Osvaldo Sanini e l’Aurora in Grottaminarda

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osvaldo-saniniSeduto sulla panchina, aspetto il pullman per Benevento. Vedo passare davanti a me le automobili, gli anziani con i cani al guinzaglio. Un bar pieno di gente e la solita vita di provincia e il din don di un campana: sono le dodici e quarantacinque e tra poco arriverà il pullman Avellino Benevento via autostrada; aspetto, intanto una ragazza si avvicina e mi dice scusa dovrei andare a Grottaminarda e sai a che ora c’è il pullman? È già passato? So che c’è un pullman intorno alle tredici, è vero? E io dico tra poco tra poco arriva tra poco, alle tredici e cinque più o meno. E penso, chissà se questa ragazza conosce il poeta Osvaldo Sanini, no perché questo poeta ha amato Grottaminarda intensamente ed ha scritto poesie dolcissime con rose gentili che restano sulle guance delle ragazze ufitane; con le guance color di rosa, certo, come le dipinse il poeta. E guardo l’orologio perché tra poco passa il pullman. Lo vedo arrivare e… no no, non è il mio, questo va a Grotta e la ragazza sale sul pullman. Il mio è il prossimo. Un minuto e arriva anche il mio. Eccolo, alzo il braccio, si ferma e buon viaggio.

In grigio giorno di fine ottobre è tornato in mente il Poeta dell’Aurora. Così, per puro caso. Grazie a una ragazza sconosciuta che ha mi ha chiesto un’informazione. Non so perché eppure collego il nome di Osvaldo Sanini istintivamente con Grottaminarda; un po’ come John Ciardi con Manocalzati, Pietro Paolo Parzanese con Ariano. E quando incontro un grottese dico ah sei di Grotta! Allora conosci certamente Osvaldo Sanini, uno dei miei poeti preferiti. Sai, fu mandato giù al sud perché si oppose al Fascismo. E rimase in Irpinia per anni e anni.

Sanini nacque sull’isola di Creta da genitori di origine parmense nel 1876. Giunse a Parma, città dei suoi genitori, nel 1880. Si trasferì presto a Genova per studiare Legge all’università; divenne giornalista e corrispondente all’estero per il Secolo XIX. Nel 1940 venne arrestato dalla polizia fascista per propaganda antifascista e fu confinato a Grottaminarda. Egli rimase nel centro irpino fino al 28 febbraio 1962, data della sua morte. Il poeta genovese pubblicò diverse raccolte di poesie e fu pubblicata dopo la sua morte una raccolta inedita dal titolo “Canti del Confino”: questa raccolta è conservata presso la Biblioteca Comunale di Grottaminarda. Poesie con forti influenze leopardiane e ottocentesche.

«Poeta aristocratico – scrive Tonino Capaldo in “Osvaldo Sanini 2012 50° Anniversario della morte – (nel senso di “colto”) e popolare (per la sua vena schietta e comunicativa), Sanini sperimenta le forme poetiche ed espressive più varie (endecasillabi sciolti, terza rima, sonetto, ballata, canzone, ode) e scorazza dal monologo lirico al dialogo, dall’ironia all’invettiva, allo sfogo ossessivo, alla poesia di circostanza e di maniera. […] In uno sperduto paese irpino il “professore” genovese, a oltre 70 anni, ha modo di esplicare la sua vena più autentica e di raggiungere, ancora una volta, le più alte vette della poesia. […] Esemplari in tal senso sono i canti: Per i poeti futuri (1946), La tomba fraterna (1946), All’Irpinia (1948), Aurora in Grottaminarda, Santa Maria, Notte di Neve, Meriggio irpino, Prime piogge d’autunno».

Alcune poesie di Sanini sono state pubblicate sul sito grottaminardanelmondo.wordpress.com; ultimamente è stato pubblicato anche un libro a firma di Luigi Melucci dal titolo “Osvaldo Sanini e Leopoldo Faretra Due sconosciuti Epistolario e poesie di un poeta confinato a Grottaminarda”. Una delle liriche più belle è “All’Irpinia” del febbraio 1948. «Irpinia bella, …/ Mi volean morti i perfidi;/ ma tu m’alzasti da la sepoltura/ e mi scaldasti il cuore e apristi il ciglio,/ tu mi parlasti tenera/ e prendesti di me gentile cura/ come ti fossi il più diletto figlio». E non meno bella è “Monti dell’Irpinia. «Monti ch’io non cercai, fate che almeno/ sian le mie strofe come l’aria lievi/ e rubino l’azzurro al ciel sereno/ e la bianchezza fulgida a nevi. […] Monti, purificatemi co’ venti/ freschissimi de l’alba, con la luce/ de l’aurora, con l’acque de’ torrenti».

Scene di vita quotidiana nei versi del poeta genovese. Ad esempio “Botteghe grottesi” è un inno alla provincia scritto con uno stile poetico particolare e intrigante. Leggetela oggi, pare un frammento di una canzone di Ivan Graziani o un qualcosa scritto dal partenopeo Giuseppe Marotta, quello, per intenderci, del romanzo “Gli alunni del sole”. Carina davvero è “Macelleria Grifone”. «Gennarin Grifone è un uom giovial/ e dietro il banco ride ognor,/ con molta grazia e buon umor/ vi dà del bue e del maial:/ alla sua bistecca senza egual/ grottesi, fate onor». Questa lirica è molto suggestiva: pare di vederlo questo Gennarino Grifone nella sua macelleria che ride dietro il banco e taglia la carne. Suggestiva è pure la lirica “Calzolerie Falucci”. «Di falucci il gaio magazzin/ profumi dà come un giardin,/ la polvere da sparo dà,/ il cuoio e il confetto fin,/ dà il cappel, la cuffia e l’ombrellin/ ed altre novità».

