Giglia Tedesco e la sfida a De Mita

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Ricordavo di avere da qualche parte un vecchio numero del bimestrale “Vita Italiana Speciale”, un vecchio numero del 1988 (il numero 2 anno II) “Il governo De Mita”. Edizione totalmente dedicata alla formazione, come appunto dice il tiolo, del Governo De Mita. Dentro c’è proprio di tutto: resoconti, interventi di deputati e senatori, proposte, cronistoria. Insomma, proprio tutto. Ricordavo, non in modo errato, che all’interno c’era un intervento della senatrice comunista Giglia Tedesco Tatò. E sono andato alla ricerca di questo bimestrale; così, dopo un’ora passata a rovistare tra le cose vecchie, tra carte, cartelle, libri, opuscoli, quaderni, fogli volanti ho ritrovato l’agognato oggetto che cercavo. Pagina per pagina, l’ho sfogliato, ancora una pagina, mi sa che c’è…avevo ragione… infatti avevo ragione. L’intervento di Giglia Tedesco c’è: intervenne in quella occasione e non sbagliavo.

La discussione al Senato sulle dichiarazioni programmatiche del governo si tenne nelle sedute di venerdì 22 e di sabato 23 aprile 1988. Il testo del discorso, pronunciato da Ciriaco De Mita alla Camera fu consegnato al presidente del Senato Spadolini e distribuito a tutti i senatori. Nella discussione intervennero senatori appartenenti a tutti i gruppi politici. Tra questi interventi c’è anche quello della senatrice del PCI Giglia Tedesco. A tutti gli interventi replicò sabato 23 aprile il presidente del Consiglio. Dopo le dichiarazioni di voto, il Senato concesse la definitiva fiducia al governo che entrò così nella pienezza dei suoi poteri. Chiusa la discussione, fu votata per appello nominale la mozione di fiducia presentata dai rappresentati della maggioranza: Mancino (DC), Fabbri (PSI), Gualtieri (PRI), Pagani (PSDI), Malagodi (PLI). Votarono favorevolmente DC, PSI, PRI, PSDI, PLI, UV, SVP; votarono contro PCI, MSI- Destra Nazionale, Sinistra indipendente, Democrazia Proletaria, Verdi, Radicali, Lega Lombarda.

Erano tempi di speranza per il PCI, tempi di cambiamento. Molti indicavano una via alternativa al pentapartito, democratica, di sinistra, progressista. Tempi di transizione, in attesa di giorni migliori (sono arrivati davvero poi questi giorni migliori?), di un quadro politico nuovo. E lo disse apertamente la senatrice Giglia Tedesco il 22 aprile 1998. Discorso ancora attuale. Tante tematiche ancora oggi irrisolte e la speranza di un cambiamento reale. Credo che sia ancora praticabile la strada indicata dalla senatrice; ma è un lavoro lungo e faticoso. È un messaggio per i giovani, un impegno per il futuro. Un nuovo modo di fare politica è possibile, nonostante la fine delle ideologie. Oggi ci vuole uno sforzo per offrire una proposta realmente alternativa; occorreranno probabilmente gli sforzi di diverse generazioni. Ma torniamo per un attimo al 1988 e seguiamo con attenzione l’intervento. «Nei trentatre giorni di crisi ministeriale – disse al Senato – il confronto tra le forze politiche sembra aver riprodotto gli obsoleti equilibri e le vecchie logiche che hanno condotto in questi anni alla formulazione di governi del tutto inadeguati ad affrontare i problemi del paese. Nel contempo, peraltro, vi è la diffusa consapevolezza che si stia attraversando una fase di transizione, che i comunisti interpretano non certo come una vuota formula, ma in riferimento ai problemi nuovi che emergono nell’attuale contesto internazionale. Si avverte oggi una forte domanda di programmazione e l’ipotesi neo-liberista che fu posta a base della coalizione pentapartitica è entrata in crisi irreversibile. La maggioranza non ha però saputo evitare di ripetere errori già commessi ed è rimasta prigioniera di logiche ormai superate. Eppure, in qualche modo, anche il nuovo governo si iscrive nella transizione e dovrà fare i conti con le sue contraddizioni interne e con l’opposizione del partito comunista, che sarà caratterizzata da un forte impegno programmatico che investirà anche le necessarie riforme istituzionali. […] Circa il ruolo del Parlamento, andrebbe poi sottolineato con forza che esso deve ritornare ad essere una sede decisionale […]. Il programma del nuovo governo è forse tale da accontentare tutte le forze della maggioranza, ma al prezzo di una insanabile contraddizione tra le dichiarazioni di intenti e le concrete condizioni della loro attuazione. Se infatti esso contiene un doveroso riconoscimento delle esigenze di lavoro dipendente, d’altro lato il vicepresidente del Consiglio ha già annunciato che non potrà essere mantenuto l’impegno alla restituzione del drenaggio fiscale. Allo stesso modo, per quanto riguarda questioni cruciali quali la condizione delle donne, il problema ambientale e la politica scolastica, ad obiettivi in astratto apprezzabili si contrappongono gravi ambiguità su scelte concrete, come ad esempio l’avvenire della centrale di montalto di Castro, l’assenza di una politica organica dei servizi sociali, nel cui ambito addirittura si prospetta il volontariato come sostitutivo dell’intervento pubblico, e una attenzione insufficiente per la grave situazione di agitazione degli insegnanti. Anche relativamente al problema nazionale della disoccupazione del Mezzogiorno, […] il programma governativo non reca interventi adeguati alla gravità della situazione».

