Del Mauro, il sindaco del dopoguerra

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Avrei dovuto scrivere quest’articolo nel mese di luglio dello scorso anno, in occasione del ventennale della sua morte, della morte dell’unico sindaco sanbarbatese di Manocalzati dal dopoguerra a oggi. Avete capito di chi sto parlando: ovviamente di Giuseppe Del Mauro, per tutti semplicemente don Peppo. E non è stato possibile scriverlo prima per diversi motivi. C’è sempre qualcuno che mette i bastoni tra le ruote e qualcuno non vede di buon occhio don Peppo perché… perché… va bene… il motivo lo sapete e non sto qui io a dirlo a voi. Forse Del Mauro provoca ancora adesso irritazione nei confronti dei soliti noti. Tutto è così strano in questo paese.

Non potevo dargliela vinta e con le carte o senza carte ho dedicato un piccolo spazio a Giuseppe Del Mauro. E me l’hanno fatto diventare perfino simpatico, a Del Mauro si capisce. Nonostante tutto. Forse non è cambiato niente e la mentalità del paese rimarrà sempre la stessa. Qualcuno dice: si stava meglio quando si stava peggio. Sicuramente il passato genera malinconia, anche se è stato brutto e la mente tende a rimuovere le cose non belle. E non pochi lo rimpiange ancora, a Del Mauro sindaco. Io non lo rimpiango (non ho vissuto quel periodo perché ancora dovevo nascere) ma questi che ci sono adesso non sono certo migliori di lui. Almeno prima avevamo un sindaco sanbarbatese, un sindaco che viveva a San Barbato e che non era medico.

Di San Barbato e possidente terriero. Del Mauro era il classico galantuomo di una volta. Apparteneva alla classe agiata del paese. «Entro questa classe – scrive Edward Banfield nel libro “Le basi morali di una società arretrata” – esiste una netta distinzione tra coloro che sono galantuomini e coloro che non lo sono. Essere galantuomini dipende esclusivamente dalla nascita: indipendentemente dall’occupazione, dal grado di istruzione, dal reddito, una persona è galantuomo se lo era suo padre. La situazione di questa piccola nobiltà non differisce da quella degli altri membri del ceto superiore se non nel fatto che essa riceve maggior deferenza: ci si rivolge loro semplicemente con il titolo di don o donna, seguito dal nome come don Paolo, donna Maria. Ai preti il titolo spetta d’ufficio». Il sindaco sanbarbatese era apprezzato dalla quasi totalità della popolazione locale. In lui vedevano una protettore, un punto di riferimento, un dispensatore di bene. Tutti andavano da lui in caso di problemi e lui metteva pace, manteneva l’armonia, risolveva controversie tra contadini: andiamo da don Peppo, decide don Peppo, glielo dico a don Peppo. I ceti inferiori, quelli più popolari, lo adoravano e lo veneravano addirittura.

«Potevamo levare le immaginette di Gesù Cristo a capo del letto e potevamo tranquillamente mettere quelle di don Peppo e potevamo tranquillamente mettere anche quelle di Arturo De Masi». Così mi ha detto un signore anziano di San Barbato. E forse era vero. Molti contadini lavoravano nelle terre del sindaco: erano mezzadri. Una famiglia da sempre legata a ideali risorgimentali, liberali, monarchici. Un suo antenato Giuseppe, durante i travagliati giorni post unità d’Italia era Capitano. Nei giorni della rivolta alcuni uomini del posto «circondarono la casa del capitano […] e si fecero dare dalla moglie il ritratto di Vittorio Emanuele, che immediatamente frantumarono», così scrive il professore Edoardo Spagnuolo nel libro “La Rivolta di Montefalcione”. Un altro antenato si chiamava Emanuele e costui era liberale. Una famiglia, quindi, che ha vissuto in prima linea gli eventi politici del tempo passato.

Ma ci pensate? Avevamo un sindaco di San Barbato. Che cosa bella. Adesso una cosa del genere sembra una chimera. Tramontato questo periodo, scomparso il periodo d’oro di Arturo De Masi non resta che rifugiarsi nei ricordi e ricordare… ricordare… San Barbato e Manocalzati negli anni ’40 e ’50, la voglia di venir fuori da un periodo brutto. Le dure battaglia contro la DC (perché alla fine era una corsa a due tra monarchici – missini – progressisti e democristiani e questa corsa a due, massimo tre liste, si è perpetrata nel tempo), le lotte per la libertà. Erano tempi particolari: la battaglia politica era davvero accesa. Da una parte gli idealisti, dall’altra i democristiani. Idealisti che a Manocalzati hanno occupato lo spazio politico della “destra” ma destra vera non era. Al massimo era una “sinistra quasi radicale”. Manocalzati non ha conosciuto l’esperienza politica della Tromba nel 1952, a Manocalzati, diciamo fino agli anni ’80, non c’è mai stata una vera forza di sinistra politica.

Giuseppe Del Mauro si candidò alle elezioni amministrative del 1946, le prime del dopoguerra, con una lista di orientamento liberale contrassegnata dal simbolo della spiga di grano, riconducibile all’esperienza dell’Unione Democratica Nazionale (l’UDN che si presentò alle elezioni dell’Assemblea costituente). La sua lista dovette vedersela con il raggruppamento democristiano: nonostante l’aspra lotta vinse la lista della spiga (chiamiamola così per comodità); Del Mauro fu eletto primo sindaco democratico del dopoguerra e amministrò Manocalzati per un decennio. Successivamente aderì al Partito Nazionale Monarchico di Alfredo Covelli e divenne un acceso sostenitore di Stella e Corona. Perché aderì dopo al PNM e non prima? Semplicemente perché il PNM nacque dopo l’esito referendario del 2 giugno del ’46 e Covelli si candidò alla Costituente con il Blocco Nazionale della Libertà. Il sindaco strinse, inoltre, un accordo con i missini locali. Due simboli in un simbolo solo (PNM e MSI). Anche in paese le forze monarchiche erano la maggioranza, poi, vuoi per una cosa, vuoi per un’altra tutto è andato perduto. La DC di Fiorentino Sullo (a Manocalzati l’amministrazione gli ha dedicato la piazza, probabilmente per segnare una continuità con le esperienze del passato come a dire noi ci ispiriamo a Sullo) le tentò tutte per rompere la forza dei monarchici e l’utilizzo della classe medica in politica si è dimostrata una soluzione vincente.

Un giovane Arturo De Masi cominciò a frequentare la casa di Del Mauro. Quest’ultimo lo avvicinò alla politica: da lui raccolse l’ideologia e i voti. Il De Masi degli anni ’60 raccolse l’eredità culturale di un uomo certamente importante per questa comunità, oggi quasi del tutto dimenticato. Per colpe non mie, ovviamente, ma di chi vuole questo. De Masi divenne quello che divenne, certo. Ma Del Mauro comprese prima di tutti le qualità del giovane di Manocalzati: fu proprio lui a inventare la Colomba. «Basta con questi simboli – disse ad Arturo – fai una civica e chiamala Colomba. Vinci e poi vieni a San Barbato a piedi, da me». La volontà di sganciarsi dai vecchi simboli, la volontà di rinnovamento, la volontà di percorrere nuove strade fanno del sindaco sanbarbatese un amministratore eclettico, aperto alle novità. E Arturo vinse con la Colomba nel 1964 e raggiunse a piedi San Barbato per omaggiarlo e con lui ci fu tutto il popolo in festa. Ma questa è un’altra storia…

Covelli e la sinistra monarchica

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Sinistra monarchica

Nel 1954 si tenne il secondo Congresso del Partito Nazionale Monarchico. In quell’anno Achille Lauro andò via dal PNM e fondò il PMP. Le varie componenti del partito covelliano animarono il congresso: la novità fu rappresentata dalla sinistra sociale monarchica; questa corrente minoritaria indicò una strada ben precisa. Stella e Corona era un grande laboratorio politico. La sinistra sociale presentò al congresso la mozione “Monarchia sociale e comunità nazionale”. Il giornalista Giovanni Semerano diresse la rivista d’area denominata “La Monarchia”. Pasquale Pennisi scrisse un’interessante relazione congressuale. «È la prima volta, io credo, in otto anni, che si manifesta in seno al PNM una corrente che non nasca soltanto in base a simpatie personali o per occasioni contingenti, e la quale, se inizia a manifestarsi in occasione di un Congresso, nasce da sentimenti e da convinzioni che precedono di assai la propria manifestazione, ed intende durare nell’azione ben oltre l’occasione congressuale».

