Del Mauro, il sindaco del dopoguerra

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Avrei dovuto scrivere quest’articolo nel mese di luglio dello scorso anno, in occasione del ventennale della sua morte, della morte dell’unico sindaco sanbarbatese di Manocalzati dal dopoguerra a oggi. Avete capito di chi sto parlando: ovviamente di Giuseppe Del Mauro, per tutti semplicemente don Peppo. E non è stato possibile scriverlo prima per diversi motivi. C’è sempre qualcuno che mette i bastoni tra le ruote e qualcuno non vede di buon occhio don Peppo perché… perché… va bene… il motivo lo sapete e non sto qui io a dirlo a voi. Forse Del Mauro provoca ancora adesso irritazione nei confronti dei soliti noti. Tutto è così strano in questo paese.

Non potevo dargliela vinta e con le carte o senza carte ho dedicato un piccolo spazio a Giuseppe Del Mauro. E me l’hanno fatto diventare perfino simpatico, a Del Mauro si capisce. Nonostante tutto. Forse non è cambiato niente e la mentalità del paese rimarrà sempre la stessa. Qualcuno dice: si stava meglio quando si stava peggio. Sicuramente il passato genera malinconia, anche se è stato brutto e la mente tende a rimuovere le cose non belle. E non pochi lo rimpiange ancora, a Del Mauro sindaco. Io non lo rimpiango (non ho vissuto quel periodo perché ancora dovevo nascere) ma questi che ci sono adesso non sono certo migliori di lui. Almeno prima avevamo un sindaco sanbarbatese, un sindaco che viveva a San Barbato e che non era medico.

Di San Barbato e possidente terriero. Del Mauro era il classico galantuomo di una volta. Apparteneva alla classe agiata del paese. «Entro questa classe – scrive Edward Banfield nel libro “Le basi morali di una società arretrata” – esiste una netta distinzione tra coloro che sono galantuomini e coloro che non lo sono. Essere galantuomini dipende esclusivamente dalla nascita: indipendentemente dall’occupazione, dal grado di istruzione, dal reddito, una persona è galantuomo se lo era suo padre. La situazione di questa piccola nobiltà non differisce da quella degli altri membri del ceto superiore se non nel fatto che essa riceve maggior deferenza: ci si rivolge loro semplicemente con il titolo di don o donna, seguito dal nome come don Paolo, donna Maria. Ai preti il titolo spetta d’ufficio». Il sindaco sanbarbatese era apprezzato dalla quasi totalità della popolazione locale. In lui vedevano una protettore, un punto di riferimento, un dispensatore di bene. Tutti andavano da lui in caso di problemi e lui metteva pace, manteneva l’armonia, risolveva controversie tra contadini: andiamo da don Peppo, decide don Peppo, glielo dico a don Peppo. I ceti inferiori, quelli più popolari, lo adoravano e lo veneravano addirittura.

«Potevamo levare le immaginette di Gesù Cristo a capo del letto e potevamo tranquillamente mettere quelle di don Peppo e potevamo tranquillamente mettere anche quelle di Arturo De Masi». Così mi ha detto un signore anziano di San Barbato. E forse era vero. Molti contadini lavoravano nelle terre del sindaco: erano mezzadri. Una famiglia da sempre legata a ideali risorgimentali, liberali, monarchici. Un suo antenato Giuseppe, durante i travagliati giorni post unità d’Italia era Capitano. Nei giorni della rivolta alcuni uomini del posto «circondarono la casa del capitano […] e si fecero dare dalla moglie il ritratto di Vittorio Emanuele, che immediatamente frantumarono», così scrive il professore Edoardo Spagnuolo nel libro “La Rivolta di Montefalcione”. Un altro antenato si chiamava Emanuele e costui era liberale. Una famiglia, quindi, che ha vissuto in prima linea gli eventi politici del tempo passato.