Un discorso interessante, di qualità. Un attacco frontale alle politiche neoliberiste del pentapartito. C’è bisogno di programmazione, di interventi mirati. Un discorso che affronta diverse problematiche: la condizione della donna, il problema ambientale (ancora molto attuale), il mondo della scuola, l’energia nucleare, i servizi sociali, la disoccupazione al Sud. «Lo scenario politico che complessivamente si delinea – concluse – è quindi caratterizzato da temi di scontro, ma anche da occasioni di dialogo e possibilità di incontro su singoli problemi. La sua parte politica condivide il giudizio dell’onorevole Craxi, secondo il quale ogni convergenza tra maggioranza e opposizione contribuisce in primo luogo a ridurre le distanze tra le forze di democrazia e di progresso. Assai poco opportunamente invece il senatore Giugni ha rievocato nel corso del dibattito lo spettro del bipolarismo. Il partito comunista giudica positivamente l’esaurimento del pentapartito totalizzante, che assorbe cioè al suo interno anche l’opposizione, e si propone, con la propria opposizione programmatica, di contribuire a far sì che l’attuale governo non sia preclusivo di altre e più adeguate soluzioni politiche».

La senatrice Tedesco in sostanza disse: il PCI guarda avanti ed è pronto per il governo. Superata la fase del pentapartito totalizzante c’è spazio per qualcosa di nuovo, aperto, per niente preclusivo di “adeguate soluzioni politiche”. Non più, quindi, il pentapartito totalizzante, ma una formula “apolide” (come la definì Manzella). “Alternativa di programma” in vista di traguardi più ambiziosi. Poi ci fu la svolta della Bolognina, la fine del Partito comunista e la nascita del Partito Democratico della Sinistra. Giglia Tedesco aderì in modo convinto al nuovo soggetto politico.

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Nicola Adamo e lo sviluppo del Sud

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Sulla piazza a parlare con un amico. Quattro chiacchiere sulla politica locale si parla del più e del meno. Tra poco è il 19 febbraio, a San Barbato di Manocalzati sarà festa Patronale. Parlo di Nicola Adamo e della tragica scomparsa avvenuta proprio il 19 febbraio di un anno funesto, il 1980, trentasette anni fa. Davvero un anno funesto, quel 1980 segnato dal terremoto e da eventi brutti assai. Era il giorno di martedì grasso, ricorda l’amico, c’era il nevischio. Quel crudele incidente automobilistico sulla variante. L’amico lo ricorda a mala pena perché era piccolo, suo padre però lo ricordava molto meglio.

Sono passati trentasette anni dal tragico giorno. Voglio ricordarlo in questo triste anniversario. Ho già scritto un articolo su di lui nel mese di luglio, e adesso mi accingo a scriverne un altro con la passione che da sempre muove le mie azioni. Credo che Nicola Adamo, Nicolino per tutti gli atripaldesi, meriti una rivalutazione completa. Sempre troppo poco quello che si fa, che si scrive su di lui; meriterebbe un convegno, che so, uno studio approfondito sui discorsi, sulle cose fatte. Perché, per molti aspetti, ha anticipato in tempi, nel senso buono del termine. Comunista, sì, ma uomo politico troppo avanti. Capace di ottenere un consenso molto ampio, tutto merito della sua persona, del suo modo di fare. Un esempio di concretezza e passione vera.

Mi ha detto una signora: Nicolino ad Atripalda ha lasciato un esempio per tutti i politici che sono venuti dopo. Chiedeva il voto a tutti e non faceva distinzioni, a tutti davvero; camminava, visitava la gente, quella più umile di Atripalda, risolveva i problemi perché era molto pragmatico, attento alle problematiche reali. Distante dall’astrattismo, dalle riflessioni ideologiche prive di senso. Un consenso alto, molto alto: ma era un consenso verso la sua persona. Votavano più per lui che per il partito; più un voto ad Adamo che al PCI, perché lo meritava. Così dice la signora. Un anticipatore, un uomo votato alla causa ma con un piglio diverso, più personale. Dotato di uno spirito di libertà ampio, proponeva, suggeriva, indicava strade da seguire. Istaurava rapporti gli avversari, di là dall’appartenenza partitica. Nonostante le divisioni (e le divisioni c’erano eccome).

Ha messo l’Irpinia al centro dell’agenda politica. In un periodo contraddistinto dalle idee del segretario provinciale Grasso di Ariano. Con la segreteria Grasso il PCI cambia rotta con uno spostamento del baricentro verso l’arianese e una spinta particolaristica in altri comuni. Un modo diverso di fare politica in Irpinia. A Sant’Angelo dei Lombardi acquistò peso Quagliariello e ad Atripalda Nicola Adamo. Pratico e moderno (sempre nel senso buono del termine), l’onorevole Adamo, geometra. Nell’hinterland avellinese il suo bacino di voti più importanti. Con la venuta del segretario provinciale Antonio Bassolino, inizia, forse, il periodo d’oro per l’onorevole atripaldese. In seguito Nicolino arriva in parlamento. Succede il 20 giugno ’76 e viene eletto nella circoscrizione Avellino Benevento con 43 mila e 765 preferenze. Numeri alti per una politica alta.

In questi mesi sono andato alla ricerca del suo materiale, di pubblicazioni, di atti parlamentari. E conservo con cura tutto in una cartella. Recentemente ho recuperato un’interrogazione parlamentare rivolta alla ministra Tina Anselmi Per “un accertamento delle responsabilità degli amministratori della fabbrica di laterizi Berardino di Manocalzati in relazione alla crisi dell’azienda e al mancato rispetto dei diritti dei lavorati”. Lo fece per difendere gli operari: in quella azienda lavoravano tanti manocalzatesi, molti di loro non ci sono più. Una fabbrica, quella dei laterizi, che produceva mattoni, tavelle e materiale edile. Istallata nel territorio di Manocalzati ai confini con Atripalda: una fabbrica enorme con tanti operai.

