a tutti gli effetti. La destra laurina è individualista, liberista, anticlericale, antiegualitaria, anarcoide, aristocratica e sottoproletaria. Il Lauro pensiero trae linfa da Tocqueville, da Jünger, da von Hayek, da Cartesio, da Jouvenel e perfino da Evola. In sostanza, è la manifestazione terrena della “monarchia solare”, nonché l’espressione più riuscita della destra ultra soggettivista.