Gallico, destino di nobile combattente

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ruggero-gallico-a-un-congresso-provinciale-del-pciUn po’ per curiosità, un po’ per passione. Ascolto la storia di un personaggio politico di primo piano del dopoguerra in Irpinia dalla voce di mio zio Michele Perone. Un’enciclopedia vivente, lo zio. Anni e anni trascorsi qui, a battagliare per un’idea alta, a difesa di un partito, il PCI, ritenuto da lui sacro. Dice sempre il Partito era il Partito e c’era un modo di essere prima che adesso non c’è più. Lo ascolto, sempre con interesse; continua a raccontare vicende lontane, remotissime, minori. Quante me ne ha dette in questi anni… pomeriggi d’estate in sua compagnia. Parla di Ruggero Gallico, il segretario provinciale comunista degli anni ’40 e ’50: mi racconta gli aneddoti perché lui, lo zio, lo conosceva. E Ruggero venne anche al funerale del mio bisnonno Guglielmo Pagano a nome del PCI: egli, il segretario, capeggiò una delegazione comunista. Tutto il partito in prima fila per rendere omaggio a Pagano. Che persona Ruggero, uno che non dimentichi così facilmente. Figura legata alla mia famiglia, al trascorso mai vissuto.

Da tempo volevo scrivere qualcosa su di lui. Ho sempre chiesto informazioni a tutti quelli che hanno avuto la fortuna di conoscerlo. Qualcosa di remoto, piccoli aneddoti. Poi ho letto “Andata e ritorno – viaggio nel PCI di un militante di provincia (Elio Sellino editore)” del professor Federico Biondi e il mio interesse per il “compagno d’origine toscana” è aumentato; il professore gli ha dedicato un intero capitolo del suo libro. Così, tramite mio zio, mi sono messo in contatto con il figlio di Ruggero, Lorenzo, e ho recuperato anche un paio di belle fotografie in bianco e nero. E chi lo chiamava Gàllico e chi lo chiamava Gallìco… anche io ho avuto il dubbio… qual’era l’accentazione giusta?

«Ricordo – scrive il professore Federico Biondi nel libro “Andata e ritorno viaggio nel PCI di un militante di provincia” – che il primo, o almeno uno dei primi problemi che dovetti segretamente affrontare nello stabilire un rapporto con il nuovo segretario fu di ordine, per così dire, fonetico, perché c’era da scegliere tra le due opposte accentuazioni con cui poteva essere pronunciato quel cognome. All’inizio, infatti, per alcuni era il compagno Gàllico, per altri il compagno Gallìco. A me sembrava più giusta la prima, ma presto venni a sapere – e forse da lui stesso – che bisognava usare la seconda, e, naturalmente, mi ci adeguai, nonostante l’intima contrarietà che produceva in me quest’accento sulla penultima, mentre mi pareva che sarebbe andato assai meglio quello sdrucciolo. […] Gàllico mi suonava all’orecchio molto più nobilmente, per quell’automatico richiamo che questa pronuncia conteneva al famoso diario di guerra di Giulio Cesare e a quant’altro poteva riferirsi alla storia antica della grande nazione d’oltralpe. Perché, allora Gallìco e non Gàllico? Vattelappesca».

Già, vattelappesca. Anche zio Michele lo chiamava Gallìco: lui di qua e di là e al comizio e altre cose E questa accentuazione, devo essere sincero, non mi garba più di tanto. Ah, questo zio, com’è simpatico. Io continuerò a chiamarlo Gàllico per un motivo ben preciso: quando il figlio Lorenzo mi ha telefonato, sì è presentato così “salve sono Lorenzo Gallico”. Che cosa bella, ho pensato, come un generale imperterrito, con la scorza dura, impermeabile a tutto. Sì sì, continuerò a chiamarlo così.

Non so perché eppure il tuo nome e il tuo cognome dicono qualcosa di te. Mi chiamo Romeo, beh, è un nome romantico. Tutti dicono e Giulietta dov’è? E un poco lo sono, romantico ovviamente, e un poco malinconico come il Romeo (and Juliet) della canzone dei Dire Straits (una delle mie preferite in assoluto). Così anche Ruggero Gallico. Una persona legata alla Francia per tanti motivi. «Comunque sia, – prosegue il professore Biondi – sta di fatto che proprio in quel cognome, se pronunciato con l’accento che a me sarebbe parso più naturale ed elegante, era come se il giovane Ruggero portasse le stimmate del suo personale destino, giacché la sua formazione culturale e politica era veramente francese ed in francese era capace di esprimersi con spigliata scioltezza, come se si fosse trattato della sua lingua madre».

Ruggero, quando arrivarono gli inglesi in Algeria, luogo dov’era detenuto, pensò di arruolarsi nell’esercito di liberazione francese. Fu una decisione personale e tale mossa gli costò pesanti critiche da parte di ben tre partiti comunisti (Il PCI, il PCF, e il PC tunisino). «Giuste (come io ritengo) – ricorda Biondi – o ingiuste (come invece pensa ancora oggi la moglie) che fossero quelle critiche, anche da questo particolare si può capire come tutto ciò che si richiamava alla Francia esercitasse su di lui l’attrazione di una calamita». Anche io, come la moglie, penso che le critiche fossero ingiuste. Lo dico così, giusto per prendere posizione in questa faccenda.

Bella personalità Gallico, spirito libero, pragmatico, combattivo. Elegante nel parlare. Comunista per vocazione. Laureato in chimica e in farmacia. Definito da Paolo Speranza “coraggiosa e nobile figura di antifascista, dirigente politico e intellettuale di valore”. Apparteneva a una famiglia di democratici toscani emigrata in Tunisia. Parlava bene il francese e l’arabo. Nacque proprio a Tunisi il 24 agosto del 1914. Si avvicinò all’ideologia comunista nei primi anni ’30 e si iscrisse al partito nel 1933; partecipò in modo attivo alla Lega italiana dei diritti dell’uomo e diede vita con altre personalità, tra queste anche il fratello Loris, al giornale L’Italiano di Tunisi. Lavorò tra il ’43 e il ’48 nelle redazioni di Roma e di Napoli dell’Unità. Arrivò in Irpinia nel 1948 per dirigere la Federazione di Avellino del PCI. Rimase da noi fino al 1957.