Ma ci pensate? Avevamo un sindaco di San Barbato. Che cosa bella. Adesso una cosa del genere sembra una chimera. Tramontato questo periodo, scomparso il periodo d’oro di Arturo De Masi non resta che rifugiarsi nei ricordi e ricordare… ricordare… San Barbato e Manocalzati negli anni ’40 e ’50, la voglia di venir fuori da un periodo brutto. Le dure battaglia contro la DC (perché alla fine era una corsa a due tra monarchici – missini – progressisti e democristiani e questa corsa a due, massimo tre liste, si è perpetrata nel tempo), le lotte per la libertà. Erano tempi particolari: la battaglia politica era davvero accesa. Da una parte gli idealisti, dall’altra i democristiani. Idealisti che a Manocalzati hanno occupato lo spazio politico della “destra” ma destra vera non era. Al massimo era una “sinistra quasi radicale”. Manocalzati non ha conosciuto l’esperienza politica della Tromba nel 1952, a Manocalzati, diciamo fino agli anni ’80, non c’è mai stata una vera forza di sinistra politica.

Giuseppe Del Mauro si candidò alle elezioni amministrative del 1946, le prime del dopoguerra, con una lista di orientamento liberale contrassegnata dal simbolo della spiga di grano, riconducibile all’esperienza dell’Unione Democratica Nazionale (l’UDN che si presentò alle elezioni dell’Assemblea costituente). La sua lista dovette vedersela con il raggruppamento democristiano: nonostante l’aspra lotta vinse la lista della spiga (chiamiamola così per comodità); Del Mauro fu eletto primo sindaco democratico del dopoguerra e amministrò Manocalzati per un decennio. Successivamente aderì al Partito Nazionale Monarchico di Alfredo Covelli e divenne un acceso sostenitore di Stella e Corona. Perché aderì dopo al PNM e non prima? Semplicemente perché il PNM nacque dopo l’esito referendario del 2 giugno del ’46 e Covelli si candidò alla Costituente con il Blocco Nazionale della Libertà. Il sindaco strinse, inoltre, un accordo con i missini locali. Due simboli in un simbolo solo (PNM e MSI). Anche in paese le forze monarchiche erano la maggioranza, poi, vuoi per una cosa, vuoi per un’altra tutto è andato perduto. La DC di Fiorentino Sullo (a Manocalzati l’amministrazione gli ha dedicato la piazza, probabilmente per segnare una continuità con le esperienze del passato come a dire noi ci ispiriamo a Sullo) le tentò tutte per rompere la forza dei monarchici e l’utilizzo della classe medica in politica si è dimostrata una soluzione vincente.

Un giovane Arturo De Masi cominciò a frequentare la casa di Del Mauro. Quest’ultimo lo avvicinò alla politica: da lui raccolse l’ideologia e i voti. Il De Masi degli anni ’60 raccolse l’eredità culturale di un uomo certamente importante per questa comunità, oggi quasi del tutto dimenticato. Per colpe non mie, ovviamente, ma di chi vuole questo. De Masi divenne quello che divenne, certo. Ma Del Mauro comprese prima di tutti le qualità del giovane di Manocalzati: fu proprio lui a inventare la Colomba. «Basta con questi simboli – disse ad Arturo – fai una civica e chiamala Colomba. Vinci e poi vieni a San Barbato a piedi, da me». La volontà di sganciarsi dai vecchi simboli, la volontà di rinnovamento, la volontà di percorrere nuove strade fanno del sindaco sanbarbatese un amministratore eclettico, aperto alle novità. E Arturo vinse con la Colomba nel 1964 e raggiunse a piedi San Barbato per omaggiarlo e con lui ci fu tutto il popolo in festa. Ma questa è un’altra storia…

Frammenti di uno storico pomeriggio

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20140315_182541È stato presentato sabato 15 marzo il mio libro dedicato ad Arturo De Masi. Hanno partecipato all’iniziativa la relatrice Melissa Fiorino, il giornalista Pellegrino La Bruna, il professor Antonio Polidoro, l’ingegner Emanuele Del Mauro e il dottor Vittorio Ciampi. La cornice di pubblico ha donato all’evento un’atmosfera anni ’60. Ringrazio Polidoro per la splendida recensione del mio libro pubblicata sul “Corriere dell’Irpinia”. Ho inserito il file pdf del volume, le mie considerazioni e una mia poesia inedita intitolata “13 maggio 1985”.

