Del Mauro, il sindaco del dopoguerra

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Avrei dovuto scrivere quest’articolo nel mese di luglio dello scorso anno, in occasione del ventennale della sua morte, della morte dell’unico sindaco sanbarbatese di Manocalzati dal dopoguerra a oggi. Avete capito di chi sto parlando: ovviamente di Giuseppe Del Mauro, per tutti semplicemente don Peppo. E non è stato possibile scriverlo prima per diversi motivi. C’è sempre qualcuno che mette i bastoni tra le ruote e qualcuno non vede di buon occhio don Peppo perché… perché… va bene… il motivo lo sapete e non sto qui io a dirlo a voi. Forse Del Mauro provoca ancora adesso irritazione nei confronti dei soliti noti. Tutto è così strano in questo paese.

Non potevo dargliela vinta e con le carte o senza carte ho dedicato un piccolo spazio a Giuseppe Del Mauro. E me l’hanno fatto diventare perfino simpatico, a Del Mauro si capisce. Nonostante tutto. Forse non è cambiato niente e la mentalità del paese rimarrà sempre la stessa. Qualcuno dice: si stava meglio quando si stava peggio. Sicuramente il passato genera malinconia, anche se è stato brutto e la mente tende a rimuovere le cose non belle. E non pochi lo rimpiange ancora, a Del Mauro sindaco. Io non lo rimpiango (non ho vissuto quel periodo perché ancora dovevo nascere) ma questi che ci sono adesso non sono certo migliori di lui. Almeno prima avevamo un sindaco sanbarbatese, un sindaco che viveva a San Barbato e che non era medico.

Di San Barbato e possidente terriero. Del Mauro era il classico galantuomo di una volta. Apparteneva alla classe agiata del paese. «Entro questa classe – scrive Edward Banfield nel libro “Le basi morali di una società arretrata” – esiste una netta distinzione tra coloro che sono galantuomini e coloro che non lo sono. Essere galantuomini dipende esclusivamente dalla nascita: indipendentemente dall’occupazione, dal grado di istruzione, dal reddito, una persona è galantuomo se lo era suo padre. La situazione di questa piccola nobiltà non differisce da quella degli altri membri del ceto superiore se non nel fatto che essa riceve maggior deferenza: ci si rivolge loro semplicemente con il titolo di don o donna, seguito dal nome come don Paolo, donna Maria. Ai preti il titolo spetta d’ufficio». Il sindaco sanbarbatese era apprezzato dalla quasi totalità della popolazione locale. In lui vedevano una protettore, un punto di riferimento, un dispensatore di bene. Tutti andavano da lui in caso di problemi e lui metteva pace, manteneva l’armonia, risolveva controversie tra contadini: andiamo da don Peppo, decide don Peppo, glielo dico a don Peppo. I ceti inferiori, quelli più popolari, lo adoravano e lo veneravano addirittura.

«Potevamo levare le immaginette di Gesù Cristo a capo del letto e potevamo tranquillamente mettere quelle di don Peppo e potevamo tranquillamente mettere anche quelle di Arturo De Masi». Così mi ha detto un signore anziano di San Barbato. E forse era vero. Molti contadini lavoravano nelle terre del sindaco: erano mezzadri. Una famiglia da sempre legata a ideali risorgimentali, liberali, monarchici. Un suo antenato Giuseppe, durante i travagliati giorni post unità d’Italia era Capitano. Nei giorni della rivolta alcuni uomini del posto «circondarono la casa del capitano […] e si fecero dare dalla moglie il ritratto di Vittorio Emanuele, che immediatamente frantumarono», così scrive il professore Edoardo Spagnuolo nel libro “La Rivolta di Montefalcione”. Un altro antenato si chiamava Emanuele e costui era liberale. Una famiglia, quindi, che ha vissuto in prima linea gli eventi politici del tempo passato.

Ma ci pensate? Avevamo un sindaco di San Barbato. Che cosa bella. Adesso una cosa del genere sembra una chimera. Tramontato questo periodo, scomparso il periodo d’oro di Arturo De Masi non resta che rifugiarsi nei ricordi e ricordare… ricordare… San Barbato e Manocalzati negli anni ’40 e ’50, la voglia di venir fuori da un periodo brutto. Le dure battaglia contro la DC (perché alla fine era una corsa a due tra monarchici – missini – progressisti e democristiani e questa corsa a due, massimo tre liste, si è perpetrata nel tempo), le lotte per la libertà. Erano tempi particolari: la battaglia politica era davvero accesa. Da una parte gli idealisti, dall’altra i democristiani. Idealisti che a Manocalzati hanno occupato lo spazio politico della “destra” ma destra vera non era. Al massimo era una “sinistra quasi radicale”. Manocalzati non ha conosciuto l’esperienza politica della Tromba nel 1952, a Manocalzati, diciamo fino agli anni ’80, non c’è mai stata una vera forza di sinistra politica.

Giuseppe Del Mauro si candidò alle elezioni amministrative del 1946, le prime del dopoguerra, con una lista di orientamento liberale contrassegnata dal simbolo della spiga di grano, riconducibile all’esperienza dell’Unione Democratica Nazionale (l’UDN che si presentò alle elezioni dell’Assemblea costituente). La sua lista dovette vedersela con il raggruppamento democristiano: nonostante l’aspra lotta vinse la lista della spiga (chiamiamola così per comodità); Del Mauro fu eletto primo sindaco democratico del dopoguerra e amministrò Manocalzati per un decennio. Successivamente aderì al Partito Nazionale Monarchico di Alfredo Covelli e divenne un acceso sostenitore di Stella e Corona. Perché aderì dopo al PNM e non prima? Semplicemente perché il PNM nacque dopo l’esito referendario del 2 giugno del ’46 e Covelli si candidò alla Costituente con il Blocco Nazionale della Libertà. Il sindaco strinse, inoltre, un accordo con i missini locali. Due simboli in un simbolo solo (PNM e MSI). Anche in paese le forze monarchiche erano la maggioranza, poi, vuoi per una cosa, vuoi per un’altra tutto è andato perduto. La DC di Fiorentino Sullo (a Manocalzati l’amministrazione gli ha dedicato la piazza, probabilmente per segnare una continuità con le esperienze del passato come a dire noi ci ispiriamo a Sullo) le tentò tutte per rompere la forza dei monarchici e l’utilizzo della classe medica in politica si è dimostrata una soluzione vincente.

Un giovane Arturo De Masi cominciò a frequentare la casa di Del Mauro. Quest’ultimo lo avvicinò alla politica: da lui raccolse l’ideologia e i voti. Il De Masi degli anni ’60 raccolse l’eredità culturale di un uomo certamente importante per questa comunità, oggi quasi del tutto dimenticato. Per colpe non mie, ovviamente, ma di chi vuole questo. De Masi divenne quello che divenne, certo. Ma Del Mauro comprese prima di tutti le qualità del giovane di Manocalzati: fu proprio lui a inventare la Colomba. «Basta con questi simboli – disse ad Arturo – fai una civica e chiamala Colomba. Vinci e poi vieni a San Barbato a piedi, da me». La volontà di sganciarsi dai vecchi simboli, la volontà di rinnovamento, la volontà di percorrere nuove strade fanno del sindaco sanbarbatese un amministratore eclettico, aperto alle novità. E Arturo vinse con la Colomba nel 1964 e raggiunse a piedi San Barbato per omaggiarlo e con lui ci fu tutto il popolo in festa. Ma questa è un’altra storia…

Francesco Cecchin, cuore di destra

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Francesco CecchinGuido la mia automobile in un pomeriggio avellinese. Il traffico è tremendo. Accelero, mi fermo, accelero nuovamente. Scruto un manifesto attaccato al muro. Guardo con perseveranza il tragico volto di un eroe caduto, di un militante speciale. Leggo una frase: «Francesco era primavera, era libertà; adesso porti in mano una rosa e nell’altra la verità». Però, non male la frase. Sembra una poesia decadente. È un frammento della canzone Sera di giugno degli Imperium. Immagino Francesco Cecchin con la rosa in mano alla maniera di Lord Byron. È un’immagine perfetta. Passa lungo il marciapiede la gente distratta. Nessuno osserva i lineamenti cartacei di quel ragazzo.