Con l’arrivo del nuovo segretario si riorganizzarono le sezioni: il partito divenne una sorta di scuola di formazione politica. In quegli anni nacque il “Progresso Irpino”, e per mezzo dell’esperienza del Movimento della Rinascita del Mezzogiorno, le forze progressiste e di sinistra aumentarono il peso elettorale. Ruggero parlava alla gente, sosteneva la necessità di costruire l’alternativa. Occorre un lavoro lungo, sosteneva, un lavoro lungo e faticoso; c’è bisogno di organizzazione delle masse e formazione dei quadri. Nei comizi, inveiva principalmente contro la Democrazia Cristiana e nello specifico contro Fiorentino Sullo (“ha cercato e cerca in tutti i modi di tradire gli interessi della provincia” così disse in un comizio) e Alfredo Amatucci. Attacchi a viso aperto contro la DC, eppure in quel periodo dalle nostre parti un altro partito recitava la parte del leone, il PNM; ma non erano i monarchici i veri nemici dei comunisti. Non è un caso che il PCI e il PNM abbiano mosso i loro attacchi principalmente contro la DC. Il decennio avellinese di Gallico è stato, con molta probabilità, il periodo più florido del PCI irpino.

Costruisco nella mente un’immagine mai vista. Grazie a mio zio, certo; e ai suoi ricordi. Tutte quelle volte che me l’ha raccontate quelle storie, quando lui andava a trovare la famiglia Gallico ad Avellino, Ruggero e la sua compagna, la signora Eliane Hasside, e le lezioni di francese e i biscotti e altri piatti tipici dell’Irpinia. Vivo di ricordi, dice lo zio, questi mi faranno compagnia per il resto dei miei giorni. E cosa mai ricorderò io, costretto, per ragioni anagrafiche, a vivere in questo tempo grigissimo?

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Del Mauro, il sindaco del dopoguerra

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Avrei dovuto scrivere quest’articolo nel mese di luglio dello scorso anno, in occasione del ventennale della sua morte, della morte dell’unico sindaco sanbarbatese di Manocalzati dal dopoguerra a oggi. Avete capito di chi sto parlando: ovviamente di Giuseppe Del Mauro, per tutti semplicemente don Peppo. E non è stato possibile scriverlo prima per diversi motivi. C’è sempre qualcuno che mette i bastoni tra le ruote e qualcuno non vede di buon occhio don Peppo perché… perché… va bene… il motivo lo sapete e non sto qui io a dirlo a voi. Forse Del Mauro provoca ancora adesso irritazione nei confronti dei soliti noti. Tutto è così strano in questo paese.

Non potevo dargliela vinta e con le carte o senza carte ho dedicato un piccolo spazio a Giuseppe Del Mauro. E me l’hanno fatto diventare perfino simpatico, a Del Mauro si capisce. Nonostante tutto. Forse non è cambiato niente e la mentalità del paese rimarrà sempre la stessa. Qualcuno dice: si stava meglio quando si stava peggio. Sicuramente il passato genera malinconia, anche se è stato brutto e la mente tende a rimuovere le cose non belle. E non pochi lo rimpiange ancora, a Del Mauro sindaco. Io non lo rimpiango (non ho vissuto quel periodo perché ancora dovevo nascere) ma questi che ci sono adesso non sono certo migliori di lui. Almeno prima avevamo un sindaco sanbarbatese, un sindaco che viveva a San Barbato e che non era medico.

Di San Barbato e possidente terriero. Del Mauro era il classico galantuomo di una volta. Apparteneva alla classe agiata del paese. «Entro questa classe – scrive Edward Banfield nel libro “Le basi morali di una società arretrata” – esiste una netta distinzione tra coloro che sono galantuomini e coloro che non lo sono. Essere galantuomini dipende esclusivamente dalla nascita: indipendentemente dall’occupazione, dal grado di istruzione, dal reddito, una persona è galantuomo se lo era suo padre. La situazione di questa piccola nobiltà non differisce da quella degli altri membri del ceto superiore se non nel fatto che essa riceve maggior deferenza: ci si rivolge loro semplicemente con il titolo di don o donna, seguito dal nome come don Paolo, donna Maria. Ai preti il titolo spetta d’ufficio». Il sindaco sanbarbatese era apprezzato dalla quasi totalità della popolazione locale. In lui vedevano una protettore, un punto di riferimento, un dispensatore di bene. Tutti andavano da lui in caso di problemi e lui metteva pace, manteneva l’armonia, risolveva controversie tra contadini: andiamo da don Peppo, decide don Peppo, glielo dico a don Peppo. I ceti inferiori, quelli più popolari, lo adoravano e lo veneravano addirittura.

«Potevamo levare le immaginette di Gesù Cristo a capo del letto e potevamo tranquillamente mettere quelle di don Peppo e potevamo tranquillamente mettere anche quelle di Arturo De Masi». Così mi ha detto un signore anziano di San Barbato. E forse era vero. Molti contadini lavoravano nelle terre del sindaco: erano mezzadri. Una famiglia da sempre legata a ideali risorgimentali, liberali, monarchici. Un suo antenato Giuseppe, durante i travagliati giorni post unità d’Italia era Capitano. Nei giorni della rivolta alcuni uomini del posto «circondarono la casa del capitano […] e si fecero dare dalla moglie il ritratto di Vittorio Emanuele, che immediatamente frantumarono», così scrive il professore Edoardo Spagnuolo nel libro “La Rivolta di Montefalcione”. Un altro antenato si chiamava Emanuele e costui era liberale. Una famiglia, quindi, che ha vissuto in prima linea gli eventi politici del tempo passato.

Ma ci pensate? Avevamo un sindaco di San Barbato. Che cosa bella. Adesso una cosa del genere sembra una chimera. Tramontato questo periodo, scomparso il periodo d’oro di Arturo De Masi non resta che rifugiarsi nei ricordi e ricordare… ricordare… San Barbato e Manocalzati negli anni ’40 e ’50, la voglia di venir fuori da un periodo brutto. Le dure battaglia contro la DC (perché alla fine era una corsa a due tra monarchici – missini – progressisti e democristiani e questa corsa a due, massimo tre liste, si è perpetrata nel tempo), le lotte per la libertà. Erano tempi particolari: la battaglia politica era davvero accesa. Da una parte gli idealisti, dall’altra i democristiani. Idealisti che a Manocalzati hanno occupato lo spazio politico della “destra” ma destra vera non era. Al massimo era una “sinistra quasi radicale”. Manocalzati non ha conosciuto l’esperienza politica della Tromba nel 1952, a Manocalzati, diciamo fino agli anni ’80, non c’è mai stata una vera forza di sinistra politica.

