Gallico, destino di nobile combattente

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ruggero-gallico-a-un-congresso-provinciale-del-pciUn po’ per curiosità, un po’ per passione. Ascolto la storia di un personaggio politico di primo piano del dopoguerra in Irpinia dalla voce di mio zio Michele Perone. Un’enciclopedia vivente, lo zio. Anni e anni trascorsi qui, a battagliare per un’idea alta, a difesa di un partito, il PCI, ritenuto da lui sacro. Dice sempre il Partito era il Partito e c’era un modo di essere prima che adesso non c’è più. Lo ascolto, sempre con interesse; continua a raccontare vicende lontane, remotissime, minori. Quante me ne ha dette in questi anni… pomeriggi d’estate in sua compagnia. Parla di Ruggero Gallico, il segretario provinciale comunista degli anni ’40 e ’50: mi racconta gli aneddoti perché lui, lo zio, lo conosceva. E Ruggero venne anche al funerale del mio bisnonno Guglielmo Pagano a nome del PCI: egli, il segretario, capeggiò una delegazione comunista. Tutto il partito in prima fila per rendere omaggio a Pagano. Che persona Ruggero, uno che non dimentichi così facilmente. Figura legata alla mia famiglia, al trascorso mai vissuto.

Da tempo volevo scrivere qualcosa su di lui. Ho sempre chiesto informazioni a tutti quelli che hanno avuto la fortuna di conoscerlo. Qualcosa di remoto, piccoli aneddoti. Poi ho letto “Andata e ritorno – viaggio nel PCI di un militante di provincia (Elio Sellino editore)” del professor Federico Biondi e il mio interesse per il “compagno d’origine toscana” è aumentato; il professore gli ha dedicato un intero capitolo del suo libro. Così, tramite mio zio, mi sono messo in contatto con il figlio di Ruggero, Lorenzo, e ho recuperato anche un paio di belle fotografie in bianco e nero. E chi lo chiamava Gàllico e chi lo chiamava Gallìco… anche io ho avuto il dubbio… qual’era l’accentazione giusta?

«Ricordo – scrive il professore Federico Biondi nel libro “Andata e ritorno viaggio nel PCI di un militante di provincia” – che il primo, o almeno uno dei primi problemi che dovetti segretamente affrontare nello stabilire un rapporto con il nuovo segretario fu di ordine, per così dire, fonetico, perché c’era da scegliere tra le due opposte accentuazioni con cui poteva essere pronunciato quel cognome. All’inizio, infatti, per alcuni era il compagno Gàllico, per altri il compagno Gallìco. A me sembrava più giusta la prima, ma presto venni a sapere – e forse da lui stesso – che bisognava usare la seconda, e, naturalmente, mi ci adeguai, nonostante l’intima contrarietà che produceva in me quest’accento sulla penultima, mentre mi pareva che sarebbe andato assai meglio quello sdrucciolo. […] Gàllico mi suonava all’orecchio molto più nobilmente, per quell’automatico richiamo che questa pronuncia conteneva al famoso diario di guerra di Giulio Cesare e a quant’altro poteva riferirsi alla storia antica della grande nazione d’oltralpe. Perché, allora Gallìco e non Gàllico? Vattelappesca».

Già, vattelappesca. Anche zio Michele lo chiamava Gallìco: lui di qua e di là e al comizio e altre cose E questa accentuazione, devo essere sincero, non mi garba più di tanto. Ah, questo zio, com’è simpatico. Io continuerò a chiamarlo Gàllico per un motivo ben preciso: quando il figlio Lorenzo mi ha telefonato, sì è presentato così “salve sono Lorenzo Gallico”. Che cosa bella, ho pensato, come un generale imperterrito, con la scorza dura, impermeabile a tutto. Sì sì, continuerò a chiamarlo così.

Non so perché eppure il tuo nome e il tuo cognome dicono qualcosa di te. Mi chiamo Romeo, beh, è un nome romantico. Tutti dicono e Giulietta dov’è? E un poco lo sono, romantico ovviamente, e un poco malinconico come il Romeo (and Juliet) della canzone dei Dire Straits (una delle mie preferite in assoluto). Così anche Ruggero Gallico. Una persona legata alla Francia per tanti motivi. «Comunque sia, – prosegue il professore Biondi – sta di fatto che proprio in quel cognome, se pronunciato con l’accento che a me sarebbe parso più naturale ed elegante, era come se il giovane Ruggero portasse le stimmate del suo personale destino, giacché la sua formazione culturale e politica era veramente francese ed in francese era capace di esprimersi con spigliata scioltezza, come se si fosse trattato della sua lingua madre».

Ruggero, quando arrivarono gli inglesi in Algeria, luogo dov’era detenuto, pensò di arruolarsi nell’esercito di liberazione francese. Fu una decisione personale e tale mossa gli costò pesanti critiche da parte di ben tre partiti comunisti (Il PCI, il PCF, e il PC tunisino). «Giuste (come io ritengo) – ricorda Biondi – o ingiuste (come invece pensa ancora oggi la moglie) che fossero quelle critiche, anche da questo particolare si può capire come tutto ciò che si richiamava alla Francia esercitasse su di lui l’attrazione di una calamita». Anche io, come la moglie, penso che le critiche fossero ingiuste. Lo dico così, giusto per prendere posizione in questa faccenda.

Bella personalità Gallico, spirito libero, pragmatico, combattivo. Elegante nel parlare. Comunista per vocazione. Laureato in chimica e in farmacia. Definito da Paolo Speranza “coraggiosa e nobile figura di antifascista, dirigente politico e intellettuale di valore”. Apparteneva a una famiglia di democratici toscani emigrata in Tunisia. Parlava bene il francese e l’arabo. Nacque proprio a Tunisi il 24 agosto del 1914. Si avvicinò all’ideologia comunista nei primi anni ’30 e si iscrisse al partito nel 1933; partecipò in modo attivo alla Lega italiana dei diritti dell’uomo e diede vita con altre personalità, tra queste anche il fratello Loris, al giornale L’Italiano di Tunisi. Lavorò tra il ’43 e il ’48 nelle redazioni di Roma e di Napoli dell’Unità. Arrivò in Irpinia nel 1948 per dirigere la Federazione di Avellino del PCI. Rimase da noi fino al 1957.