Arturo De Masi, per amore di Manocalzati – Scarica il libro

Le mie considerazioni

Oggi s’è avverato un sogno. Arturo De Masi ha sempre affascinato il mio immaginario: nel corso del tempo ho approfondito tramite i documenti, le fotografie e gli articoli di giornale la storia politica dell’ex sindaco di Manocalzati; in concreto sono stato attratto dal suo stile severo e dal suo modo di approcciarsi alla vita. Di conseguenza ho raccolto informazioni dettagliate e con grande passione ho ricostruito la sua grande epopea. Il libro esalta le vicende di De Masi alla stregua di un piccolo romanzo di provincia. Proprio così. Tra le pagine è possibile scorgere la realtà del nostro comune e tramite questo racconto viene a galla la malinconia per i tempi andati.

Arturo è un esempio da seguire. Purtroppo è morto troppo presto ed ha lasciato un grande vuoto. Sono nato nel 1985, nell’anno della sua sconfitta politica. Avrei voluto vivere ogni singola pagina di codesta avvincente narrazione romantica. Forse il fremito di quei giorni l’ho afferrato con la fantasia; in concreto ho toccato con le mani il calore, la passione degli anni trascorsi. Il tempo è come un lenzuolo: il passato e il futuro sono collocati ai lati estremi. Possiamo avvolgerlo, però, il lenzuolo, e abbiamo la capacità di riempirlo con le cose più belle. Questa frase è possibile trovarla all’intero del film “Peggie Sue si è sposata”.

La memoria è ancora viva. Il ricordo veglierà imperterrito e guiderà le nuove generazioni. Il passato indicherà ancora una volta la rotta verso l’avvenire; andremo avanti soltanto guardando indietro. Certo, il singolo ha un compito arduo: deve riconoscere nel mare infinito dell’indifferenza e dell’omologazione i modelli da seguire. Siamo continuamente turbati dai falsi miti e sovente adoriamo icone legate ad altre culture. Dobbiamo cercare senza arrenderci mai: occorre esaltare i nostri antenati, i nostri personaggi di valore, i nostri uomini di talento. Soltanto noi possiamo farlo. Ed è meglio differenziarsi dalla massa ricercando nel nostro vissuto le stelle da rincorrere.

Il sindaco De Masi mi ha ammaliato per il suo stile: ha rappresentato l’eccezione nell’Irpinia democristiana per la sua appartenenza politica al mondo della destra. I politici campani lo chiamavano “Il sindaco missino” e lo salutavano romanamente. Egli non si vergognò mai di tale appellativo, al contrario mostrò a tutti la fierezza delle idee. Credo che sia stato il sindaco più carismatico che abbia avuto Manocalzati. Ancora adesso il suo alone attrae i giovani. Sono cresciuto coltivando il suo mito. Arturo è un personaggio epico, un alfiere languido del tempo smarrito.

In questi giorni ho notato un particolare interessante. I miei amici mi hanno telefonato per conoscere in anteprima i retroscena del libro. Questo piccolo tomo ha risvegliato una passione sopita e mai rinnegata verso un uomo importante. Il mio racconto è leggermente romanzato. Ho inserito Arturo all’interno di una cornice più ampia e diversa da quella locale. Il peso importante degli avvenimenti è celato dentro le piccolissime vicende paesane.

Purtroppo per motivi economici ho fatto stampare soltanto cento copie. Esprimo gratitudine nei riguardi della tipografia Iannone di Avellino per la realizzazione del libro. Sono riuscito a recuperare le esigue spese grazie agli sponsor. Colgo l’occasione per ringraziare l’Hotel Belsito, l’Isotecnica, l’Europlastik, il panificio Santoro, la taverna l’Orcagna, l’ingegner Aniello Aquino, il geometra Carlo Castiglione e la famiglia De Masi. Ogni copia è costata 8 euro e sarà data gratis. Tuttavia nei prossimi giorni inserirò sul mio blog il file pdf con il libro. Grazie a ciò sarà possibile stamparlo da casa. Ho dato il file anche all’edicola di Sabino Nigro.