Il 2 novembre Francesco Cecchin avrebbe spento cinquantaquattro candeline. Purtroppo ha lasciato la terra trentasei anni fa. E il suo ricordo è simile a un macigno: non andrà mai via. Eppure non l’ho mai visto. Sono nato diversi anni dopo la sua morte. Egli è un esempio di militanza, coraggio. Ha vissuto la vita nel migliore dei modi. E quella canzone è davvero poetica. «Nel cortile solo tuo sangue e la nostra/ rabbia là nel viale/ il loro odio ti spingeva dalla vita verso la morte/ Troppo presto ti hanno presentato il destino mutato in sorte!». È la storia di una generazione, di un manipolo di sognatori. Cecchin avrebbe voluto vedere il sole; ha visto, invece, la notte crudele. Alzo lo sguardo verso il cielo: vedo infinite stelle. Vedo il suo volto. È in buona compagnia.

Francesco nacque a Nusco nel 1961. Era un ragazzo, un semplice ragazzo pieno di progetti. Salutò il mondo in una bruttissima sera del giugno romano del 1979. Lo trovarono riverso a terra in un cortile condominiale del quartiere Trieste. La sua agonia durò ben diciannove giorni. Ed è morto in modo assurdo. Stava attaccando alcuni manifesti del Fronte della Gioventù. Andò in scena una piccola disputa con i ragazzi del PCI. In quegli anni la militanza politica era davvero sentita ed era vissuta fino in fondo. Tra questi comunisti c’era anche Stefano Marozza. «Gli uomini del Pci – scrive Luca Telese nel libro Cuori neri – considerano quella zona come territorio loro e hanno coperto anche i tabelloni riservati al partito della Fiamma. Quando vede che gli attacchini rivali stanno ricoprendo i manifesti che loro hanno appena attaccato, uno dei ragazzi del Fronte si mette platealmente davanti per sbarrargli la strada. […] Era accaduto che mentre Cecchin e i suoi attaccavano i manifesti elettorali per conto del Msi Marozza e altri cercarono di bloccarli. Ne derivò una rissa piuttosto movimentata». Scoppiò, così, una lite violentissima. Secondo le testimonianze dei ragazzi del Fronte, il comunista Sante Moretti avrebbe minacciato Checchin. «Tu sai attento. – avrebbe detto – Perché seppoi mi incazzo ti potresti fare male. Vi abbiamo fatto chiudere la sezione di via Migiurtina, vi faremo chiudere anche quella di via Somalia». Fu inseguito la sera stessa da un gruppo di militanti del PCI; si diresse verso un condominio e attraversò la porta delle tenebre.

Codesta storia attende ancora la sua giustizia. Fu indagato il militante Stefano Marozza. Egli fu arrestato il primo luglio del 1979 e fu accusato di concorso in omicidio. La sentenza del processo non individuò mai i colpevoli. Ciò nonostante la sentenza della Corte d’Assise di Roma sostenne che il giovane di Nusco fu aggredito con la chiara intenzione di ucciderlo. Così è riportato nella sentenza del 23 gennaio 1981 «È convinzione della Corte che, nel caso di specie, non si sia trattato di omicidio preterintenzionale, ma di vero e proprio omicidio volontario». Marozza fu assolto a causa di una serie di negligenze nelle indagini. La sera della morte di Checcin due bombe a mano SRCM furono lanciate dentro una sede del PCI romano. Rivendicarono l’attentato i Nuclei Armati Rivoluzionari. Grazie all’intervento dell’allora segretario del Fronte, Gianfranco Fini, furono stampati centinaia di manifesti commemoratiti in ricordo del giovane irpino.

Nel giorno del suo funerale si radunò tutta la destra italiana. La sua bara fu trasportata dai militanti del Fronte della Gioventù e da quelli di Terza Posizione; trasportò la cassa anche Marcello De Angelis, il fratello dell’ex senatore AN Nanni. Un giovane Gianfranco Fini tenne l’orazione funebre. Cecchin riuscì a radunare gli extraparlamentari e i militanti missini. La sua dipartita compattò l’intero ambiente. Erano anni tremendi. Il MSI lottava in una bottiglia di vetro ed era tenuto ai margini dello scacchiere politico. Non era facile stare con la destra. Era un atto di libertà, una prova di forza e coraggio. Ultimamente ha ricordato quegli anni il politico di Forza Italia Maurizio Gasparri. «Sono stato segretario del Fdg romano dal 1976 al 1979 – ricorda Gasparri – un triennio terribile, durante il quale si è verificata anche la tragedia di Acca Larenzia. Non credo, comunque, con tutta onestà che ci siano state responsabilità del partito per quello che è successo. Certo, sono stati anni tremendi. Ricordo di aver assistito alla chiusura delle bare dei corpi di alcuni nostri miltanti. Quella di Francesco Cecchin ucciso nel 1979, o quella di Angelo Mancia, assassinato nel 1980. Vivere quei momenti, stare accanto ai genitori di questi ragazzi… sono cose che ti insegnano per tutta la vita. […] C’erano ragazzi distrutti dalla rabbia e dal dolore che si radunavano spontaneamente e che altrettanto spontaneamente alcune volte decidevano di rispondere con la violenza alla violenza. […] La realtà è che era una situazione ingestibile. Erano anni difficili e drammatici in cui abbiamo sacrificato tutto: gli amici, gli affetti, gli amori. Stavamo chiusi ventiquattrore su ventiquattro in una sezione a scrivere volantini, manifesti, a discutere. Chi tra di noi, essendo un dirigente del partito, aveva maggiori responsabilità, si trovava per di più nello scomodissimo ruolo di dovere da un lato mediare, dall’altro subire l’esasperazione dei militanti più arrabbiati. […] Insomma, la classe dirigente del partito era inerme di fronte a ciò che accadeva. Che tempi: le manifestazioni con i disordini, le botte davanti alle scuole. Me li ricordo sempre associati a un clima cupo, un clima cha ha condizionato la vita di tutti noi».

Nel trentesimo anniversario della morte del ragazzo irpino, il sindaco di Roma, Gianni Alemanno, depose una corona di fiori. Lanciò, inoltre, la proposta dell’intitolazione di una Strada Roma. Il 16 giugno 2011 il comune di Roma intitolò un giardino pubblico in ricordo di Cecchin a Piazza Vescovio; fu eretta anche una stele. Il ragazzo è sepolto nella cappella di famiglia a Nusco.