Ho trovato poi, con immenso piacere, la sua relazione tenuta alla IV Assemblea meridionale della Lega per le autonomie e i poteri locali di Taranto del dicembre ’76. Ho trovato la pubblicazione alla Biblioteca Comunale di Atripalda L. Cassese. “Per lo sviluppo del mezzogiorno e per il superamento della crisi del Paese”. Così s’intitola la relazione. L’onorevole parlò in qualità di membro della Direzione nazionale della Lega. «Non c’è oggi – disse a Taranto – settore della cultura e dell’economia, del mondo politico democratico e sindacale del nostro Paese che non riconosca la centralità della Questione Meridionale per qualsiasi azione di rinnovamento della società e dello Stato. Ma non mancano, oggi come ieri, contrapposizioni di linee, nel momento in cui si trova di fronte a scelte di gestione, di strumenti o ad applicazioni di leggi. […] Il Mezzogiorno, e tutto il Paese, hanno bisogno di una politica meridionalistica nuova […] Nel profondo Sud, nelle zone interne come nelle fasce costiere, nuove forze, nuove energie, giovani leve di amministratori, emigrati espulsi anche dai mercati di lavoro straniero, giovani con intelligenza, forti di una nuova esperienza sono scesi in campo non più disposti a seguire le conseguenze di decisioni centralistiche che per tanti anni li hanno visti condannati alla miseria ed alla subalternità. Sono forze decise a conquistare nuovi traguardi di vita sociale e democratica, a battersi per una democrazia di fatto, efficiente, fondata sulla partecipazione e sull’autogoverno, sul pieno funzionamento delle istituzioni e delle autonomie […] Sono forze che di fatto sono già diventate protagoniste della fase nuova della politica meridionalista». Un Adamo per certi aspetti dorsiano. Un “uomo d’acciaio con il cervello lucido” pronto a scendere il campo, con abnegazione, per il riscatto vero del Sud; una via personale, molto intrigante, che supera le concezioni partitiche. Un Adamo “super partes”, pronto a muovere le sue azioni verso il riscatto del nostro Sud.

Penso tante cose. Chissà, se fosse stato ancora vivo, avrebbe trovato difficoltà a convivere nel PCI irpino con altri politici. No so, la storia non si fa con i se e con i ma. Tuttavia penso che uno come lui, avrebbe trovato sul suo cammino molti ostacoli e… perché no, sarebbe rimasto lì con le sue idee. Non è possibile saperlo perché il destino l’ha tolto ai suoi cari e alla sua comunità troppo in fretta. Trentasette anni fa, il 19 di febbraio del terribile 1980. In inverno, in un martedì grasso irriverente.

Considerazione personale. Nicola Adamo è sempre stato attento alle problematiche del territorio, a difesa degli ultimi, degli operari. Ha voluto veramente bene a Manocalzati e ha rivolto diverse interrogazioni parlamentari sui problemi delle aziende istallate sul territorio (tra queste la Shot Toys). Pertanto nutro una forte stima nei confronti di quello che ha fatto e ha rappresentato; mi affascina ancora questa figura politica per molti motivi. Un parlamentare impegnato, a difesa della nostra provincia e del mondo operaio e contadino (da Lioni a Bisaccia, da Manocalzati ad Atripalda, da Volturara a Solofra). Concreto, battagliero, grintoso. Scomparso prematuramente. A volte penso a quello che poteva essere e non è stato. Dopo la sua morte è venuto il terremoto, la ricostruzione (chissà quante cose avrebbe detto contro i gestori del potere), lo sgretolamento della DC, questo tipo di classe dirigente. L’onorevole avrebbe continuato a battagliare, dall’altra parte della barricata. Dove è sempre stato.

1946, quando Nobile si fermò a casa Pagano

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Nel salone, inizio settembre. I soliti discorsi di mio zio e i ricordi e il passato. Sulla sedia seduto immagino il tempo perduto. Lo sento parlare e le sue parole si perdono nel giorno allegro: parole attaccate ai mobili, alla ringhiera, al lampadario. Oramai anche i muri conoscono le storie vecchie del parente. Colline verdissime di là dal balcone e un fiume. Com’è bella l’Irpinia, penso, e tutti questi ricordi… troppi e sempre gli stessi. Questo zio è instancabile. Raccontami qualcosa di più entusiasmante, non so, una storia dimenticata tipo il bisnonno Guglielmo Pagano e un personaggio famoso e il personaggio famoso esce sempre fuori all’improvviso. «Tu non lo sai, – dice lo zio – nel 1946 il generale Umberto Nobile si fermò a mangiare a casa di Guglielmo Pagano». Caspiterina! È vero ma non la sento da parecchio. Raccontami tutto, dettagliatamente. Così scrivo qualcosa. «Sì. Nobile tenne un comizio ad Avellino. Campagna elettorale del 1946, Assemblea Costituente. Si candidò da indipendente con il Partito Comunista Italiano in diversi collegi e anche in quello di Avellino». Prosegui per piacere. Avevo sentito parlare di Nobile e del bisnonno Guglielmo ma tanto tempo fa; me ne parlò mia nonna ma ero piccolo piccolo e non ricordo un bel niente. «E va bene. In quel periodo casa Pagano era frequentata da personaggi illustri e così e cosà e compagnia bella» e facciamo davvero tardi. Che racconto avvincente. Questo sì che è interessante.