Con l’arrivo del nuovo segretario si riorganizzarono le sezioni: il partito divenne una sorta di scuola di formazione politica. In quegli anni nacque il “Progresso Irpino”, e per mezzo dell’esperienza del Movimento della Rinascita del Mezzogiorno, le forze progressiste e di sinistra aumentarono il peso elettorale. Ruggero parlava alla gente, sosteneva la necessità di costruire l’alternativa. Occorre un lavoro lungo, sosteneva, un lavoro lungo e faticoso; c’è bisogno di organizzazione delle masse e formazione dei quadri. Nei comizi, inveiva principalmente contro la Democrazia Cristiana e nello specifico contro Fiorentino Sullo (“ha cercato e cerca in tutti i modi di tradire gli interessi della provincia” così disse in un comizio) e Alfredo Amatucci. Attacchi a viso aperto contro la DC, eppure in quel periodo dalle nostre parti un altro partito recitava la parte del leone, il PNM; ma non erano i monarchici i veri nemici dei comunisti. Non è un caso che il PCI e il PNM abbiano mosso i loro attacchi principalmente contro la DC. Il decennio avellinese di Gallico è stato, con molta probabilità, il periodo più florido del PCI irpino.

Costruisco nella mente un’immagine mai vista. Grazie a mio zio, certo; e ai suoi ricordi. Tutte quelle volte che me l’ha raccontate quelle storie, quando lui andava a trovare la famiglia Gallico ad Avellino, Ruggero e la sua compagna, la signora Eliane Hasside, e le lezioni di francese e i biscotti e altri piatti tipici dell’Irpinia. Vivo di ricordi, dice lo zio, questi mi faranno compagnia per il resto dei miei giorni. E cosa mai ricorderò io, costretto, per ragioni anagrafiche, a vivere in questo tempo grigissimo?

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Bruno, il sindaco giusto di Montefalcione

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In un sabato qualunque, di mattina, al cimitero di Montefalcione. Capita sempre la visita al cimitero di sabato mattina, con l’aria gelida e il sole pulitissimo. Con il cappello di lana, la sciarpa, i guanti perché fa troppo freddo. Passi lenti. L’inverno, prima o poi, finirà. In una di quelle mattine di sabato, di un sabato anonimo eccomi in mezzo alle tombe; guardo e cammino e questa lapide non la ricordavo… davanti a me c’è una lapide particolare: un uomo e una donna insieme. C’è una foto e l’uomo e la donna sono abbracciati; leggo Tommaso Bruno e Alfonsina Noviello, soltanto questo e non ci sono date di nascita e di morte. Guardo con attenzione la foto, scruto i lineamenti dell’uomo, un volto scavato, uno sguardo fiero e poi quelli della donna, un sorriso di tanto tempo fa. Non sono solo, con me Pellegrino La Bruna e domando a lui conoscevi Tommaso Bruno? «Sì» Dice. «Era un’istituzione in paese, un Sindaco con la S maiuscola, un signore». Sotto la lapide, una tomba: è quella di Ottone, il figlio di Tommaso.

All’uscita del cimitero, lungo la strada poi a destra nei pressi del giardinetto: in questo giardinetto c’è un busto che giace solo da tanto tempo in mezzo al verde. Una scritta “Tommaso Bruno”. Un busto in ricordo di una persona che non c’è più e penso… com’è strano il destino dell’uomo… ci sei per poco tempo e dopo scompari, se ti va bene diventi sindaco del tuo paese, amministri per qualche annetto, lo fai in modo dignitoso, poi togli il disturbo e qualcuno si ricorda di te e ti fa anche una statua e il tempo passa, il ricordo si fa fioco fioco e le nuove generazioni non possono sapere tutto, non possono conoscere la storia locale: non hanno nessuna voglia di conoscerla. Si fa vedere qualche ragazzo per qui intorno e non nota nemmeno un busto di tanto tempo fa. Tutto scorre inesorabilmente.

Per le strade di Montefalcione, lungo via Aldo Moro e la piazza. Un caffè, quattro chiacchiere con chi passa. E passa sempre qualche amministratore locale di vecchia data, distino, vestito bene. Solitamente scambio qualche parola e oggi ho voglia di parlare di quel sindaco anni ’60 e ho notato una cosa: gli amministratori di Montefalcione, quelli che hanno già dato, sono riflessivi, critici, guardano con interesse lo scenario attuale. Hanno già dato, certo, ma erano altri tempi. Non usano giri di parole per contestare la situazione politica nazionale. E sì, erano altri tempi e uno come Masino (così lo chiamavano i suoi concittadini) oggi avrebbe trovato difficoltà… perché non lo vedo nel contesto attuale: uno così, diciamo serio, no no, avrebbe trovato difficoltà, altro che. L’antipolitica nasce contro la classe dirigente attuale, gli antipolitici dicono spesso “meglio prima di adesso”. C’era molta più serietà prima, l’impegno amministrativo come missione, pure da noi.

A Montefalcione persisteva una sorta di mito nei confronti di Tommaso Bruno. Così dicono in giro. Oggi si avverte sottilmente. Una celebrità locale della politica apparsa sulla scena e scomparsa subito dopo. Un po’ come Emilio Ruggiero. Giusto un poco perché dicono qui che Masino non può essere paragonato a nessuno. Basta vedere alcune fotografie in bianco e nero. Eppure era “democristiano di provincia”, tanto basta per metterlo nel dimenticatoio; ma ci sono democristiani e democristiani. Un uomo umile, onesto, attento ai più deboli. Così me l’hanno descritto le persone che l’hanno conosciuto. Della serie: i politici di una volta erano di un’altra razza, più umani, meno arraffa consenso, di pane, semplici, giudiziosi, più attenti al bene comune.