Giuseppe Del Mauro si candidò alle elezioni amministrative del 1946, le prime del dopoguerra, con una lista di orientamento liberale contrassegnata dal simbolo della spiga di grano, riconducibile all’esperienza dell’Unione Democratica Nazionale (l’UDN che si presentò alle elezioni dell’Assemblea costituente). La sua lista dovette vedersela con il raggruppamento democristiano: nonostante l’aspra lotta vinse la lista della spiga (chiamiamola così per comodità); Del Mauro fu eletto primo sindaco democratico del dopoguerra e amministrò Manocalzati per un decennio. Successivamente aderì al Partito Nazionale Monarchico di Alfredo Covelli e divenne un acceso sostenitore di Stella e Corona. Perché aderì dopo al PNM e non prima? Semplicemente perché il PNM nacque dopo l’esito referendario del 2 giugno del ’46 e Covelli si candidò alla Costituente con il Blocco Nazionale della Libertà. Il sindaco strinse, inoltre, un accordo con i missini locali. Due simboli in un simbolo solo (PNM e MSI). Anche in paese le forze monarchiche erano la maggioranza, poi, vuoi per una cosa, vuoi per un’altra tutto è andato perduto. La DC di Fiorentino Sullo (a Manocalzati l’amministrazione gli ha dedicato la piazza, probabilmente per segnare una continuità con le esperienze del passato come a dire noi ci ispiriamo a Sullo) le tentò tutte per rompere la forza dei monarchici e l’utilizzo della classe medica in politica si è dimostrata una soluzione vincente.

Un giovane Arturo De Masi cominciò a frequentare la casa di Del Mauro. Quest’ultimo lo avvicinò alla politica: da lui raccolse l’ideologia e i voti. Il De Masi degli anni ’60 raccolse l’eredità culturale di un uomo certamente importante per questa comunità, oggi quasi del tutto dimenticato. Per colpe non mie, ovviamente, ma di chi vuole questo. De Masi divenne quello che divenne, certo. Ma Del Mauro comprese prima di tutti le qualità del giovane di Manocalzati: fu proprio lui a inventare la Colomba. «Basta con questi simboli – disse ad Arturo – fai una civica e chiamala Colomba. Vinci e poi vieni a San Barbato a piedi, da me». La volontà di sganciarsi dai vecchi simboli, la volontà di rinnovamento, la volontà di percorrere nuove strade fanno del sindaco sanbarbatese un amministratore eclettico, aperto alle novità. E Arturo vinse con la Colomba nel 1964 e raggiunse a piedi San Barbato per omaggiarlo e con lui ci fu tutto il popolo in festa. Ma questa è un’altra storia…

D’Ambrosio e il Sud che non vuole cambiare

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michele d'ambrosio

È il 2010. Pomeriggio di fine agosto. Tramonto mesto. Estate irpina, San Potito Ultra, alberi silenziosi. Avevo tante speranze nel cuore. Una stretta di mano, tempo sospeso in un sorriso. Storia, storia dimenticata. Michele D’Ambrosio era stanco; un bastone accompagnava la sua ombra. Osservavo il suo volto, i suoi occhi. Tempo sospeso in un sorriso. «Salve, onorevole». Dissi. «Salve, Romeo. – Rispose – Che cosa succede a Manocalzati?». «Niente di nuovo». «Purtroppo Manocalzati è un paese reazionario. Non cambierà mai nulla. Dovresti rimboccarti le maniche, sei giovane». È un paese reazionario. L’onorevole era un grande conoscitore della politica irpina. Ho capito dopo. Ricorderò sempre le sue parole. D’Ambrosio mi abbracciò. Scrutai nel suo sguardo un fondo di malinconia. Le partite si perdono, le idee vincono sempre. Mi raccontò alcune storie, alcuni aneddoti. Io parlai del mio blog. «Si chiama l’Irpinia che vuole cambiare». D’Ambrosio alzò lo sguardo verso il cielo, poi affermò. «Ah, c’è un’Irpinia che vuole cambiare? Dove sta?».

Parole sante. Parole davvero sante. Sono passati sei anni. Il tempo scorre. Le cose non mutano. Giuseppe Moricola m’invitò alla prestazione del libro di Enzo Cioffi “La musica che cambia nell’Italia che decolla. Società, giovani e sound dagli anni ’50 al ‘68”. C’era anche l’onorevole. Fu davvero una bella iniziativa. In quel periodo l’amministrazione di San Potito organizzava eventi interessanti. Il Museo del Lavoro promosse nel 2010 diversi appuntamenti culturali di un certo spessore con il cartellone “Apriti Sesamo”. Partecipai anche io.

D’Ambrosio era un uomo di sinistra, un comunista vecchio stampo. Io coltivo il mito di Pippo De Jorio, di Alfredo Covelli, del vecchio Partito Nazionale Monarchico. All’apparenza non abbiamo punti in comune. All’apparenza. In realtà la pensiamo allo stesso modo. L’onorevole ha sempre lottato per un ideale nobile: ha contrastato la cattiva politica e il clientelismo. Pertanto lo stimo. Anche io detesto la cattiva politica e il clientelismo. Mi avvicinai a De Jorio per amore della libertà. La mia è stata una scelta di libertà. La mia libertà è uguale alla libertà di D’Ambrosio: la sua lezione morale è ancora attualissima. E quella chiacchierata di San Potito non dimenticherò mai più.

Manocalzati, il mio paese, è reazionario. In sostanza è un paese con una mentalità chiusa; è un paese anti illuminista, anti progressista; è un paese particolare. La gente si schiera sempre con il più forte. Purtroppo è tutta colpa della mentalità. Il popolo non oppone resistenza. Firma una sorta di delega in bianco. La sociologia potrebbe aiutare a capire i fenomeni: il paese merita l’attenzione dei migliori studiosi. C’è un caso Manocalzati. Anzi, Manocalzati è l’emblema della questione meridionale. Nel 1958 Edward Banfield andò a Chiaromonte in Basilicata e scrisse il libro “The Moral Basis of a Backward Society – Le basi morali di una società arretrata”. Introdusse il concetto di “familismo amorale” e stimolò il dibattito sul familismo al Sud Italia. Per D’Ambrosio la questione meridionale è ancora attuale. Alcuni comuni irpini meritano un’attenzione particolare. C’è poco rispetto per la cosa pubblica. La gente pensa soltanto alla proprietà privata. Carlo Levi nel libro “Cristo si è fermato a Eboli” spiega le ragioni del modo di essere del popolo meridionale. Anni e anni di dominazioni straniere.

