Giglia Tedesco e la sfida a De Mita

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Ricordavo di avere da qualche parte un vecchio numero del bimestrale “Vita Italiana Speciale”, un vecchio numero del 1988 (il numero 2 anno II) “Il governo De Mita”. Edizione totalmente dedicata alla formazione, come appunto dice il tiolo, del Governo De Mita. Dentro c’è proprio di tutto: resoconti, interventi di deputati e senatori, proposte, cronistoria. Insomma, proprio tutto. Ricordavo, non in modo errato, che all’interno c’era un intervento della senatrice comunista Giglia Tedesco Tatò. E sono andato alla ricerca di questo bimestrale; così, dopo un’ora passata a rovistare tra le cose vecchie, tra carte, cartelle, libri, opuscoli, quaderni, fogli volanti ho ritrovato l’agognato oggetto che cercavo. Pagina per pagina, l’ho sfogliato, ancora una pagina, mi sa che c’è…avevo ragione… infatti avevo ragione. L’intervento di Giglia Tedesco c’è: intervenne in quella occasione e non sbagliavo.

La discussione al Senato sulle dichiarazioni programmatiche del governo si tenne nelle sedute di venerdì 22 e di sabato 23 aprile 1988. Il testo del discorso, pronunciato da Ciriaco De Mita alla Camera fu consegnato al presidente del Senato Spadolini e distribuito a tutti i senatori. Nella discussione intervennero senatori appartenenti a tutti i gruppi politici. Tra questi interventi c’è anche quello della senatrice del PCI Giglia Tedesco. A tutti gli interventi replicò sabato 23 aprile il presidente del Consiglio. Dopo le dichiarazioni di voto, il Senato concesse la definitiva fiducia al governo che entrò così nella pienezza dei suoi poteri. Chiusa la discussione, fu votata per appello nominale la mozione di fiducia presentata dai rappresentati della maggioranza: Mancino (DC), Fabbri (PSI), Gualtieri (PRI), Pagani (PSDI), Malagodi (PLI). Votarono favorevolmente DC, PSI, PRI, PSDI, PLI, UV, SVP; votarono contro PCI, MSI- Destra Nazionale, Sinistra indipendente, Democrazia Proletaria, Verdi, Radicali, Lega Lombarda.

Erano tempi di speranza per il PCI, tempi di cambiamento. Molti indicavano una via alternativa al pentapartito, democratica, di sinistra, progressista. Tempi di transizione, in attesa di giorni migliori (sono arrivati davvero poi questi giorni migliori?), di un quadro politico nuovo. E lo disse apertamente la senatrice Giglia Tedesco il 22 aprile 1998. Discorso ancora attuale. Tante tematiche ancora oggi irrisolte e la speranza di un cambiamento reale. Credo che sia ancora praticabile la strada indicata dalla senatrice; ma è un lavoro lungo e faticoso. È un messaggio per i giovani, un impegno per il futuro. Un nuovo modo di fare politica è possibile, nonostante la fine delle ideologie. Oggi ci vuole uno sforzo per offrire una proposta realmente alternativa; occorreranno probabilmente gli sforzi di diverse generazioni. Ma torniamo per un attimo al 1988 e seguiamo con attenzione l’intervento. «Nei trentatre giorni di crisi ministeriale – disse al Senato – il confronto tra le forze politiche sembra aver riprodotto gli obsoleti equilibri e le vecchie logiche che hanno condotto in questi anni alla formulazione di governi del tutto inadeguati ad affrontare i problemi del paese. Nel contempo, peraltro, vi è la diffusa consapevolezza che si stia attraversando una fase di transizione, che i comunisti interpretano non certo come una vuota formula, ma in riferimento ai problemi nuovi che emergono nell’attuale contesto internazionale. Si avverte oggi una forte domanda di programmazione e l’ipotesi neo-liberista che fu posta a base della coalizione pentapartitica è entrata in crisi irreversibile. La maggioranza non ha però saputo evitare di ripetere errori già commessi ed è rimasta prigioniera di logiche ormai superate. Eppure, in qualche modo, anche il nuovo governo si iscrive nella transizione e dovrà fare i conti con le sue contraddizioni interne e con l’opposizione del partito comunista, che sarà caratterizzata da un forte impegno programmatico che investirà anche le necessarie riforme istituzionali. […] Circa il ruolo del Parlamento, andrebbe poi sottolineato con forza che esso deve ritornare ad essere una sede decisionale […]. Il programma del nuovo governo è forse tale da accontentare tutte le forze della maggioranza, ma al prezzo di una insanabile contraddizione tra le dichiarazioni di intenti e le concrete condizioni della loro attuazione. Se infatti esso contiene un doveroso riconoscimento delle esigenze di lavoro dipendente, d’altro lato il vicepresidente del Consiglio ha già annunciato che non potrà essere mantenuto l’impegno alla restituzione del drenaggio fiscale. Allo stesso modo, per quanto riguarda questioni cruciali quali la condizione delle donne, il problema ambientale e la politica scolastica, ad obiettivi in astratto apprezzabili si contrappongono gravi ambiguità su scelte concrete, come ad esempio l’avvenire della centrale di montalto di Castro, l’assenza di una politica organica dei servizi sociali, nel cui ambito addirittura si prospetta il volontariato come sostitutivo dell’intervento pubblico, e una attenzione insufficiente per la grave situazione di agitazione degli insegnanti. Anche relativamente al problema nazionale della disoccupazione del Mezzogiorno, […] il programma governativo non reca interventi adeguati alla gravità della situazione».