Motivo d’orgoglio per un’intera famiglia. La visita di Umberto Nobile a casa Pagano è ancora oggi rammentata dai miei parenti. Visita del generale, visita diventata mito. Un mito, una sorta di biglietto da visita del genere tu non sai che il generale… a casa da noi in un giorno lontano. 1946, Atripalda. Nella grande casa del mio bisnonno Guglielmo Pagano entra il generale Umberto Nobile e il generale ha tenuto un comizio ad Avellino perché si vota per l’Assemblea Costituente e si è candidato da indipendente con il Partito Comunista Italiano in diversi collegi. Ha tenuto un discorso vibrante, solenne. I comunisti irpini l’hanno applaudito. Tra questi comunisti c’è il giornalista, dirigente del partito e segretario della camera del lavoro Silvestro Amore e Silvestro Amore è sposato con la figlia di Guglielmo Pagano, Giuseppina. Amore dice a Nobile: «Lei è ospite di mio suocero». E Nobile accetta l’invito. Tavola imbandita. È un evento storico. Le donne di casa entrano ed escono dalla grande cucina e portano in tavola pietanze prelibate. Il generale, tra un piatto e un altro, racconta la sua storia. Lasciò l’Italia nel 1931 e si trasferì in Unione Sovietica e collaborò con il progetto di dirigibile URSS W6 OSOAVIAKHIM; si recò anche negli Stati Uniti e rientrò in Patria soltanto nel 1943. E i ghiacci e la tenda rossa e l’Unione sovietica e le donne chiedono notizie sull’Urss e la cagnetta e le avventure al Polo e Togliatti e il PCI e la candidatura.

Fatto di settanta anni fa. Una vita. È passata una vita. In quelle stanze atripaldesi si è respirata un’aria particolare. Da Nobile a Guido Dorso, da Ugo La Malfa a Gennaro Maffeo. Il mio bisnonno Guglielmo Pagano era una personalità di rilievo di Atripalda nella prima metà del ‘900. Antifascista, repubblicano, di sinistra. Era un commerciante di vino: aveva contatti con aziende vinicole in diverse parti d’Italia; una di queste era l’importante azienda Folonari. Era un uomo agiato il bisnonno, un classico nobiluomo. Sposato con Carmelina De Feo, aveva cinque figli: Antonio, Sabino, Natalina, Angelina (mia nonna), Giuseppina. Il bisnonno manifestò simpatie politiche per il Partito d’azione e strinse anche amicizia con Guido Dorso. Fu molto amico del capo della polizia Arturo Bocchini e con il fondatore della prima sezione del Partito Comunista Italiano in Irpinia Gennaro Maffeo; frequentò casa Pagano ad Atripalda anche un giovanissimo Nicola Adamo. Insomma, in quella dimora passò la storia di una provincia e non solo. Casa Pagano era per tutti il “Cremlino”. Molto importante era anche il legame tra Guglielmo e Ugo La Malfa: nel 1968 il figlio di Ugo La Malfa, Giorgio, si candidò alla camera nel collegio Avellino Benevento Salerno con il Partito Repubblicano Italiano. Antonio Pagano, il figlio di Guglielmo, accompagnò Giorgio in alcuni paesi del collegio; lo fece e rinsaldò un legame tra due famiglie e ovviamente lo fece anche per ideali e per continuare la “tradizione politica” del padre. In una 500, paese dopo paese, comizio dopo comizio. Alta Irpinia, beneventano, Salerno. Nell’ultima sera di campagna elettorale Antonio e la moglie Gianna omaggiarono Giorgio La Malfa con una torta “a forma di edera”. Antonio Pagano era un commerciante di caffè, lavorò in Brasile per diversi anni.

Una famiglia antica con idee moderne, una famiglia agiata di Atripalda con amicizie importanti. Quando morì Natalina – figlia di Guglielmo – il professore Raffaele La Sala scrisse alcune righe commoventi. In queste righe dedicate a Natalina c’è la storia di un’intera famiglia. «Conversatrice misurata, – ricorda il professore Raffaele La Sala – madre premurosa, memoria infallibile, una miniera di fatti e vicende che ricostruivano fitte fitte trame di relazioni affettive ed umane. Nel suo racconto si dipanavano ricordi familiari e bagliori di guerra, piccole e grandi storie quotidiane… l’avventura di Guglielmo Pagano, il padre, agiato ed elegante commerciante di vini; il potentissimo capo della polizia fascista Arturo Bocchini, il generale Umberto Nobile e la sua inseparabile cagnetta. E poi Dante Troisi, il giudice scrittore, e poi Silvestro Amore, il giovane ed affascinante ufficiale che aveva sposato la sorella, poi militante politico e giornalista di vaglia».

Guglielmo Pagano morì nel 1955. Partecipò ai suoi funerali anche una delegazione comunista capeggiata dal segretario della federazione di Avellino Ruggero Gallico. Eppure da qualche parte è nascosta una vecchissima fotografia. Non ricordo dove. In un vecchio scatolone sicuramente. La ricordo vagamente. Il bisnonno Guglielmo è a Venezia. Immancabile cappello grigio, cappotto nero. Piccioni a destra e a sinistra, sguardo nobile. Sembra un attore, un uomo del tempo andato. Volto pieno di mistero, occhi sinceri pieni di cose vista e di cose straordinarie. Ma sì. Da qualche parte deve stare queste fotografia: nel giardino della mia memoria, da qualche parte. E spesso vado a trovarlo al cimitero di Atripalda; sta in alto sopra la moglie. Vado a trovarlo e guardo la pietra tombale e medito medito. Che cos’era Atripalda allora, che cos’era quella casa allora. Atripalda e il Blocco Popolare e quella casa piena di ricordi. E sì, un po’ lo invidio, al bisnonno si capisce. Ha conosciuto Guido Dorso, Gennaro Maffeo. Umberto Nobile. Avrei voluto vederli. Tutti e tre e avrei voluto parlare con loro, anche per poco tempo. E poi avrei voluto parlare con lui con il capostipite di una famiglia atripaldese. Con lui per un’ora, per mezzora, anche per un quarto d’ora. Un semplice ciao come stai, i tuoi giorni sono pieni luce.