E poi c’è lei, la mia prediletta, l’Aurora in Grottaminarda. «Gaia è l’aurora su Grottaminarda:/ incede tra le nuvole e una festa/ di vive rose a i monti intorno appresta/ mentre al fiume un vapor bianco s’attarda/ […] e fremono le piante e una gagliarda/ onda vitale i nidi e suoi cuori desta./ Dolce borgo d’Irpinia! Passa l’ora/ fatata e già le fresche meraviglie/ non scopre agli occhi attoniti l’aurora./ Non più ne l’altro ridono vermiglie,/ eppur le rose sue restano ancora/ su la guancia gentil de le tue figlie». Una festa di vive rose e le rose restano sulle guance delle ragazze. Rose rosse e spine e rose stupende come le ragazze ufitane e l’aurora gaia e le nuvole e il cielo si tinge d’arancione. Poesia delicata: un paese “sospeso nell’incredibile”, magica atmosfera tre le strade addobbate a festa; un Sanini leopardiano, pascoliano. Rose che restano sulle guance, e guance color di rosa. Grottaminarda è un luogo dell’anima, punto di non ritorno, Paradiso in terra dove scorrono ruscelli e dove le ragazze con le guance color di rosa attendono il viandante.

Mi perdo nel mare dei ricordi e scavo nella memoria alla ricerca di parole, poesie non dimenticate, volti già visti. Sanini e quel centro ufitano e hanno sostato in quel centro ufitano scrittori importanti del calibro di Cesare Malpica, George Berkeley. E lui, Sanini, addirittura scelse di vivere lì, in quel centro del Sud Italia. Dove eravamo rimasti? Ah, certo. Al pullman per Benevento. E sto nel pullman e sono quasi arrivato all’uscita Benevento dell’autostrada A16. Guardo le indicazioni: per arrivare a Grotta occorre proseguire per Pescara Bari e poi c’è l’uscita ma io devo andare a Benevento e sarà per la prossima volta. E ci sarà certamente un altro viaggio e allora la destinazione sarà un’altra, un centro della Valle dell’Ufita e ammirerò i posti che furono del Poeta dell’Aurora e penserò a tante cose. Perché solo lì “le “rose restano ancora su la guancia gentil” delle ragazze.

 

 

 

 

Ercole Buono e il miracolo del Laceno

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Svolta sull'altipiano laceno

Susa con la sigaretta in bocca, bellissima, ammira il paesaggio. Fumo negli occhi, tepore della lana, profumo di grazia. Con disinvoltura fuma, poi butta la cicca. Abbassa il finestrino e bacia il vento D’Irpinia. Sull’Ofantina in un giorno sereno e le gallerie, le indicazioni. Come sono meravigliose queste “colline coltivate a schacciera”. Strada per il Laceno: un’altra indicazione. Le montagne piene di verde, i paesi aggrappati alle colline, le case solitarie, le luci colorate, un pizzico di gioia nella vita. L’Irpinia così bella, la strada dritta, campagne e contadini lungo la strada. Tra poco vedrai il Cervialto, signora. Un poco di pazienza. E hai tanta pazienza, davvero tanta e conviene non pensare e ammirare il panorama: sì però non vedo l’ora! D’altro canto a Susa “piace tanto il mezzogiorno col suo cielo azzurro, col suo sole e colle sue tradizioni”. Lei è una donna speciale e vive nelle pagine del romanzo di Ercole Buono “Svolta sull’Altipiano Laceno”.

Davvero una chicca il romanzo di Ercole Buono: ho apprezzato molto lo stile dell’autore nonché le descrizioni dei luoghi. Il libro è stato stampato dalla Tipo-Litografia Irpina Lioni nel 1978. Testo quasi introvabile (occorre cercare nelle biblioteche). Ho trovato una copia per puro caso in una bancarella di libri usati. Un libro del ’78, un romanzo rosa che ricorda vagamente i lavori di Liala, con queste donne belle che vivono a metà; e con questi amori strani e tutti questi ripensamenti e alla fine il vero amore vince sempre. Perché in questo tipo di romanzi c’è sempre un finale diciamo lieto e tutti si affidano alla Provvidenza.

La protagonista è una donna borghese di nome Susa. Si ritirerà alla fine del romanzo nel Pakistan Orientale e fonderà un istituto filantropico. Ella è la figlia di un famoso notaio. Susa è sospesa tra la conservazione e il progresso, tra la tradizione e la modernità, tra l’amore per Dino e per Genny. Un po’ quello e un po’ quell’altro. Vorrebbe scardinare i sacri tabù; allo stesso tempo tutela la sua posizione sociale e il prestigio familiare. Ha avuto un’educazione cattolica ed ha frequentato la scuola materna Figli di Gesù. Sì è successivamente iscritta a un liceo privato retto dalle Suore. Pare Federica Moro nel film College e un po’ l’ho immaginata simile a Federica Moro, così sbarazzina, così carina, così piena di classe. Susa bella e irruenta, intelligente e “scetata”, voglia di emancipazione e indipendenza. Come lei la protagonista del romanzo di Carlo Castellaneta “Progetti di allegria”; come lei anche Leda di “Peccatori a metà” di Lina Lesco. Susa ha un’amica femminista: parla con lei ma fino a un certo punto. L’amica non comprende questo comportamento. «Scusami se sono esplicita con te. Tu sei moderna e poi dal modo come agisci non sei moderna».