La sinistra sociale criticò l’operazione Togni. In sostanza, demistificò la caccia alle streghe comuniste e contrastò l’anticomunismo esasperato. «In tale situazione di crisi nazionale il problema contingente che, dà il tema alla situazione politica, così per la parte degli uomini responsabili come per una notevole parte dell’opinione pubblica non comunista, è espresso da questa domanda: come arrestare il progressivo spostarsi del suffragio elettorale verso i partiti di Estrema Sinistra? […] il blocco, o altra forma di collaborazionismo, tra tutti i partiti anticomunisti, andrebbe completato da una serie di misure discriminatorie e repressive contro i partiti e le organizzazioni sindacali dell’Estrema Sinistra, che dovrebbero andare da una discriminazione politica a danno degli iscritti alla C.G.I.L. nell’assunzione degli operai da parte dei datori di lavoro […] a tutta una serie di norme legislative di carattere repressivo, in materia di polizia, di stampa, di elettorale, eccetera. […] Mettersi sul serio sulla via della cosiddetta operazione Togni significherebbe non soltanto accelerare quello slittamento del suffragio elettorale verso i partiti dell’Estrema sinistra cui si dice di voler porre rimedio, ma provocare in questo senso un improvviso rovesciamento di favori, e non soltanto da parte di masse ingannate dalla demagogia social comunista o rese stanche ed esasperate dalla pesantezza della situazione economica e dall’ingiustizia di quella sociale, ma anche da parte di notevoli strati della classe dirigente, che reagirebbero, in base alla persuasione che nel metodo democratico si devono osservare pulitamente le regole del giuoco ed alla convinzione che la Libertà va difesa non soltanto contro il Comunismo, ma contro chiunque tenti sopraffarla». La corrente definì l’operazione Togni «corredo reazionario di una democrazia che ha bisogno di farsi protetta perché non riesce a farsi efficace». Sinistra sociale propose l’Operazione Nazione, difese la solidarietà e contrastò le discriminazioni; in pratica s’ispirò alla tradizione monarchica italiana e lottò per la ricostruzione dell’Unità Nazionale: propose la riforma strutturale della grande industria, l’equa ripartizione del profitto comune. «Questo sosteniamo perché questo è giusto ma lo sosteniamo con maggior vigore e con maggior urgenza perché lo sostengono anche i comunisti e diciamo: che bisogna essere pronti a studiarne ed affrettare la risoluzione di questo come di altri problemi anche insieme a loro». Lavorare per i più deboli, lavorare anche con i comunisti. Analizzare le idee della sinistra, difendere gli ultimi, appoggiare le battaglie dei poveri. Nessuna divisione classista, nessun pregiudizio, apertura alle novità, modernità, unità del Paese, monarchia liberale e socialista, lotta al capitalismo reazionario. In linea di massima questo era il pensiero della sinistra monarchica.

Come si comportò Alfredo Covelli al secondo Congresso? Il politico di Bonito era un grande pensatore. Era aperto alle novità, flessibile, avanguardista, troppo avanti; ha sempre anticipato i tempi. La sua relazione fu molto interessante; dedicò parte del suo intervento al progresso sociale. «Di fronte alle istanze delle masse lavoratrici, – disse Covelli – di fronte ai problemi della miseria, della sottoccupazione, della denutrizione, noi poniamo un quesito perentorio: esiste una soluzione diversa da quella marxista? […] Noi accettiamo la lotta di classe nei limiti in cui la accettavano i nostri padri liberali: la libera agitazione dei lavorati associati per conseguire sempre maggiori miglioramenti delle loro condizioni di vita, è il migliore degli stimoli per i datori di lavoro, che vengono spronati, dalla pressioni dei loro dipendenti, a migliorare continuamente la loro produzione. […] In altri termini, noi riteniamo che la lotta di classe sia benefica solo in condizioni di normalità e di libertà generale. […] Questo Paese non può mettersi al lavoro se non con la fiduciosa e leale collaborazione di tutte le classi. […] Noi riteniamo che non sia possibile progredire verso la vita, senza un vasto, impegnativo piano di lavoro, che comporti una certa misura di osservanza di cooperazione e di disciplina da parte delle organizzazioni sindacali». Covelli propose una sorta di “progresso nell’ordine”. Ha sempre sostenuto la pacificazione nazionale e l’Unità degli italiani. Uniti per il cambiamento in un partito moderno (Partito Democratico Italiano, Costituente democratica nazionale). Un partito nazionale e democratico per superare le contrapposizioni. Progredire, migliorare, andare avanti nell’interesse nazionale. Giudicò la lotta di classe positiva soltanto in democrazia. D’altro canto anche sinistra monarchica disse la stessa cosa.

Molti elettori del PNM erano braccianti e operai. Anche mio nonno era un elettore di Stella e Corona: era un bracciante. Era un covelliano di “sinistra”. Se non avesse votato per il PNM, avrebbe scelto sicuramente l’estrema sinistra. Orbene, una fetta dell’elettorato monarchico era decisamente progressista. Nel 1972 il PDIUM si sciolse e confluì nel Movimento Sociale Italiano ribattezzato MSI – Destra Nazionale: non pochi fedelissimi voltarono le spalle a Covelli e appoggiarono il PCI e in seguito Democrazia Proletaria; possiamo definire questi votanti alla maniera di Monarchici Marxisti, di Monarchici “rossi” o progressisti. In Irpinia Stella e Corona rappresentava un’alternativa al sistema. Era un movimento atipico, né di destra né di sinistra. Un voto di protesta e proposta. Prima degli altri, avanti a tutti. La massa contadina di fede monarchica, in provincia, era dichiaratamente progressista. Molti si affidavano senza riserve al leader di Bonito. Intravedevano in lui il paladino degli oppressi. Giovanni Acocella, nel suo libro “Notabili, partiti e istituzioni in Irpinia” scrisse: «Questa caratteristica di partito alternativo coagulava, attorno ai monarchici, anche sentimenti confusi non necessariamente conservatori e moderati, ma anti DC nello spirito, superando la stessa aria di consenso naturale per quel partito». Dunque, i “sentimenti confusi” non moderati erano sentimenti progressisti e di sinistra, sentimenti anticlericali e anti democristiani.

D’Ambrosio e il Sud che non vuole cambiare

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michele d'ambrosio

È il 2010. Pomeriggio di fine agosto. Tramonto mesto. Estate irpina, San Potito Ultra, alberi silenziosi. Avevo tante speranze nel cuore. Una stretta di mano, tempo sospeso in un sorriso. Storia, storia dimenticata. Michele D’Ambrosio era stanco; un bastone accompagnava la sua ombra. Osservavo il suo volto, i suoi occhi. Tempo sospeso in un sorriso. «Salve, onorevole». Dissi. «Salve, Romeo. – Rispose – Che cosa succede a Manocalzati?». «Niente di nuovo». «Purtroppo Manocalzati è un paese reazionario. Non cambierà mai nulla. Dovresti rimboccarti le maniche, sei giovane». È un paese reazionario. L’onorevole era un grande conoscitore della politica irpina. Ho capito dopo. Ricorderò sempre le sue parole. D’Ambrosio mi abbracciò. Scrutai nel suo sguardo un fondo di malinconia. Le partite si perdono, le idee vincono sempre. Mi raccontò alcune storie, alcuni aneddoti. Io parlai del mio blog. «Si chiama l’Irpinia che vuole cambiare». D’Ambrosio alzò lo sguardo verso il cielo, poi affermò. «Ah, c’è un’Irpinia che vuole cambiare? Dove sta?».

Parole sante. Parole davvero sante. Sono passati sei anni. Il tempo scorre. Le cose non mutano. Giuseppe Moricola m’invitò alla prestazione del libro di Enzo Cioffi “La musica che cambia nell’Italia che decolla. Società, giovani e sound dagli anni ’50 al ‘68”. C’era anche l’onorevole. Fu davvero una bella iniziativa. In quel periodo l’amministrazione di San Potito organizzava eventi interessanti. Il Museo del Lavoro promosse nel 2010 diversi appuntamenti culturali di un certo spessore con il cartellone “Apriti Sesamo”. Partecipai anche io.