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Il sogno interrotto di Nicola Adamo

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Nicola Adamo

Una sosta al cimitero di Atripalda. Una sosta alle dieci del mattino. In tasca ho un biglietto. Nell’aria c’è qualcosa di strano, qualche cosa di diverso. Mattino di inizio estate in Irpinia; è il giorno del mio primo consiglio comunale. Respiro il passato, passeggio e penso. Penso sempre al passato. Atripalda negli anni ’70: le lotte politiche, le idee del tempo perduto. Medito, guardo l’orologio, assaporo la bellezza di un momento spirituale. Cerco il custode. «Dov’è la cappella dell’onorevole Nicola Adamo?». Dico. Avanti poi a sinistra. La trovo. La guardo: è chiusa. Dall’altra parte del vetro c’è una fotografia. Cappella particolare, maestosa, bianca. Sono venuto a vederla, alle dieci del mattino per la prima volta. Emozione mai vissuta. Fiori, lumini, panchina incastonata nel muro. Nicola Adamo 25 giugno 1928 – 19 febbraio 1980. Tremenda fine. Incidente stradale sulla variante: morte assurda, vita troncata. Se fosse ancora vivo, avrebbe compiuto il 25 giugno ottantotto anni.

Ho ricordato l’onorevole, nel mio discorso d’insediamento, in aula consiliare a Manocalzati. Ho detto: stamattina sono andato a vedere la cappella di Nicola Adamo ad Atripalda. A volte succedono cose inspiegabili. Mi ha spinto una forza addirittura magica. Una visita alla cappella del politico; ho parcheggiato la mia automobile ed ho contemplato il bianco colore della dimora eterna. L’ho fatto perché stimo i politici intransigenti dell’Irpinia. Poi ho capito una cosa, in questi strani giorni ho capito una cosa. Sul piano locale le differenze politiche tra destra e sinistra contano in modo relativo; la lezione milazziana è sempre valida. Uniti contro i partiti di potere, uniti contro la cattiva politica. Il voto al PCI nell’Irpinia degli anni ’70 era semplicemente il “voto contro”; il voto al MSI nell’Irpinia degli anni ’70 era semplicemente il “voto contro”. Un “voto contro” in Irpinia.

Non ho mai conosciuto il politico atripaldese. Sono nato nel 1985. Ho seguito nel 2009 la Pallavolo Atripalda: la squadra disputava le gare interne del campionato all’interno della palestra intitolata alla sua memoria. Ho sentito parlare dell’onorevole diverse volte. Mi parlò di lui mio zio Silvestro Amore. Mi parlò delle battaglie contro la Democrazia Cristiana. Perché tanti anni fa era dura davvero stare dall’altra parte. Nicola Adamo era geometra. Fu eletto consigliere comunale di Atripalda nel 1952 con il Blocco Popolare; costituì la lista con l’avvocato Carlo Tozzi. Fu vicesindaco e assessore ai lavori pubblici. Successivamente divenne il capogruppo dell’opposizione; battagliò contro le giunte democristiane. Tuonò contro la speculazione edilizia. Nel 1960 divenne consigliere provinciale con il PCI e nel 1976 fu eletto per la prima volta alla Camera dei Deputati nella circoscrizione Benevento – Avellino – Salerno con 43mila e 765 preferenze. Fu membro del Comitato Regionale del PCI e della Lega per le Autonomie e i Poteri Locali. Fu rieletto nuovamente alla Camera nel 1979. Alla Camera fu membro della Commissione Lavori Pubblici. Partecipò a Taranto nel dicembre 1976 alla quarta assemblea meridionale della Lega per le autonomie; la sua relazione fu molto interessante. «Nicola Adamo, – ricorda il professore Raffaele La Sala – a prescindere da ogni valutazione di merito e di giudizio di parte è stato, senza dubbio, uno dei politici di razza nel secondo dopoguerra in Irpinia».

L’amministrazione comunale di Atripalda intitolò una borsa di Studio all’onorevole Adamo: fu istituita con delibera di consiglio comunale n.265 del 22/04/81. Fu assegnata per la prima volta in occasione del decimo anniversario della sua morte nel 1990. Ho recuperato un opuscolo del 1992 dedicato alla borsa di studio. Nell’opuscolo sono raccolte alcune testimonianze interessanti. Alberta De Simone, in qualità di assessore comunale, ricordò l’onorevole. «Nicola – scrisse la De Simone – è parte organica della nostra storia e della nostra realtà. Non solo di quella dei comunisti, ma della gente più debole, più esposta, più bisognosa, di quanti si riconobbero in lui in un periodo complicato e interessante della vita locale. […] Il nostro omaggio va ad un illustre cittadino di Atripalda, un uomo che, col suo rigore morale, col suo equilibrio intellettuale, con la sua notevole preparazione politica, ha saputo conquistarsi stima enorme fra la gente, rispetto tra gli avversari politici, ammirazione e consenso tra i compagni di partito. […] Ma è l’iscrizione al nostro partito, la sua concezione della militanza come impegno attivo e quotidiano, che lo portano a diventare un politico originale e popolare, perché cresciuto tra la gente semplice, maturato in mezzo alle lotte del meridione, delle popolazioni delle zone interne, di quel Sud nel Sud che più tardi seppe così bene rappresentare. […] Quante volte ci diceva che dovevamo saper leggere “nel cuore della gente”, capirne le ansie e i bisogni, che dovevamo partire di lì, del rapporto con le persone per portare poi a sintesi le istanze più diffuse e preoccuparci di una loro realistica soluzione. Quante volte ci diceva che bisogna saper leggere “tra le carte” condannando così ogni forma di superficialità e di improvvisazione. Non è possibile risolvere nessuna questione, neanche la più semplice, senza un’approfondita analisi delle cose di cui si discute e si decide, senza una dettagliata conoscenza delle norme legislative relative a quell’oggetto. Con questo rigore, con questa severità nei confronti di ogni faciloneria, e di ogni improvvisazione, egli sedette per più di trent’anni sui banchi del nostro C.C. e si impose all’attenzione di tutti. […] Concretezza e passione politica, capacità di lotta e coinvolgimento ideale, coraggio e disinteresse hanno fatto dell’On. Adamo un esempio che noi indichiamo ai giovani di Atripalda per iniziative di approfondimento e di studio, ma soprattutto perché ne traggano un fecondo stimolo ad anteporre le ragioni dell’impegno per il bene collettivo, della serietà e della dedizione alle istituzioni pubbliche rispetto alle tentazioni del moderno egoismo individualistico, a privilegiare i valori civili e sociali rispetto al facile consumismo alienante, che tanto assedia l’età giovanile». Dunque, l’onorevole era un politico originale e popolare. Tutelò le popolazioni delle aree interne, il Sud nel Sud. Ha lasciato un’eredità politica importante: occorre saper leggere bene le carte, battagliare sempre per la legalità, conoscere le norme, studiare e analizzare i problemi, non abbassare la guardia, amare il territorio, amare l’Irpinia e difenderla dalla cattiva politica. Proteggere gli umili, i poveri, i diseredati; contrastare con severità la faciloneria e il clientelismo.