 

Ferlaino e Achille Lauro, il comandante tradito

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La copertina del libroFu un politico innovativo il Comandante. Oggi avrebbe scelto il centrodestra e apprezzato Forza Italia. Nondimeno pare un politico da Pentapartito. Achille Lauro, se non fosse morto, avrebbe continuato a fare politica. Egli non fu soltanto un uomo di “destra”; fu un monarchico anticomunista disponibile al compromesso. Fu uno stratega. Seguì con poca convinzione Alfredo Covelli. Il Comandante aderì per inerzia al Movimento Sociale Italiano e a Democrazia Nazionale. Avrebbe voluto portare il Partito Democratico Italiano di Unità Monarchica all’interno del Partito Socialista Democratico Italiano. Ma non ci riuscì. Il Pentapartito è la dimensione ideale del Comandante. Egli avrebbe aderito al PLI o al PSDI; avrebbe ricoperto anche il ruolo di ministro con Bettino Craxi. Forse sbaglio. Eppure immagino scenari nuovi.

Lauro è sospeso a metà tra Giancarlo Cito e Clemente Mastella. Fu un politico pragmatico. Ingiustamente fu perseguitato e fu criticato dalla sinistra. Guardò sempre al centro: inquadrò il centro politico alla maniera di uno spazio vitale. Ribadì le sue teorie a Napoli nel corso di un congresso regionale del PDIUM. Attenzione, Lauro avrebbe voluto occupare uno spazio al centro ma non aderì mai alla Democrazia Cristiana. Il laurismo fu contraddistinto dalla trasversalità. Oggi è un “laurino” chi decide, agisce e detta le regole del gioco. Il “laurino” è uno spirito libero: solitamente non ha le tessere di partito e preferisce il civismo. Insomma, non è un gregario. Anche in Irpinia il suo Partito Monarchico Popolare ottenne molti consensi. Aderì al PMP anche l’illustre penalista Alfredo De Marsico. Nei piccoli comuni aprirono tantissime sedi di partito. Apparve il vessillo dei leoni in tanti centri minori.

Per me il Comandante è un mito. Apprezzo la sua intelligenza, il suo progetto politico. Ho subito acquistato il libro Il Comandante tradito scritto da Corrado Ferlaino con la collaborazione di Toni Iavarone. Il presidente ha dipinto un ritratto a tutto tondo del politico campano. Abbondano le storie sentimentali, i flirt. Ma il lato politico è quello interessante. Almeno dal mio punto di vista. Sì. Lauro fu un sindaco modernissimo, un innovatore, un maestro di comunicazione. Oggi sicuramente avrebbe utilizzato i social network; avrebbe ricoperto le cantonate delle nostre città con i suoi manifesti ultramoderni. Inoltre avrebbe utilizzato i potenti mezzi delle televisioni. Ci sapeva fare allora. Adesso avrebbe osato ancora di più. «Entrò in politica – scrive Ferlaino – nella primavera del 1952, prima sollecitato dalla Democrazia cristiana per avere un alleato a destra, poi in proprio perché, da uomo orgoglioso tornato potente, non voleva fare il “servo sciocco” di nessuno. La sua campagna elettorale, per la quale spese allora più di 500 milioni di lire, fu la prima, clamorosa campagna “all’americana” che si registrò in Italia. Era già stato leader del Partito Monarchico; Napoli nel referendum istituzionale del 3 giugno 1946 s’era schierata per la monarchia con 903.651 voti contro i 242.973 voti per la repubblica. […] Nacque un capopopolo, sicuro, decisionista, sfacciato […] Era vero che i “galoppini” usassero anche del denaro per comprare i voti. Consegnavano agli elettori la metà di una “mille lire”, promettendo l’altra metà in caso di vittoria del Comandante. E lo stesso facevano con le scarpe: una subito e l’altra dopo i risultati del voto. La differenza con le promesse di oggi, è che Lauro usava soldi propri». Sì. Ma chi l’ha tradito? L’ha tradito la Storia. La sua figura è stata messa nell’oblio con troppa facilità, con troppa cattiveria. Pochi hanno evidenziato le sue grandi qualità e la sua intelligenza. Fu un individualista senza freni, un capo carismatico, un amministratore avanguardista. Nessuno ha il coraggio di ammetterlo: egli è stato imitato da tanti politici anche di fede politica opposta. Ferlaino ha perfettamente ragione.

Achille Lauro fu un genio. Credo che la sua figura meriti una rivalutazione totale. Ha mirato al potere alla maniera di Machiavelli. Il fine, in democrazia, giustifica sempre i mezzi. Involontariamente mise in evidenza il paradosso della democrazia. I voti si contano, pertanto occorre il consenso ampio. Per raggiungerlo bisogna prendere contatto con tutti i cittadini. Non fu il portabandiera della destra fellona; all’inverso fu un uomo di libertà. Per certi aspetti il laurismo è l’antesignano del berlusconismo. Questo parallelismo è stato esaltato anche da Corrado Ferlaino nel suo libro. «Mi sono sempre chiesto – scrive il presidente –se Achille Lauro – quest’uomo convinto assertore delle idee forti, tutt’altro che affine al pensiero debole, con la sua vita ricca di variabili, come una specie di Zelig, e non privo di qualche punta di vanità-, non abbia consentito, con la sua lettura di vita, un’ideale anticipazione dei tempi che verranno molto dopo: parlo dei giorni nostri. E che, paragonandolo a esempio a Silvio Berlusconi, il Cavaliere non abbia percorso itinerari simili a quelli di Lauro. […] Lauro s’è distinto per aver portato in quello scenario politico le istanze popolari del Meridione, azzerando la spinta oltranzista del “qualunquismo”. Mentre Berlusconi passa agli annali della politica come colui che s’è fatto paladino della piccola e media imprenditoria settentrionale, giocando d’anticipo anche sulle istanze certamente più estremiste della Lega Nord. Entrambi hanno conosciuto vittorie elettorali e subito sono stati tacciati di populismo. Come se prendere molti voto fosse un eccesso non un successo. […] Berlusconi piomba in un’epoca di delegittimazione di una classe politica e imprenditoriale (le vicende di Tangentopoli), però non è mai entrato nel PSI di Craxi, buon amico ma ormai verso la decadenza. E non cede nemmeno alle lusinghe della DC della prima repubblica. Fonda il suo movimento: Forza Italia. Accade lo stesso a Lauro. Corteggiato dalla Democrazia cristiana che in cambio gli avrebbe offerto di fare il sindaco di Napoli per altri mandati e dopo, forse, il ministro della marina mercantile. Come Berlusconi, Lauro ha avuto sempre il pallino per l’editoria. […] C’è altro ancora. Berlusconi edificò Milano 2, il Comandante aveva già da anni costruito dal nulla il suo quartiere, il “Rione Lauro”».

In effetti è così. Il laurismo è stato un ottimo laboratorio politico per la destra italiana. Il Comandante è un “padre spirituale” della destra moderna. Perché no? Il laurismo è un’ideologia politica a tutti gli effetti. La destra laurina è individualista, liberista, anticlericale, antiegualitaria, anarcoide, aristocratica e sottoproletaria. Il Lauro pensiero trae linfa da Tocqueville, da Jünger, da von Hayek, da Cartesio, da Jouvenel e perfino da Evola. In sostanza, è la manifestazione terrena della “monarchia solare”, nonché l’espressione più riuscita della destra ultra soggettivista.