D’Ambrosio era un uomo di sinistra, un comunista vecchio stampo. Io coltivo il mito di Pippo De Jorio, di Alfredo Covelli, del vecchio Partito Nazionale Monarchico. All’apparenza non abbiamo punti in comune. All’apparenza. In realtà la pensiamo allo stesso modo. L’onorevole ha sempre lottato per un ideale nobile: ha contrastato la cattiva politica e il clientelismo. Pertanto lo stimo. Anche io detesto la cattiva politica e il clientelismo. Mi avvicinai a De Jorio per amore della libertà. La mia è stata una scelta di libertà. La mia libertà è uguale alla libertà di D’Ambrosio: la sua lezione morale è ancora attualissima. E quella chiacchierata di San Potito non dimenticherò mai più.

Manocalzati, il mio paese, è reazionario. In sostanza è un paese con una mentalità chiusa; è un paese anti illuminista, anti progressista; è un paese particolare. La gente si schiera sempre con il più forte. Purtroppo è tutta colpa della mentalità. Il popolo non oppone resistenza. Firma una sorta di delega in bianco. La sociologia potrebbe aiutare a capire i fenomeni: il paese merita l’attenzione dei migliori studiosi. C’è un caso Manocalzati. Anzi, Manocalzati è l’emblema della questione meridionale. Nel 1958 Edward Banfield andò a Chiaromonte in Basilicata e scrisse il libro “The Moral Basis of a Backward Society – Le basi morali di una società arretrata”. Introdusse il concetto di “familismo amorale” e stimolò il dibattito sul familismo al Sud Italia. Per D’Ambrosio la questione meridionale è ancora attuale. Alcuni comuni irpini meritano un’attenzione particolare. C’è poco rispetto per la cosa pubblica. La gente pensa soltanto alla proprietà privata. Carlo Levi nel libro “Cristo si è fermato a Eboli” spiega le ragioni del modo di essere del popolo meridionale. Anni e anni di dominazioni straniere.

Non è un caso che Manocalzati abbia avuto, dal dopoguerra ad oggi, soltanto sei sindaci. Ben tre sindaci sono della stessa famiglia. Francesco De Sanctis, Guido Dorso, Gramsci, Carlo Levi piangono in silenzio. I nostri amministratori dedicano le piazze a Fiorentino Sullo. E non è un caso. Dimenticano John Ciardi, il figlio migliore del paese, e osannano Fiorentino Sullo. Perché? Perché sconfisse il Partito Nazionale Monarchico. In quel periodo Stella e Corona amministrava molti comuni dell’Irpinia. Sullo invitò i medici dei paesi a candidarsi con la DC. Riuscì, così, a distruggere gli avversari. E il PNM era un partito anti sistema e anti potere. Stiamo ancora pagando questa scelta.

Ho affrontato a testa alta la campagna elettorale per le elezioni comunali a Manocalzati. Ho perso. Però ho difeso le mie idee. E D’Ambrosio è certamente un mio modello di riferimento. Non sarò il sindaco: sarò il leader dell’opposizione. Sono orgoglioso lo stesso. Ringrazio anche l’onorevole. Adesso non c’è più. Ho capito una cosa: il milazzismo è ancora attuale. Destra e sinistra in provincia condividevano le stesse battaglie. Bisogna ripartire dalla lezione dei personaggi politici del passato e dal civismo. Nel mio bagaglio politico culturale c’è la Colomba di Arturo De Masi, la Torre di Emilio D’Amore, la Tromba di Adelia Bozza, la Fenice di Albanese e Generoso Pascucci. Civismo di lotta e di governo, civismo di protesta e di proposta.

Michele D’Ambrosio nacque a Bonito, nel paese di Alfredo Covelli il 2 settembre 1944. Assunse la carica di segretario provinciale del PCI nel 1976; nel 1983 entrò in Parlamento e sostituì l’atripaldese Nicola Adamo morto in un incidente stradale. Fu componente della Commissione parlamentare d’inchiesta sulla attuazione degli interventi per la ricostruzione e lo sviluppo dei territori della Basilicata e della Campania colpiti dai terremoti del novembre 1980 e febbraio 1981 dal 19 settembre 1989 al 16 ottobre 1989. Sempre nel 1989 si schierò sulle posizioni di Pietro Ingrao e contestò la svolta della Bolognina; ciò nonostante aderì al Partito Democratico della Sinistra. Continuò la sua attività politica all’interno dei Democratici di Sinistra e contribuì a fondare il movimento Sinistra democratica per il Socialismo Europeo. Aderì, infine, al partito di Vendola Sinistra Ecologia e Libertà. Morì il 21 ottobre 2010. Piansi. Piansi la scomparsa di un uomo di spessore. Scrissi una lettera sul blog. L’ultimo saluto a D’Ambrosio. La riporto. Adesso sono diventato consigliere comunale di opposizione a Manocalzati. Onorevole, l’ho fatto anche per lei. Quando arriverò in consiglio penserò anche a lei e penserò a quel pomeriggio di agosto del 2010. Lei mi ha dato la forza per andare avanti. Mi ha dato le idee. Ciao. Le sue parole, le sue parole ricorderò sempre.

Non ho mai pensato di scriverle una lettera: la vita ci divide, ci allontana. Le emozioni perdono il colore. Mi perdoni. Oggi, però, ho scritto una lettera. Ho scritto una lettera in questo brutto giorno. Adesso non c’è più, adesso non può sentirmi. Ho avuto il piacere e l’onore di parlare con lei diverse volte. L’ultima volta l’ho vista a San Potito. In quel pomeriggio di agosto ho capito tante cose. Il suo pensiero mi ha affascinato. Le colpe delle generazioni passate non devono ricadere sui giovani. Non abbiamo addosso nessun peccato originale. Dobbiamo soltanto rimboccarci le maniche. Lei è una figura importante della sinistra irpina. La classe politica locale dovrebbe prendere spunto dal suo insegnamento. Il rispetto viene prima delle divisioni. E rispetterò senza sosta la sua persona.

 

I cento anni di Emilio D’Amore

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Emilio D'Amore

È un secolo di storia, vita, politica. È un secolo consumato nel sole dei giorni vissuti. 100 anni non sono pochi. Emilio D’Amore ha spento le candele di una torta immaginaria il 26 novembre. Egli è un pezzo di narrazione nazionale, un pilastro, un punto di riferimento della politica irpina. Si candidò con il Partito Nazionale Monarchico: scelse Stella e Corona. E lo ammiro. Sì. Perché è il simbolo di una provincia coriacea, battagliera, antagonista. Erano bei tempi. Avrei voluto viverli, anche per un solo istante. Se avessi a disposizione una macchina del tempo, approderei nel 1953. Pochi sanno una cosa: il ’53 è stato l’anno d’oro dei monarchici. Il PNM divenne il punto di riferimento della destra italiana. Due milioni d’italiani votarono per il partito di Covelli e D’Amore. In Irpina abbiamo avuto politici di alto profilo. E non parlo dei soliti noti. Doc, dove sei? Ti aspetto. Portami con te nel passato. Doc, ovviamente, è lo scienziato del film Ritorno al Futuro. Lo dico per i pochi che non lo conoscono. E “striscio” sui congiuntivi. Se fossi… se avessi. Roberto Vecchioni nel brano I poeti canta: «Se fossimo vivi».

D’Amore è un liberale. Fu eletto per la prima volta al parlamento il 18 aprile 1948. Aveva 38 anni. Si era candidato alla Costituente con una lista locale denominata Movimento dei Reduci e Combattenti: la lista era capeggiata dal penalista avellinese Aurelio Genovese. Il montefalcionese, ovviamente, nel referendum istituzionale si schierò a favore della monarchia. Egli ha definito Guido Dorso un «uomo dalla dirittura e dalla onestà limpidissima». Contesta, però, la visione di Dorso della questione meridionale. D’Amore, in sostanza, dice: gli italiani si sentivano già italiani prima del Risorgimento. Soltanto il prestigio del Piemonte ha concretizzato l’aspirazione ad essere nazione. Ammirò anche il filosofo Benedetto Croce; lo commemorò alla Camera dei Deputati il 20 novembre 1952. Il parlamentare monarchico ha allacciato rapporti con diversi esponenti della politica irpina. «Col tempo, scrive Norberto Vitale – sarebbe diventato amico di Silvestro Amore con il quale alla fine degli anni Quaranta pure si era incrociato nei tafferugli scoppiati in via Principe di Piemonte, oggi via Matteotti, per una manifestazione monarchica che un accondiscende prefetto si era prestato a vietare». Silvestro Amore è mio zio. Morì nel 2001. Fu uno dei fondatori della prima sede della CGIL ad Avellino; collaborò con L’Unità e divenne un giornalista della RAI. Sembra strano eppure ha sempre nutrito nei confronti di Emilio D’Amore una sorta di stima.