Non è un caso che Manocalzati abbia avuto, dal dopoguerra ad oggi, soltanto sei sindaci. Ben tre sindaci sono della stessa famiglia. Francesco De Sanctis, Guido Dorso, Gramsci, Carlo Levi piangono in silenzio. I nostri amministratori dedicano le piazze a Fiorentino Sullo. E non è un caso. Dimenticano John Ciardi, il figlio migliore del paese, e osannano Fiorentino Sullo. Perché? Perché sconfisse il Partito Nazionale Monarchico. In quel periodo Stella e Corona amministrava molti comuni dell’Irpinia. Sullo invitò i medici dei paesi a candidarsi con la DC. Riuscì, così, a distruggere gli avversari. E il PNM era un partito anti sistema e anti potere. Stiamo ancora pagando questa scelta.

Ho affrontato a testa alta la campagna elettorale per le elezioni comunali a Manocalzati. Ho perso. Però ho difeso le mie idee. E D’Ambrosio è certamente un mio modello di riferimento. Non sarò il sindaco: sarò il leader dell’opposizione. Sono orgoglioso lo stesso. Ringrazio anche l’onorevole. Adesso non c’è più. Ho capito una cosa: il milazzismo è ancora attuale. Destra e sinistra in provincia condividevano le stesse battaglie. Bisogna ripartire dalla lezione dei personaggi politici del passato e dal civismo. Nel mio bagaglio politico culturale c’è la Colomba di Arturo De Masi, la Torre di Emilio D’Amore, la Tromba di Adelia Bozza, la Fenice di Albanese e Generoso Pascucci. Civismo di lotta e di governo, civismo di protesta e di proposta.

Michele D’Ambrosio nacque a Bonito, nel paese di Alfredo Covelli il 2 settembre 1944. Assunse la carica di segretario provinciale del PCI nel 1976; nel 1983 entrò in Parlamento e sostituì l’atripaldese Nicola Adamo morto in un incidente stradale. Fu componente della Commissione parlamentare d’inchiesta sulla attuazione degli interventi per la ricostruzione e lo sviluppo dei territori della Basilicata e della Campania colpiti dai terremoti del novembre 1980 e febbraio 1981 dal 19 settembre 1989 al 16 ottobre 1989. Sempre nel 1989 si schierò sulle posizioni di Pietro Ingrao e contestò la svolta della Bolognina; ciò nonostante aderì al Partito Democratico della Sinistra. Continuò la sua attività politica all’interno dei Democratici di Sinistra e contribuì a fondare il movimento Sinistra democratica per il Socialismo Europeo. Aderì, infine, al partito di Vendola Sinistra Ecologia e Libertà. Morì il 21 ottobre 2010. Piansi. Piansi la scomparsa di un uomo di spessore. Scrissi una lettera sul blog. L’ultimo saluto a D’Ambrosio. La riporto. Adesso sono diventato consigliere comunale di opposizione a Manocalzati. Onorevole, l’ho fatto anche per lei. Quando arriverò in consiglio penserò anche a lei e penserò a quel pomeriggio di agosto del 2010. Lei mi ha dato la forza per andare avanti. Mi ha dato le idee. Ciao. Le sue parole, le sue parole ricorderò sempre.

Non ho mai pensato di scriverle una lettera: la vita ci divide, ci allontana. Le emozioni perdono il colore. Mi perdoni. Oggi, però, ho scritto una lettera. Ho scritto una lettera in questo brutto giorno. Adesso non c’è più, adesso non può sentirmi. Ho avuto il piacere e l’onore di parlare con lei diverse volte. L’ultima volta l’ho vista a San Potito. In quel pomeriggio di agosto ho capito tante cose. Il suo pensiero mi ha affascinato. Le colpe delle generazioni passate non devono ricadere sui giovani. Non abbiamo addosso nessun peccato originale. Dobbiamo soltanto rimboccarci le maniche. Lei è una figura importante della sinistra irpina. La classe politica locale dovrebbe prendere spunto dal suo insegnamento. Il rispetto viene prima delle divisioni. E rispetterò senza sosta la sua persona.

 

Una montagna dietro il Vesuvio

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John Ciardi

Sta girando il sole intorno a noi. È un giorno di primavera di tanti anni fa. Scendo le scale di marmo del vecchio municipio. Manocalzati, sogni rattrappiti. I miei amici si divertono: stereo a palla, rock progressivo, Orme, Canzone D’Amore. Senti il mondo che non grida più. Guardo una lapide strana; sulla lapide riposano le parole di una poesia, di una poesia di John Ciardi. Chi è John Ciardi? Non lo conosco. Ancora non lo conosco. Si accende una fiamma. Non dimenticherò mai più questi versi. Resto sotto la lapide. Judith Hostetter non c’è più, la bellissima Judith non c’è più. Sta girando il sole intorno a noi, Canzone d’amore. Fantasmi di un passato mai visto. Immagini di un futuro in bianco e nero.

Vivo, respiro a Manocalzati. Ogni mattina il tempo perduto entra nella stanza. John Ciardi è morto trent’anni fa. L’Età Dorata non esiste. Cerco conforto nella scrittura e nella lettura. E leggo, scrivo. Leggo le poesie del letterato italo americano: le adoro tutte. La più bella è Gloved Hand (Manocalzati). La più bella è quella della lapide. Sulla pietra giace una mano guantata. Di chi è questa mano? Perché nessuno ricorda? «Come un albero si riveste di muschio nell’ombra cingendo/ il luogo dell’albero nella sua presenza nel tempo/ qualcuno potrebbe nascervi e prestarvi fede». E sono nato e credo nella mano. Non voglio niente. Credo nella mano e basta. È la mia professione di fede. Figlio di una mano guantata, figlio di una roccia. «Di una pietra ignota nella cui presenza entrerò un giorno/ (come si arriva familiarmente al crepuscolo)/ convinto alla fine della mia presenza in essa». In quella pietra ignota è entrata l’anima di Ciardi il 30 marzo 1986. Era la domenica di Pasqua.