Per la strada tutti fanno i paragoni tipo “vuoi mettere un Berlinguer con uno di oggi? Che so, un La Pira, un Aldo Moro, magari anche un Almirante”. Così anche per la politica locale. Vuoi mettere un Tommaso Bruno con uno di oggi? Per l’amor di Dio, non è possibile. Quelli sì che lavoravano per le comunità. Perché oggi manca lo stile, la sobrietà, c’è troppa voglia di protagonismo. Questi sono i tempi degli uomini soli al comando, dei decisionisti esagerati e gonfi di ego. Il sindaco Bruno, secondo i suoi vecchi sostenitori, era un tipo che amava il dialogo, la collegialità, amministratore quasi silenzioso, non legato al culto dell’immagine, lontano dalle manie di protagonismo. La classica figura del padre di famiglia. Uno così ancora oggi è rimpianto.

Più si va avanti più si perde il senso della misura, più ci allontaniamo da noi; più si va avanti più rimpiangiamo il passato perché oggi te lo fanno rimpiangere, il passato. Perché prima c’era un altro modo di fare politica, sarà che prima non c’era tutto questo benessere che c’è oggi, sarà per tante cose. Fatto sta che oggi, 2017, uno come Masino farebbe ancora la sua bella figura, farebbe un figurone. Oggi si fa politica in modo diverso e tutto è cambiato, in peggio ovviamente.

Sindaco DC dal 1966 al 1969 e dal 1971 al 1974. Iscritto alle ACLI, Bruno era benvoluto da tutto il paese. «Il 2 luglio 1966 – scrive il professore Fausto Baldassarre in “Montefalcione 1956 – 2006 mezzo secolo di vita amministrativa – viene convocato per determinazione del Commissario Prefettizio il Consiglio Comunale, che elegge con voti 17 il sindaco Tommaso Bruno, che sarà in carica fono alle dimissioni deliberate dalla Giunta Comunale in data 10 dicembre 1969».

Scomparso prematuramente nel 1974, il sindaco fu commemorato da tutta la popolazione: il 12 maggio lutto cittadino in paese. Fu successivamente ricordato in consiglio comunale. «Tommaso Bruno – dice Giuseppe Polcaro nella seduta del 9 giugno ’74 – fu uomo giusto, padre esemplare, amministratore onesto e saggio, l’amico caro di tutti i Montefalcionesi… non conosceva né faziosità né cattiveria; col suo fare ha saputo dare al paese quella pace e quella tranquillità da tutti tanto desiderata… Bruno Tommaso è stato compianto da tutti perché non aveva nemici… il suo nome lo collochiamo nell’albo d’oro degli uomini umili di Montefalcione». Nella stessa seduta prende la parola anche l’onorevole Nicola Mancino «il quale […] propone che venga nel cimitero a spese del Comune, posta una pietra tombaria per le spoglie di Tommaso Bruno ed eretto un piccolo busto, che venga intestato il campo sportivo “Tommaso Bruno”».

Chiedo ancora notizie a Pellegrino La Bruna. I ricordi dei primi anni ’70, le giornate estive di tanti anni fa e quella macchina per la strada che porta a Montefalcione. Eccolo è lui e lui salutava e poi suonava il clacson. Magro, con il sigaro, chiamato affettuosamente Masino. Un sindaco del passato, generoso, rispettoso dell’altro, sempre presente, disponibile, impegnato per la sua comunità, pronto a dare una mano a tutti. Amministratore vecchio stampo, vecchia scuola.

La storia della vita, come un lungo filo. La storia, interrotta sul più bello. La tragica fine. Era legato a sua moglie, a un amore magico e insostituibile, un amore raro, di quelli che non trovi in giro così facilmente. E oggi sono insieme, nella lapide scolpita, nomi uniti per l’eternità e una fotografia, un abbraccio e il profilo dei monti, e mi sono chiesto chissà dov’erano ma poco importa. Una fotografia, lasciata lì per i passanti.

Del Mauro, il sindaco del dopoguerra

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Avrei dovuto scrivere quest’articolo nel mese di luglio dello scorso anno, in occasione del ventennale della sua morte, della morte dell’unico sindaco sanbarbatese di Manocalzati dal dopoguerra a oggi. Avete capito di chi sto parlando: ovviamente di Giuseppe Del Mauro, per tutti semplicemente don Peppo. E non è stato possibile scriverlo prima per diversi motivi. C’è sempre qualcuno che mette i bastoni tra le ruote e qualcuno non vede di buon occhio don Peppo perché… perché… va bene… il motivo lo sapete e non sto qui io a dirlo a voi. Forse Del Mauro provoca ancora adesso irritazione nei confronti dei soliti noti. Tutto è così strano in questo paese.

Non potevo dargliela vinta e con le carte o senza carte ho dedicato un piccolo spazio a Giuseppe Del Mauro. E me l’hanno fatto diventare perfino simpatico, a Del Mauro si capisce. Nonostante tutto. Forse non è cambiato niente e la mentalità del paese rimarrà sempre la stessa. Qualcuno dice: si stava meglio quando si stava peggio. Sicuramente il passato genera malinconia, anche se è stato brutto e la mente tende a rimuovere le cose non belle. E non pochi lo rimpiange ancora, a Del Mauro sindaco. Io non lo rimpiango (non ho vissuto quel periodo perché ancora dovevo nascere) ma questi che ci sono adesso non sono certo migliori di lui. Almeno prima avevamo un sindaco sanbarbatese, un sindaco che viveva a San Barbato e che non era medico.