Orbene. Gli interventi parlamentari di D’Amore furono appuntiti e intelligenti. Egli elogiò sempre la vocazione agricola dell’Irpinia. Credo che sia un dato importantissimo. Fu uno dei primi. Riconobbe nell’agricoltura la sola salvezza del nostro territorio. Nella seduta antimeridiana del 10 luglio 1951 presentò un’interrogazione parlamentare rivolta ai ministri delle finanze e dell’agricoltura. Per quale motivo? Dunque nei giorni antecedenti un forte nubifragio aveva messo in ginocchio l’Irpinia e la Puglia. Il montefalcionese invocò l’intervento delle istituzioni. «Prendo atto – disse – della volontà dimostrata dal Ministero dell’agricoltura di ovviare a questi gravissimi fatti che si sono verificati nel sud. Resto tuttavia in attesa di ciò che il ministro del tesoro, a sua volta, vorrà dirci circa le sue intenzioni nei riguardi del disegno di legge propostogli. Mi rimane soltanto da rivelare che la nostra istanza risponde veramente ad una necessità sentita e umana. È, infatti, colpita l’agricoltura del sud e non v’è bisogno di dimostrare che, quando nel sud viene meno il ricavato dell’agricoltura, è tutta la vita economica che si arresta, e i bilanci familiari dissestati non possono essere in alcun modo sanati. Spero, pertanto, che le nostre richieste saranno accolte del ministro del tesoro, dalla cui risposta rimaniamo in attesa». Dunque, dalle parole emerge un’idea politica ben chiara. D’Amore avrebbe voluto esaltare la vocazione agricola del Sud e dell’Irpinia. Pertanto difese a spada tratta le istanze dei contadini. E lo fece in ogni circostanza. Clamorosamente anche l’amico nemico Fiorentino Sullo presentò, nello stesso giorno, un’interrogazione parlamentare simile. Il montefalcionese, in seguito, contestò la politica “discriminatoria” del governo nei confronti dello sviluppo industriale de Sud; si scagliò contrò l’inclusione nella legge di disposizioni in favore per indennizzi o contributi relativi ai danni sofferti da aziende industriali del mezzogiorno e possibilmente per quelle commerciali. In sostanza disprezzò il termine “possibilmente”. Parlò in nome del PNM. «Noi – disse D’Amore – voteremo contro l’introduzione di questo avverbio che indubbiamente snatura la portata stessa della legge e lo facciamo non perché siamo deputati del mezzogiorno d’Italia, ma perché nel sud d’Italia in particolare viviamo ed abbiamo più frequenti possibilità di sentirne le necessità, i dolori e i bisogni. È stata indiscutibilmente una cosa molta incresciosa che la richiesta di questa inserzione limitativa della norma abbia fatto porre un problema di fondo. Noi siamo convinti che non sarà questa disposizione di legge che possa in qualche modo risolvere o iniziare a risolvere i grossi problemi che si agitano nel sud; non sarà questa che risolverà in particolare il problema di estrarre la politica italiana dal triangolo industriale Genova – Torino – Milano; non sarà essa a risolvere la patologia industriale e commerciale e quindi sociale del sud. Ma è un passo avanti. Ora, davanti a questa situazione di fondo, che è in rapporto con l’inserzione di questo avverbio, non possiamo, par ragioni di coscienza, per ragioni di dovere, votare in favore; ma voteremo decisamente contro. Naturalmente aspetteremo dai colleghi del nord una solidarietà in questo senso, perché se è vero, come è tradizionalmente avvenuto, che il drenaggio dei capitali dal sud al nord ha lasciato beneficiare ampiamente gli industriali del nord, noi speriamo che ci si convinca che il mercato di consumo del nord deve essere potenziato attraverso un intervento governativo, che tornerà poi a beneficio non soltanto del sud, ma dell’intera Italia».

Emilio D’Amore si è contraddistinto per l’arte oratoria: i suoi comizi erano solenni, tesi, vibranti. Riusciva a intercettare gli umori delle classi meno abbienti. A Mirabella Eclano duellò addirittura con Fiorentino Sullo. I due si sfidarono da due balconi posti l’uno di fronte all’altro. Sullo non risparmiò le battute al vetriolo e biasimò la condotta morale di D’Amore. Parliamo del matrimonio. Disse Sullo. D’Amore non riuscì a digerire il boccone amaro; si era da poco separato dalla prima moglie. «Quella di Sullo – ricorda il parlamentare di Montefalcione –fu una gaffe enorme dal punto di vista politico e una cattiveria gratuita nei miei confronti. Avevo peraltro poco da nascondere, la separazione fu la conseguenza della inconciliabilità da parte della mia prima moglie a vivere ad Avellino». Egli capeggiò la lista civica Torre nel suo paese natale negli anni ’60; la lista era di destra. Tuttavia raccolse pochi voti. In quegli anni il civismo di destra contrastava lo strapotere democristiano. A Manocalzati Arturo De Masi riuscì a vincere le elezioni con la Colomba e sconfisse il raggruppamento dello scudo crociato.

Il 29 dicembre 2013 la destra irpina ha “incoronato” Emilio D’Amore. Nel corso di una bella cerimonia è stata consegnata all’ex parlamentare monarchico una targa alla carriera. L’iniziativa è stata organizzata dal Movimento Azione Sociale cittadino e dall’associazione Mas. L’ex parlamentare ha mostrato la sua gratitudine ed ha ripetuto le sue idee: si sente un ancora un conservatore: ha parlato della città capoluogo ed ha lanciato alcune frecciatine agli amministratori. Ha, inoltre, criticato la soppressione delle province. Hanno partecipato al dibattito l’avvocato Generoso Benigni, il professor Quirino Balletta, Felice Fioretti e D’Argenio; ha moderato il giornalista Gianluca Amatucci.

 

Da Preziosi a Covelli, il partito democratico italiano di unità monarchica

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Il PDIUM rappresentò la destra innovativa, pragmatica e moderna. Fu un partito aperto agli elettori “senza fissa dimora”; fu aperto agli elettori anticomunisti delusi dalla politica della Democrazia Cristiana. I parlamentari monarchici difesero, nei loro interventi, i valori dello spirito, della morale, della persona, della libertà. In questi ultimi anni ho approfondito lo studio sui movimenti monarchici del dopoguerra; ho consultato gli annuari politici, ho letto alcuni libri interessanti, ho analizzato i discorsi parlamentari dei protagonisti. Dunque, il Partito Democratico Italiano di Unità Monarchica fu una grande “officina” intellettuale: dal 1962 al 1964 svolse il ruolo di avanguardia. In quel periodo il partito si schierò apertamente contro il centro sinistra e cercò un dialogo con le forze conservatrici (MSI e PLI) al fine di far nascere un forte movimento di destra democratica. Il primo congresso del PDIUM si svolse nel mese di marzo del 1961; in quel congresso fu confermata la linea già espressa dal comitato centrale del Partito Democratico Italiano. Il PDIUM, insomma, si collocò all’opposizione del governo delle convergenze parallele e rafforzò la collaborazione con il Movimento Sociale Italiano. Cercò un accordo programmatico per unire le destre sotto un unico simbolo. Il progetto politico del PDIUM fu intrigante; è possibile riassumere le linee guida: esiste già una grande destra. Questa “grande destra” non è unita ed è disgregata. Pertanto, noi monarchici, uniremo la destra e garantiremo la libertà. In fin dei conti i monarchici e i missini si schierarono apertamente contro l’apertura a sinistra; i due partiti criticarono la formula, i modi ei tempi del processo di formazione del governo guidato da Amintore Fanfani; criticarono, ovviamente, anche i modi e i tempi del processo di formazione del governo Moro.

«Bisogna nuovamente andare a votare – disse l’onorevole Casalinuovo l’8 marzo del ’62 alla Camera -, le elezioni potrebbero ancora giustificare il nuovo indirizzo politico. L’attuale indirizzo politico, infatti, non rispetta più e non interpreta il significato essenziale del voto espresso dal popolo italiano il 25 maggio 1958 […]. Gli elettori hanno espresso una decisa volontà antimarxista e hanno richiesto ferme garanzie atlantiche. Il centro sinistra segnerebbe la rinuncia, la trasformazione, la menomazione dello stato di diritto». Orbene, per l’onorevole Casalinuovo la Democrazia Cristiana avrebbe tradito la fiducia degli elettori anticomunisti. Il deputato esaltò la dicotomia covelliana Stato di diritto – stato socialista ed elogiò la democrazia, i valori della libertà e le garanzie atlantiche.