Il mio stile narrativo è un ibrido. In effetti, adoro enfatizzare e confondere le carte. Questo libro è sospeso tra il romanzo picaresco e l’avventura western. C’è Guareschi, c’è Don Camillo, c’è l’atmosfera paesana della pianura padana. I riferimenti cinematografici, musicali e nazionalpopolari contornano gli avvenimenti e impreziosiscono le pagine. Arturo è raffigurato come un paladino degli oppressi, alla stessa maniera di un protagonista di un lungometraggio italiano degli anni ’50. In questi mesi ho colto alcuni collegamenti intriganti tra il sindaco e Achille Lauro. Credo che il comandante sia stato un grande stratega politico. Amò sempre la libertà d’azione, nello stesso tempo cercò un contatto con la Democrazia Cristiana. Fu pragmatico come Arturo De Masi. Per di più l’americanismo accomuna Lauro e Arturo. Il fondatore del Partito Monarchico Popolare scrisse un telegramma a Truman al fine di rimarcare la stima dei monarchici verso gli USA. Il sindaco cercò un contatto con i fratelli d’oltre oceano e forgiò la sua colomba sull’atlantismo e sull’anticomunismo. In pratica il Nostro primo cittadino riuscì a barcamenarsi grazie al suo intuito politico. Paradossalmente i due sostennero anche i candidati del Partito Socialdemocratico. Lauro aiutò Nicola Salerno nella penisola sorrentina e si prodigò per la sua elezione; Arturo sostenne il suo amico Silvestro Petrillo alle elezioni provinciali del 1974 e supportò nel 1983 l’onorevole cilentano Paolo Correale. La destra di De Masi è popolare, schietta, pragmatica, paesana, simpatica. È la destra di Gianfranco D’Angelo di Maurizio Merli e del b movie italiano anni ’70.

Ho tentato tramite codesto lavoro di mettere in risalto anche le figure secondarie della colomba. In altre parole ho evidenziato i protagonisti delle campagne elettorali, i candidati, i sostenitori fedeli e i simpatizzanti. Certo, è difficile elencarli tutti e qualcuno mi è sfuggito. Per motivi di spazio non ho inserito alcuni aneddoti simpatici legati ai seguaci di Arturo. Nondimeno sono stati rimembrati molti protagonisti delle aspre contese. Ad esempio si rincorrono nelle pagine i nomi di Luigi Melchionne, Giovanni Pagliuca, Gaetano Cerullo, Sabatino Bilotto, Raffaele De Benedictis, Francesco Zara, Giuseppe Brogna, Errico Accomando, Giovanni Maglio.  Nel capitolo dedicato ai fedelissimi c’è una bella dichiarazione di Antonio Iandiorio. Grazie alle sue parole ho colto il suo attaccamento nei confronti del sindaco.

Inoltre ho ricordato le personalità di rilevo legate alla minoranza. È sorto un canovaccio intrigante. A tal punto ho messo in rilevanza la battagliera opposizione contrassegnata dal logo della Democrazia Cristiana. Il compianto ingegner Guerico Russo fu il primo reggente dello scudo crociato in paese, nonché il primo basista. Con lui compaiono l’ex sindaco Benedetto Tirone, l’avvocato Adolfo De Benedetto, il consigliere comunale Felice De Benedictis e il dottor Vittorio Ciampi. Il gruppo avverso al sindaco tentò in tutti i modi di ottenere visibilità e battagliò senza sosta. Credo che sia stata un’opposizione intelligente.

Le sfumature della vita inducono il pensiero lungo sentieri alternativi. Di conseguenza è facile trovare stimoli diversi. Occorre mostrare gli aspetti più intriganti dell’esperienza politica di Arturo. L’amministratore fu sempre svincolato dalle logiche aberranti dei partiti. Fondò una piccola ideologia fondata sul culto tenero del capo e sul rispetto delle classi meno abbienti. La Colomba rappresentò una proposta alternativa e laica. Per vent’anni fu il vero perno della vita politica di Manocalzati.

