Del Mauro, il sindaco del dopoguerra

Lascia un commento

lantica-casa-di-del-mauro-a-san-barbato

Avrei dovuto scrivere quest’articolo nel mese di luglio dello scorso anno, in occasione del ventennale della sua morte, della morte dell’unico sindaco sanbarbatese di Manocalzati dal dopoguerra a oggi. Avete capito di chi sto parlando: ovviamente di Giuseppe Del Mauro, per tutti semplicemente don Peppo. E non è stato possibile scriverlo prima per diversi motivi. C’è sempre qualcuno che mette i bastoni tra le ruote e qualcuno non vede di buon occhio don Peppo perché… perché… va bene… il motivo lo sapete e non sto qui io a dirlo a voi. Forse Del Mauro provoca ancora adesso irritazione nei confronti dei soliti noti. Tutto è così strano in questo paese.

Non potevo dargliela vinta e con le carte o senza carte ho dedicato un piccolo spazio a Giuseppe Del Mauro. E me l’hanno fatto diventare perfino simpatico, a Del Mauro si capisce. Nonostante tutto. Forse non è cambiato niente e la mentalità del paese rimarrà sempre la stessa. Qualcuno dice: si stava meglio quando si stava peggio. Sicuramente il passato genera malinconia, anche se è stato brutto e la mente tende a rimuovere le cose non belle. E non pochi lo rimpiange ancora, a Del Mauro sindaco. Io non lo rimpiango (non ho vissuto quel periodo perché ancora dovevo nascere) ma questi che ci sono adesso non sono certo migliori di lui. Almeno prima avevamo un sindaco sanbarbatese, un sindaco che viveva a San Barbato e che non era medico.

Di San Barbato e possidente terriero. Del Mauro era il classico galantuomo di una volta. Apparteneva alla classe agiata del paese. «Entro questa classe – scrive Edward Banfield nel libro “Le basi morali di una società arretrata” – esiste una netta distinzione tra coloro che sono galantuomini e coloro che non lo sono. Essere galantuomini dipende esclusivamente dalla nascita: indipendentemente dall’occupazione, dal grado di istruzione, dal reddito, una persona è galantuomo se lo era suo padre. La situazione di questa piccola nobiltà non differisce da quella degli altri membri del ceto superiore se non nel fatto che essa riceve maggior deferenza: ci si rivolge loro semplicemente con il titolo di don o donna, seguito dal nome come don Paolo, donna Maria. Ai preti il titolo spetta d’ufficio». Il sindaco sanbarbatese era apprezzato dalla quasi totalità della popolazione locale. In lui vedevano una protettore, un punto di riferimento, un dispensatore di bene. Tutti andavano da lui in caso di problemi e lui metteva pace, manteneva l’armonia, risolveva controversie tra contadini: andiamo da don Peppo, decide don Peppo, glielo dico a don Peppo. I ceti inferiori, quelli più popolari, lo adoravano e lo veneravano addirittura.

«Potevamo levare le immaginette di Gesù Cristo a capo del letto e potevamo tranquillamente mettere quelle di don Peppo e potevamo tranquillamente mettere anche quelle di Arturo De Masi». Così mi ha detto un signore anziano di San Barbato. E forse era vero. Molti contadini lavoravano nelle terre del sindaco: erano mezzadri. Una famiglia da sempre legata a ideali risorgimentali, liberali, monarchici. Un suo antenato Giuseppe, durante i travagliati giorni post unità d’Italia era Capitano. Nei giorni della rivolta alcuni uomini del posto «circondarono la casa del capitano […] e si fecero dare dalla moglie il ritratto di Vittorio Emanuele, che immediatamente frantumarono», così scrive il professore Edoardo Spagnuolo nel libro “La Rivolta di Montefalcione”. Un altro antenato si chiamava Emanuele e costui era liberale. Una famiglia, quindi, che ha vissuto in prima linea gli eventi politici del tempo passato.

Ma ci pensate? Avevamo un sindaco di San Barbato. Che cosa bella. Adesso una cosa del genere sembra una chimera. Tramontato questo periodo, scomparso il periodo d’oro di Arturo De Masi non resta che rifugiarsi nei ricordi e ricordare… ricordare… San Barbato e Manocalzati negli anni ’40 e ’50, la voglia di venir fuori da un periodo brutto. Le dure battaglia contro la DC (perché alla fine era una corsa a due tra monarchici – missini – progressisti e democristiani e questa corsa a due, massimo tre liste, si è perpetrata nel tempo), le lotte per la libertà. Erano tempi particolari: la battaglia politica era davvero accesa. Da una parte gli idealisti, dall’altra i democristiani. Idealisti che a Manocalzati hanno occupato lo spazio politico della “destra” ma destra vera non era. Al massimo era una “sinistra quasi radicale”. Manocalzati non ha conosciuto l’esperienza politica della Tromba nel 1952, a Manocalzati, diciamo fino agli anni ’80, non c’è mai stata una vera forza di sinistra politica.