 

Da Preziosi a Covelli, il partito democratico italiano di unità monarchica

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Il PDIUM rappresentò la destra innovativa, pragmatica e moderna. Fu un partito aperto agli elettori “senza fissa dimora”; fu aperto agli elettori anticomunisti delusi dalla politica della Democrazia Cristiana. I parlamentari monarchici difesero, nei loro interventi, i valori dello spirito, della morale, della persona, della libertà. In questi ultimi anni ho approfondito lo studio sui movimenti monarchici del dopoguerra; ho consultato gli annuari politici, ho letto alcuni libri interessanti, ho analizzato i discorsi parlamentari dei protagonisti. Dunque, il Partito Democratico Italiano di Unità Monarchica fu una grande “officina” intellettuale: dal 1962 al 1964 svolse il ruolo di avanguardia. In quel periodo il partito si schierò apertamente contro il centro sinistra e cercò un dialogo con le forze conservatrici (MSI e PLI) al fine di far nascere un forte movimento di destra democratica. Il primo congresso del PDIUM si svolse nel mese di marzo del 1961; in quel congresso fu confermata la linea già espressa dal comitato centrale del Partito Democratico Italiano. Il PDIUM, insomma, si collocò all’opposizione del governo delle convergenze parallele e rafforzò la collaborazione con il Movimento Sociale Italiano. Cercò un accordo programmatico per unire le destre sotto un unico simbolo. Il progetto politico del PDIUM fu intrigante; è possibile riassumere le linee guida: esiste già una grande destra. Questa “grande destra” non è unita ed è disgregata. Pertanto, noi monarchici, uniremo la destra e garantiremo la libertà. In fin dei conti i monarchici e i missini si schierarono apertamente contro l’apertura a sinistra; i due partiti criticarono la formula, i modi ei tempi del processo di formazione del governo guidato da Amintore Fanfani; criticarono, ovviamente, anche i modi e i tempi del processo di formazione del governo Moro.

«Bisogna nuovamente andare a votare – disse l’onorevole Casalinuovo l’8 marzo del ’62 alla Camera -, le elezioni potrebbero ancora giustificare il nuovo indirizzo politico. L’attuale indirizzo politico, infatti, non rispetta più e non interpreta il significato essenziale del voto espresso dal popolo italiano il 25 maggio 1958 […]. Gli elettori hanno espresso una decisa volontà antimarxista e hanno richiesto ferme garanzie atlantiche. Il centro sinistra segnerebbe la rinuncia, la trasformazione, la menomazione dello stato di diritto». Orbene, per l’onorevole Casalinuovo la Democrazia Cristiana avrebbe tradito la fiducia degli elettori anticomunisti. Il deputato esaltò la dicotomia covelliana Stato di diritto – stato socialista ed elogiò la democrazia, i valori della libertà e le garanzie atlantiche.

Alfredo Covelli, in sede di dichiarazione di voto il 10 marzo, affermò. «Voi attuerete le regioni, onorevoli signori del Governo: e consegnerete alla direzione comunista o social comunista, o comunque all’arbitrato del partito socialista, le regioni più progredite del nostro paese. Voi nazionalizzerete le fonti di energia: e creerete un nuovo colossale ente statale, che allargherà a dismisura il potere economico dello Stato secondo la precettistica marxista. Voi realizzerete l’abolizione della mezzadria: e avvierete alla distruzione tutto un ampio settore delle proprietà terriera, favorendo così le tappe dell’evoluzione marxista». Emerge una proposta politica ben chiara. Il PDIUM fu un movimento patriottico e risorgimentale e pertanto lottò contrò l’attuazione delle regioni. Il regionalismo rappresentò un vero spauracchio; in fin dei conti il regionalismo avrebbe minato le basi dello stato unitario nato dal Risorgimento. Il partito si dotò anche di una ricetta economica ben chiara. I parlamentari monarchici avrebbero voluto uno stato snello e quasi liberista. Il motto è il seguente: meno stato, più iniziativa privata; si annidano in maniera intriganti alcuni sedimenti di paleo thatcherismo. Certo, Covelli definì il suo partito “moderato e sociale”; il PDIUM cercò di svolgere la funzione di cerniera tra il MSI dirigista e il PLI liberista; ciò nonostante guardò con simpatia ai liberali. «Noi abbiamo una matrice sola». Così disse il segretario. Ebbene il partito si mantenne sulle coordinate della tradizione risorgimentale liberale e democratica.  Si schierò apertamente contro la nazionalizzazione dell’energia elettrica. Per di più contrastò con veemenza la riforma agraria, difese il latifondo e contestò l’abolizione della mezzadria. Probabilmente i monarchici s’ispirarono all’esperienza politica del vecchio Partito Agrario degli anni ’20 del principe Pietro Lanza di Scalea; il Partito Agrario fu il partito di riferimento dei conservatori e dei proprietari terrieri: confluì nel Listone fascista nel 1924.

Il PDIUM appoggiò pienamente la battaglia parlamentare congiunta del MSI e del PLI per contrastare l’istituzione della regione a statuto speciale Friuli Venezia Giulia. Nondimeno l’impegno dei monarchici fu minore rispetto alle altre forze di centrodestra. Gli interventi dei deputati di Stella e Corona in merito al Friuli Venezia Giulia furono soltanto 11; gli interventi dei missini, invece, furono 159 e quelle dei liberali furono 43. Ancora, i monarchici votarono contro il nuovo ordinamento scolastico e lottarono contro la “democratizzazione della scuola”.

Il 20 marzo del ’62 la direzione del partito decise di assumere un’iniziativa d’area con l’intento di «accertare quali intese fossero possibili tra i partiti della destra politica nazionale, dal PLI al MSI, non esclusi altri gruppi». Pertanto fu costituita una commissione composta dagli onorevoli Caroleo, Casalinuovo, Patrissi, Prezioni e dal sen. Fiorentino. Il senatore Fiorentino inviò una missiva al segretario del PLI (Malagodi) e a quello del MSI (Michelini). Il Movimento Sociale si dichiarò favorevolissimo all’iniziativa mentre il Partito Liberale respinse l’invito. Nello stesso tempo fu inviata una lettera anche al leader del Movimento Monarchico Italiano Cremisini; quest’ultimo fu eletto in parlamento con il Partito Monarchico Popolare di Lauro e in seguito alla riunificazione e alla nascita del PDI fondò il Movimento Monarchico Italiano. Sul simbolo apparve il profilo dell’Italia e una corona. Il MMI, ovviamente, rispose picche ma si mostrò disponibile a un’intesa elettorale tra le formazioni monarchiche; furono avviate alcune trattative per la presentazione di una lista unitaria (PDIUM –MMI) alle elezioni comunali di Roma però la proposta si arenò all’ultimo momento.

In sostanza, soltanto il MSI si mostrò favorevole a un accordo. Il 28 marzo la commissione incaricata dal partito incontrò la rappresentanza del MSI composta dal senatore arianese Franza e dall’onorevole Roberti.  E Covelli il 3 aprile elogiò la fiamma nel corso della conferenza stampa radio televisiva. «Il Movimento Sociale – disse – è una sana forza nazionale capace di schierarsi in questo momento nel Paese con quelli che vogliono difendere la libertà e lo stato di diritto contro lo stato socialista». La linea covelliana fu confermata ufficialmente dal consiglio nazionale del PDIUM. L’intesa MSI – PDIUM divenne operante in occasione delle elezioni per il Presidente della Repubblica: i missini e i monarchici appoggiarono la candidatura di Segni e contribuirono in maniera determinate alla sua elezione. Alle elezioni amministrative del 10 giugno, a Bari e a Foggia, fu presentata una colazione monarchica missina con il doppio simbolo. Il PDIUM condusse una campagna elettorale “battagliera” e ricalcò lo stile del MSI. Il 9 giugno Gaetano Fiorentino scrisse un editoriale sul Roma dal titolo pungente “O Roma o Mosca”. S’ispirò al motto celebre del duce e decalcò il modello dell’intellettuale napoletano Francesco Coppola. L’intellettuale scrisse negli anni ’30 il libro Fascismo e Bolscevismo. Da una parte la civiltà e dall’altra la barbarie: è questa, in linea di massima, la sua intuizione. Ebbene Gaetano Fiorentino si collocò nel solco del pensiero di Coppola. Avrebbe potuto titolare il suo editoriale “New York o Mosca” eppure non l’ha fatto. Preme sottolineare un aspetto. Il PDIUM giocò di sponda. Fu un partito moderato ed estremista. Piacque proprio per siffatto motivo: sembra che sia legato a una destra “elastica”. Con grande nonchalance ha abbracciato le posizioni della destra radicale; con la stessa nonchalance ha premuto verso il centro per sottrarre i voti alla DC.