Entrerò anche io nella pietra. Hand in glove canta Morrissey. Mano e Guanto. È un tuffo nel buio, un tuffo infinito, un tuffo immobile. «Come un tuffatore per sempre sospeso nell’occhio/ fra mare e scoglio, la fissità dell’atto/ per sempre cristallizzata nell’aura di quel tuffo». Manufatto di Paestum, Magna Grecia, 1968. Briciola d’eternità. Fra mare e scoglio, sono sospeso fra mare e scoglio. La fissità dell’atto. Certo. La fissità dell’atto. Paestum, antichità, uomini remoti. Fra mare e scoglio trattengo il fiato. Per sempre, per sempre. La fissità dell’atto.

Nel mio cuore regna una data: 22 giugno 1969. Non ero ancora nato. La luce illuminò Manocalzati. La luce è Judith Hostetter e Judith Hostetter è la moglie di John Ciardi. Fotografie, capelli biondi, regalità. È una regina è una regina. Così dissero le donne irpine. È troppo bella, superiore. Judith, l’insegnante di giornalismo. Seguì il poeta in Irpinia. Judith, lei si che è una donna speciale. Le focacce di granturco, la mostarda, le verdure, il Missouri, i campi di cotone. Rose, rose American Beauty, rose dal balcone. Jackie Kennedy, Faye Dunaway. Il poeta salutò la folla, il sindaco Arturo De Masi sorrise, la banda suonò. Il popolo urlò viva l’America viva l’Italia viva De Masi. Bandiere a stelle e strisce, drappi tricolori, giorno di festa.

Ciardi e Manocalzati, Ciardi e sua madre. Manocalzati è la madre. Il 22 giugno ’69 il letterato tornò nel grembo materno. Gloved Hand è strettamente connessa alla lirica “Lettera a mamma”. «Ed è bene ricordare che questo sangue/ in un altro corpo arrivò, il tuo corpo/ […] questo è un viaggio attraverso le longitudini aperte della mente/ e le latitudini del sangue». Sangue, Irpinia, Terra d’origine. «Verrò, dunque, – disse il poeta prima di partire – senza la madre ma sempre nella bellezza dei miei pensieri e di lei». E venne. «Ripercorse in un baleno – scrisse il compianto Americo Tirone – tutti i giorni della sua vita e si accorse che la valle del Sabato gli recava nei rami degli alberi la verde estate di un tempo sospeso nella malia di un incantesimo. Affogò l’emozione in un ampio sorriso e scrutò nel ritmo delle colline alla ricerca di presenze familiari che gli potessero parlare come fantasmi evocati dalla sua penna di poeta».

E con la penna dipinse un paesaggio incredibile. Annotò le emozioni e le sensazioni dolci; giocò con le parole e con le chimere. Manocalzati è una montagna al di là del Vesuvio. Spiegalo agli americani. Dove sta questo paese? Dove sta Avellino? Manocalzati è terra di Napoli; il Sud è terra di Napoli. Siamo di Pompei. «Non c’è mistero su chi fossero i pompeiani. – Scrisse il letterato – Guardate i miei cugini e vedete la gente di Pompei». Che belle parole. Nella lirica “Ritorno” il tempo è soltanto una categoria convenzionale. «Sulla montagna al di là del Vesuvio/ in quello che ho lasciato/ del dialetto da cui sono partito,/ siedo con i cugini sconosciuti./ Fatta eccezione per l’Alfa Romeo/ che spia la casa del sindaco, una fluorescenza di TV riflessa/ nel vetro di una porta aperta,/ e il monumento dei caduti in guerra,/ potremmo scegliere a piacimento/ in quale secolo sedere. Abbiamo davanti vino rosso, pane, pecorino,/ fave, e olive condite con aglio. Un tavolo imbandito a Pompei. […] Le donne stanno dietro di noi/ dove le lasciavano i Greci. Quando la bottiglia è vuota/ ne portano un’altra./ […] Noi ci adattiamo in qualsiasi secolo ci troviamo».  Questi versi sono fantastici. Avrei voluto “sedere” negli anni sessanta del ventesimo secolo; avrei voluto vedere Judith, John e il sindaco Arturo De Masi. Non è possibile. Allora scrivo e rincorro i miei sogni.

Ultimamente la giunta comunale ha giocato un brutto scherzo al poeta. Ha deliberato il cambio di nome della piazza a lui intitolata: la piazza sarà dedicata a Fiorentino Sullo. Ciardi è stato “retrocesso” in piazza bianca. Una scelta che appare poco felice, ancora di più nel trentennale della sua morte e nel centenario della sua nascita; il Nostro è uno dei più importanti letterati statunitensi. È il figlio migliore di Manocalzati. Fiorentino Sullo è un politico, pertanto è un uomo di parte. Perché Fiorentino Sullo? Perché? Questa provincia è ancora legata alle vecchie logiche e alla mentalità democristiana. Se il professor Americo Tirone fosse ancora vivo, non avrebbe gradito la decisione della giunta. Peccato davvero.

I cento anni di Emilio D’Amore

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Emilio D'Amore

È un secolo di storia, vita, politica. È un secolo consumato nel sole dei giorni vissuti. 100 anni non sono pochi. Emilio D’Amore ha spento le candele di una torta immaginaria il 26 novembre. Egli è un pezzo di narrazione nazionale, un pilastro, un punto di riferimento della politica irpina. Si candidò con il Partito Nazionale Monarchico: scelse Stella e Corona. E lo ammiro. Sì. Perché è il simbolo di una provincia coriacea, battagliera, antagonista. Erano bei tempi. Avrei voluto viverli, anche per un solo istante. Se avessi a disposizione una macchina del tempo, approderei nel 1953. Pochi sanno una cosa: il ’53 è stato l’anno d’oro dei monarchici. Il PNM divenne il punto di riferimento della destra italiana. Due milioni d’italiani votarono per il partito di Covelli e D’Amore. In Irpina abbiamo avuto politici di alto profilo. E non parlo dei soliti noti. Doc, dove sei? Ti aspetto. Portami con te nel passato. Doc, ovviamente, è lo scienziato del film Ritorno al Futuro. Lo dico per i pochi che non lo conoscono. E “striscio” sui congiuntivi. Se fossi… se avessi. Roberto Vecchioni nel brano I poeti canta: «Se fossimo vivi».