Di San Barbato e possidente terriero. Del Mauro era il classico galantuomo di una volta. Apparteneva alla classe agiata del paese. «Entro questa classe – scrive Edward Banfield nel libro “Le basi morali di una società arretrata” – esiste una netta distinzione tra coloro che sono galantuomini e coloro che non lo sono. Essere galantuomini dipende esclusivamente dalla nascita: indipendentemente dall’occupazione, dal grado di istruzione, dal reddito, una persona è galantuomo se lo era suo padre. La situazione di questa piccola nobiltà non differisce da quella degli altri membri del ceto superiore se non nel fatto che essa riceve maggior deferenza: ci si rivolge loro semplicemente con il titolo di don o donna, seguito dal nome come don Paolo, donna Maria. Ai preti il titolo spetta d’ufficio». Il sindaco sanbarbatese era apprezzato dalla quasi totalità della popolazione locale. In lui vedevano una protettore, un punto di riferimento, un dispensatore di bene. Tutti andavano da lui in caso di problemi e lui metteva pace, manteneva l’armonia, risolveva controversie tra contadini: andiamo da don Peppo, decide don Peppo, glielo dico a don Peppo. I ceti inferiori, quelli più popolari, lo adoravano e lo veneravano addirittura.

«Potevamo levare le immaginette di Gesù Cristo a capo del letto e potevamo tranquillamente mettere quelle di don Peppo e potevamo tranquillamente mettere anche quelle di Arturo De Masi». Così mi ha detto un signore anziano di San Barbato. E forse era vero. Molti contadini lavoravano nelle terre del sindaco: erano mezzadri. Una famiglia da sempre legata a ideali risorgimentali, liberali, monarchici. Un suo antenato Giuseppe, durante i travagliati giorni post unità d’Italia era Capitano. Nei giorni della rivolta alcuni uomini del posto «circondarono la casa del capitano […] e si fecero dare dalla moglie il ritratto di Vittorio Emanuele, che immediatamente frantumarono», così scrive il professore Edoardo Spagnuolo nel libro “La Rivolta di Montefalcione”. Un altro antenato si chiamava Emanuele e costui era liberale. Una famiglia, quindi, che ha vissuto in prima linea gli eventi politici del tempo passato.

Ma ci pensate? Avevamo un sindaco di San Barbato. Che cosa bella. Adesso una cosa del genere sembra una chimera. Tramontato questo periodo, scomparso il periodo d’oro di Arturo De Masi non resta che rifugiarsi nei ricordi e ricordare… ricordare… San Barbato e Manocalzati negli anni ’40 e ’50, la voglia di venir fuori da un periodo brutto. Le dure battaglia contro la DC (perché alla fine era una corsa a due tra monarchici – missini – progressisti e democristiani e questa corsa a due, massimo tre liste, si è perpetrata nel tempo), le lotte per la libertà. Erano tempi particolari: la battaglia politica era davvero accesa. Da una parte gli idealisti, dall’altra i democristiani. Idealisti che a Manocalzati hanno occupato lo spazio politico della “destra” ma destra vera non era. Al massimo era una “sinistra quasi radicale”. Manocalzati non ha conosciuto l’esperienza politica della Tromba nel 1952, a Manocalzati, diciamo fino agli anni ’80, non c’è mai stata una vera forza di sinistra politica.

Giuseppe Del Mauro si candidò alle elezioni amministrative del 1946, le prime del dopoguerra, con una lista di orientamento liberale contrassegnata dal simbolo della spiga di grano, riconducibile all’esperienza dell’Unione Democratica Nazionale (l’UDN che si presentò alle elezioni dell’Assemblea costituente). La sua lista dovette vedersela con il raggruppamento democristiano: nonostante l’aspra lotta vinse la lista della spiga (chiamiamola così per comodità); Del Mauro fu eletto primo sindaco democratico del dopoguerra e amministrò Manocalzati per un decennio. Successivamente aderì al Partito Nazionale Monarchico di Alfredo Covelli e divenne un acceso sostenitore di Stella e Corona. Perché aderì dopo al PNM e non prima? Semplicemente perché il PNM nacque dopo l’esito referendario del 2 giugno del ’46 e Covelli si candidò alla Costituente con il Blocco Nazionale della Libertà. Il sindaco strinse, inoltre, un accordo con i missini locali. Due simboli in un simbolo solo (PNM e MSI). Anche in paese le forze monarchiche erano la maggioranza, poi, vuoi per una cosa, vuoi per un’altra tutto è andato perduto. La DC di Fiorentino Sullo (a Manocalzati l’amministrazione gli ha dedicato la piazza, probabilmente per segnare una continuità con le esperienze del passato come a dire noi ci ispiriamo a Sullo) le tentò tutte per rompere la forza dei monarchici e l’utilizzo della classe medica in politica si è dimostrata una soluzione vincente.

Un giovane Arturo De Masi cominciò a frequentare la casa di Del Mauro. Quest’ultimo lo avvicinò alla politica: da lui raccolse l’ideologia e i voti. Il De Masi degli anni ’60 raccolse l’eredità culturale di un uomo certamente importante per questa comunità, oggi quasi del tutto dimenticato. Per colpe non mie, ovviamente, ma di chi vuole questo. De Masi divenne quello che divenne, certo. Ma Del Mauro comprese prima di tutti le qualità del giovane di Manocalzati: fu proprio lui a inventare la Colomba. «Basta con questi simboli – disse ad Arturo – fai una civica e chiamala Colomba. Vinci e poi vieni a San Barbato a piedi, da me». La volontà di sganciarsi dai vecchi simboli, la volontà di rinnovamento, la volontà di percorrere nuove strade fanno del sindaco sanbarbatese un amministratore eclettico, aperto alle novità. E Arturo vinse con la Colomba nel 1964 e raggiunse a piedi San Barbato per omaggiarlo e con lui ci fu tutto il popolo in festa. Ma questa è un’altra storia…

Emilio Ruggiero, la politica come passione

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Un giovane Emilio Ruggiero nella sede di partito

Irpinia, 14 marzo 2008. Ho appena spento il telefonino. Allora è vero. Emilio non c’è più. È morto in Brasile. Un infarto. Un infarto a quarantatré anni in Sudamerica. Dico, in Sudamerica. Tutto è illogico. Non condividevo il suo pensiero politico ma apprezzavo il suo stile “fuori dal coro”. Lo conoscevo e lo rispettavo. Ricordo il suo giubbino verde, la sua Lancia K bianca piena di carte. Parlavamo di politica, di storia locale, di cultura; aveva mille interessi. Era un uomo colto, eclettico e disponibile al dialogo. Sindaco di Montefalcione a ventotto anni. Giovanissimo. Democristiano, poi Popolare, Emilio amava il confronto: voleva capire perché molti in provincia votavano “contro”.