E l’Altipiano Laceno? Compare all’improvviso. Susa si rifugia sull’Altipiano Laceno per ritrovare sé stessa. Mette, così, in discussione le sue idee. Laceno come cartolina oleografica. Meglio: come teofania. Il lago, i monti, i boschi sono per Susa un miracolo. Un miracolo colmo di splendore e la natura è il Divino. «Chi parte da Avellino – così è scritto nella prefazione – percorrendo la Ofantina ed attraversando ondulate colline, coltivate a scacchiera, dopo meno di un’ora di macchina giungerà a Bagnoli, “gemma dell’Irpinia” e “Casa degli Dei”, definita dal pontaniano Giano Anisio, e sede delle prime vendite della Carboneria, “I figli del sole”, anelanti alla libertà ed alla indipendenza. E se poi da questo operoso “Centro”, ricco di legno, armenti e formaggi, s’inoltrerà attraverso la comoda ed ampia strada, verso i monti Picentini, che sovrastano Bagnoli, dopo aver superato gli spaziosi tornanti, s’imbatterà quasi come un miracolo, in una vasta pianura: è l’Altipiano Laceno a millecinquanta metri di altitudine, adagiato in un ampio pianoro, riparato dai venti, coronato delle cime caratteristiche della Raiamagra, della Raia Scannella, della Montagna grande e del superbo dominatore, il Cervialto. Ed ecco che tutto l’insieme si presenta agli occhi del viaggiatore come un immenso anfiteatro naturale, promettendo un soggiorno pregno di pace e di distensione. […] Le giogaie dei monti con le loro cime rotondeggianti e non aspre come quelle del Settentrione si stagliano nel tipico cielo Meridionale, quasi sempre azzurro, tanto da rispecchiare la mitezza dell’animo dell’Uomo del Mezzogiorno, che ha sempre molto dato e sempre poco avuto. E se poi davanti a quella immensa tela, quasi dipinta da un gigante del pennello, volge lo sguardo verso l’alto, verso l’infinito, non potrà non scorgere sprazzi di luce e di sole, da dove scaturiscono gli eterni ideali del vero, del bene e del bello, e da dove s’intravede il tormentoso mistero dell’eternità, nel quale la mente umana, se non vuole smarrirsi, non può trovare altro che l’epifania della Divinità, che si concretizza e si placa nel Dio Creatore ed Ordinatore».

La Svolta di Susa sull’Altipiano, la Svolta della vita, il prima e il dopo, il già e il non ancora. Il lago, le bellezze dell’Irpinia, la Raia Scannella. Spartiacque di Susa la vacanza in Irpinia. Troppa bellezza e incredibile teofania; la voce di Dio e il messaggio finale. Il Laceno, insomma, è “rivelato”. Ercole Buono tratteggia un’Irpinia prodigiosa. «L’Altipiano Laceno, – scrive Ercole Buono – a millecinquanta di altitudine, adagiato su un vasto e pittoresco pianoro, riparato dai venti, coronato dalle cime caratteristiche della Raiamagra, dalla Raia Scannella, della Montagna Grande e del […] Cervialto, si presentò agli occhi di Susa […] come un immenso anfiteatro naturale, promettendo un soggiorno pregno di gioia e ricco di amori. Le cento e cento villette aggrappate qua e là ai piedi delle montagne colla loro policromia di tinture e di fiori offrivano allo sguardo tanta e tanta gaiezza. Il piccolo lago, il Laceno, che accoglie le acque delle varie sorgenti circostanti e che lentamente nell’ultima parte vengono ingoiate da zone carsiche naturali, increspando leggermente le sue onde cristalline, dava un senso di serenità e di pace. I faggi e i pini, elevando i loro fusti a guisa di colonne di cattedrali, si presentavano come un mare di verde, che sfumava perdendosi nella lontananza. […] mentre dovunque regnava il silenzio interrotto di tanto in tanto dal gorgheggio di qualche usignuolo invisibile».

Una lettura piacevole. La Svolta è un romanzo rosa e per tutti. L’autore Ercole Buono ha tratteggiato il Laceno alla maniera di un luogo sacro. La divinità c’è e non si vede: percepisci la sua presenza nel silenzio, nel rumore del vento, nella danza degli alberi, nel sole malinconico. La protagonista, questa donna di classe, ritrova sé stessa in Irpinia. Trascorre sul Laceno sei giorni di pace, di tranquillità e di amore e gusta perfino i famosi tartufi di Bagnoli e si spinge fino al Terminio, fino alla Ripa della Falconara. Lei non dimenticherà mai più lo splendore della nostra terra. E in un “ottimo e riposante albergo” dorme. E il luminoso sole la sveglia e lei passeggia tra “valli fiorite” e “prati verdeggianti”.

Maffeo, al fianco di D’Annunzio

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Il soldato Antonio MaffeoLa vita non finisce mai stupire. A volte basta una telefonata e si aprono in un istante le porte di un micro mondo misterioso e ignoto. Questa volta la telefonata è arrivata alla fine di agosto. «Vieni a Candida. – ha detto un mio amico – Alcuni cittadini hanno allestito una mostra fotografica dedicata al centenario della Grande Guerra. Potresti trovare qualcosa d’interessante. L’evento è stato organizzato grazie all’impegno di Antonio De Cristofaro e Angelo Vega». Ho accettato subito l’invito e ho raggiunto il piccolo centro irpino. La Prima Guerra Mondiale ha sempre affascinato il mio immaginario: ha stuzzicato la mia fantasia la lettura del libro Un Anno sull’Altipiano di Emilio Lussu e il film La Grande Guerra di Mario Monicelli.