Giuseppe Del Mauro si candidò alle elezioni amministrative del 1946, le prime del dopoguerra, con una lista di orientamento liberale contrassegnata dal simbolo della spiga di grano, riconducibile all’esperienza dell’Unione Democratica Nazionale (l’UDN che si presentò alle elezioni dell’Assemblea costituente). La sua lista dovette vedersela con il raggruppamento democristiano: nonostante l’aspra lotta vinse la lista della spiga (chiamiamola così per comodità); Del Mauro fu eletto primo sindaco democratico del dopoguerra e amministrò Manocalzati per un decennio. Successivamente aderì al Partito Nazionale Monarchico di Alfredo Covelli e divenne un acceso sostenitore di Stella e Corona. Perché aderì dopo al PNM e non prima? Semplicemente perché il PNM nacque dopo l’esito referendario del 2 giugno del ’46 e Covelli si candidò alla Costituente con il Blocco Nazionale della Libertà. Il sindaco strinse, inoltre, un accordo con i missini locali. Due simboli in un simbolo solo (PNM e MSI). Anche in paese le forze monarchiche erano la maggioranza, poi, vuoi per una cosa, vuoi per un’altra tutto è andato perduto. La DC di Fiorentino Sullo (a Manocalzati l’amministrazione gli ha dedicato la piazza, probabilmente per segnare una continuità con le esperienze del passato come a dire noi ci ispiriamo a Sullo) le tentò tutte per rompere la forza dei monarchici e l’utilizzo della classe medica in politica si è dimostrata una soluzione vincente.

Un giovane Arturo De Masi cominciò a frequentare la casa di Del Mauro. Quest’ultimo lo avvicinò alla politica: da lui raccolse l’ideologia e i voti. Il De Masi degli anni ’60 raccolse l’eredità culturale di un uomo certamente importante per questa comunità, oggi quasi del tutto dimenticato. Per colpe non mie, ovviamente, ma di chi vuole questo. De Masi divenne quello che divenne, certo. Ma Del Mauro comprese prima di tutti le qualità del giovane di Manocalzati: fu proprio lui a inventare la Colomba. «Basta con questi simboli – disse ad Arturo – fai una civica e chiamala Colomba. Vinci e poi vieni a San Barbato a piedi, da me». La volontà di sganciarsi dai vecchi simboli, la volontà di rinnovamento, la volontà di percorrere nuove strade fanno del sindaco sanbarbatese un amministratore eclettico, aperto alle novità. E Arturo vinse con la Colomba nel 1964 e raggiunse a piedi San Barbato per omaggiarlo e con lui ci fu tutto il popolo in festa. Ma questa è un’altra storia…

Il ricordo di Guerico Russo a due anni dalla scomparsa

Lascia un commento

Guerico RussoEclissato tra le carte disegnò i suoi progetti e soltanto una lampada illuminò le sue chimere. Nel corso degli anni l’ho sempre immaginato dietro a un vecchio tavolo da disegno, uno simile a quello che compare all’interno del film “Totò, Fabrizi e i giovani d’oggi”. Proprio così. L’ingegnere si laureò all’inizio degli anni ’50 all’Università di Napoli “Federico II” e la sua giovinezza fu contraddistinta dalle squadrette, dalle puntine, dalle matite e dai calcoli matematici. Si definì sempre un professionista di vecchio stampo.

Istintivamente compare davanti a me la nuvola magica del passato e in modo nitido riesco a scorgere il profilo di Guerico Russo. Si spense in silenzio il 7 febbraio del 2012 fra l’imponente coltre di neve che colpì l’Irpinia. Afferrai la tetra notizia in un plumbeo primo pomeriggio; spensi a improvviso la televisione e scomparve tutto il trambusto dei programmi d’intrattenimento. Rimasi avvolto nei miei pensieri e commemorai i momenti trascorsi in sua compagnia. Sbucarono a tal punto gli assolati giorni dell’estate del 2005; parlai con lui tante volte sopra una panchina di marmo collocata nel giardino della sua villa. Forse in quelle occasioni imparai ad apprezzare le sue doti umane. Lo vidi per l’ultima volta nel mese di dicembre del 2011 ad Atripalda. Gli strinsi la mano e afferrai il peso della sua esperienza umana. Poi andò via e si dileguò tra la folla con un passo lento. In automobile pensai alla vita, alla crudeltà dei nostri strani giorni. Compresi la caducità delle cose. Però non potrò mai dimenticare il suo insegnamento.

Mi raccontò i suoi sacrifici. Rammentò il buio periodo del dopoguerra pervaso dalla miseria. Dopo il diploma s’iscrisse alla facoltà di Ingegneria Meccanica del politecnico e trascorse un periodo felice. Visse nel capoluogo campano e iniziò ad amare la canzone napoletana: stimò molto Roberto Murolo. Amò inoltre il film“…E Napoli canta” con Giacomo Rondinella e con Virna Lisi. Nel periodo libero frequentò i locali musicali e strinse amicizia con altri studenti provenienti dalle altre città del Sud.