Otto anni. Il tempo passa in fretta. Sono passati otto anni. Emilio Ruggiero ha ottenuto suffragi importanti. Riservato, pacato, sobrio. Emilio era apprezzato da poeti, musicisti, pittori, storici. Era per Alberta De Simone «un uomo leale e pieno di umanità». Nacque il 17 gennaio del 1965. Alla fine degli anni ’80 assunse la carica di responsabile del movimento giovanile della DC di Montefalcione. Nel 1993 divenne sindaco del suo paese: la sua lista ottenne 1300 voti. «l’Amministrazione Ruggiero, – scrive il professore Fausto Baldassarre in “Montefalcione 1956 2006 mezzo secolo di vita politico amministrativa” – oltre all’impegno nel prosieguo della ricostruzione post-terremoto, avvia e porta a conclusione la ristrutturazione del Monastero, di Casa Troisi, del Palazzotto dello Sport, della nuova Scuola per l’Infanzia e di altre opere pubbliche». Emilio divenne un grande esperto del diritto amministrativo. Si appassionò con veemenza alla materia e polarizzò l’interesse di luminari del diritto come il professore Scoca e il professore Stanzione. Inoltre, dedicò il suo impegno anche alle politiche sociali e al turismo. Promosse sempre eventi di prestigio. Nell’estate ‘94 Montefalcione ospitò le selezioni provinciali di Miss Italia; le ragazze sfilarono in passerella e la folla applaudì.

Emilio ha tutelato gli anziani e i bambini. Nel periodo dell’adolescenza ha rincuorato senza sosta gli anziani della casa di riposo Rubilli; ha regalato agli ospiti della Casa gli alimenti. Recuperava a casa sua i pacchi di pasta, li nascondeva e li portava con sé. Insieme agli anziani ha tutelato i bambini. È stato addirittura nominato dall’UNICEF difensore ideale dei bambini. Si è spesso vestito da Babbo Natale nel periodo natalizio ed ha portato a tutti i bimbi del suo paese i doni.

Dedicò il suo impegno al territorio. Nel 1995 fu eletto Consigliere Provinciale con il Partito Popolare Italiano. Ricoprì la carica di Assessore Provinciale dal 2001 al 2008. Redasse, in qualità di Presidente della prima commissione consiliare, lo statuto provinciale. Nel giugno 2004 fu eletto nuovamente alla Provincia e ottenne un grande consenso elettorale: ottenne 3100 voti; si candidò con la Margherita. Aderì, infine, al Partito Democratico.

Ideò il progetto Borghi incantanti: tutto per la libertà, rivolte e rivoluzioni in Irpinia incentrato sulla riscoperta degli eventi storici minori. Le Rievocazioni storiche colorarono con colori antichi le notti infinte dei piccoli comuni. Fu rispolverata la figura destituita del Cantastorie: raggiunse l’Irpinia perfino il noto artista siciliano Franco Trincale. I ragazzi scoprirono la bellezza dei giochi di una volta e si dilettarono con il tiro alla fune, con la corsa nei sacchi, con la caccia al tesoro. A Montefalcione fu rammentata la rivolta antiunitaria del 1861; a Forino fu commemorata la figura della Principessa Marzia Carafa; a Santo Stefano del Sole fu ricostruita l’epopea del brigante Laurenziello. Ricordo il riverbero dello Ius primae noctis di Montoro.

Nel 2008 ripropose le rievocazioni storiche tramite il progetto C’era una volta… in Irpinia. A Manocalzati andò in scena la celebrazione di Sant’Antonio nei pressi dell’anfiteatro. E Ruggiero è ancora apprezzato a Manocalzati. Tramite il suo impegno è stato possibile restaurare il Castello della frazione San Barbato. Egli nel 2002 organizzò un incontro dedicato ai fondi POR e invitò gli amministratori dei comuni dell’hinterland. Il diciotto dicembre del 2003 fu approvato il progetto esecutivo dei lavori di Restauro, consolidamento e sistemazione esterna del castello di origine longobarda; per Manocalzati fu un giorno importante. Il Castello di San Barbato divenne, così, la porta d’ingresso della filiera enogastronomica.

Emilio Ruggiero morì in Brasile il 14 marzo 2008. La notizia arrivò subito in Irpinia. Il Partito Democratico sospese le attività per un’intera giornata. Tutta la politica locale rese omaggio all’assessore provinciale di Montefalcione. Il presidente Nicola Mancino affermò malinconicamente: «Ho perduto un amico». Franco Maselli così tratteggiò la figura dell’ex assessore provinciale. «Capace ed estroversi, puntuale e fuori dagli schemi, molto preparato nelle procedure e meticoloso nella loro applicazione, attento alle materie di sua stretta competenza ma anche insofferente verso ogni confinamento settoriale. Insomma è stato quello che comunemente viene definito uno spirito libero e che, nella Giunta provinciale, io definivo un amministratore eclettico». L’artista Umberto Valentino dedicò a Ruggiero alcune parole magnifiche. «Irruento, impulsivo, infaticabile, poco diplomatico, prima uomo e poi politico; quelli come Te non muoiono neanche quando muoiono. La tua passione per la politica, per l’arte e la cultura, il tuo amore per la tua terra e la sua storia che volevi tutti conoscessero, vivranno per te e sopravvivranno ad una morte ingiusta. Ciao, amico mio».