Molto commovente è la testimonianza dell’ex sindaco Domenico Piscopo. «A Nicolino Adamo… (e scommetto che Egli ne sarà contento) Era un mediocre giocatore di carte, era un mediocre giocatore di pallone, rifuggiva le compagnie rumorose e numerose. Seppe rinunciare alla maggior parte della sua gioventù per due grandi amori: la sua compagna ed il suo partito a cui nessun altro avrebbe potuto dare di più». Lo ricordò anche il delegato alla Cultura, il capogruppo del PSI Sabino Narciso. «Se dovessi dare un titolo alla storia dei rapporti politici tra Sabino Narciso e Nicola Adamo – scrisse Narciso – la titolerei “discorrendo di socialismo, di comunismo e di fascismo”. E per sottotitolo metterei “la fede pura non genera odi né rancori. […] Questo buono sottolineo ai giovani che militano nel P.D.S., ai quali rivolgo un invito fraterno e sincero a saper leggere Nicola Adamo. […] Credo di essere stato sempre nel tema pur se qualche volta può sembrare il contrario, il che non è perché il caro Nicola aveva molteplici interessi: l’amore per il proprio paese, l’amore per la classe operaia, l’interesse ai molteplici problemi che assillano la società italiana». Un invito ai giovani: leggere Nicola Adamo. In sostanza è un invito ai giovani di tutte le idee politiche. Bisogna leggere, approfondire, studiare il pensiero del politico atripaldese; alla fine dei conti è un pensiero sempre attuale. Rinnovamento della classe dirigente, sobrietà, rispetto degli enti locali, del Parlamento, nessun compromesso, rigore morale. L’onorevole avrebbe voluto un’Irpinia emancipata. Adesso tocca ai giovani. Credo che sia necessario ripartire dalle storie buone del passato.

Sull’opuscolo dell’amministrazione comunale, dedicato alla borsa di studio, sono riportati anche alcuni telegrammi. Nilde Iotti inviò un telegramma e mostrò vicinanza ai familiari del parlamentare irpino. «Profondamente rammaricata che delicati impegni politici mi impediscano di essere presente alla manifestazione celebrativa dell’anniversario della scomparsa del carissimo on. Nicola Adamo, desidero non solo testimoniare la mia adesione all’iniziativa e soprattutto esprimere il mio caloroso apprezzamento per la decisione della municipalità di Atripalda di onorare tanto degnamente – con un “investimento” negli studi di giovani meritevoli – la memoria di Adamo. Colgo nella scelta di istituire le dieci borse di studio un impegno non formale a trasmettere alle nuove generazioni il messaggio che fu del dirigente comunista Nicola Adamo: solo con un impegno coerente e tenace, ad ogni livello, è possibile costruire un avvenire nuovo e diverso del mezzogiorno fidando anzitutto sulle forze e sulle potenzialità che lo stesso sud esprime, e che sono tante. Con questi sentimenti, desidero porgere suo tramite il mio pensiero più affettuoso ai familiari di Nicola Adamo – che l’assemblea di Montecitorio fu onorata di avere tra i suoi membri più attivi e appassionati – il mio saluto più cordiale al mondo della scuola e agli amministratori di Atripalda». Inviò un telegramma anche Achille Occhetto. «Ringrazio cortese invito vostra cerimonia di assegnazione borse di studio in ricordo del compagno Nicola Adamo che tanto si è adoperato come militante comunista e come parlamentare per la soluzione dei problemi della gente irpina e per la valorizzazione delle autonomie locali stop impossibilitato partecipare per improrogabili impegni auguro pieno successo alla vostra iniziativa stop». Invitò, infine, un telegramma anche il prefetto di Avellino Sbrescia. «Sinceramente rammaricato non poter essere presente cerimonia commemorazione on. le Adamo perché impedito da impegni previamente assunti vrg. spiritualmente partecipo at doveroso omaggio nobile figura parlamentare che habet dato LIXXXXX lustro città origine et Irpinia tutta con proprio appassionato impegno at servizio collettività alt».