In quegli anni cominciò a interessarsi di politica. S’iscrisse nella Democrazia Cristiana e si collocò nella sinistra di base. Diventò un attivista della base nel 1954 dopo aver assistito al congresso del partito a Napoli. Intensamente mi espose le idee essenziali della sua corrente: germogliò il 27 settembre del 1953 a Belgirate grazie a Marcora, Galloni, Ripamonti e Chiarante; in seguito aderì anche Ciriaco De Mita. Nondimeno il punto di riferimento dell’ingegnere fu Fiorentino Sullo. Tra un esame e l’altro approfondì con avidità alcuni testi importanti come “L’uomo e lo stato” di Jaques Maritain.

Sempre nel 1954 si candidò per la prima volta alle elezioni amministrative di Manocalzati con la DC e fu eletto in consiglio comunale. Il capolista fu Benedetto Tirone e la sua formazione si fronteggiò contro quella monarchica del sindaco uscente Giuseppe Del Mauro. Nel 1959 riuscì a essere rieletto e continuò ad amministrare il Comune. Tuttavia nel 1964 il suo gruppo perse contro la “Colomba” di Arturo De Masi e Guerico con 603 preferenze fu il più votato del partito; per tale motivo entrò nella minoranza. Negli anni ’60 progettò la Palestra Comunale: ancora adesso è funzionale e non presenta segni di cedimento. Realmente fu progettata con criteri moderni. Fino agli ultimi giorni della sua esistenza ha continuato a lavorare ed ha elaborato innumerevoli idee; ha tratteggiato lungo i fogli lucidi il futuro di Manocalzati.

Fu il primo reggente del movimento centrista in paese e diventò il referente dei più importanti politici. Nel 1970 tentò di placare la protesta nel partito in seguito al tesseramento dei personaggi di destra legati al sindaco Arturo De Masi. L’ingegnere andò diverse volte nella segreteria di Avellino per esternare il suo sconforto sulla situazione ma servì a poco; i vertici provincali non ostacolarono più di tanto l’amministrazione in carica. Nel 1972 fu aperta la prima sezione in paese e fu nominato segretario il dottor Vittorio Ciampi. Tramite la sua opera fu possibile cancellare dalla lista degli iscritti i fiancheggiatori della maggioranza. Guerico Russo in seguito a quell’esperienza si ritirò dall’agone politico.

Nel 1974 seguì Fiorentino Sullo nel PSDI e dall’esterno continuò a votarlo. L’ex ministro non riuscì a comprendere i meccanismi che determinarono l’ascesa di De Mita, Mancino e Bianco; di conseguenza perse la leadership durante un consiglio provinciale della DC. Addirittura non condivise la posizione del partito sul divorzio e preferì approdare in altri lidi. A Manocalzati animò la sede del sole nascente l’ex assessore Felice De Benedictis. Alle elezioni amministrative del 1975 la socialdemocrazia trovò un accordo con lo scudo crociato e fu presentata una coalizione con i due simboli: fu capeggiata dall’avvocato Adolfo De Benedetto ma vinse nuovamente Arturo De Masi con la Colomba.

Nello stesso tempo Guerico Russo continuò a tenere i rapporti con la sinistra di base. Con passione animò il dibattito nelle grandi stanze della sede avellinese di Via Tagliamento e presenziò ai comizi. Egli fu sempre un democristiano convinto e non tradì mai i valori della sua corrente: si definì sempre il primo basista del paese e a me piace ricordarlo così. Nelle discussioni accentuò sempre la sua collocazione idelogica. Concepì la politica alla stregua di una vicenda sentimentale e criticò in ogni circostanza gli avventurieri e i falsi moralisti.

Sento la mancanza delle sue movenze teatrali. Sarebbe stato certamente un buon attore e non avrebbe sfigurato all’interno delle commedie di Eduardo. Approssimativamente paragono la sua sagoma a quella di Jeeter Lester del lungometraggio “La via del tabacco”. L’ingegnere condivise il fatalismo: si adeguò al ritmo blando della routine comunale, non aizzò mai gli animi e non lottò contro i mulini a vento. Fu garbato, discreto: amò la parsimonia. Fu poco legato alla moda e alla bella vita: si vestì con sobrietà. Solitamente indossava un completo beige dai toni slavati. Badò ancor meno alle automobili e disprezzò il mito “futurista” della velocità. La voce piagnucolosa e lo sguardo vago hanno contribuito a creare il personaggio. Appunto per questo ricorda le figure di spicco dei libri fantastici di Lewis Carrol. Il suo ritmo fiacco nell’incedere non andrà mai via dal mio animo.