A Candida davvero ho trovato qualcosa d’interessante. Ho scorto le fotografie dei soldati, le immagini ingiallite, i fogli matricolari, le lettere poetiche. Tra i fogli matricolari ho scovato quello del soldato Antonio Maffeo. All’apparenza sembra un normale foglio; questo Maffeo pare che sia stato un soldato qualunque, uno identico agli altri. Appunto pare. In sostanza, non è un soldato qualunque: il milite candidese ha conosciuto Gabriele D’Annunzio ed ha marciato a Fiume insieme con lui.

Antonio Maffeo era un soldato di Leva 1°categoria. Nacque a Candida il 30 ottobre del 1899. La sua vita è stata un’Odissea. Egli è un erede dei Bersaglieri di La Marmora, un modello, un eroe, un uomo controcorrente; egli è l’emblema della gioventù ribelle che ha creduto nella Patria. Sul suo foglio matricolare sono riportati tutti i dati salienti. Fece parte del X corpo d’armata comandato dal generale Domenico Grandi. Precisamente fece parte del 40° reggimento fanteria denominato Brigata Bologna. E la Brigata Bologna fu schierata ai margini dell’altipiano tra Fogliano e Redipuglia in Friuli. Il conflitto bellico rappresentò per il soldato di Candida il modo idoneo per uscire dalla monotonia della vita quotidiana: fu il pretesto per scatenare gli istinti avventurieri e romantici. Maffeo fu infiammato fa propositi eroici e futuristici. Fu schierato, con la 40° fanteria, sul fronte d’armistizio nel 1918. Entrò, inoltre, nella 578° compagnia mitragliatrici di Brescia; fu trasferito sul Lago di Garda e rientrò infine a Brescia. Con molta probabilità, nel mese di agosto del 1919 si unì ai granatieri di Sardegna e giunse a Ronchi, nei pressi di Trieste. In quel luogo attese insieme con gli altri l’arrivo di D’annunzio. Il poeta arrivò nella Venezia Giulia nella tarda serata dell’11 settembre.

Ho esaminato attentamente il foglio matricolare di questo soldato irpino ed ho trascritto alcune annotazioni.«Dichiarato disertore perché assentatosi arbitrariamente dal distaccamento di Airola il giorno 11 dicembre del 1917. Denunciato tale al Tribunale militare di Caserta. Costituitosi al corpo. Sospeso il procedimento in virtù del Decreto Luogotenenziale 4 febbraio 1917. Ammesso a fruire dell’immunità. Dichiarato disertore perché assentatosi arbitrariamente dal deposito del corpo il 9 gennaio 1918. Denunciato tale al tribunale militare di Caserta, trasportato al deposito del corpo. Sospeso il procedimento penale in virtù dell’articolo 1 decreto luogotenenziale 4 febbraio 1917 numero 187. Concessa dichiarazione di aver tenuto buona condotta e di aver servito con fedeltà ed onore. Tale nel distretto militare di Avellino». Tramite la lettura delle carte emerge il ritratto di un soldato coraggioso e valoroso. Al termine del lunghissimo foglio matricolare è presente una nota molto interessante. «Tale entrò a Fiume con D’Annunzio». Credo che sia un dato intrigante, nonché importante. Non è facile conoscere il numero esatto degli “irpini dannunziani”; credo che sia un’impresa alquanto ardua. Antonio Maffeo è uno di loro, uno dei (forse) pochissimi. La certezza è una soltanto: Antonio Maffeo è l’unico legionario dannunziano di Candida.

Alcuni reparti del Regio Esercito occuparono la città di Fiume; la città adriatica era contesa, in quel tempo, tra il Regno di Jugoslavia e L’Italia. La ribellione fu organizzata da un fronte nazionalista guidato da Gabriele D’Annunzio. I militi italiani arrivarono a Fiume il 12 settembre del 1919. Filippo Tommaso Marinetti definì gli autori dell’impresa alla maniera dei “disertori in avanti”; anche Maffeo fu un disertore in avanti. «Alle 11 del 12 settembre 1919, dunque, – scrive Massimo Infante nel libro Storia segreta del Fascismo – D’Annunzio e suoi uomini, così ormai si può chiamarli, entrò in Fiume fra gli evviva, al suono a stormo delle campane della torre civica e all’urlo di una potentissima sirena. Era la cornice perfetta, quella che egli e i suoi ammiratori avevano sempre sognato per imprese di tal genere e per i loro eroi. D’Annunzio prese possesso di Fiume in nome dell’Italia e dal balcone del Palazzo del governo arringò la folla.[…] Le bandiere alleate vennero abbassate con l’onore delle armi e sulla città rimase a sventolare solo il tricolore, mentre le truppe straniere sgomberavano pacificamente per evitare incidenti. Le navi da guerra Dante Alighieri e Emanuele Filiberto si rifiutarono di eseguire l’ordine di partenza e la maggior parte dei loro marinai si unì con i dannunziani; il poeta tornò a farsi chiamare Comandante come durante la guerra e sfidò il governo, la Jugoslavia e la Conferenza della pace, giurando che non avrebbe abbandonato quel territorio fino a quando la città non fosse stata annessa».