L’Irpinia, purtroppo, è una terra irriconoscente. I figli di questa terra dimenticano in fretta. Le persone scompaiono e il ricordo sparisce. Eppure a Manocalzati resiste il ricordo dell’onorevole Adamo. Si perché nel 1980 difese le operarie della vecchia fabbrica Shot Toys. E i manocalzatesi illuminati non dimenticano. Gli anziani rammentano ancora adesso il fatto: un onorevole locale del PCI, di Atripalda, tutelò le operaie di Manocalzati. Così dicono. Il dieci marzo 1978 aprì i battenti la fabbrica Shot Toys: trovarono un’occupazione tante donne del comune e delle zone limitrofe. L’azienda assunse cinquantasette operaie. Nel 1979 le cose precipitarono e per diverso tempo non furono erogati gli stipendi. Si registrarono delle irregolarità nel versamento dei contributi INPS. Iniziò così lo sciopero generale il 20 giugno: lo sciopero durò fino al 15 luglio e le attività di produzione si fermarono. Le lavoratrici reclamarono a gran voce l’applicazione del contratto collettivo nazionale e il pagamento degli stipendi dal mese di aprile in poi. Pertanto il 14 luglio i sindacati trovarono un’intesa con la ditta e le retribuzioni di maggio e giugno furono elargite.

Adamo rivolse ai Ministri del lavoro e previdenza sociale e al Ministro per gli interventi straordinari nel Mezzogiorno un’interrogazione parlamentare. Lo fece l’11 febbraio. Praticamente una settimana prima di morire. Nello stesso giorno rivolse anche un’interrogazione parlamentare per tutelare l’ospedale “Di Guglielmo” di Bisaccia. Queste sono state le ultime battaglie dell’onorevole.

Ho sul tavolo una fotocopia. VIII Legislatura – discussione – seduta dell’11 febbraio 1980. Atti parlamentari – camera dei deputati – 668 e 669. Leggo con tristezza. «L’azienda – disse Adamo in Parlamento – occupa 60 operaie ed è stata chiesta la cassa integrazione per tutte le unità lavorative. Intanto i salari sono stati da tempo dimezzati e le maestranze attendono di riscuotere paghe arretrate. Va pure detto che nel corso della vertenza sindacale sono emerse irregolarità nel versamento dei contributi assicurativi INPS tanto da compromettere lo stesso accesso delle maestranze alla cassa integrazione. I titolari dell’azienda intanto lamentano la mancata riscossione di finanziamenti pubblici già promessi. Per sapere quali iniziative si intendono adottare per la difesa del posto di lavoro delle 60 operaie, per assicurare puntualmente le paghe salariali ed il versamento degli arretrati. Per accertare quali irregolarità sono state commesse dai titolari dell’azienda, tali da ostacolare anche il passaggio a cassa integrazione. Per sapere altresì quali e quanti finanziamenti pubblici l’industria irpina ha ricevuto o deve ricevere e quali impegni di produzione ed occupazionale sono stati assunti». Parole infuocate. La querelle si chiuse nel peggiore dei modi. Dopo poco tempo la “Shot Toys” chiuse i cancelli: quindi cessarono definitivamente le attività e le sessanta unità lavorative si trovarono senza lavoro. La fabbrica produceva proiettili per pistole giocattolo. Una storia come tante, una storia come tante in questo Sud sempre uguale. Parole al vento, licenziamenti.

Allora, è importante ricordare le lotte degli anni passati. Occorre recuperare le figure di spessore di questa provincia; bisogna recuperare l’insegnamento dei politici di opposizione al sistema. Destra e sinistra. Indistintamente.

D’Ambrosio e il Sud che non vuole cambiare

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michele d'ambrosio

È il 2010. Pomeriggio di fine agosto. Tramonto mesto. Estate irpina, San Potito Ultra, alberi silenziosi. Avevo tante speranze nel cuore. Una stretta di mano, tempo sospeso in un sorriso. Storia, storia dimenticata. Michele D’Ambrosio era stanco; un bastone accompagnava la sua ombra. Osservavo il suo volto, i suoi occhi. Tempo sospeso in un sorriso. «Salve, onorevole». Dissi. «Salve, Romeo. – Rispose – Che cosa succede a Manocalzati?». «Niente di nuovo». «Purtroppo Manocalzati è un paese reazionario. Non cambierà mai nulla. Dovresti rimboccarti le maniche, sei giovane». È un paese reazionario. L’onorevole era un grande conoscitore della politica irpina. Ho capito dopo. Ricorderò sempre le sue parole. D’Ambrosio mi abbracciò. Scrutai nel suo sguardo un fondo di malinconia. Le partite si perdono, le idee vincono sempre. Mi raccontò alcune storie, alcuni aneddoti. Io parlai del mio blog. «Si chiama l’Irpinia che vuole cambiare». D’Ambrosio alzò lo sguardo verso il cielo, poi affermò. «Ah, c’è un’Irpinia che vuole cambiare? Dove sta?».

Parole sante. Parole davvero sante. Sono passati sei anni. Il tempo scorre. Le cose non mutano. Giuseppe Moricola m’invitò alla prestazione del libro di Enzo Cioffi “La musica che cambia nell’Italia che decolla. Società, giovani e sound dagli anni ’50 al ‘68”. C’era anche l’onorevole. Fu davvero una bella iniziativa. In quel periodo l’amministrazione di San Potito organizzava eventi interessanti. Il Museo del Lavoro promosse nel 2010 diversi appuntamenti culturali di un certo spessore con il cartellone “Apriti Sesamo”. Partecipai anche io.