Alfredo Covelli, in sede di dichiarazione di voto il 10 marzo, affermò. «Voi attuerete le regioni, onorevoli signori del Governo: e consegnerete alla direzione comunista o social comunista, o comunque all’arbitrato del partito socialista, le regioni più progredite del nostro paese. Voi nazionalizzerete le fonti di energia: e creerete un nuovo colossale ente statale, che allargherà a dismisura il potere economico dello Stato secondo la precettistica marxista. Voi realizzerete l’abolizione della mezzadria: e avvierete alla distruzione tutto un ampio settore delle proprietà terriera, favorendo così le tappe dell’evoluzione marxista». Emerge una proposta politica ben chiara. Il PDIUM fu un movimento patriottico e risorgimentale e pertanto lottò contrò l’attuazione delle regioni. Il regionalismo rappresentò un vero spauracchio; in fin dei conti il regionalismo avrebbe minato le basi dello stato unitario nato dal Risorgimento. Il partito si dotò anche di una ricetta economica ben chiara. I parlamentari monarchici avrebbero voluto uno stato snello e quasi liberista. Il motto è il seguente: meno stato, più iniziativa privata; si annidano in maniera intriganti alcuni sedimenti di paleo thatcherismo. Certo, Covelli definì il suo partito “moderato e sociale”; il PDIUM cercò di svolgere la funzione di cerniera tra il MSI dirigista e il PLI liberista; ciò nonostante guardò con simpatia ai liberali. «Noi abbiamo una matrice sola». Così disse il segretario. Ebbene il partito si mantenne sulle coordinate della tradizione risorgimentale liberale e democratica.  Si schierò apertamente contro la nazionalizzazione dell’energia elettrica. Per di più contrastò con veemenza la riforma agraria, difese il latifondo e contestò l’abolizione della mezzadria. Probabilmente i monarchici s’ispirarono all’esperienza politica del vecchio Partito Agrario degli anni ’20 del principe Pietro Lanza di Scalea; il Partito Agrario fu il partito di riferimento dei conservatori e dei proprietari terrieri: confluì nel Listone fascista nel 1924.

Il PDIUM appoggiò pienamente la battaglia parlamentare congiunta del MSI e del PLI per contrastare l’istituzione della regione a statuto speciale Friuli Venezia Giulia. Nondimeno l’impegno dei monarchici fu minore rispetto alle altre forze di centrodestra. Gli interventi dei deputati di Stella e Corona in merito al Friuli Venezia Giulia furono soltanto 11; gli interventi dei missini, invece, furono 159 e quelle dei liberali furono 43. Ancora, i monarchici votarono contro il nuovo ordinamento scolastico e lottarono contro la “democratizzazione della scuola”.

Il 20 marzo del ’62 la direzione del partito decise di assumere un’iniziativa d’area con l’intento di «accertare quali intese fossero possibili tra i partiti della destra politica nazionale, dal PLI al MSI, non esclusi altri gruppi». Pertanto fu costituita una commissione composta dagli onorevoli Caroleo, Casalinuovo, Patrissi, Prezioni e dal sen. Fiorentino. Il senatore Fiorentino inviò una missiva al segretario del PLI (Malagodi) e a quello del MSI (Michelini). Il Movimento Sociale si dichiarò favorevolissimo all’iniziativa mentre il Partito Liberale respinse l’invito. Nello stesso tempo fu inviata una lettera anche al leader del Movimento Monarchico Italiano Cremisini; quest’ultimo fu eletto in parlamento con il Partito Monarchico Popolare di Lauro e in seguito alla riunificazione e alla nascita del PDI fondò il Movimento Monarchico Italiano. Sul simbolo apparve il profilo dell’Italia e una corona. Il MMI, ovviamente, rispose picche ma si mostrò disponibile a un’intesa elettorale tra le formazioni monarchiche; furono avviate alcune trattative per la presentazione di una lista unitaria (PDIUM –MMI) alle elezioni comunali di Roma però la proposta si arenò all’ultimo momento.

In sostanza, soltanto il MSI si mostrò favorevole a un accordo. Il 28 marzo la commissione incaricata dal partito incontrò la rappresentanza del MSI composta dal senatore arianese Franza e dall’onorevole Roberti.  E Covelli il 3 aprile elogiò la fiamma nel corso della conferenza stampa radio televisiva. «Il Movimento Sociale – disse – è una sana forza nazionale capace di schierarsi in questo momento nel Paese con quelli che vogliono difendere la libertà e lo stato di diritto contro lo stato socialista». La linea covelliana fu confermata ufficialmente dal consiglio nazionale del PDIUM. L’intesa MSI – PDIUM divenne operante in occasione delle elezioni per il Presidente della Repubblica: i missini e i monarchici appoggiarono la candidatura di Segni e contribuirono in maniera determinate alla sua elezione. Alle elezioni amministrative del 10 giugno, a Bari e a Foggia, fu presentata una colazione monarchica missina con il doppio simbolo. Il PDIUM condusse una campagna elettorale “battagliera” e ricalcò lo stile del MSI. Il 9 giugno Gaetano Fiorentino scrisse un editoriale sul Roma dal titolo pungente “O Roma o Mosca”. S’ispirò al motto celebre del duce e decalcò il modello dell’intellettuale napoletano Francesco Coppola. L’intellettuale scrisse negli anni ’30 il libro Fascismo e Bolscevismo. Da una parte la civiltà e dall’altra la barbarie: è questa, in linea di massima, la sua intuizione. Ebbene Gaetano Fiorentino si collocò nel solco del pensiero di Coppola. Avrebbe potuto titolare il suo editoriale “New York o Mosca” eppure non l’ha fatto. Preme sottolineare un aspetto. Il PDIUM giocò di sponda. Fu un partito moderato ed estremista. Piacque proprio per siffatto motivo: sembra che sia legato a una destra “elastica”. Con grande nonchalance ha abbracciato le posizioni della destra radicale; con la stessa nonchalance ha premuto verso il centro per sottrarre i voti alla DC.

Per quanto concerne il discorso legato alle elezioni amministrative del ‘62 preme rilevare una cosa. I monarchi delusero ampiamente le aspettative. Si registrò un’ennesima flessione: il partito di Stella e Corona raggranellò a mala pena 215.359 voti. Commentò la disfatta sul Roma il direttore Alberto Giovannini. Titolò il suo editoriale “Comunella clerico marxista”. «L’apertura a sinistra postulata da Moro e Da Fanfani – disse – è stata avallata dalla consultazione elettorale». Il giornalista trasse alcune conclusioni amare. Egli in sintesi disse: è inutile cercare un appoggio della Chiesa; purtroppo la Chiesa non ci appoggerà mai. «In definitiva – concluse – le accuse di conservatorismo e magari di reazionarismo sono piovute sulla destra politica proprio a causa di determinati atteggiamenti – ad esempio la censura teatrale e cinematografica, la tutela della pubblica morale, la difesa delle prerogative ecclesiastiche e dello stesso Concordato – suggeriti dal dovere di tutelare, nella vita italiana, taluni principi fondamentali della morale cattolica, combattuti dal laicismo. Dobbiamo riportare la destra politica su posizioni veramente risorgimentali, decisamente laiciste e, perciò stesso, pre concordatarie». Credo che l’editoriale di Giovannini sia ancora attualissimo. E la Lega Nord ha un atteggiamento notevolmente non confessionale; perfino il Front National ha abbracciato le posizioni del laicismo “non sfrenato”. Sicuro è un tema caldo. La recente dichiarazione di monsignor Galantino, in merito all’assoluzione di Berlusconi per la vicenda Ruby, ha creato un’ennesima “rottura” tra la Chiesa e la destra politica.