D’Amore è un liberale. Fu eletto per la prima volta al parlamento il 18 aprile 1948. Aveva 38 anni. Si era candidato alla Costituente con una lista locale denominata Movimento dei Reduci e Combattenti: la lista era capeggiata dal penalista avellinese Aurelio Genovese. Il montefalcionese, ovviamente, nel referendum istituzionale si schierò a favore della monarchia. Egli ha definito Guido Dorso un «uomo dalla dirittura e dalla onestà limpidissima». Contesta, però, la visione di Dorso della questione meridionale. D’Amore, in sostanza, dice: gli italiani si sentivano già italiani prima del Risorgimento. Soltanto il prestigio del Piemonte ha concretizzato l’aspirazione ad essere nazione. Ammirò anche il filosofo Benedetto Croce; lo commemorò alla Camera dei Deputati il 20 novembre 1952. Il parlamentare monarchico ha allacciato rapporti con diversi esponenti della politica irpina. «Col tempo, scrive Norberto Vitale – sarebbe diventato amico di Silvestro Amore con il quale alla fine degli anni Quaranta pure si era incrociato nei tafferugli scoppiati in via Principe di Piemonte, oggi via Matteotti, per una manifestazione monarchica che un accondiscende prefetto si era prestato a vietare». Silvestro Amore è mio zio. Morì nel 2001. Fu uno dei fondatori della prima sede della CGIL ad Avellino; collaborò con L’Unità e divenne un giornalista della RAI. Sembra strano eppure ha sempre nutrito nei confronti di Emilio D’Amore una sorta di stima.

Orbene. Gli interventi parlamentari di D’Amore furono appuntiti e intelligenti. Egli elogiò sempre la vocazione agricola dell’Irpinia. Credo che sia un dato importantissimo. Fu uno dei primi. Riconobbe nell’agricoltura la sola salvezza del nostro territorio. Nella seduta antimeridiana del 10 luglio 1951 presentò un’interrogazione parlamentare rivolta ai ministri delle finanze e dell’agricoltura. Per quale motivo? Dunque nei giorni antecedenti un forte nubifragio aveva messo in ginocchio l’Irpinia e la Puglia. Il montefalcionese invocò l’intervento delle istituzioni. «Prendo atto – disse – della volontà dimostrata dal Ministero dell’agricoltura di ovviare a questi gravissimi fatti che si sono verificati nel sud. Resto tuttavia in attesa di ciò che il ministro del tesoro, a sua volta, vorrà dirci circa le sue intenzioni nei riguardi del disegno di legge propostogli. Mi rimane soltanto da rivelare che la nostra istanza risponde veramente ad una necessità sentita e umana. È, infatti, colpita l’agricoltura del sud e non v’è bisogno di dimostrare che, quando nel sud viene meno il ricavato dell’agricoltura, è tutta la vita economica che si arresta, e i bilanci familiari dissestati non possono essere in alcun modo sanati. Spero, pertanto, che le nostre richieste saranno accolte del ministro del tesoro, dalla cui risposta rimaniamo in attesa». Dunque, dalle parole emerge un’idea politica ben chiara. D’Amore avrebbe voluto esaltare la vocazione agricola del Sud e dell’Irpinia. Pertanto difese a spada tratta le istanze dei contadini. E lo fece in ogni circostanza. Clamorosamente anche l’amico nemico Fiorentino Sullo presentò, nello stesso giorno, un’interrogazione parlamentare simile. Il montefalcionese, in seguito, contestò la politica “discriminatoria” del governo nei confronti dello sviluppo industriale de Sud; si scagliò contrò l’inclusione nella legge di disposizioni in favore per indennizzi o contributi relativi ai danni sofferti da aziende industriali del mezzogiorno e possibilmente per quelle commerciali. In sostanza disprezzò il termine “possibilmente”. Parlò in nome del PNM. «Noi – disse D’Amore – voteremo contro l’introduzione di questo avverbio che indubbiamente snatura la portata stessa della legge e lo facciamo non perché siamo deputati del mezzogiorno d’Italia, ma perché nel sud d’Italia in particolare viviamo ed abbiamo più frequenti possibilità di sentirne le necessità, i dolori e i bisogni. È stata indiscutibilmente una cosa molta incresciosa che la richiesta di questa inserzione limitativa della norma abbia fatto porre un problema di fondo. Noi siamo convinti che non sarà questa disposizione di legge che possa in qualche modo risolvere o iniziare a risolvere i grossi problemi che si agitano nel sud; non sarà questa che risolverà in particolare il problema di estrarre la politica italiana dal triangolo industriale Genova – Torino – Milano; non sarà essa a risolvere la patologia industriale e commerciale e quindi sociale del sud. Ma è un passo avanti. Ora, davanti a questa situazione di fondo, che è in rapporto con l’inserzione di questo avverbio, non possiamo, par ragioni di coscienza, per ragioni di dovere, votare in favore; ma voteremo decisamente contro. Naturalmente aspetteremo dai colleghi del nord una solidarietà in questo senso, perché se è vero, come è tradizionalmente avvenuto, che il drenaggio dei capitali dal sud al nord ha lasciato beneficiare ampiamente gli industriali del nord, noi speriamo che ci si convinca che il mercato di consumo del nord deve essere potenziato attraverso un intervento governativo, che tornerà poi a beneficio non soltanto del sud, ma dell’intera Italia».

Emilio D’Amore si è contraddistinto per l’arte oratoria: i suoi comizi erano solenni, tesi, vibranti. Riusciva a intercettare gli umori delle classi meno abbienti. A Mirabella Eclano duellò addirittura con Fiorentino Sullo. I due si sfidarono da due balconi posti l’uno di fronte all’altro. Sullo non risparmiò le battute al vetriolo e biasimò la condotta morale di D’Amore. Parliamo del matrimonio. Disse Sullo. D’Amore non riuscì a digerire il boccone amaro; si era da poco separato dalla prima moglie. «Quella di Sullo – ricorda il parlamentare di Montefalcione –fu una gaffe enorme dal punto di vista politico e una cattiveria gratuita nei miei confronti. Avevo peraltro poco da nascondere, la separazione fu la conseguenza della inconciliabilità da parte della mia prima moglie a vivere ad Avellino». Egli capeggiò la lista civica Torre nel suo paese natale negli anni ’60; la lista era di destra. Tuttavia raccolse pochi voti. In quegli anni il civismo di destra contrastava lo strapotere democristiano. A Manocalzati Arturo De Masi riuscì a vincere le elezioni con la Colomba e sconfisse il raggruppamento dello scudo crociato.