Per quanto concerne il discorso legato alle elezioni amministrative del ‘62 preme rilevare una cosa. I monarchi delusero ampiamente le aspettative. Si registrò un’ennesima flessione: il partito di Stella e Corona raggranellò a mala pena 215.359 voti. Commentò la disfatta sul Roma il direttore Alberto Giovannini. Titolò il suo editoriale “Comunella clerico marxista”. «L’apertura a sinistra postulata da Moro e Da Fanfani – disse – è stata avallata dalla consultazione elettorale». Il giornalista trasse alcune conclusioni amare. Egli in sintesi disse: è inutile cercare un appoggio della Chiesa; purtroppo la Chiesa non ci appoggerà mai. «In definitiva – concluse – le accuse di conservatorismo e magari di reazionarismo sono piovute sulla destra politica proprio a causa di determinati atteggiamenti – ad esempio la censura teatrale e cinematografica, la tutela della pubblica morale, la difesa delle prerogative ecclesiastiche e dello stesso Concordato – suggeriti dal dovere di tutelare, nella vita italiana, taluni principi fondamentali della morale cattolica, combattuti dal laicismo. Dobbiamo riportare la destra politica su posizioni veramente risorgimentali, decisamente laiciste e, perciò stesso, pre concordatarie». Credo che l’editoriale di Giovannini sia ancora attualissimo. E la Lega Nord ha un atteggiamento notevolmente non confessionale; perfino il Front National ha abbracciato le posizioni del laicismo “non sfrenato”. Sicuro è un tema caldo. La recente dichiarazione di monsignor Galantino, in merito all’assoluzione di Berlusconi per la vicenda Ruby, ha creato un’ennesima “rottura” tra la Chiesa e la destra politica.

L’onorevole Cuttitta presentò, addirittura, alla Camera una proposta di legge per il ripristino delle case chiuse. Ultimamente il leader della Lega Nord Matteo Salvini ha proposto la riapertura delle case chiuse; insomma, l’idea di Cuttitta è ancora attuale. Ma la maggior parte delle proposte dei politici monarchici sono attualissime. Ad esempio l’idea del governo tecnico non è nuova. Il senatore Fiorentino pubblicò un editoriale frizzante sul Roma al fine di sollecitare la costituzione di un «governo concreto, un governo orientato da tecnici imparziali, un governo serio che sia aperto alle riforme necessarie, ma accantoni senza esitare quelle inutili, costose e controproducenti». La DC guarda a sinistra? Allora c’è bisogno di un “commissariamento” per salvare la nazione. Gli sprechi sono notevoli? Ci penseranno i politici ragionieri, apolitici e incorruttibili.  Forse l’onorevole Fiorentino avrebbe salutato con garbato entusiasmo la nascita del governo tecnico guidato dall’economista Monti. Dunque le proposte furono davvero tante: l’onorevole irpino Olindo Preziosi annunciò il voto contro la tutela giuridica dell’avviamento commerciale.

Ma il partito di Stella e Corona continuò a perdere voti. Alfredo Covelli cercò di mantenere unito il partito e a Bari, nel corso di un’assemblea dei quadri direttivi della Puglia, elogiò i fedelissimi attivisti. I fedelissimi avrebbero dovuto «resistere sulla strada della coerenza e dell’onore». Achille Lauro si mostrò ancora più pragmatico ed esternò il suo pensiero a Napoli in occasione del rinnovo della federazione provinciale. «Lo spostamento a sinistra della DC – affermò – ha creato al centro dello schieramento un vuoto che noi intendiamo colmare con la nostra presenza attiva, con i nostri ideali incontaminati, con la nostra azione coerente e lungimirante, aperta a ogni evoluzione e a ogni progresso». Sicuro, il PDIUM restò alla finestra, fu vigile e non si chiuse a riccio. Lauro guardò al centro. Il suo PDIUM avrebbe dovuto occupare, quindi, il posto della DC scivolata clamorosamente a sinistra; insomma, Lauro avrebbe voluto fondare una “nuova DC” moderata e conservatrice. Eppure il progetto si arenò. «I monarchici – scrive Orazio Maria Petracca sull’annuario politico italiano del 1965 – tornavano ancora una volta a proporre quella politica di larga alleanza tra tutte le forze della destra di cui da quasi un decennio sono strenui fautori. Ne suggeriva evidentemente il rilancio anche la convinzione che la dichiarata qualificazione legittimistica ora meno che mai giovasse al partito (che del resto aveva tentato di liberarsene già all’atto della sua costituzione, quando i due tronconi in cui si era scisso nel 1954 il PNM si riunificarono nel Partito Democratico Italiano, divenuto poi l’attuale PDIUM sono dopo il congresso di marzo del 1961)».

«Il problema di fondo – disse Covelli a Tribuna elettorale – è quello di battere il comunismo nella democrazia cristiana. Il PDIUM […] si batte per un piano orientato alla restaurazione della libertà economica, per una riorganizzazione della scuola per tutti i cittadini, nelle sempre viventi nostre tradizioni umanistiche, per una autorità dello Stato salda e sicura e perciò un dignitoso trattamento a tutti coloro che lo servono e lo difendono nella pubblica amministrazione e nelle forze di polizia». Il partito in quegli anni lavorò alacremente per la genesi di un soggetto politico moderno e unitario; eppure l’azione di Covelli, di Lauro e degli altri non fu premiata. E alle elezioni regionali del Friuli Venezia Giulia il PDIUM si presentò senza collegamenti con altri partiti. Forse i monarchi affrontarono male la competizione: esaltarono l’unità nazionale e criticarono il regionalismo in una regione di confine. Non fu certo una mossa azzeccata; nondimeno fu una scelta coraggiosa e coerente. Covelli tenne un comizio vibrante a Tolmezzo. «Con la regione a statuto speciale – affermò – si è aperta al nemico, al più pericoloso dei nostri nemici, la più gelosa e la più dolente delle nostre frontiere, consumando così il più iniquo delitto verso la patria». Il partito di Stella e Corona si presentò soltanto nelle provincie di Udine e Gorizia. Fu una campagna elettorale avara di soddisfazione; il partito raggranellò soltanto 3.659 voti. Covelli non drammatizzò e riconobbe la sconfitta. «Resteranno scarsissime possibilità di salvare l’Italia dalla mortale stretta economica, sociale e morale in cui il centrosinistra l’ha cacciata – dichiarò – se l’elettorato italiano continuerà ad esprimere la sua opposizione in termini infecondi e negativi, con manifestazioni verbali pubbliche e private e anche con atti concreti individuali di sfiducia economica, che, lungi dal colpire il governo e il regime, danneggiano certamente le strutture stesse del Paese […]. In poco più di due anni, la DC, sempre meno forte sotto le spinte demagogiche del PSI e del PCI, è riuscita a capovolgere, a distruggere il miracolo economico, a mutare le prospettive di prosperità in disordine». Il leader monarchico non si rassegnò e criticò apertamente la Democrazia Cristiana. Continuò a contrastare il centro sinistra e invocò l’avvento di un governo «serio, responsabile, forte». Praticamente continuò a battagliare e supportò l’idea del partito unico della destra.