Il bianco pennuto rappresentò il rinnovamento. Nacque dall’intuito del monarchico Giuseppe Del Mauro. Il politico di San Barbato espose ad Arturo l’idea di un raggruppamento civico e suggerì come simbolo l’innocuo volatile.  La Colomba prese spunto da un manifesto della Democrazia Cristiana apparso nel 1956 con l’intento di sostenere la rivolta ungherese. Quel volatile stritolato dal pugno chiuso ha una dimensione chiaramente anticomunista. Il civismo degli anni ’50 e ’60 fu contraddistinto dal qualunquismo e dalla spiccata fede verso la destra.

Certo, ci vuole coraggio. Sono stanco del cosiddetto politically correct che contraddistingue tristemente il nostro territorio. Nell’aria è presente un’esigenza diversa: bisogna recuperare il pioneristico spirito del punk per proiettarlo nel presente. Mi definisco uno spirito libero per siffatto motivo. L’immobilismo statico è il nemico della creatività. In paese è presente un’aria strana. L’appiattimento culturale ha orami demolito lo spirito di buona volontà. Il clima sovietico ha eliminato il dibattito; inoltre ha imbalsamato la politica. A me non piace la censura. È così. Voglio dire una cosa: la politica è parte integrante della vita. Tutto riconduce alla politica. È impossibile non parlare di ciò. Per farlo devi spegnere il cervello e devi diventare come un automa. Io non ci riesco.

In conclusione ringrazio tanto Pellegrino La Bruna. In questi mesi soltanto lui è stato vicino a me. Mi ha spronato. Ho trovato la forza per andare avanti tramite i suoi consigli. Non dimenticherò mai la sua bontà. Ringrazio inoltre mio zio Goffredo Perone. Il libro l’ho dedicato a lui perché ha sempre sostenuto questa mia avventura. Zio Goffredo conserva una stima notevole verso Arturo De Masi e lo considera un grande uomo. Saluto tutti voi e quelli che non sono venuti apposta.

13 maggio 1985

Muore l’immacolata colomba. Le atroci mani irrompono nel petto e il sangue tinge di rosso il beato manto.

Stramazzata a terra contempla il passato.

I piccoli occhi stanno salutando il mondo: come un lampo la nube della storia sciorina gli antichi splendori.

Di ieri è rimasto ben poco.

13 maggio 1985. Il sole illumina un nuovo giorno. Per il volatile la luce è più nera del buio terribile.

Le urla si sentono un po’ meno; il fracasso si dilegua. In cielo non si avverte la cattiveria.

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I monarchici in Irpinia dal dopoguerra agli anni ’60

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Il primo baluardo contro la DC fu il movimento monarchico. L’area della destra conservatrice, nei primi anni del dopoguerra, offrì un’alternativa solida alla potenza schiacciante democristiana. Effettivamente si consumò uno scontro tra due concezioni della società radicalmente opposte. Il Partito Nazionale Monarchico nacque nel 1946 per merito dell’onorevole di Bonito Alfredo Covelli. Certo, la sconfitta referendaria e la successiva partenza per l’esilio del Re Umberto II procurarono un’infinita tristezza nell’animo di tanta gente. Venne a galla la forza per reagire a tutto ciò.

Dopo la campagna elettorale del 1948 il PNM si contraddistinse per l’avversione contro la Balena Bianca. Iniziò un duro testa e testa terminato con la vittoria dello scudocrociato. I monarchici conquistarono ampie fette di consenso negli ambienti sottoproletari della provincia e grazie all’ingresso di persone come Emilio D’Amore e Alfredo De Marsico acquistarono una larga legittimità.