Ho approfondito la mia ricerca sul milite Antonio Maffeo proprio a Candida. Ebbene ho recuperato alcune notizie. Maffeo ebbe una vita intensa. Imparò il mestiere di fabbro in giovane età; nondimeno abbandonò subito la professione per servire la Patria. Non era abbastanza alto: aveva il naso arricciato, il mento a punta, gli occhi castani, il colorito roseo, la dentatura sana. Viveva per l’azione. Era irruento, istintivo. Fu richiamato alle armi anche il 15 giugno del 1940; entrò nel 239° battaglione mobile (centro di mobilitazione distretto di Avellino). Ma fu subito esonerato in virtù dei suoi quarantuno anni. Si sposò per ben due volte. Fu il padre di 12 figli. Per amore del Re assegnò il nome di Vittorio a suo figlio; per ammirazione verso il Duce assegnò il nome di Benito a un altro figlio. Infine, per rispetto del cugino minatore morto nel disastro di Marcinelle, assegnò il nome di Giovanni all’ultimo pargolo di una prole numerosissima. Morì in Irpinia all’età di settantuno. Concluse così la sua eroica vita degna di un romanzo d’avventura e di guerra. La sua storia è certamente molto affascinante. Penso che codesto milite sia un valoroso figlio della terra irpina. «Antonio Maffeo fu un patriota a tutto campo, – così ha detto il mio amico – fu un ardito, un “caimano del Piave”. Per lui la guerra era la vita. Si schierò sempre in prima linea». Insomma, egli servì sempre la Patria, non si tirò mai indietro e non ebbe mai paura.

 

 

 

Dante Troisi, una voce controcorrente

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Dante TroisiAveva ragione Dante Troisi. La giustizia non esiste. Lo scrittore e magistrato irpino evidenziò le storture della giustizia italiana nel 1955. La mia riflessione scorre come un placido fiume; rileggo attentamente le ultime pagine del Diario di un giudice e medito. Questo libro raccoglie un piccolo sfogo, una ribellione tranquilla. L’autore mette in processione le considerazioni personali: si affastella, così, un corteo saturo di errori, rimpianti, ricordi sbiaditi. Rimugino pensieri in un sabato di aprile. In una villa di Tufo c’è la traccia del tempo perduto; le storie dell’Irpinia sono attaccate ai mobili, ai divani, alle mensole. Il ricordo di Dante Troisi aleggia nell’atmosfera austera; lo scintillio del camino illumina le zone buie in modo irreale; s’innalza un miraggio, un chiaro spiraglio. Piovono i commenti, le valutazioni sui libri: è una sfilza di nomi, titoli. Ma quel Diario del giudice di Tufo è un capolavoro. Apparve all’interno dei “Gettoni” vittoriniani. Ho in possesso una vecchia copia malandata pubblicata da Einaudi; la copertina è severa nonché semplice. Una cornice viola e gialla protegge una caricatura di Daumier. Ed è un libro avvincente, coinvolgente. Addirittura è stato censurato per offesa alla magistratura. Nel 1978 andò in onda su Rai Uno lo sceneggiato tratto dal libro incriminato.

L’autore ha demolito l’immobile castello dell’inibizione. Sembra che sia calata sulla sua figura una sorta di damnatio memoriae. Egli è un intellettuale “scomodo”. Dante Troisi non è catalogabile; al contrario, è uno spirito libero. Nei suoi libri ha messo in evidenza alcune tematiche scandalose; ha infranto i tabù. Egli è il Mimmo Cavallo della letteratura; il cantautore Mimmo Cavallo si è contraddistinto per la ruvidezza linguistica; anche Troisi è stato molto ruvido e vero. Ha scardinato edifici “sacri” per tutta la sua vita. Da Tufo si trasferì a Parma per studiare; in quei giorni si rese conto delle differenze di trattamento tra i meridionali e i settentrionali. L’illustre irpino lavorò a Cassino con l’incarico di magistrato. Il libro è ambientato nella città laziale; ad ogni modo l’autore ha preferito non nominare i luoghi ed ha soltanto inserito le prime lettere delle città. Cassino è soltanto C, Montevergine è soltanto M. Balza agli occhi la particolare indifferenza dei giudici nei confronti delle persone: emerge una magistratura non neutrale, conscia dei propri errori. Poco importa delle condanne ingiuste; importa ancora meno dei poveri cristi che rubano la legna per necessità. «Sospetto di essere strumento di vendetta, – scrive Troisi – a volte della vendetta di un uomo contro un altro uomo, a volte del cosiddetto stato contro il resto degli uomini, inermi». Gli avvocati vincono le cause grazie agli amici magistrati e la monotonia scialba è cancellata da un guizzo. I colleghi ottengono il trasferimento in posti migliori grazie all’intercessione dei politici e il resto conta davvero poco; d’altro canto la molla che muove il mondo è soltanto l’invidia. «Domani, – dice – in luogo del crocefisso potrà esserci un’altra cosa, ma sarà ancora un simbolo del potere che ci proteggerà le spalle. Giacché noi siamo sempre da quella parte. Oggi dalla parte di un sistema, non certo il migliore». L’autore demolisce i luoghi comuni e si lancia nella contestazione globale con le armi dell’indignazione. «In provincia – afferma – valgono i rapporti personali. Giudici e avvocati passeggiano per le stesse strade, frequentano i medesimi locali. Un avvocato non consente che il giudice paghi il caffè o l’aperitivo; strizza l’occhio al padrone e attende sorridendo che il magistrato si rassegni, più o meno in fretta, a riporre in tasca il danaro. Poi parlano, di un libro (ma rarissimamente), di un avvenimento di cronaca, di un processo celebrato altrove, infine pettegolano sui rispettivi colleghi: con l’ausilio della maldicenza nasce la reciproca stima. […] L’avvocato, in provincia, è un mestiere triste; vivendo a più stretto contatto con la giustizia, egli ne scopre le manchevolezze, le deviazioni, gli umori ed è indotto a correggerli: a proprio favore si capisce, ma nell’opinione che ciò coincida con l’interesse e il rispetto della legge».