 

Pippo De Jorio, lezione di coerenza

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Il mio articolo dedicato al professore De Jorio è stato pubblicato all’interno del giornale “Il Quotidiano del Sud”

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Covelli, il precursore della destra di governo

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Alfredo Covelli2Articolo pubblicato all’interno del giornale “Il quotidiano del Sud”

Se Alfredo Covelli fosse ancora vivo avrebbe ricompattato la destra. D’altro canto fu un pensatore raffinato, un intellettuale intrigante; nel lontano 1948 sognò la nascita del “movimento della libertà” e nel 1967 promosse la Costituente democratica nazionale. Fu uno schietto uomo delle istituzioni. Scaturì da Stella e Corona il nucleo edificante del partito unitario dei moderati; il Partito Nazionale Monarchico fu un grande laboratorio culturale. «Il progetto politico concreto, parlamentare di Covelli, – dice il giornalista Fabio Torriero nel suo libro Alfredo Covelli La mia destra –  è stato, infondo, lo strumento con cui voleva realizzare tale sogno: la creazione di un partito unico della destra (partito degli italiani), in grado di unire monarchici, non monarchici, repubblicani, italiani, tutti patrioti; e in grado di sintetizzare le varie culture di destra (liberali, cattolici, conservatori); culture divise da egoismi e le rivalità dei rispettivi ceti partitici; un soggetto aperto pure ai centristi e ai delusi della sinistra». Ed è vero. Covelli avrebbe voluto creare un grande raggruppamento di centrodestra; avrebbe voluto costruire un bipolarismo sano. «Oggi, – prosegue Torriero – nel momento in cui il bipolarismo del 1993-94, auspicato da Covelli, tra centro-destra e centro-sinistra, vive attacchi violenti da parte dei nostalgici del centrismo, ci si chiede se le culture della destra siano mai state veramente unite e se la Destra nazionale, Democrazia Nazionale, la Costituente di Destra per la Libertà, Alleanza Nazionale e il Pdl siano stati e siano gli eredi o i figli naturali del leader di Stella e Corona». Credo che il leader di Bonito abbia gettato le basi per il partito unico; il suo pensiero è ancora oggi studiato dagli storici. Da una parte la libertà; dall’altra la sinistra: è questa, in linea di massima, la sua intuizione più grande. Egli avrebbe voluto creare il “partito della libertà” da contrapporre alla sinistra; insomma, avrebbe voluto creare una forza di destra democratica per riequilibrare la situazione politica e per impedire l’avvento del centrosinistra. E nel 1962 ipotizzò l’Unione delle destre. Allora Forza Italia e il Pdl sono i figli naturali del leader del PNM? Probabilmente sì.

Covelli fortificò la fede monarchica nell’ottobre del 1943. Partecipò alla Costituente con il Blocco Nazionale per la Libertà e in seguito alla sconfitta referendaria del 2 giugno 1946 fondò il Partito Nazionale Monarchico; fu eletto alla Camera dei Deputati nel 1948. Fu un arcigno sostenitore della dinastia Sabauda. «La forma repubblicana – disse a Milano – è sbagliata […]. Il ruolo della Monarchia è all’ordine del giorno […]. Siamo a due passi dalla Russia, chi ci difende? Si sappia che la Monarchia più garantire la pace e la stabilità dei poteri assai più dell’opinabile Repubblica di oggi». Per Covelli la Monarchia fu un modello ideale: pertanto coniò i termini “altrismo” e “oltrismo”. Il PNM rappresentò una forza “altra” in virtù dei suoi valori non negoziabili; per di più raffigurò una forza alternativa. Insomma, il partito di Stella e Corona rappresentò la cosiddetta Opposizione Nazionale. Il Nostro fu un pioniere e inventò alcuni slogan importanti: egli mise in rilevanza le dicotomie patria – sistema, nazione – regime ciellenistico e paese reale – paese legale. In sostanza, lottò per la cosiddetta “alternativa al sistema”. Ebbene l’alternativa al sistema fu anche il motto di Giorgio Almirante. Quindi la repubblica è un “regime duopolistico e partitocratico”. È un regime perché allontana dal gioco politico la destra, il polo escluso per Piero Ignazi.

Il politico di Bonito fu un componente della Rappresentanza parlamentare al Parlamento Europeo nella quinta, nella sesta e nella settima legislatura. Contrastò con sagacia il regionalismo e difese l’Unità della Nazione nata dal Risorgimento. «Non tanto preme ricordare qui il Risorgimento di ieri, – disse – quanto preparare, sul fondamento e i valori di quello, il Risorgimento di domani». Sicuramente non avrebbe salutato con simpatia i movimenti secessionisti e regionalisti. Si mostrò, inoltre, favorevole al premierato. «Già dai suoi lavori – afferma Fabio Torriero – emerge evidente l’idea di introdurre il premierato, cioè il rafforzamento dei poteri del capo del governo (guida dell’esecutivo, col potere di nominare e revocare i propri ministri), ritenuto troppo inter – partes e troppo poco decisore, “troppo monarchico” parlamentare troppo poco repubblicano – presidenzialista, per usare un eufemismo. Il che, detto da un monarchico doc, suona oggi accattivante». In effetti suona accattivante. Attenzione, egli volle introdurre il premierato ma negli anni ’80 prese le distanze dal presidenzialismo ipotizzato da Bettino Craxi. Ciriaco De Mita racconta un aneddoto relativo a un incontro con Covelli all’interno del libro Da un secolo all’altro. Credo che sia un frammento importantissimo. «Negli ultimi anni –racconta De Mita – l’on. Covelli aveva nei miei confronti un atteggiamento di benevola simpatia. E un giorno – quando si cominciava a parlare di presidenzialismo – mi fermò e mi disse: guarda un po’, io sono stato monarchico per tutta la vita; mi ero quasi convinto che la forma repubblicana fosse un sistema migliore. E adesso mi proponete di eleggere il monarca. Con la differenza che il monarca è educato a diventare tale. Il sistema che voi proponete […] non mi convince. Mi rafforzate nei miei convincimenti giovanili. E mi fate pensare che la mia riflessione matura – incline al sistema repubblicano – sia piuttosto una riflessione senile».

Il PNM riuscì addirittura a portare in Parlamento quaranta deputati e diciotto senatori negli anni cinquanta. Ciò nondimeno il movimento s’indebolì dopo la scissione perpetrata dall’Armatore napoletano Achille Lauro: il Comandante nel 1954 abbandonò Stella e Corona e fondò il Partito Monarchico Popolare. La frattura si sanò nel 1959. Il Partito Democratico Italiano nacque dalla fusione dei due schieramenti; ebbene il PDI (PDIUM) fu considerato un partito catch all, un partito moderno e disponibile al confronto. Il leader monarchico continuò ad animare il dibattito e sognò sempre la grande destra. Tuttavia le speranze furono disattese: alle elezioni politiche del 1968 il PDIUM ottenne 414,507 voti alla camera e 312,621 al Senato.