Il PNM vinse addirittura le elezioni comunali ad Avellino nel 1952 con Olindo Preziosi e si radicò sul territorio come unico antidoto alla DC. I risultati furono eclatanti: raccolse 4.998 voti (pari al 27,30 %) contro i 4.184 dell’avversario popolare (pari al 22,85 %); nei piccoli centri come Manocalzati, si sperimentò l’accordo tra PNM e MSI sulle schede elettorali grazie al sindaco Giuseppe Del Mauro. Praticamente si costruirono le “prove tecniche locali” per l’accordo programmatico dell’intera area di destra: i monarchici confluirono all’interno del Movimento Sociale nel 1972 per gettare le basi della Destra Nazionale.

Paradossalmente il Partito Nazionale Monarchico calamitò l’interesse anche dei delusi della sinistra. L’etichettatura di partito anti-potere contribuì alla crescita complessiva del movimento con voti non legati alla monarchia. I manifesti intelligenti e pragmatici del partito attirarono costantemente la gente. Gli slogan furono simpatici e catalizzarono l’attenzione di tutti. Ad esempio furono disegnati oggetti legati alla vita comune. Apparve una bottiglia contenente un digestivo con la scritta “Supertonico Nazionale contro l’intossicazione democristiana e l’infiammazione comunista“. Apparve una chitarra con le corde rotte contenente il logo della DC: codesta reclame fu supportata dalla frase “Non suona più”. Ancora, comparve la classe operaia e contadina in marcia al seguito della stella contenente l’emblema del PNM.

il Partito rappresentò le istanze di un sud dimenticato e oppresso: ovviamente le classi meno abbienti della Campania interna suffragarono massicciamente il movimento. Completò il quadro il sentimento retrivo e feudale del notabilato del Mezzogiorno: un impulso plausibilmente reazionario condito dalla fedeltà ai Savoia. Insomma, il popolo mostrò solidarietà verso una causa giusta; i più anziani ricordarono ancora la bontà e la bellezza della Regina Maria Josè; per di più rimembrarono il suo attaccamento alla città di Napoli. La frase pronunciata dalla maestra Cristina nel film Don Camillo divenne il motivo principale della capillare protesta. “I re non si cacciano mai via!”.

L’elettore medio dei monarchici disprezzò il clientelismo. Può mostrarsi d’aiuto l’amato cinema: il film capolavoro di Luigi Zampa “Il vigile” del 1960 con Alberto Sordi riassume con molta realtà lo spacciato sociale dell’Italia meridionale del dopoguerra. Il film, basato su una storia vera, mette in risalto una serie di circostanze identiche in ogni piccola comunità.

Codesto pensiero legittimista e populista rappresentò per i professionisti del potere un nemico da sconfiggere: la DC ingaggiò un ostico duello politico. Si respirò l’atmosfera epica degli scontri dal sapore ideologico. Per placare i bollori, dovette intervenire addirittura Alcide De Gasperi. Nello storico discorso irpino del 1953 lo statista attaccò duramente le destre tutte e lanciò moniti agli elettori.

La scissione perpetuata dall’Armatore napoletano Achille Lauro indebolì notevolmente la forza del movimento; il Partito Monarchico Popolare attecchì anche in Irpinia. Seguì il comandante anche il sindaco di Avellino Olindo Preziosi; nei piccoli comuni si allestirono le sezioni con il logo del PMP e tale combinazione servì soltanto ad sfibrare l’intera area politica. Il corso degli eventi fu un ottimo alleato della DC poiché la scelta fuori epoca dei due partiti procurò il lento declino e la definitiva scomparsa dal panorama politico.  Con la riunificazione degli schieramenti e con la genesi del Partito Democratico Italiano d’Unità monarchica cambiò qualcosa; tuttavia durò poco.

La DC perpetuò una lenta ed asfissiante opera di sconquassamento mai realizzata prima; per combattere l’onda d’urto monarchica mise in campo molteplici tattiche vincenti. Il quadro dirigente democristiano mirò all’annullamento della forza della “stella e corona” con metodi anche innovativi. La battaglia all’interno della Coldiretti e l’utilizzo della classe medica in politica furono ampiamente risolutivi.  L’onorevole Fiorentino Sullo fu il protagonista indiscusso di tale disegno. In seguito si perfezionò il predominio democristiano.