Il dottor Troisi non ha più voglia, ha perso lo slancio. Si addentra nelle misere case dei contadini e scorge le foto di Sant’Antonio e il putrido mobilio. Di striscio passa la vita quotidiana: il magistrato assiste agli eventi, annota sul suo diario le emozioni. È impassibile, ha smarrito la passione. Pare che sia ossessionato dalla morte. Egli vorrebbe uscire da scena, vorrebbe spezzare il martirio quotidiano; vorrebbe dissolversi nel vento. «Questo rumore di ogni mattino, – ricorda Troisi – avanti l’alba, inverno ed estate, del macellaio di fronte che batte con la coltella sui pezzi di bue che la moglie aiuta a mantenere, un rumore subito ripreso dagli altri macellai, i primi a sollevare le saracinesche mentre è ancora buio, vestiti dei camici bianchi su cui si allargano le macchie di sangue, pare arrestare il giorno che sta per spuntare e ti precipita come in un carnaio nell’attesa che arrivi il turno di reclinare il capo sul ceppo. […] (Morto due volte, stanotte in sogno: la prima sotto un treno, la seconda ruzzolando dalle scale del tribunale. Forse tutti non abbiamo più molta paura della morte e questo, in qualche modo, fa la vita più difficile)». I giorni si affastellano e le piccole storie di provincia sono degne di un romanzo. Un proprietario di un fondo vorrebbe mandare via un colono: quindi vorrebbe “comprare” il giudice Troisi. Pertanto offre le prestazioni sessuali di una ragazza. Anche questa è la provincia…

Si condensano tra le pagine del diario i ricordi atroci del passato. Non scompare il riverbero della guerra d’Etiopia, nemmeno la Tunisia va via dalla lavagna della memoria. Compare il brutto trascorso contrassegnato dalla dura prigionia in Texas, nello stesso campo di concentramento dello scrittore Giuseppe Berto. E Troisi desiderò la libertà sempre; ebbene la dimensione onirica si confonde con il terrore. I sogni sono strani: c’è sempre un treno fermo in campagna. Spuntano i gendarmi immaginari con la divisa delle SS; sorgono i riflessi del vento americano che sbatte sui fili spinati. «Ma i carabinieri sono militi delle SS, un’enorme svastica scintilla sui berretti […]. E lo sgomento ha dovuto nel sogno vestirsi da SS per somigliare a quello del giorno». La locomotiva è un mezzo fantastico di evasione; è un lungo trip estatico dal sapore amaro. «L’ululo dei treni apre varchi di sereno nella cortina di pioggia fin dove l’eco si spegne in altre piogge di là dal Texas che passavano al limite della pianura e non badavano al reticolato che ci chiudeva». È poesia autentica e pura. E poi sbuca la sagoma lucente di un tale soldato Kurt; l’autore si sfoga con quest’amico dimenticato e scrive, scrive. «Mi sembrava, camerata austriaco, – dice l’irpino –  che la gente mi segnasse, non conoscevo nessuno di loro e tutti conoscevano me per chissà che distintivo […]. Se non è tardi, camerata, ti raccomando di mantenerti pulito: la guerra è finita da un pezzo ed è tempo di fare i borghesi senza rimpiangerla con Hitler e Mussolini».

Ma il libro è colmo di piccole storie minori. Appare all’improvviso un coloured inglese brizzolato: l’uomo avrebbe voluto riportare a casa la figlia custodita in un convento. «Quando bussò al portone dell’istituto, – racconta l’autore –la gente gli andò dietro. Dopo molti colpi, il portone si socchiuse lasciando passare la madre superiora, una monaca dal viso grosso arrossato dall’orgasmo: si fermò sulla soglia stringendo tra le mani il crocefisso del rosario che le cingeva i fianchi». Non conosco il motivo eppure collego questa suora con il frate della canzone Al Convento di Mimmo Cavallo. La Madre Superiora chiude il portone e l’inglese si siede disperato sul marciapiede. Intorno a lui addensa la calca: egli rammenta i suoi momenti di prigionia in Abruzzo e saluta romanamente un carabiniere. Il popolo d’istinto si schiera dalla sua parte, nello stesso tempo sbraita contro la legge ingiusta. Dante Troisi non interviene, resta in disparte. Forse è in bilico. «Un vecchio, – racconta – il cappello in mano per rispetto, ma con accento brusco, riconosciutomi, mi chiese perché non intervenivo a favore del negro. Non seppi cosa rispondere: non ero in funzione. La mia funzione è controllare l’ago che indica il peso delle persone che cadono nella nostra bilancia e gridare i numeri». Ebbene la Madre Superiora pare un personaggio interpretato da Virna Lisi o da Alida Valli; l’irruenta e bella fermezza butta l’immaginazione nei cunicoli cinematografici. E i sogni notturni dei colleghi sono colmi di suore.