Nel 1972 germogliò la Destra Nazionale grazie all’intuizione politica di Giorgio Almirante. Covelli partecipò al progetto e divenne il presidente del Movimento Sociale Italiano. Intervenne anche al decimo Congresso del partito con l’incarico di convegnista. Fu il suo primo discorso missino: il Partito Democratico Italiano d’Unità Monarchica confluì nel MSI – DN. Così il Nostro si rivolse alla platea in maniera splendida, elegante, forte, nostalgica. Non rinnegò la sua fede monarchica e mostrò a tutti la fierezza degli ideali. Egli incantò la calca con la sua fine arte oratoria. Il ritmo del pensiero entrò subito negli animi delle persone. «So – disse – che molti in questa sala non condividono le mie idee monarchiche, ma le riaffermo trovandomi in compagnia di uomini che non rinnegano e che vogliono superare gli steccati». Sicuro, fu una scelta travagliata ma necessaria.

La verve emotiva raggiunse livelli altissimi e le parole spiazzarono la coscienza. Alfredo Covelli definì il MSI –DN come un movimento per la libertà. «Il nostro Congresso – affermò -è fondamentalmente diverso, perché lo scopo essenziale, lo scopo pertinace dell’MSI-Destra nazionale consiste, all’insegna della lealtà, della sincerità, dell’onestà, di mantenersi decisamente aderente alla realtà nazionale e internazionale […].  I cosiddetti partiti democratici vivono e agiscono come se fossero in un altro mondo, il mondo dei loro sogni, il mondo dei trapassati, ma anche il mondo della loro ipocrisia, delle loro mistificazioni, dei loro inganni». Il grande leader si scagliò contro il decadimento culturale e valoriale della Nazione. Invocò il ritorno dell’autorità del Padre distrutta dalla contestazione. L’arringa assunse toni solenni. Fu un discorso palpitante. Elogiò il corporativismo, il nazionalismo e invocò il ripristino dello Stato Nazionale. Criticò il comunismo e contrastò il malcostume dilagante portatore del declino spirituale. Tramite queste considerazioni egli si collocò in netta opposizione al pensiero dominante: riconobbe nell’alternativa al sistema la sola salvezza della Patria. E vagheggiò una Nuova Italia in un’Europa unita; abbracciò l’europeismo per contrastare il comunismo e l’Unione Sovietica. Pertanto contestò la società dei consumi, il capitalismo sfrenato, l’edonismo estremo. In parte decalcò il modello di Giovannino Guareschi. Nel 1963 il grande scrittore emiliano si scagliò contro il decadimento morale della Patria e mostrò un profondo sentimento di nostalgia per l’Italia povera del 1945. È una suggestione interessante; Alfredo Covelli manifestò elegantemente il suo giudizio negativo nei riguardi del mondo contemporaneo. E inquadrò il Movimento Sociale non come partito di massa, all’inverso come movimento popolare. La massa informe non è vita, è distruzione, numero, impotenza. In pratica la massa disintegra l’individuo, trasforma gli esseri umani in automi. In virtù di ciò egli giudicò il MSI – DN come un partito autenticamente popolare e nazionale. Il popolo è contraddistinto dalla nazionalità e pertanto è unito da un’idea intima e comune. Contrastò sagacemente il processo di massificazione in corso e bramò il ritorno a una dimensione spirituale della vita. Il Nostro riuscì a coniugare le istanze della Tradizione con quelle di una destra moderna e diversa. Fra le pieghe del discorso è presente lo spirito di Edmund Burke, di Joseph de Maistre e di Charles De Gaulle. Egli elogiò la libertà, i doveri, lo Stato Nazionale. In contemporanea si mostrò interessato alla nascita di una “grande destra di governo”.

Nel 1976 aderì a Democrazia Nazionale; prima di lasciare il MSI scrisse una lettera di dimissioni rivolta ad Almirante. Nello stesso anno intervenne al Parlamento Europeo con il grado di componente della rappresentanza italiana. In quella storica seduta esternò in modo elegante la sua posizione in merito al Suffragio Universale diretto per l’elezione del Parlamento. Di là dalla mera retorica l’onorevole ha creduto fermamente nella Comunità e ha puntellato il bisogno della creazione di un Parlamento eletto con il Suffragio Universale.

Come detto, nell’intervento mise in rilevanza la problematica concernente la limitatezza dei poteri del Parlamento europeo. In pratica fino al 1979 le Assemblee legislative delle singole nazioni designavano i rappresentanti da mandare in Europa. Anche Covelli fu insignito di quest’importante ruolo. Ad ogni modo il politico puntò il dito contro il dominio incontrastato del Consiglio dei Ministri e della Commissione; alla stregua di un medico indicò la causa di tale situazione: in sostanza codesta cosa si palesò a causa del rifiuto francese di ratificare la Comunità Europea di Difesa. La CED fu un piano di collaborazione militare promosso proprio dalla Francia all’inizio degli anni ’50; anche De Gasperi collaborò attivamente per la genesi dell’organo di difesa. L’Italia rinviò l’accettazione del progetto in Parlamento, giacché volle aspettare la ratifica della Francia; tuttavia l’Assemblea Nazionale Francese rigettò il trattato il 30 agosto del 1954 e la proposta si arenò.

Il politico di Bonito rimarcò il poco coraggio e la scarsa determinazione dimostrata dai cinque stati rimanenti. Egli negli anni ’50 sorresse la necessità di un raggruppamento delle nazioni europee al fine di controbattere la forza dell’Unione Sovietica. Egli intravide nell’Europa un baluardo contro il comunismo: soltanto un’aggregazione fondata sulla libertà avrebbe allontanato lo spettro del marxismo. Certamente tali esposizioni mettono in luce un aspetto non secondario. «Per l’Italia – ribadì – l’Europa deve rappresentare l’unica valida prospettiva politica, economica e sociale. È prospettiva politica perché nell’insieme europeo saranno giustamente ridimensionate quelle forze politiche che pretendono di fare in Italia il bello e il cattivo tempo, speculando sulla situazione economica delle classi meno abbienti e sul desiderio dei lavoratori di migliorare la propria condizione sociale». È molto interessante il frammento in questione. L’onorevole ha inoltre posto l’accento sull’importanza della sovranità nazionale e in tale ottica deve essere inquadrata la scelta favorevole al Suffragio diretto per il Parlamento Europeo. Egli sperò nell’integrazione per porre rimedio ai tanti temi italiani di prominenza, come ad esempio l’immigrazione e gli squilibri tra il Nord e il Sud del Paese. Intervenne dai banchi di Democrazia Nazionale. Da poco tempo era stata compiuta la scissione dal Movimento Sociale. Certamente il partito demo nazionale figurò una proposta intrigante; fondò il suo programma sul rispetto pieno della democrazia parlamentare e si dichiarò a favore dell’Europa fin dal primo momento: addirittura nel simbolo apparvero le stelle dell’Unione. Sul piano internazionale furono allacciati i rapporti con i gollisti francesi, con i popolari spagnoli, con i cristiano sociali bavaresi e con i repubblicani statunitensi. Fu un vero e proprio salto in avanti ma l’elettorato non comprese a fondo tale trasformazione e bocciò il progetto.