In memoria di mio nonno

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Romeo1Gli uomini di valore sono temerari e non hanno paura del pericolo. Nel corso del tempo è andato perduto il profondo senso del decoro; tale cosa ha declassato le gesta nobili di tanta gente umile. Così è scivolata nel dimenticatoio la nostalgia dei nostri antenati. Non riusciamo più a cogliere l’importanza delle origini e guardiamo sovente di là dalle nostre radici.

Per riprendere in mano le redini del futuro è necessario ripensare al tempo trascorso; inoltre è fondamentale scoprire le storie che ci riguardano più da vicino. Soltanto in questo modo è possibile guardare il mondo con più coscienza. Nel mio immaginario preme forte il richiamo alle esperienze destituite dalla modernità. C’è in me un profondo senso di sdegno per la realtà: ciò alimenta soltanto lo sconforto e la malinconia. Pertanto cerco nel passato le tracce epiche dei miei conterranei. È l’unica alternativa possibile alla tediosa monotonia del presente.

Certamente tra le pagine dimenticate vivono ancora le azioni delle persone scomparse; esse portano nel tempo odierno una traccia precisa. Indiscutibilmente i nostri cari hanno lasciato sulla terra una gran luce che irradia il cammino proteggendolo dalle avversità. Ad esempio un piccolissimo gesto banale di un estinto sobbalza istintivamente nella memoria alla stregua di un flashback. In virtù di ciò le cose più eclatanti assumono un’importanza prominente.

Nel nostro retroterra culturale c’è un riferimento al trascorso. I racconti degli avi vivono nella reminescenza e appaiono nitidi ogni volta che un camino riscalda le gelide stanze dei paesi. Recentemente ho avvertito il desiderio di conoscere in modo approfondito l’esperienza terrena del mio nonno paterno Romeo Castiglione. Ho raccolto le informazioni di questa storia un po’ alla volta. Distrattamente ho appreso dalle parole dei parenti la forza d’animo di chi ha portato il mio stesso nome.

Or ora sono venuto in possesso di un suo documento personale. Tale carta di sicuro non mi ha lasciato indifferente, poiché profuma d’odori legati alla Seconda Guerra Mondiale; inoltre è tedesca e il color rosa della copertina è ancora nitido nonostante siano passati tanti anni. Subito ho compreso l’importanza di quest’oggetto: dopo aver sfogliato le pagine ingiallite sono apparse alcune indicazioni. Precisamente si tratta del “lasciapassare per il lavoro”, il cosiddetto Vorläufiger Fremdenpass. Anche mio nonno fu condotto in Germania dopo l’armistizio dell’otto settembre del 1943.

Come tanti altri soldati ha combattuto in Albania e in Grecia. Quando è stato firmata la resa si trovava fuori dei confini nazionali e le notizie che arrivavano non lasciavano trasparire nulla di buono. Certo, mio nonno oltre ad essere un giovane fascista è stato un fervente sostenitore della monarchia e per lui la parola del Re ha sempre contato più d’ogni altra cosa. Tuttavia fu fatto prigioniero dagli ex alleati tedeschi e non riuscì a rimpatriare.

Iniziò per lui e per altri italiani un triste, lungo ed estenuante calvario. Fu rinchiuso dentro un centro di raccolta per soldati in Grecia e fu condotto in Germania: affrontò quel viaggio con tante difficoltà e sperò sempre di ritornare a casa dalla sua famiglia. Lavorò in diverse fabbriche in compagnia di militi provenienti da altre parti del mondo; purtroppo fu rilasciato soltanto il 19 novembre del 1946. In sostanza si trovò nella stessa condizione del grande Giovannino Guareschi: anch’egli come il noto fondatore del “Candido” fronteggiò l’agonia dell’imprigionamento con l’amore per la Patria. In quei giorni mesti Guareschi compose la stupenda “Favola di Natale” e scrisse tutte le sue sensazioni nel famoso “Diario Clandestino”.