Il 29 dicembre 2013 la destra irpina ha “incoronato” Emilio D’Amore. Nel corso di una bella cerimonia è stata consegnata all’ex parlamentare monarchico una targa alla carriera. L’iniziativa è stata organizzata dal Movimento Azione Sociale cittadino e dall’associazione Mas. L’ex parlamentare ha mostrato la sua gratitudine ed ha ripetuto le sue idee: si sente un ancora un conservatore: ha parlato della città capoluogo ed ha lanciato alcune frecciatine agli amministratori. Ha, inoltre, criticato la soppressione delle province. Hanno partecipato al dibattito l’avvocato Generoso Benigni, il professor Quirino Balletta, Felice Fioretti e D’Argenio; ha moderato il giornalista Gianluca Amatucci.

 

I monarchici in Irpinia dal dopoguerra agli anni ’60

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Il primo baluardo contro la DC fu il movimento monarchico. L’area della destra conservatrice, nei primi anni del dopoguerra, offrì un’alternativa solida alla potenza schiacciante democristiana. Effettivamente si consumò uno scontro tra due concezioni della società radicalmente opposte. Il Partito Nazionale Monarchico nacque nel 1946 per merito dell’onorevole di Bonito Alfredo Covelli. Certo, la sconfitta referendaria e la successiva partenza per l’esilio del Re Umberto II procurarono un’infinita tristezza nell’animo di tanta gente. Venne a galla la forza per reagire a tutto ciò.

Dopo la campagna elettorale del 1948 il PNM si contraddistinse per l’avversione contro la Balena Bianca. Iniziò un duro testa e testa terminato con la vittoria dello scudocrociato. I monarchici conquistarono ampie fette di consenso negli ambienti sottoproletari della provincia e grazie all’ingresso di persone come Emilio D’Amore e Alfredo De Marsico acquistarono una larga legittimità.

Il PNM vinse addirittura le elezioni comunali ad Avellino nel 1952 con Olindo Preziosi e si radicò sul territorio come unico antidoto alla DC. I risultati furono eclatanti: raccolse 4.998 voti (pari al 27,30 %) contro i 4.184 dell’avversario popolare (pari al 22,85 %); nei piccoli centri come Manocalzati, si sperimentò l’accordo tra PNM e MSI sulle schede elettorali grazie al sindaco Giuseppe Del Mauro. Praticamente si costruirono le “prove tecniche locali” per l’accordo programmatico dell’intera area di destra: i monarchici confluirono all’interno del Movimento Sociale nel 1972 per gettare le basi della Destra Nazionale.

Paradossalmente il Partito Nazionale Monarchico calamitò l’interesse anche dei delusi della sinistra. L’etichettatura di partito anti-potere contribuì alla crescita complessiva del movimento con voti non legati alla monarchia. I manifesti intelligenti e pragmatici del partito attirarono costantemente la gente. Gli slogan furono simpatici e catalizzarono l’attenzione di tutti. Ad esempio furono disegnati oggetti legati alla vita comune. Apparve una bottiglia contenente un digestivo con la scritta “Supertonico Nazionale contro l’intossicazione democristiana e l’infiammazione comunista“. Apparve una chitarra con le corde rotte contenente il logo della DC: codesta reclame fu supportata dalla frase “Non suona più”. Ancora, comparve la classe operaia e contadina in marcia al seguito della stella contenente l’emblema del PNM.

il Partito rappresentò le istanze di un sud dimenticato e oppresso: ovviamente le classi meno abbienti della Campania interna suffragarono massicciamente il movimento. Completò il quadro il sentimento retrivo e feudale del notabilato del Mezzogiorno: un impulso plausibilmente reazionario condito dalla fedeltà ai Savoia. Insomma, il popolo mostrò solidarietà verso una causa giusta; i più anziani ricordarono ancora la bontà e la bellezza della Regina Maria Josè; per di più rimembrarono il suo attaccamento alla città di Napoli. La frase pronunciata dalla maestra Cristina nel film Don Camillo divenne il motivo principale della capillare protesta. “I re non si cacciano mai via!”.

L’elettore medio dei monarchici disprezzò il clientelismo. Può mostrarsi d’aiuto l’amato cinema: il film capolavoro di Luigi Zampa “Il vigile” del 1960 con Alberto Sordi riassume con molta realtà lo spacciato sociale dell’Italia meridionale del dopoguerra. Il film, basato su una storia vera, mette in risalto una serie di circostanze identiche in ogni piccola comunità.

Codesto pensiero legittimista e populista rappresentò per i professionisti del potere un nemico da sconfiggere: la DC ingaggiò un ostico duello politico. Si respirò l’atmosfera epica degli scontri dal sapore ideologico. Per placare i bollori, dovette intervenire addirittura Alcide De Gasperi. Nello storico discorso irpino del 1953 lo statista attaccò duramente le destre tutte e lanciò moniti agli elettori.

La scissione perpetuata dall’Armatore napoletano Achille Lauro indebolì notevolmente la forza del movimento; il Partito Monarchico Popolare attecchì anche in Irpinia. Seguì il comandante anche il sindaco di Avellino Olindo Preziosi; nei piccoli comuni si allestirono le sezioni con il logo del PMP e tale combinazione servì soltanto ad sfibrare l’intera area politica. Il corso degli eventi fu un ottimo alleato della DC poiché la scelta fuori epoca dei due partiti procurò il lento declino e la definitiva scomparsa dal panorama politico.  Con la riunificazione degli schieramenti e con la genesi del Partito Democratico Italiano d’Unità monarchica cambiò qualcosa; tuttavia durò poco.

La DC perpetuò una lenta ed asfissiante opera di sconquassamento mai realizzata prima; per combattere l’onda d’urto monarchica mise in campo molteplici tattiche vincenti. Il quadro dirigente democristiano mirò all’annullamento della forza della “stella e corona” con metodi anche innovativi. La battaglia all’interno della Coldiretti e l’utilizzo della classe medica in politica furono ampiamente risolutivi.  L’onorevole Fiorentino Sullo fu il protagonista indiscusso di tale disegno. In seguito si perfezionò il predominio democristiano.

Il ricordo di Guerico Russo a due anni dalla scomparsa

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Guerico RussoEclissato tra le carte disegnò i suoi progetti e soltanto una lampada illuminò le sue chimere. Nel corso degli anni l’ho sempre immaginato dietro a un vecchio tavolo da disegno, uno simile a quello che compare all’interno del film “Totò, Fabrizi e i giovani d’oggi”. Proprio così. L’ingegnere si laureò all’inizio degli anni ’50 all’Università di Napoli “Federico II” e la sua giovinezza fu contraddistinta dalle squadrette, dalle puntine, dalle matite e dai calcoli matematici. Si definì sempre un professionista di vecchio stampo.