Per quanto concerne il discorso legato alle prime elezioni del Parlamento Europeo preme affermare una cosa: Democrazia Nazionale ottenne pochissimi voti. In pratica raggranellò 142.537 voti pari allo 0,41%. A causa di questo deludente risultato non scattò nessun seggio per il partito. L’ultimo posto utile fu assegnato al movimento autonomista Südtirolen Volkspartei che riuscì a conquistare 196.373 voti. La Democrazia Cristiana conquistò ventinove seggi per merito del 36,45%; il Partito Comunista, invece, si accaparrò ben ventiquattro seggi con il 29,57%. Purtroppo gli impietosi risultati cancellarono DN dalla scena politica. Molti politologi ritengono che Democrazia Nazionale sia il padre di AN; io, invece, reputo che DN sia il “padre spirituale” di Forza Italia. Perfino Silvio Berlusconi negli anni ’70 mostrò simpatia per il partito della coccarda. «Berlusconi […] condivise il nostro progetto per trasformare il Msi in una destra democratica […]. Dovemmo subire una lezione sul modo in cui concepiva la politica e soprattutto come organizzarla: in circoli e non in partiti […]. In effetti Berlusconi nell’autunno del ’76 ci aveva anticipato quello che avrebbe creato nel ’94, Forza Italia». Queste parole sono state estrapolate dal libro intervista Prima di Fini dell’onorevole Raffaele Delfino. E Covelli? Appoggiò pienamente DN e s’impegnò con amore. «I partiti o sono funzionali dal punto di vista politico o finiscono fuori gioco». Propose le sue teorie innovative nel corso di un pubblico incontro che tenne all’Hotel Jolly di Avellino nel 1979. Nello stesso anno si candidò alla camera e non riuscì a essere eletto: capeggiò la lista e ottenne 5.445 preferenze.

In seguito alla mancata elezione si ritirò dalla scena politica. Fu nominato Presidente Onorario della Consulta dei Senatori del Regno dal Capo di Casa Savoia il 15 maggio 1998. C’è un sottilissimo filo che lega, seppure in modo flebile, Covelli allo svedese Gösta Bohman e al suo Partito Moderato Unito. L’onorevole si mantenne sempre coerente con i suoi ideali: lavorò alacremente per la costruzione di soggetto politico democratico e liberale; in effetti, sorresse l’esigenza di fondare una “nuova destra” certamente non riconducibile alla nouvelle droite ideata dal francese Alain De Benoist. La destra di Covelli è costituzionale e responsabile: di conseguenza ha la vocazione per il governo. Il politico di Bonito fu un grande uomo del Sud, legato a valori immutabili nel tempo. Fu un ottimo oratore, un leader pacato; concepì continuamente l’attività parlamentare come una missione e non come una professione.

 

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Elogio del laurismo

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A bordo del glorioso “Navigatore” il Comandante trascorse alcuni mesi eroici. Il veliero solcò le infinite acque dell’Oceano Atlantico e trapuntò simpatiche fluorescenze marine. Fu un viaggio d’iniziazione. Una matita fantastica tracciò un itinerario dal sapore esotico: comparve il Messico con il turbinio della siesta e dei sombreri all’ombra; spuntò New Orleans con il barbaglio notturno e languido del Jazz. Infine si riuscì a intravedere la città di Bordeaux. Nacque il quel trambusto il mito di Achille Lauro. Il celebre armatore riuscì a cavarsela alla stessa maniera di un protagonista dei romanzi d’avventura, di un portainsegna del mondo ottocentesco dileguato. E la gioventù del Nostro odora di forestierismo: tra le pieghe dei giorni andati c’è il riverbero dell’Oriente, delle odalische, del narghilè. C’è Buenos Aires: c’è lo stile noir di un uomo d’azione.

Queste suggestioni sono affiorate dopo aver letto il libro “Achille Lauro superstar” di Achille Della Ragione. Distrattamente ho curiosato tra le mie cose ed ho ritrovato le pagine di un volume intrigante e appassionante. La vita di Lauro è esposta in maniera elegante: effettivamente in mezzo alle pieghe dei capitoli è presente una narrazione splendida; l’autore è riuscito a inserire il Comandante in un contesto esaltante. Così si snocciola una sequenza insolita pregna di aneddoti, dati e notizie. Sono evidenziati i momenti più eroici dell’avventura del sindaco: è messo in risalto il suo acuto spirito imprenditoriale, il suo decisionismo. Grazie a tali peculiarità riuscì a far risorgere la sua flotta: le idee non mancarono mai. Le sue navi trasportarono il carbone dell’Inghilterra nei porti pugliesi. Si dedicò finanche allo sport. Nel 1938 divenne il presidente del Napoli calcio e regalò un sogno alla città. Acquistò l’asso svedese Hasse Japson per 105 milioni e il grande fenomeno brasiliano Louis Vinicio.

Ovviamente oltre l’effimero è dipinta la caparbietà politica. Nel primo dopoguerra cercò vanamente un contatto con la Democrazia Cristiana; quindi si avvicinò all’Uomo qualunque di Guglielmo Giannini e riuscì a conquistare un grande prestigio: il governo De Gasperi evitò la sfiducia grazie all’intervento provvidenziale del Comandante. In seguito a ciò egli s’iscrisse al Partito Nazionale Monarchico di Alfredo Covelli e pianificò la sua ascesa personale. Il resto è storia. Nel 1952 vinse le elezioni amministrative nella città partenopea e visse il suo periodo di massimo splendore. Fu un sindaco animato dal paternalismo di vecchio stampo. In virtù di ciò fu criticato ampiamente dalla sinistra.

Il sindaco fu molto pragmatico: pertanto non fu capace di istaurare un rapporto sereno con Alfredo Covelli. L’uomo di Bonito dedicò la sua vita alla costruzione di una grande destra democratica di governo; Lauro all’inverso sondò tutte le strade al fine di salvaguardare il suo prestigio. La scissione rappresentò un vero spartiacque per l’ambiente monarchico. Certo, la spaccatura produsse soltanto una dispersione di voti; tuttavia nemmeno in seguito alla riappacificazione e alle genesi del Partito Democratico Italiano le cose andarono meglio. Covelli e Lauro furono divisi da un disuguale giudizio nei confronti della DC. Il primo si pose in contrapposizione netta con lo scudo crociato: fu un antidemocristiano convinto; il secondo, invece, smussò i rancori in nome dell’anticomunismo. Insomma, Alfredo Covelli esaltò le divergenze tra Stella e Corona e la Democrazia Cristiana; Lauro, all’inverso, le convergenze. E non è una cosa da poco. La strategia laurina richiede una maggiore considerazione: il partito dell’Armatore propugnò una sorta di “alternativa nel sistema” a differenza dell’alternativa al sistema sostenuta da Covelli.

Il laurismo rappresentò gli ideali di una destra nazionalpopolare da rotocalco. Fu una destra emancipata, sprezzante verso gli intellettualismi, libera da ogni pregiudizio. Paradossalmente fu una destra possibile poiché non fu preclusiva, bensì aperta verso gli altri. Il Partito Monarchico Popolare riprodusse un esempio di populismo meridionale infarcito di idee paleo leghiste; il movimento riuscì a competere con le altre forze in virtù del suo svincolato realismo. Lauro appoggiò finanche Nicola Salerno, un candidato Socialdemocratico, nella penisola sorrentina. Il PMP ottenne un ampio consenso in Campania, nel Lazio, in Sardegna e in altre regioni. Nell’isola dei quattro mori portò una ventata di novità. La gente ammirò lo spirito combattivo del leader e in breve tempo iniziò a riempire le sedi del movimento. Credo che la nascita del partito laurino abbia rappresentato un momento di libertà all’interno della destra italiana. Fu un esperimento singolare e coinvolgente.

Ad ogni modo nel libro di Achille Della Ragione ho colto diverse sfumature particolari. Fra le tremolanti pagine è messo in evidenza l’incontro fortuito tra il Comandante e il democristiano Gonella nel Santuario di Pompei, in un ambiente ascetico e pregno di aromi legati al mondo della Tradizione. Ho immaginato a lungo il riflesso di quella storica discussione; gli ambienti solenni e immortali del luogo sacro donarono all’evento un tocco liturgico. E sottilmente la poesia prende il sopravvento sulla quotidianità alla stregua di un vortice magmatico.

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