L’onorevole Cuttitta presentò, addirittura, alla Camera una proposta di legge per il ripristino delle case chiuse. Ultimamente il leader della Lega Nord Matteo Salvini ha proposto la riapertura delle case chiuse; insomma, l’idea di Cuttitta è ancora attuale. Ma la maggior parte delle proposte dei politici monarchici sono attualissime. Ad esempio l’idea del governo tecnico non è nuova. Il senatore Fiorentino pubblicò un editoriale frizzante sul Roma al fine di sollecitare la costituzione di un «governo concreto, un governo orientato da tecnici imparziali, un governo serio che sia aperto alle riforme necessarie, ma accantoni senza esitare quelle inutili, costose e controproducenti». La DC guarda a sinistra? Allora c’è bisogno di un “commissariamento” per salvare la nazione. Gli sprechi sono notevoli? Ci penseranno i politici ragionieri, apolitici e incorruttibili.  Forse l’onorevole Fiorentino avrebbe salutato con garbato entusiasmo la nascita del governo tecnico guidato dall’economista Monti. Dunque le proposte furono davvero tante: l’onorevole irpino Olindo Preziosi annunciò il voto contro la tutela giuridica dell’avviamento commerciale.

Ma il partito di Stella e Corona continuò a perdere voti. Alfredo Covelli cercò di mantenere unito il partito e a Bari, nel corso di un’assemblea dei quadri direttivi della Puglia, elogiò i fedelissimi attivisti. I fedelissimi avrebbero dovuto «resistere sulla strada della coerenza e dell’onore». Achille Lauro si mostrò ancora più pragmatico ed esternò il suo pensiero a Napoli in occasione del rinnovo della federazione provinciale. «Lo spostamento a sinistra della DC – affermò – ha creato al centro dello schieramento un vuoto che noi intendiamo colmare con la nostra presenza attiva, con i nostri ideali incontaminati, con la nostra azione coerente e lungimirante, aperta a ogni evoluzione e a ogni progresso». Sicuro, il PDIUM restò alla finestra, fu vigile e non si chiuse a riccio. Lauro guardò al centro. Il suo PDIUM avrebbe dovuto occupare, quindi, il posto della DC scivolata clamorosamente a sinistra; insomma, Lauro avrebbe voluto fondare una “nuova DC” moderata e conservatrice. Eppure il progetto si arenò. «I monarchici – scrive Orazio Maria Petracca sull’annuario politico italiano del 1965 – tornavano ancora una volta a proporre quella politica di larga alleanza tra tutte le forze della destra di cui da quasi un decennio sono strenui fautori. Ne suggeriva evidentemente il rilancio anche la convinzione che la dichiarata qualificazione legittimistica ora meno che mai giovasse al partito (che del resto aveva tentato di liberarsene già all’atto della sua costituzione, quando i due tronconi in cui si era scisso nel 1954 il PNM si riunificarono nel Partito Democratico Italiano, divenuto poi l’attuale PDIUM sono dopo il congresso di marzo del 1961)».

«Il problema di fondo – disse Covelli a Tribuna elettorale – è quello di battere il comunismo nella democrazia cristiana. Il PDIUM […] si batte per un piano orientato alla restaurazione della libertà economica, per una riorganizzazione della scuola per tutti i cittadini, nelle sempre viventi nostre tradizioni umanistiche, per una autorità dello Stato salda e sicura e perciò un dignitoso trattamento a tutti coloro che lo servono e lo difendono nella pubblica amministrazione e nelle forze di polizia». Il partito in quegli anni lavorò alacremente per la genesi di un soggetto politico moderno e unitario; eppure l’azione di Covelli, di Lauro e degli altri non fu premiata. E alle elezioni regionali del Friuli Venezia Giulia il PDIUM si presentò senza collegamenti con altri partiti. Forse i monarchi affrontarono male la competizione: esaltarono l’unità nazionale e criticarono il regionalismo in una regione di confine. Non fu certo una mossa azzeccata; nondimeno fu una scelta coraggiosa e coerente. Covelli tenne un comizio vibrante a Tolmezzo. «Con la regione a statuto speciale – affermò – si è aperta al nemico, al più pericoloso dei nostri nemici, la più gelosa e la più dolente delle nostre frontiere, consumando così il più iniquo delitto verso la patria». Il partito di Stella e Corona si presentò soltanto nelle provincie di Udine e Gorizia. Fu una campagna elettorale avara di soddisfazione; il partito raggranellò soltanto 3.659 voti. Covelli non drammatizzò e riconobbe la sconfitta. «Resteranno scarsissime possibilità di salvare l’Italia dalla mortale stretta economica, sociale e morale in cui il centrosinistra l’ha cacciata – dichiarò – se l’elettorato italiano continuerà ad esprimere la sua opposizione in termini infecondi e negativi, con manifestazioni verbali pubbliche e private e anche con atti concreti individuali di sfiducia economica, che, lungi dal colpire il governo e il regime, danneggiano certamente le strutture stesse del Paese […]. In poco più di due anni, la DC, sempre meno forte sotto le spinte demagogiche del PSI e del PCI, è riuscita a capovolgere, a distruggere il miracolo economico, a mutare le prospettive di prosperità in disordine». Il leader monarchico non si rassegnò e criticò apertamente la Democrazia Cristiana. Continuò a contrastare il centro sinistra e invocò l’avvento di un governo «serio, responsabile, forte». Praticamente continuò a battagliare e supportò l’idea del partito unico della destra.

 

Covelli, il precursore della destra di governo

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Alfredo Covelli2Articolo pubblicato all’interno del giornale “Il quotidiano del Sud”

Se Alfredo Covelli fosse ancora vivo avrebbe ricompattato la destra. D’altro canto fu un pensatore raffinato, un intellettuale intrigante; nel lontano 1948 sognò la nascita del “movimento della libertà” e nel 1967 promosse la Costituente democratica nazionale. Fu uno schietto uomo delle istituzioni. Scaturì da Stella e Corona il nucleo edificante del partito unitario dei moderati; il Partito Nazionale Monarchico fu un grande laboratorio culturale. «Il progetto politico concreto, parlamentare di Covelli, – dice il giornalista Fabio Torriero nel suo libro Alfredo Covelli La mia destra –  è stato, infondo, lo strumento con cui voleva realizzare tale sogno: la creazione di un partito unico della destra (partito degli italiani), in grado di unire monarchici, non monarchici, repubblicani, italiani, tutti patrioti; e in grado di sintetizzare le varie culture di destra (liberali, cattolici, conservatori); culture divise da egoismi e le rivalità dei rispettivi ceti partitici; un soggetto aperto pure ai centristi e ai delusi della sinistra». Ed è vero. Covelli avrebbe voluto creare un grande raggruppamento di centrodestra; avrebbe voluto costruire un bipolarismo sano. «Oggi, – prosegue Torriero – nel momento in cui il bipolarismo del 1993-94, auspicato da Covelli, tra centro-destra e centro-sinistra, vive attacchi violenti da parte dei nostalgici del centrismo, ci si chiede se le culture della destra siano mai state veramente unite e se la Destra nazionale, Democrazia Nazionale, la Costituente di Destra per la Libertà, Alleanza Nazionale e il Pdl siano stati e siano gli eredi o i figli naturali del leader di Stella e Corona». Credo che il leader di Bonito abbia gettato le basi per il partito unico; il suo pensiero è ancora oggi studiato dagli storici. Da una parte la libertà; dall’altra la sinistra: è questa, in linea di massima, la sua intuizione più grande. Egli avrebbe voluto creare il “partito della libertà” da contrapporre alla sinistra; insomma, avrebbe voluto creare una forza di destra democratica per riequilibrare la situazione politica e per impedire l’avvento del centrosinistra. E nel 1962 ipotizzò l’Unione delle destre. Allora Forza Italia e il Pdl sono i figli naturali del leader del PNM? Probabilmente sì.

Covelli fortificò la fede monarchica nell’ottobre del 1943. Partecipò alla Costituente con il Blocco Nazionale per la Libertà e in seguito alla sconfitta referendaria del 2 giugno 1946 fondò il Partito Nazionale Monarchico; fu eletto alla Camera dei Deputati nel 1948. Fu un arcigno sostenitore della dinastia Sabauda. «La forma repubblicana – disse a Milano – è sbagliata […]. Il ruolo della Monarchia è all’ordine del giorno […]. Siamo a due passi dalla Russia, chi ci difende? Si sappia che la Monarchia più garantire la pace e la stabilità dei poteri assai più dell’opinabile Repubblica di oggi». Per Covelli la Monarchia fu un modello ideale: pertanto coniò i termini “altrismo” e “oltrismo”. Il PNM rappresentò una forza “altra” in virtù dei suoi valori non negoziabili; per di più raffigurò una forza alternativa. Insomma, il partito di Stella e Corona rappresentò la cosiddetta Opposizione Nazionale. Il Nostro fu un pioniere e inventò alcuni slogan importanti: egli mise in rilevanza le dicotomie patria – sistema, nazione – regime ciellenistico e paese reale – paese legale. In sostanza, lottò per la cosiddetta “alternativa al sistema”. Ebbene l’alternativa al sistema fu anche il motto di Giorgio Almirante. Quindi la repubblica è un “regime duopolistico e partitocratico”. È un regime perché allontana dal gioco politico la destra, il polo escluso per Piero Ignazi.