Istintivamente compare davanti a me la nuvola magica del passato e in modo nitido riesco a scorgere il profilo di Guerico Russo. Si spense in silenzio il 7 febbraio del 2012 fra l’imponente coltre di neve che colpì l’Irpinia. Afferrai la tetra notizia in un plumbeo primo pomeriggio; spensi a improvviso la televisione e scomparve tutto il trambusto dei programmi d’intrattenimento. Rimasi avvolto nei miei pensieri e commemorai i momenti trascorsi in sua compagnia. Sbucarono a tal punto gli assolati giorni dell’estate del 2005; parlai con lui tante volte sopra una panchina di marmo collocata nel giardino della sua villa. Forse in quelle occasioni imparai ad apprezzare le sue doti umane. Lo vidi per l’ultima volta nel mese di dicembre del 2011 ad Atripalda. Gli strinsi la mano e afferrai il peso della sua esperienza umana. Poi andò via e si dileguò tra la folla con un passo lento. In automobile pensai alla vita, alla crudeltà dei nostri strani giorni. Compresi la caducità delle cose. Però non potrò mai dimenticare il suo insegnamento.

Mi raccontò i suoi sacrifici. Rammentò il buio periodo del dopoguerra pervaso dalla miseria. Dopo il diploma s’iscrisse alla facoltà di Ingegneria Meccanica del politecnico e trascorse un periodo felice. Visse nel capoluogo campano e iniziò ad amare la canzone napoletana: stimò molto Roberto Murolo. Amò inoltre il film“…E Napoli canta” con Giacomo Rondinella e con Virna Lisi. Nel periodo libero frequentò i locali musicali e strinse amicizia con altri studenti provenienti dalle altre città del Sud.

In quegli anni cominciò a interessarsi di politica. S’iscrisse nella Democrazia Cristiana e si collocò nella sinistra di base. Diventò un attivista della base nel 1954 dopo aver assistito al congresso del partito a Napoli. Intensamente mi espose le idee essenziali della sua corrente: germogliò il 27 settembre del 1953 a Belgirate grazie a Marcora, Galloni, Ripamonti e Chiarante; in seguito aderì anche Ciriaco De Mita. Nondimeno il punto di riferimento dell’ingegnere fu Fiorentino Sullo. Tra un esame e l’altro approfondì con avidità alcuni testi importanti come “L’uomo e lo stato” di Jaques Maritain.

Sempre nel 1954 si candidò per la prima volta alle elezioni amministrative di Manocalzati con la DC e fu eletto in consiglio comunale. Il capolista fu Benedetto Tirone e la sua formazione si fronteggiò contro quella monarchica del sindaco uscente Giuseppe Del Mauro. Nel 1959 riuscì a essere rieletto e continuò ad amministrare il Comune. Tuttavia nel 1964 il suo gruppo perse contro la “Colomba” di Arturo De Masi e Guerico con 603 preferenze fu il più votato del partito; per tale motivo entrò nella minoranza. Negli anni ’60 progettò la Palestra Comunale: ancora adesso è funzionale e non presenta segni di cedimento. Realmente fu progettata con criteri moderni. Fino agli ultimi giorni della sua esistenza ha continuato a lavorare ed ha elaborato innumerevoli idee; ha tratteggiato lungo i fogli lucidi il futuro di Manocalzati.

Fu il primo reggente del movimento centrista in paese e diventò il referente dei più importanti politici. Nel 1970 tentò di placare la protesta nel partito in seguito al tesseramento dei personaggi di destra legati al sindaco Arturo De Masi. L’ingegnere andò diverse volte nella segreteria di Avellino per esternare il suo sconforto sulla situazione ma servì a poco; i vertici provincali non ostacolarono più di tanto l’amministrazione in carica. Nel 1972 fu aperta la prima sezione in paese e fu nominato segretario il dottor Vittorio Ciampi. Tramite la sua opera fu possibile cancellare dalla lista degli iscritti i fiancheggiatori della maggioranza. Guerico Russo in seguito a quell’esperienza si ritirò dall’agone politico.

Nel 1974 seguì Fiorentino Sullo nel PSDI e dall’esterno continuò a votarlo. L’ex ministro non riuscì a comprendere i meccanismi che determinarono l’ascesa di De Mita, Mancino e Bianco; di conseguenza perse la leadership durante un consiglio provinciale della DC. Addirittura non condivise la posizione del partito sul divorzio e preferì approdare in altri lidi. A Manocalzati animò la sede del sole nascente l’ex assessore Felice De Benedictis. Alle elezioni amministrative del 1975 la socialdemocrazia trovò un accordo con lo scudo crociato e fu presentata una coalizione con i due simboli: fu capeggiata dall’avvocato Adolfo De Benedetto ma vinse nuovamente Arturo De Masi con la Colomba.

Nello stesso tempo Guerico Russo continuò a tenere i rapporti con la sinistra di base. Con passione animò il dibattito nelle grandi stanze della sede avellinese di Via Tagliamento e presenziò ai comizi. Egli fu sempre un democristiano convinto e non tradì mai i valori della sua corrente: si definì sempre il primo basista del paese e a me piace ricordarlo così. Nelle discussioni accentuò sempre la sua collocazione idelogica. Concepì la politica alla stregua di una vicenda sentimentale e criticò in ogni circostanza gli avventurieri e i falsi moralisti.

Sento la mancanza delle sue movenze teatrali. Sarebbe stato certamente un buon attore e non avrebbe sfigurato all’interno delle commedie di Eduardo. Approssimativamente paragono la sua sagoma a quella di Jeeter Lester del lungometraggio “La via del tabacco”. L’ingegnere condivise il fatalismo: si adeguò al ritmo blando della routine comunale, non aizzò mai gli animi e non lottò contro i mulini a vento. Fu garbato, discreto: amò la parsimonia. Fu poco legato alla moda e alla bella vita: si vestì con sobrietà. Solitamente indossava un completo beige dai toni slavati. Badò ancor meno alle automobili e disprezzò il mito “futurista” della velocità. La voce piagnucolosa e lo sguardo vago hanno contribuito a creare il personaggio. Appunto per questo ricorda le figure di spicco dei libri fantastici di Lewis Carrol. Il suo ritmo fiacco nell’incedere non andrà mai via dal mio animo.

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