A Montefalcione fu allestita la camera ardente e il venerdì si tenne il funerale. Fu un giorno di immenso dolore per la comunità. Suonò senza sosta un triste violino. Il sindaco Vanda Grassi ricordò Emilio. «Tra le innumerevoli immagini di te che tumultuosamente si affollano e si accavallano nella mia memoria – disse la Grassi – c’è né una che con insistenza si fa spazio tra le altre, fino a imporsi con prepotente veemenza: è quella di un promettente studente della terza A e di una giovane insegnante di matematica che amava discutere con te. […] Si dimenticò, però, quella giovane insegnante di dirti che dietro le speranze più dolci, dietro i progetti più alti… c’è in agguato una tetra signora vestita di nero pronta a falciare in un attimo il prezioso edificio dei tuoi sogni. E mai quella giovane insegnate avrebbe potuto immaginare di essere costretta un giorno a salire le scale dell’altare per porgere a te l’ultimo e affettuoso saluto in nome di tutti i tuoi concittadini». Discorso solenne, bello.

E continuo ad andare al cimitero a Montefalcione. Una volta a settimana. Due minuti davanti alla tomba di Emilio. Perché era una brava persona, di là dall’appartenenza politica. Non è facile trovare politici disponibili al dialogo. Per questo motivo ho proposto al sindaco di Manocalzati, in qualità di capogruppo di minoranza, l’intitolazione di una sala del castello di San Barbato a Emilio Ruggiero. Sarebbe un riconoscimento importante a otto anni dalla scomparsa.

 

Il Partito Monarchico Popolare

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L’armatore Achille Lauro creò nel 1954 un movimento politico energico: fu un esperimento interessante, coinvolgente, raziocinante. Il Partito Monarchico Popolare rappresentò gli ideali di una destra emancipata. È importante rileggere il trascorso per esaltare le proposte più intriganti; per di più è necessario percorrere, senza ripensamenti, la strada del revisionismo. La meta ultima è la ricerca della verità. La scissione dal PNM di Alfredo Covelli fu necessaria. Penso che la nascita del PMP sia stata dettata da valutazioni ponderate.

Il Comandante volle inserire il suo “giocattolo” all’interno delle dinamiche politiche. Egli tentò in tutti i modi di salvaguardare il suo prestigio: fu un politico concreto. Percepì l’esigenza di allungare una mano alla Democrazia Cristiana; nello stesso momento fu animato da ideali peronisti, da aspirazioni velleitarie. Certo, in politica contano i numeri ed è impossibile ribaltare lo stato di cose con un consenso ridotto. Lauro, al contrario di Covelli, non contrastò mai il “bipolarismo imperfetto”; spese le sue energie per arginare, nei limiti del possibile, l’avanzata comunista. Non rincorse la chimera effimera dell’alternativa di destra; supportò dall’esterno i governi centristi al fine di tutelare la libertà e il benessere. Praticamente fu un pioniere del centrodestra moderno. Il suo PMP si inserì nel sistema per ottenere la libertà di manovra sul territorio. E per un breve periodo fu l’ago della bilancia. Il programma fu impostato in modo romantico e furono esaltati i valori tradizionali: sui manifesti comparve il motto “Dio, Re e Popolo” e a più riprese fu invocato il ritorno della monarchia. Fu auspicata finanche l’abrogazione del ministero delle partecipazioni statali.

Ebbene il monachismo del PMP fu vibrante, mediterraneo, passionale. Il movimento riprodusse le aspirazioni di un meridione oppresso, dimenticato. Pertanto riuscì ad ottenere un grande consenso. Insomma, fu un forte partito personalizzato, interclassista, intraprendente, meridionalista, autonomista, leghista, pragmatico, sbarazzino, aperto al confronto, non arroccato nei castelli ideologici. Emergono alcune flebili similitudini tra il PMP e la Lega d’Azione Meridionale dell’ex sindaco di Taranto Giancarlo Cito. Si annidano taluni leggeri paragoni perfino con l’UDEUR. Il partito monarchico laurino fu “popolare” e non “nazionale”; fu un partito di popolo ma non di massa, comunitario, leaderistico, nostalgico, moderato ed estremista, liberista e assistenzialista. I leoni disegnati nel simbolo ruggirono in nome del rampantismo.

In sostanza fu un tentativo intrigante e concreto. Il PMP figurò una proposta innovativa, non intransigente. Si collocò in una posizione intermedia tra il PNM e la DC; tentò di svolgere la funzione di cerniera e desiderò la legittimazione. Incardinò le aspirazioni di una destra avanguardista, non ideologica, monarchica e conservatrice, anticomunista e filo democristiana. Il derby monarchico fu vinto proprio dalla formazione laurina: alle elezioni del 1958 il PMP ottenne il 2,6% contro il 2,2% del PNM. Penso l’esperienza del PMP sia stata volutamente dimenticata dalla destra italiana. Come sempre, preferisco navigare controcorrente ed elogio i “leoni e la corona”. Purtroppo la damnatio memoriae ha velato di nero un progetto vincente.

Quella vecchia idea…

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basilischiUna spider arriva in paese e si ferma. È domenica: c’è tanta gente. Scendono dall’abitacolo due donne e un uomo. Antonio guarda con curiosità: intravede il profilo della zia. Perciò si avvicina a lei. Dal posto di guida esce un signore disinibito con l’accento romano. Luciana la snob, invece, ha in mano una macchina fotografica e immortala i volti antichi dei contadini meridionali. È seduta sul cofano dell’autovettura. Stuzzicata scatta innumerevoli istantanee ai braccianti in marcia; sembra attratta, eppure non è così. Detesta la Tradizione, pertanto è distaccata. Fotografa e basta. I suoi click furtivi pesano come macigni: considera i coloni come animali. Ed è strano perché è un’irriducibile comunista. Però ha una splendida pelliccia leopardata e un cappello degno di Jackie Kennedy: è una radical chic anni ’60 infervorata dall’apertura a sinistra e dalla riforma agraria. Parla con la gente e rammenta i fatti di Cerignola del 1947; ovviamente nessuno ricorda tali vicende. Così inizia il suo monologo: fuoriesce una storia tragica contornata dalla rivolta, dagli incendi, dalla lotta, dalla battaglia. ≤I poveri braccianti hanno dato fuoco alla sede della Democrazia Cristiana, ai palazzi dei latifondisti≥. L’intrepida forestiera nota, però, l’indifferenza del popolo. Qualcuno non ricorda nemmeno. Di conseguenza ella si rivolge alla calca. ≤Voi per chi votate?≥. Da un angolo risponde un uomo con l’aria trasandata. Controbatte in nome di tutti, alla stregua di un portabandiera del piccolo borgo. ≤Siamo sempre attaccati a quella vecchia idea!≥. Luciana è sbigottita. ≤Oddio, siete fascisti!≥. Così rimbecca.