Mio nonno tornò a Manocalzati con mezzi di fortuna. In pratica fu un vero e proprio eroe giacché non si perse mai d’animo. Immagino tutti quei momenti e riesco a cogliere la sua sofferenza; dopo diverse avventure degne di un romanzo riuscì a raggiungere la sua casa. Ma arrivò dopo il referendum istituzionale del 1946 e non riuscì nemmeno a votare. Sicuramente avrebbe scelto la monarchia in virtù dei suoi principi. Nondimeno furono circa tre milioni gli italiani che non votarono. I prigionieri di guerra e i profughi per ragioni pratiche non parteciparono al giudizio popolare; inoltre i residenti della Venezia Giulia, del Friuli, del Trentino e del Sud Tirolo non presero parte al referendum.

Nel dopoguerra mio nonno fu un elettore del Partito Nazionale Monarchico e fu un arcigno sostenitore di Alfredo Covelli. In quel periodo molti irpini simpatizzarono per il PNM, giacché il movimento riuscì a cogliere per primo il malcontento delle classi meno abbienti verso la politica. Stimò molto lo storico fondatore di Telenostra Pasquale Grasso e spesso approvò le sue idee; a Manocalzati sostenne il sindaco monarchico Giuseppe Del Mauro e tale cosa rimarcò l’impostazione ideologica.

Sfortunatamente cadde da sopra un albero e rimase paralizzato. Affrontò buona parte della sua vita sopra una sedia a rotelle; ciò nondimeno non perse mai la fede.  La sua vita è raffigurata dallo stento e dalla privazione, ma il suo animo è stato forte. In questo modo è riuscito ad affrontare tutte le difficoltà della vita. Per ragioni anagrafiche non l’ho mai incontrato: morì nel 1981. Conserverò sempre il ricordo che mi ha trasmesso la mia famiglia; tramite le fotografie sono riuscito a costruirmi un personaggio. Indubbiamente nelle pose sembra un attore. Intravedo una vaga somiglianza con Peppino De Filippo. Ad ogni modo oggi rimane poco di lui: ho soltanto un paio di foto, un orologio e questo documento. Eppure avrei voluto parlare con lui soltanto per una volta…

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Ciao ingegnere

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Il 7 febbraio è venuto a mancare l’ingegnere Guerico Russo. Si è spento in silenzio ed ha lasciato il mondo in inverno.

Rimarrà una manciata di ricordi. Resteranno le lunghe chiacchierate e i tanti incoraggiamenti. L’ingegnere mi ha parlato del suo passato ed io ho sempre ascoltato con attenzione: ha frequentato l’università di Napoli negli anni ’50, ha fatto politica ed ha esercitato con passione la sua professione. Si è sempre definito un ingegnere vecchio stampo e un politico alla maniera passata.

I discorsi partivano proprio dalla politica: rimanevamo anche ore a parlare. Si candidò alle elezioni comunali a Manocalzati nel 1952 con la Democrazia Cristiana capeggiata da Benedetto Tirone (allora non c’era ancora l’elezione diretta del sindaco). Contro la sua lista si presentò il sindaco uscente Giuseppe Del Mauro con una formazione di destra composta da monarchici e da missini. L’ingegnere era un democristiano convinto e mi ha costantemente descritto le cose dal suo punto di vista.

Mi ha narrato una Manocalzati lontanta, mi ha raccontato la sua esperienza universitaria e mi ha dato sempre saggi consigli in tutti i campi.

Nell’estate del 2005 mise a disposizione la sua casa per fare suonare il mio gruppo musicale; grazie a quell’esperienza raccolse la simpatia di tutti i ragazzi. Non ho mai dimenticato l’ospitalità di quei giorni estivi.

L’ho visto per l’ultima volta ad Atripalda un paio di mesi fa. Mi ha stretto la mano ed ho sentito il peso dei suoi anni. La vita cancella, porta via, demolisce. Non ritorna niente indietro. Il presente è come la pioggia: rimuove i passi lasciati alle spalle.  

Probabilmente le lunghe discussioni con lui mi mancheranno.