L’autore descrive nel libro anche il suo ritorno in Irpinia. Raggiunge Tufo e racconta le gioie e le emozioni rattrappite. Intravede il cimitero; si siede sul marciapiede, guarda le galline. Entra in un bar solitario, chiede vanamente un caffè. Sembra la scena di un film. Pare il paese della giovane Carolina del lungometraggio ultra censurato di Monicelli: Totò è un brigadiere qualsiasi, uno di quelli con i baffi da meridionale. Non si ode la musica in sottofondo; il Nord è lontano, le mode ancora devono arrivare nel profondo Sud. Sui muri sono attaccati i manifesti di arruolamento e quelli delle compagnie navali pronte a trasportare i cafoni nel Nuovo Mondo. Poi è presente un’escursione a Montevergine. È una descrizione immensa ed evocativa. «Ogni curva – narra l’autore – è un’aerea terrazza sospesa man mano più in alto sulla vallata che sprofonda e si distende appiattendo le colline per slargare l’orizzonte, con le case e i paesi lentamente alla deriva sui boschi di castagni, pioppi, olivi. Pareti d’alberi si alzano improvvisamente dai bordi creando un tono d’acquario, tronconi di roccia sporgono da entrambi i lati come bracci di una morsa in cui l’automobile sfila a stento».

Dante Troisi non bada al sottile e non ha paura di pitturare malissimo i suoi pessimi colleghi pronti a cambiar casacca in base agli avvenimenti, pronti a cantar Bandiera Rossa e subito dopo Faccetta Nera. L’essere umano si adatta, cerca il compromesso. «Forse siamo tutti favorevoli a un regime di dittatura – dice sconsolato – perché proibisce le critiche contro di noi». Sarà sempre ricordato per il suo immenso coraggio. Quest’irpino narrò impetuosamente l’italico decadimento della giustizia. Anticipò i tempi, fu un pioniere indiscusso.

E un uomo continua a parlare di Troisi. Scopro così un aneddoto simpatico. Lo scrittore trascorse la sua gioventù a Tufo. Studiò all’interno della drogheria del paese. Studiò proprio lì. I suoi libri di diritto furono illuminati dalle lampade acetilene. Iniziò in quel momento la leggenda di un uomo scomodo, pungente e mai banale.

 

Luce d’Irpinia

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Erompono dal televisore infinite immagini colorate. È un pomeriggio novembrino del 1990. Almeno sembra: sopra il tavolo della cucina c’è un souvenir del mondiale italiano; c’è una riproduzione in plastica di Ciao. Intanto continuano ad uscire dallo schermo le innumerevoli combinazioni della felicità. Più tardi andrà in onda il film Ragazzo di campagna. Quindi sarà una serata allegra.

Sfrecciano le auto lungo il ponte. I rumori silenziosi sembrano piccoli boati meccanici. In casa si avverte un odore strano: la stufa riscalda le illusioni e il benessere è nascosto dalla polvere stanca. Si spengono i desideri sotto la pioggia. La finestra è chiusa: ciò nonostante urla il soffio celeste. Ebbene la vera luce arriva dalla Svizzera, dal Belgio. Giace a terra l’album dei calciatori 90/91. In serie A c’è perfino il Parma. Melli e Brolin sono gli eroi della nuova provinciale.

E una donna cammina in cucina. Ha appena aperto il rubinetto dell’acqua. Ha un volto antico, irpino, ricco di magia. Le labbra umide lambiscono l’aria desolata. Ella non bacia, non sorride. Infondo al cuore conserva una vecchissima disperazione. Pare un animale ferito. I capelli crespi sfidano il vento sommesso. Non conosco il nome della donna. Come si chiama? Rita? Maria? Credo di no. Con molta probabilità si chiama Rosa. Ella potrebbe recitare in un film neorealista: parla poco, è selvaggia, conosce il dialetto. Chiude la sofferenza nelle sue mani. Il suo fratello appare e scompare. Il resto della famiglia è all’estero. Anche Rosa sogna la Germania, il Nord Italia. Vorrebbe partire per non tornare più. Ad esempio non è mai stata a Milano. Pertanto vorrebbe scoprire i luoghi intravisti in televisione. Insomma, vorrebbe raggiungere al più presto il benessere.

Il fumo si addensa; sul divano vetusto è possibile scorgere le macchie del tempo. Le annerite pareti raccontano al buio una storia di miseria. C’è un quadro appeso alla parete del corridoio. Sul letto è adagiata una fotografia: Rosa ammira il paesaggio belga. I colori sono arcani. Adesso non appare più il profilo di un prato nordico. È tornata in Irpinia e possiede soltanto un piatto di lenticchie, uno stupendo corpo e tanta malinconia. Vorrebbe invertire la rotta ma è impossibile. Il sogno dimora ai margini dell’autostrada; il sogno è la fuga. Intanto guarda la sua immagine attraverso uno specchio. Negli occhi è celata la profonda tristezza. Schiude ancora una volta le labbra, sospira e conta le innumerevoli illusioni.

 

Voci di Vallea

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E attendo la fine di un carnevale improvviso. Scruto i volti dei ragazzi mascherati; osservo i carri allegorici colmi di elefanti, pagliacci, gatti, topi. Piovono dal cielo i coriandoli e accarezzano l’asfalto di Prata. Spengo l’autoradio e scompare il riverbero delle partite di calcio. Mi piacerebbe tornare nel passato mai vissuto. Ma non è possibile. Scompare il desidero tra i viottoli di campagna.