È un siparietto simpatico e intrigante, nonché uno spaccato fedele dell’Italia del sud negli anni ’60. È un frammento estrapolato dal film “I Basilischi” di Lina Wertmüller del 1963. L’opera è stata girata tra la Puglia e la Basilicata e mette in evidenza le peculiarità della vita meridionale negli anni del boom economico. Il lungometraggio è contornato da sprazzi poetici; i riti di provincia passano attraverso la lente d’ingrandimento della macchina da presa e disegnano un’opera spiazzante. Brilla tra i giovani protagonisti Francesco Satta Flores: l’attore ha ricoperto nel film di Ettore Scola “C’eravamo tanto amati” il ruolo del disilluso professore di Nocera Inferiore. I basilischi somigliano alle lucertole: passano il loro tempo sopra alle pietre riscaldate dal sole; anche i protagonisti di questo lavoro trascorrono le ore sugli assolati muriccioli del paese. Però a differenza dei basilischi e delle lucertole immaginano il futuro. E tutto è in bilico. La realtà metodica provinciale gioca a scacchi con la voglia di evasione. Il sogno è rappresentato dalla distrazione. La grande città è la meta ultima: Roma, Milano, Torino è il triangolo della perdizione. Così il desiderio del cosmopolitismo si scontra con la mentalità chiusa del villaggio.

E Luciana è odiosa. È un po’ intollerante, nello stesso tempo è progressista. Ha la puzza sotto il naso e valuta i meridionali alla stregua di poveri sfortunati. Anche il suo amichetto è antipatico: è nato in Puglia ma ha rinnegato il suo passato ed ha cambiato perfino l’accento. Il povero Antonio è costretto a sorbirsi i suoi discorsi. Proverà vanamente la fuoriuscita dal guscio: sognerà Roma ma otterrà soltanto fumo e nulla più. In fin dei conti è difficile staccare la spina con l’abitudine; per di più è arduo immergersi in una realtà nebulosa. I fascisti di paese, invece, sono simpatici, genuini, semplici, schietti. Difendono strenuamente il latifondo e propugnano il ripristino delle buone vecchie abitudini.

L’intero film è dominato dai contrasti: il villaggio gretto è l’emblema del passato; la metropoli immaginata raffigura il progresso. E questi giovani sono sospesi a metà: a parole sono reazionari, nei fatti sono ultra innovatori; criticano pubblicamente le oscenità, nello stesso tempo desiderano inserirsi in un ambiente aperto ed emancipato. Frequentano svogliatamente l’università e adorano le belle donne del “varietà” di Bari. Chiedono ai loro genitori qualche spicciolo per raggiungere il capoluogo pugliese ma promettono come i marinai più impegno nello studio. L’erotismo è una chimera immaginaria; le donzelle del posto sono caste e per ottenere un piccolo bacio c’è bisogno dell’aiuto dello spirito santo. È un micro mondo medievale incorniciato dal desiderio di modernità. Così irrompe nella quotidianità il presente contraddistinto dalla guerra fredda, dai missili spaziali, dalla televisione, dai trentacinque giri. E c’è sempre un parente emigrato in America che scrive le lettere. È un paese della provincia di Foggia negli anni ’60. Potrebbe essere un paese dell’Irpinia remota. Calitri, Cairano, Andretta e Bisaccia sono soltanto miraggi. Tre le crespe del film si annida il riflesso del trascorso. Alcune scene rimandano inevitabilmente al grande lungometraggio ipino “La donnaccia”. Non c’è la stupenda Dominique Boschero, tuttavia è possibile notare una bella bionda svampita. I giovincelli spiano di notte il profilo luminoso della musa paesana; pertanto sognano improbabili avventure sessuali. La luce accesa della camera disegna uno scenario sensuale contrassegnato dalle prorompenti forme accennate. Guardano la “coscia lunga monferrina” e immaginano una furtiva fuga dalla monotonia. La provincia è così: i “vitelloni” pugliesi assomigliano leggermente ai “delfini” marchigiani del lungometraggio di Maselli. A Foggia come ad Ascoli è sempre la stessa solfa.

Il ricordo di Guerico Russo a due anni dalla scomparsa

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Guerico RussoEclissato tra le carte disegnò i suoi progetti e soltanto una lampada illuminò le sue chimere. Nel corso degli anni l’ho sempre immaginato dietro a un vecchio tavolo da disegno, uno simile a quello che compare all’interno del film “Totò, Fabrizi e i giovani d’oggi”. Proprio così. L’ingegnere si laureò all’inizio degli anni ’50 all’Università di Napoli “Federico II” e la sua giovinezza fu contraddistinta dalle squadrette, dalle puntine, dalle matite e dai calcoli matematici. Si definì sempre un professionista di vecchio stampo.