D’Ambrosio era un uomo di sinistra, un comunista vecchio stampo. Io coltivo il mito di Pippo De Jorio, di Alfredo Covelli, del vecchio Partito Nazionale Monarchico. All’apparenza non abbiamo punti in comune. All’apparenza. In realtà la pensiamo allo stesso modo. L’onorevole ha sempre lottato per un ideale nobile: ha contrastato la cattiva politica e il clientelismo. Pertanto lo stimo. Anche io detesto la cattiva politica e il clientelismo. Mi avvicinai a De Jorio per amore della libertà. La mia è stata una scelta di libertà. La mia libertà è uguale alla libertà di D’Ambrosio: la sua lezione morale è ancora attualissima. E quella chiacchierata di San Potito non dimenticherò mai più.

Manocalzati, il mio paese, è reazionario. In sostanza è un paese con una mentalità chiusa; è un paese anti illuminista, anti progressista; è un paese particolare. La gente si schiera sempre con il più forte. Purtroppo è tutta colpa della mentalità. Il popolo non oppone resistenza. Firma una sorta di delega in bianco. La sociologia potrebbe aiutare a capire i fenomeni: il paese merita l’attenzione dei migliori studiosi. C’è un caso Manocalzati. Anzi, Manocalzati è l’emblema della questione meridionale. Nel 1958 Edward Banfield andò a Chiaromonte in Basilicata e scrisse il libro “The Moral Basis of a Backward Society – Le basi morali di una società arretrata”. Introdusse il concetto di “familismo amorale” e stimolò il dibattito sul familismo al Sud Italia. Per D’Ambrosio la questione meridionale è ancora attuale. Alcuni comuni irpini meritano un’attenzione particolare. C’è poco rispetto per la cosa pubblica. La gente pensa soltanto alla proprietà privata. Carlo Levi nel libro “Cristo si è fermato a Eboli” spiega le ragioni del modo di essere del popolo meridionale. Anni e anni di dominazioni straniere.

Non è un caso che Manocalzati abbia avuto, dal dopoguerra ad oggi, soltanto sei sindaci. Ben tre sindaci sono della stessa famiglia. Francesco De Sanctis, Guido Dorso, Gramsci, Carlo Levi piangono in silenzio. I nostri amministratori dedicano le piazze a Fiorentino Sullo. E non è un caso. Dimenticano John Ciardi, il figlio migliore del paese, e osannano Fiorentino Sullo. Perché? Perché sconfisse il Partito Nazionale Monarchico. In quel periodo Stella e Corona amministrava molti comuni dell’Irpinia. Sullo invitò i medici dei paesi a candidarsi con la DC. Riuscì, così, a distruggere gli avversari. E il PNM era un partito anti sistema e anti potere. Stiamo ancora pagando questa scelta.

Ho affrontato a testa alta la campagna elettorale per le elezioni comunali a Manocalzati. Ho perso. Però ho difeso le mie idee. E D’Ambrosio è certamente un mio modello di riferimento. Non sarò il sindaco: sarò il leader dell’opposizione. Sono orgoglioso lo stesso. Ringrazio anche l’onorevole. Adesso non c’è più. Ho capito una cosa: il milazzismo è ancora attuale. Destra e sinistra in provincia condividevano le stesse battaglie. Bisogna ripartire dalla lezione dei personaggi politici del passato e dal civismo. Nel mio bagaglio politico culturale c’è la Colomba di Arturo De Masi, la Torre di Emilio D’Amore, la Tromba di Adelia Bozza, la Fenice di Albanese e Generoso Pascucci. Civismo di lotta e di governo, civismo di protesta e di proposta.

Michele D’Ambrosio nacque a Bonito, nel paese di Alfredo Covelli il 2 settembre 1944. Assunse la carica di segretario provinciale del PCI nel 1976; nel 1983 entrò in Parlamento e sostituì l’atripaldese Nicola Adamo morto in un incidente stradale. Fu componente della Commissione parlamentare d’inchiesta sulla attuazione degli interventi per la ricostruzione e lo sviluppo dei territori della Basilicata e della Campania colpiti dai terremoti del novembre 1980 e febbraio 1981 dal 19 settembre 1989 al 16 ottobre 1989. Sempre nel 1989 si schierò sulle posizioni di Pietro Ingrao e contestò la svolta della Bolognina; ciò nonostante aderì al Partito Democratico della Sinistra. Continuò la sua attività politica all’interno dei Democratici di Sinistra e contribuì a fondare il movimento Sinistra democratica per il Socialismo Europeo. Aderì, infine, al partito di Vendola Sinistra Ecologia e Libertà. Morì il 21 ottobre 2010. Piansi. Piansi la scomparsa di un uomo di spessore. Scrissi una lettera sul blog. L’ultimo saluto a D’Ambrosio. La riporto. Adesso sono diventato consigliere comunale di opposizione a Manocalzati. Onorevole, l’ho fatto anche per lei. Quando arriverò in consiglio penserò anche a lei e penserò a quel pomeriggio di agosto del 2010. Lei mi ha dato la forza per andare avanti. Mi ha dato le idee. Ciao. Le sue parole, le sue parole ricorderò sempre.

Non ho mai pensato di scriverle una lettera: la vita ci divide, ci allontana. Le emozioni perdono il colore. Mi perdoni. Oggi, però, ho scritto una lettera. Ho scritto una lettera in questo brutto giorno. Adesso non c’è più, adesso non può sentirmi. Ho avuto il piacere e l’onore di parlare con lei diverse volte. L’ultima volta l’ho vista a San Potito. In quel pomeriggio di agosto ho capito tante cose. Il suo pensiero mi ha affascinato. Le colpe delle generazioni passate non devono ricadere sui giovani. Non abbiamo addosso nessun peccato originale. Dobbiamo soltanto rimboccarci le maniche. Lei è una figura importante della sinistra irpina. La classe politica locale dovrebbe prendere spunto dal suo insegnamento. Il rispetto viene prima delle divisioni. E rispetterò senza sosta la sua persona.