Il politico di Bonito fu un componente della Rappresentanza parlamentare al Parlamento Europeo nella quinta, nella sesta e nella settima legislatura. Contrastò con sagacia il regionalismo e difese l’Unità della Nazione nata dal Risorgimento. «Non tanto preme ricordare qui il Risorgimento di ieri, – disse – quanto preparare, sul fondamento e i valori di quello, il Risorgimento di domani». Sicuramente non avrebbe salutato con simpatia i movimenti secessionisti e regionalisti. Si mostrò, inoltre, favorevole al premierato. «Già dai suoi lavori – afferma Fabio Torriero – emerge evidente l’idea di introdurre il premierato, cioè il rafforzamento dei poteri del capo del governo (guida dell’esecutivo, col potere di nominare e revocare i propri ministri), ritenuto troppo inter – partes e troppo poco decisore, “troppo monarchico” parlamentare troppo poco repubblicano – presidenzialista, per usare un eufemismo. Il che, detto da un monarchico doc, suona oggi accattivante». In effetti suona accattivante. Attenzione, egli volle introdurre il premierato ma negli anni ’80 prese le distanze dal presidenzialismo ipotizzato da Bettino Craxi. Ciriaco De Mita racconta un aneddoto relativo a un incontro con Covelli all’interno del libro Da un secolo all’altro. Credo che sia un frammento importantissimo. «Negli ultimi anni –racconta De Mita – l’on. Covelli aveva nei miei confronti un atteggiamento di benevola simpatia. E un giorno – quando si cominciava a parlare di presidenzialismo – mi fermò e mi disse: guarda un po’, io sono stato monarchico per tutta la vita; mi ero quasi convinto che la forma repubblicana fosse un sistema migliore. E adesso mi proponete di eleggere il monarca. Con la differenza che il monarca è educato a diventare tale. Il sistema che voi proponete […] non mi convince. Mi rafforzate nei miei convincimenti giovanili. E mi fate pensare che la mia riflessione matura – incline al sistema repubblicano – sia piuttosto una riflessione senile».

Il PNM riuscì addirittura a portare in Parlamento quaranta deputati e diciotto senatori negli anni cinquanta. Ciò nondimeno il movimento s’indebolì dopo la scissione perpetrata dall’Armatore napoletano Achille Lauro: il Comandante nel 1954 abbandonò Stella e Corona e fondò il Partito Monarchico Popolare. La frattura si sanò nel 1959. Il Partito Democratico Italiano nacque dalla fusione dei due schieramenti; ebbene il PDI (PDIUM) fu considerato un partito catch all, un partito moderno e disponibile al confronto. Il leader monarchico continuò ad animare il dibattito e sognò sempre la grande destra. Tuttavia le speranze furono disattese: alle elezioni politiche del 1968 il PDIUM ottenne 414,507 voti alla camera e 312,621 al Senato.

Nel 1972 germogliò la Destra Nazionale grazie all’intuizione politica di Giorgio Almirante. Covelli partecipò al progetto e divenne il presidente del Movimento Sociale Italiano. Intervenne anche al decimo Congresso del partito con l’incarico di convegnista. Fu il suo primo discorso missino: il Partito Democratico Italiano d’Unità Monarchica confluì nel MSI – DN. Così il Nostro si rivolse alla platea in maniera splendida, elegante, forte, nostalgica. Non rinnegò la sua fede monarchica e mostrò a tutti la fierezza degli ideali. Egli incantò la calca con la sua fine arte oratoria. Il ritmo del pensiero entrò subito negli animi delle persone. «So – disse – che molti in questa sala non condividono le mie idee monarchiche, ma le riaffermo trovandomi in compagnia di uomini che non rinnegano e che vogliono superare gli steccati». Sicuro, fu una scelta travagliata ma necessaria.

La verve emotiva raggiunse livelli altissimi e le parole spiazzarono la coscienza. Alfredo Covelli definì il MSI –DN come un movimento per la libertà. «Il nostro Congresso – affermò -è fondamentalmente diverso, perché lo scopo essenziale, lo scopo pertinace dell’MSI-Destra nazionale consiste, all’insegna della lealtà, della sincerità, dell’onestà, di mantenersi decisamente aderente alla realtà nazionale e internazionale […].  I cosiddetti partiti democratici vivono e agiscono come se fossero in un altro mondo, il mondo dei loro sogni, il mondo dei trapassati, ma anche il mondo della loro ipocrisia, delle loro mistificazioni, dei loro inganni». Il grande leader si scagliò contro il decadimento culturale e valoriale della Nazione. Invocò il ritorno dell’autorità del Padre distrutta dalla contestazione. L’arringa assunse toni solenni. Fu un discorso palpitante. Elogiò il corporativismo, il nazionalismo e invocò il ripristino dello Stato Nazionale. Criticò il comunismo e contrastò il malcostume dilagante portatore del declino spirituale. Tramite queste considerazioni egli si collocò in netta opposizione al pensiero dominante: riconobbe nell’alternativa al sistema la sola salvezza della Patria. E vagheggiò una Nuova Italia in un’Europa unita; abbracciò l’europeismo per contrastare il comunismo e l’Unione Sovietica. Pertanto contestò la società dei consumi, il capitalismo sfrenato, l’edonismo estremo. In parte decalcò il modello di Giovannino Guareschi. Nel 1963 il grande scrittore emiliano si scagliò contro il decadimento morale della Patria e mostrò un profondo sentimento di nostalgia per l’Italia povera del 1945. È una suggestione interessante; Alfredo Covelli manifestò elegantemente il suo giudizio negativo nei riguardi del mondo contemporaneo. E inquadrò il Movimento Sociale non come partito di massa, all’inverso come movimento popolare. La massa informe non è vita, è distruzione, numero, impotenza. In pratica la massa disintegra l’individuo, trasforma gli esseri umani in automi. In virtù di ciò egli giudicò il MSI – DN come un partito autenticamente popolare e nazionale. Il popolo è contraddistinto dalla nazionalità e pertanto è unito da un’idea intima e comune. Contrastò sagacemente il processo di massificazione in corso e bramò il ritorno a una dimensione spirituale della vita. Il Nostro riuscì a coniugare le istanze della Tradizione con quelle di una destra moderna e diversa. Fra le pieghe del discorso è presente lo spirito di Edmund Burke, di Joseph de Maistre e di Charles De Gaulle. Egli elogiò la libertà, i doveri, lo Stato Nazionale. In contemporanea si mostrò interessato alla nascita di una “grande destra di governo”.

Nel 1976 aderì a Democrazia Nazionale; prima di lasciare il MSI scrisse una lettera di dimissioni rivolta ad Almirante. Nello stesso anno intervenne al Parlamento Europeo con il grado di componente della rappresentanza italiana. In quella storica seduta esternò in modo elegante la sua posizione in merito al Suffragio Universale diretto per l’elezione del Parlamento. Di là dalla mera retorica l’onorevole ha creduto fermamente nella Comunità e ha puntellato il bisogno della creazione di un Parlamento eletto con il Suffragio Universale.

Come detto, nell’intervento mise in rilevanza la problematica concernente la limitatezza dei poteri del Parlamento europeo. In pratica fino al 1979 le Assemblee legislative delle singole nazioni designavano i rappresentanti da mandare in Europa. Anche Covelli fu insignito di quest’importante ruolo. Ad ogni modo il politico puntò il dito contro il dominio incontrastato del Consiglio dei Ministri e della Commissione; alla stregua di un medico indicò la causa di tale situazione: in sostanza codesta cosa si palesò a causa del rifiuto francese di ratificare la Comunità Europea di Difesa. La CED fu un piano di collaborazione militare promosso proprio dalla Francia all’inizio degli anni ’50; anche De Gasperi collaborò attivamente per la genesi dell’organo di difesa. L’Italia rinviò l’accettazione del progetto in Parlamento, giacché volle aspettare la ratifica della Francia; tuttavia l’Assemblea Nazionale Francese rigettò il trattato il 30 agosto del 1954 e la proposta si arenò.