È il quindici febbraio del 2015. Potrebbe tranquillamente essere un giorno del 1975; in fin dei conti è facile immaginare un sogno. Ebbene ammiro la natura irpina e conto le pagine del libro Voci di Vallea di Dante Troisi. Leggo e scopro un’altra storia minore. Queste gemelle mi piacciono: disegno nella mente il loro profilo celestiale. Avverto l’odore inebriante dei nerissimi capelli; avverto la fragranza di un profumo orientale. Nell’emporio del paese dimorano due donne ancestrali. Oltre il velo c’è ancora un letto disfatto. Artemisia e Amelia sono le meretrici della tetra patria nostra. Il ritmo della provincia è lentissimo. Emma ha una chioma «biondo cenere». Conta le delusioni: cerca un marito nonostante la gravidanza impertinente; Osserva la strada attraverso i vetri e scosta il lembo della tenda.

Frattanto Letizia palpa con trepidazione i grani di un rosario paesano: prega e osserva dal balcone il fragore della festa di maggio. Il vento solleva il fumo del boato eclissato. Dove si è nascosta l’irruenta Rosaria? Dov’è sua figlia? Le domande si smorzano nel sonno. E torna a casa Rosaria soltanto nel cuore della notte. Ha perduto il pettine: è stanca, focosa. Ha consumato il suo olocausto.

Poi spunta la sagoma di Anna. Affiora tra le righe la sua vicenda. Ella indossa un pantalone scuro e una giacca celeste. Ha legato i capelli e le orecchie brillano sotto la luce fioca. È la moglie ribelle di un venditore di mele; Anna ha un «colorito di mele maturate al buio». Il suo erotismo emerge in modo esasperato: sfiora le labbra con la lingua. E ride come una pazza, come una creatura maligna.

Posso tornare indietro? Posso riavvolgere il nastro del tempo? Forse sì. Allora mi siedo sopra una vecchia sedia e fantastico. Calpesto la terra e accarezzo con la vista i fili del vigneto eterno. Il sole è fiacco, flebile, fasullo. I timidi di raggi sfiorano le mie mani. Si eclissa il riflesso dell’illusione. Respiro, chiudo la cerniera del cappotto. La primavera è ancora un abbaglio.

Svolta sull’Altipiano Laceno

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Svolta sull'altipiano lacenoSembra un romanzo di Liala. Appunto sembra. Eppure l’autore di Svolta sull’Altipiano Laceno e l’irpino Ercole Buono. Il libro è stato stampato a Lioni nel 1978; ho recuperato una copia all’interno della Biblioteca Comunale di Manocalzati. Sono stato affascinato dalla fotografia presente in copertina. Ho dato un’occhiata alla prefazione ed ho portato a casa il volume. L’ho letto praticamente in due giorni. In rete ci sono pochissime notizie in riguardo dell’autore; addirittura non c’è nessuna recensione dedicata al libro.

Mi è piaciuto molto questo lavoro di Ercole Buono: ho apprezzato lo stile e il modo di raccontare leggero. La protagonista è una donna borghese di nome Susa. Ella è la figlia di un famoso notaio ed è orfana di madre fin dalla nascita; vive in una città del nord Italia. Susa è sospesa a metà strada tra la Tradizione ei progresso. Vorrebbe scardinare i sacri tabù; allo stesso tempo tutela la sua posizione sociale e il suo prestigio familiare. Ha avuto un’educazione cattolica ed ha frequentato la scuola materna Figli di Gesù. Si è successivamente iscritta al liceo privato; il liceo è retto dalla suore. Insomma, pare Federica Moro nel film College; somiglia anche all’eroina del racconto Progetti di allegria di Carlo Castellaneta. Per di più ha un’amica femminista: parla con lei ma non condivide le sue idee. L’amica cerca di persuaderla vanamente. «Scusami se sono esplicita con te. Tu sei moderna e poi dal modo come agisci non sei moderna».

E l’Altipiano Laceno? Compare all’improvviso. Susa si rifugia sull’Altipiano Laceno per ritrovare sé stessa: ella ha una sorta di crisi mistica. Mette, così, in discussione i suoi valori. Allora raggiunge un cantuccio del Sud e fugge dalla routine cittadina. «Mi piace tanto il Mezzogiorno col suo cielo azzurro – dice – col suo sole colle sue tradizioni, connaturate a quella gente semplice, ma dignitosa, fiera e capace di affrontare in silenzio grandi sacrifici». Sorge dunque la classica dicotomia Nord – Sud; di conseguenza appare la contrapposizione città – campagna. Il Laceno è una cartolina oleografica; è un luogo addirittura ieratico. «Le cento e cento villette aggrappate qua e là – scrive Buono – ai piedi del montagne colla loro policromia di tinture e di fiori offrivano alla sguardo tanta gaiezza».

I progressisti, sicuramente, avrebbero definito “borghese” questo libro. Certo, è un libro borghese: per tale motivo è intrigante. La protagonista è una donna intelligente, pragmatica, libera, indipendente. Non si lascia influenzare degli altri e difende le sue idee. Il romanzo è stato pubblicato alla fine degli anni ’70 eppure è ancora interessante, fresco. È un lavoro garbato ed elegante. Ercole Buone ha raccontato le gesta di una donna non di sinistra, sicuramente moderata e conservatrice. Attualmente Susa potrebbe essere rivalutata? Penso di sì.

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