Istintivamente compare davanti a me la nuvola magica del passato e in modo nitido riesco a scorgere il profilo di Guerico Russo. Si spense in silenzio il 7 febbraio del 2012 fra l’imponente coltre di neve che colpì l’Irpinia. Afferrai la tetra notizia in un plumbeo primo pomeriggio; spensi a improvviso la televisione e scomparve tutto il trambusto dei programmi d’intrattenimento. Rimasi avvolto nei miei pensieri e commemorai i momenti trascorsi in sua compagnia. Sbucarono a tal punto gli assolati giorni dell’estate del 2005; parlai con lui tante volte sopra una panchina di marmo collocata nel giardino della sua villa. Forse in quelle occasioni imparai ad apprezzare le sue doti umane. Lo vidi per l’ultima volta nel mese di dicembre del 2011 ad Atripalda. Gli strinsi la mano e afferrai il peso della sua esperienza umana. Poi andò via e si dileguò tra la folla con un passo lento. In automobile pensai alla vita, alla crudeltà dei nostri strani giorni. Compresi la caducità delle cose. Però non potrò mai dimenticare il suo insegnamento.

Mi raccontò i suoi sacrifici. Rammentò il buio periodo del dopoguerra pervaso dalla miseria. Dopo il diploma s’iscrisse alla facoltà di Ingegneria Meccanica del politecnico e trascorse un periodo felice. Visse nel capoluogo campano e iniziò ad amare la canzone napoletana: stimò molto Roberto Murolo. Amò inoltre il film“…E Napoli canta” con Giacomo Rondinella e con Virna Lisi. Nel periodo libero frequentò i locali musicali e strinse amicizia con altri studenti provenienti dalle altre città del Sud.

In quegli anni cominciò a interessarsi di politica. S’iscrisse nella Democrazia Cristiana e si collocò nella sinistra di base. Diventò un attivista della base nel 1954 dopo aver assistito al congresso del partito a Napoli. Intensamente mi espose le idee essenziali della sua corrente: germogliò il 27 settembre del 1953 a Belgirate grazie a Marcora, Galloni, Ripamonti e Chiarante; in seguito aderì anche Ciriaco De Mita. Nondimeno il punto di riferimento dell’ingegnere fu Fiorentino Sullo. Tra un esame e l’altro approfondì con avidità alcuni testi importanti come “L’uomo e lo stato” di Jaques Maritain.

Sempre nel 1954 si candidò per la prima volta alle elezioni amministrative di Manocalzati con la DC e fu eletto in consiglio comunale. Il capolista fu Benedetto Tirone e la sua formazione si fronteggiò contro quella monarchica del sindaco uscente Giuseppe Del Mauro. Nel 1959 riuscì a essere rieletto e continuò ad amministrare il Comune. Tuttavia nel 1964 il suo gruppo perse contro la “Colomba” di Arturo De Masi e Guerico con 603 preferenze fu il più votato del partito; per tale motivo entrò nella minoranza. Negli anni ’60 progettò la Palestra Comunale: ancora adesso è funzionale e non presenta segni di cedimento. Realmente fu progettata con criteri moderni. Fino agli ultimi giorni della sua esistenza ha continuato a lavorare ed ha elaborato innumerevoli idee; ha tratteggiato lungo i fogli lucidi il futuro di Manocalzati.

Fu il primo reggente del movimento centrista in paese e diventò il referente dei più importanti politici. Nel 1970 tentò di placare la protesta nel partito in seguito al tesseramento dei personaggi di destra legati al sindaco Arturo De Masi. L’ingegnere andò diverse volte nella segreteria di Avellino per esternare il suo sconforto sulla situazione ma servì a poco; i vertici provincali non ostacolarono più di tanto l’amministrazione in carica. Nel 1972 fu aperta la prima sezione in paese e fu nominato segretario il dottor Vittorio Ciampi. Tramite la sua opera fu possibile cancellare dalla lista degli iscritti i fiancheggiatori della maggioranza. Guerico Russo in seguito a quell’esperienza si ritirò dall’agone politico.

Nel 1974 seguì Fiorentino Sullo nel PSDI e dall’esterno continuò a votarlo. L’ex ministro non riuscì a comprendere i meccanismi che determinarono l’ascesa di De Mita, Mancino e Bianco; di conseguenza perse la leadership durante un consiglio provinciale della DC. Addirittura non condivise la posizione del partito sul divorzio e preferì approdare in altri lidi. A Manocalzati animò la sede del sole nascente l’ex assessore Felice De Benedictis. Alle elezioni amministrative del 1975 la socialdemocrazia trovò un accordo con lo scudo crociato e fu presentata una coalizione con i due simboli: fu capeggiata dall’avvocato Adolfo De Benedetto ma vinse nuovamente Arturo De Masi con la Colomba.

Nello stesso tempo Guerico Russo continuò a tenere i rapporti con la sinistra di base. Con passione animò il dibattito nelle grandi stanze della sede avellinese di Via Tagliamento e presenziò ai comizi. Egli fu sempre un democristiano convinto e non tradì mai i valori della sua corrente: si definì sempre il primo basista del paese e a me piace ricordarlo così. Nelle discussioni accentuò sempre la sua collocazione idelogica. Concepì la politica alla stregua di una vicenda sentimentale e criticò in ogni circostanza gli avventurieri e i falsi moralisti.

Sento la mancanza delle sue movenze teatrali. Sarebbe stato certamente un buon attore e non avrebbe sfigurato all’interno delle commedie di Eduardo. Approssimativamente paragono la sua sagoma a quella di Jeeter Lester del lungometraggio “La via del tabacco”. L’ingegnere condivise il fatalismo: si adeguò al ritmo blando della routine comunale, non aizzò mai gli animi e non lottò contro i mulini a vento. Fu garbato, discreto: amò la parsimonia. Fu poco legato alla moda e alla bella vita: si vestì con sobrietà. Solitamente indossava un completo beige dai toni slavati. Badò ancor meno alle automobili e disprezzò il mito “futurista” della velocità. La voce piagnucolosa e lo sguardo vago hanno contribuito a creare il personaggio. Appunto per questo ricorda le figure di spicco dei libri fantastici di Lewis Carrol. Il suo ritmo fiacco nell’incedere non andrà mai via dal mio animo.

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