Il politico di Bonito rimarcò il poco coraggio e la scarsa determinazione dimostrata dai cinque stati rimanenti. Egli negli anni ’50 sorresse la necessità di un raggruppamento delle nazioni europee al fine di controbattere la forza dell’Unione Sovietica. Egli intravide nell’Europa un baluardo contro il comunismo: soltanto un’aggregazione fondata sulla libertà avrebbe allontanato lo spettro del marxismo. Certamente tali esposizioni mettono in luce un aspetto non secondario. «Per l’Italia – ribadì – l’Europa deve rappresentare l’unica valida prospettiva politica, economica e sociale. È prospettiva politica perché nell’insieme europeo saranno giustamente ridimensionate quelle forze politiche che pretendono di fare in Italia il bello e il cattivo tempo, speculando sulla situazione economica delle classi meno abbienti e sul desiderio dei lavoratori di migliorare la propria condizione sociale». È molto interessante il frammento in questione. L’onorevole ha inoltre posto l’accento sull’importanza della sovranità nazionale e in tale ottica deve essere inquadrata la scelta favorevole al Suffragio diretto per il Parlamento Europeo. Egli sperò nell’integrazione per porre rimedio ai tanti temi italiani di prominenza, come ad esempio l’immigrazione e gli squilibri tra il Nord e il Sud del Paese. Intervenne dai banchi di Democrazia Nazionale. Da poco tempo era stata compiuta la scissione dal Movimento Sociale. Certamente il partito demo nazionale figurò una proposta intrigante; fondò il suo programma sul rispetto pieno della democrazia parlamentare e si dichiarò a favore dell’Europa fin dal primo momento: addirittura nel simbolo apparvero le stelle dell’Unione. Sul piano internazionale furono allacciati i rapporti con i gollisti francesi, con i popolari spagnoli, con i cristiano sociali bavaresi e con i repubblicani statunitensi. Fu un vero e proprio salto in avanti ma l’elettorato non comprese a fondo tale trasformazione e bocciò il progetto.

Per quanto concerne il discorso legato alle prime elezioni del Parlamento Europeo preme affermare una cosa: Democrazia Nazionale ottenne pochissimi voti. In pratica raggranellò 142.537 voti pari allo 0,41%. A causa di questo deludente risultato non scattò nessun seggio per il partito. L’ultimo posto utile fu assegnato al movimento autonomista Südtirolen Volkspartei che riuscì a conquistare 196.373 voti. La Democrazia Cristiana conquistò ventinove seggi per merito del 36,45%; il Partito Comunista, invece, si accaparrò ben ventiquattro seggi con il 29,57%. Purtroppo gli impietosi risultati cancellarono DN dalla scena politica. Molti politologi ritengono che Democrazia Nazionale sia il padre di AN; io, invece, reputo che DN sia il “padre spirituale” di Forza Italia. Perfino Silvio Berlusconi negli anni ’70 mostrò simpatia per il partito della coccarda. «Berlusconi […] condivise il nostro progetto per trasformare il Msi in una destra democratica […]. Dovemmo subire una lezione sul modo in cui concepiva la politica e soprattutto come organizzarla: in circoli e non in partiti […]. In effetti Berlusconi nell’autunno del ’76 ci aveva anticipato quello che avrebbe creato nel ’94, Forza Italia». Queste parole sono state estrapolate dal libro intervista Prima di Fini dell’onorevole Raffaele Delfino. E Covelli? Appoggiò pienamente DN e s’impegnò con amore. «I partiti o sono funzionali dal punto di vista politico o finiscono fuori gioco». Propose le sue teorie innovative nel corso di un pubblico incontro che tenne all’Hotel Jolly di Avellino nel 1979. Nello stesso anno si candidò alla camera e non riuscì a essere eletto: capeggiò la lista e ottenne 5.445 preferenze.

In seguito alla mancata elezione si ritirò dalla scena politica. Fu nominato Presidente Onorario della Consulta dei Senatori del Regno dal Capo di Casa Savoia il 15 maggio 1998. C’è un sottilissimo filo che lega, seppure in modo flebile, Covelli allo svedese Gösta Bohman e al suo Partito Moderato Unito. L’onorevole si mantenne sempre coerente con i suoi ideali: lavorò alacremente per la costruzione di soggetto politico democratico e liberale; in effetti, sorresse l’esigenza di fondare una “nuova destra” certamente non riconducibile alla nouvelle droite ideata dal francese Alain De Benoist. La destra di Covelli è costituzionale e responsabile: di conseguenza ha la vocazione per il governo. Il politico di Bonito fu un grande uomo del Sud, legato a valori immutabili nel tempo. Fu un ottimo oratore, un leader pacato; concepì continuamente l’attività parlamentare come una missione e non come una professione.

 

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Il Partito Monarchico Popolare

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L’armatore Achille Lauro creò nel 1954 un movimento politico energico: fu un esperimento interessante, coinvolgente, raziocinante. Il Partito Monarchico Popolare rappresentò gli ideali di una destra emancipata. È importante rileggere il trascorso per esaltare le proposte più intriganti; per di più è necessario percorrere, senza ripensamenti, la strada del revisionismo. La meta ultima è la ricerca della verità. La scissione dal PNM di Alfredo Covelli fu necessaria. Penso che la nascita del PMP sia stata dettata da valutazioni ponderate.

Il Comandante volle inserire il suo “giocattolo” all’interno delle dinamiche politiche. Egli tentò in tutti i modi di salvaguardare il suo prestigio: fu un politico concreto. Percepì l’esigenza di allungare una mano alla Democrazia Cristiana; nello stesso momento fu animato da ideali peronisti, da aspirazioni velleitarie. Certo, in politica contano i numeri ed è impossibile ribaltare lo stato di cose con un consenso ridotto. Lauro, al contrario di Covelli, non contrastò mai il “bipolarismo imperfetto”; spese le sue energie per arginare, nei limiti del possibile, l’avanzata comunista. Non rincorse la chimera effimera dell’alternativa di destra; supportò dall’esterno i governi centristi al fine di tutelare la libertà e il benessere. Praticamente fu un pioniere del centrodestra moderno. Il suo PMP si inserì nel sistema per ottenere la libertà di manovra sul territorio. E per un breve periodo fu l’ago della bilancia. Il programma fu impostato in modo romantico e furono esaltati i valori tradizionali: sui manifesti comparve il motto “Dio, Re e Popolo” e a più riprese fu invocato il ritorno della monarchia. Fu auspicata finanche l’abrogazione del ministero delle partecipazioni statali.

Ebbene il monachismo del PMP fu vibrante, mediterraneo, passionale. Il movimento riprodusse le aspirazioni di un meridione oppresso, dimenticato. Pertanto riuscì ad ottenere un grande consenso. Insomma, fu un forte partito personalizzato, interclassista, intraprendente, meridionalista, autonomista, leghista, pragmatico, sbarazzino, aperto al confronto, non arroccato nei castelli ideologici. Emergono alcune flebili similitudini tra il PMP e la Lega d’Azione Meridionale dell’ex sindaco di Taranto Giancarlo Cito. Si annidano taluni leggeri paragoni perfino con l’UDEUR. Il partito monarchico laurino fu “popolare” e non “nazionale”; fu un partito di popolo ma non di massa, comunitario, leaderistico, nostalgico, moderato ed estremista, liberista e assistenzialista. I leoni disegnati nel simbolo ruggirono in nome del rampantismo.

In sostanza fu un tentativo intrigante e concreto. Il PMP figurò una proposta innovativa, non intransigente. Si collocò in una posizione intermedia tra il PNM e la DC; tentò di svolgere la funzione di cerniera e desiderò la legittimazione. Incardinò le aspirazioni di una destra avanguardista, non ideologica, monarchica e conservatrice, anticomunista e filo democristiana. Il derby monarchico fu vinto proprio dalla formazione laurina: alle elezioni del 1958 il PMP ottenne il 2,6% contro il 2,2% del PNM. Penso l’esperienza del PMP sia stata volutamente dimenticata dalla destra italiana. Come sempre, preferisco navigare controcorrente ed elogio i “leoni e la corona”. Purtroppo la damnatio memoriae ha velato di nero un progetto vincente.

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