Un discorso interessante, di qualità. Un attacco frontale alle politiche neoliberiste del pentapartito. C’è bisogno di programmazione, di interventi mirati. Un discorso che affronta diverse problematiche: la condizione della donna, il problema ambientale (ancora molto attuale), il mondo della scuola, l’energia nucleare, i servizi sociali, la disoccupazione al Sud. «Lo scenario politico che complessivamente si delinea – concluse – è quindi caratterizzato da temi di scontro, ma anche da occasioni di dialogo e possibilità di incontro su singoli problemi. La sua parte politica condivide il giudizio dell’onorevole Craxi, secondo il quale ogni convergenza tra maggioranza e opposizione contribuisce in primo luogo a ridurre le distanze tra le forze di democrazia e di progresso. Assai poco opportunamente invece il senatore Giugni ha rievocato nel corso del dibattito lo spettro del bipolarismo. Il partito comunista giudica positivamente l’esaurimento del pentapartito totalizzante, che assorbe cioè al suo interno anche l’opposizione, e si propone, con la propria opposizione programmatica, di contribuire a far sì che l’attuale governo non sia preclusivo di altre e più adeguate soluzioni politiche».

La senatrice Tedesco in sostanza disse: il PCI guarda avanti ed è pronto per il governo. Superata la fase del pentapartito totalizzante c’è spazio per qualcosa di nuovo, aperto, per niente preclusivo di “adeguate soluzioni politiche”. Non più, quindi, il pentapartito totalizzante, ma una formula “apolide” (come la definì Manzella). “Alternativa di programma” in vista di traguardi più ambiziosi. Poi ci fu la svolta della Bolognina, la fine del Partito comunista e la nascita del Partito Democratico della Sinistra. Giglia Tedesco aderì in modo convinto al nuovo soggetto politico.

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Il ricordo di Guerico Russo a due anni dalla scomparsa

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Guerico RussoEclissato tra le carte disegnò i suoi progetti e soltanto una lampada illuminò le sue chimere. Nel corso degli anni l’ho sempre immaginato dietro a un vecchio tavolo da disegno, uno simile a quello che compare all’interno del film “Totò, Fabrizi e i giovani d’oggi”. Proprio così. L’ingegnere si laureò all’inizio degli anni ’50 all’Università di Napoli “Federico II” e la sua giovinezza fu contraddistinta dalle squadrette, dalle puntine, dalle matite e dai calcoli matematici. Si definì sempre un professionista di vecchio stampo.

Istintivamente compare davanti a me la nuvola magica del passato e in modo nitido riesco a scorgere il profilo di Guerico Russo. Si spense in silenzio il 7 febbraio del 2012 fra l’imponente coltre di neve che colpì l’Irpinia. Afferrai la tetra notizia in un plumbeo primo pomeriggio; spensi a improvviso la televisione e scomparve tutto il trambusto dei programmi d’intrattenimento. Rimasi avvolto nei miei pensieri e commemorai i momenti trascorsi in sua compagnia. Sbucarono a tal punto gli assolati giorni dell’estate del 2005; parlai con lui tante volte sopra una panchina di marmo collocata nel giardino della sua villa. Forse in quelle occasioni imparai ad apprezzare le sue doti umane. Lo vidi per l’ultima volta nel mese di dicembre del 2011 ad Atripalda. Gli strinsi la mano e afferrai il peso della sua esperienza umana. Poi andò via e si dileguò tra la folla con un passo lento. In automobile pensai alla vita, alla crudeltà dei nostri strani giorni. Compresi la caducità delle cose. Però non potrò mai dimenticare il suo insegnamento.

Mi raccontò i suoi sacrifici. Rammentò il buio periodo del dopoguerra pervaso dalla miseria. Dopo il diploma s’iscrisse alla facoltà di Ingegneria Meccanica del politecnico e trascorse un periodo felice. Visse nel capoluogo campano e iniziò ad amare la canzone napoletana: stimò molto Roberto Murolo. Amò inoltre il film“…E Napoli canta” con Giacomo Rondinella e con Virna Lisi. Nel periodo libero frequentò i locali musicali e strinse amicizia con altri studenti provenienti dalle altre città del Sud.

In quegli anni cominciò a interessarsi di politica. S’iscrisse nella Democrazia Cristiana e si collocò nella sinistra di base. Diventò un attivista della base nel 1954 dopo aver assistito al congresso del partito a Napoli. Intensamente mi espose le idee essenziali della sua corrente: germogliò il 27 settembre del 1953 a Belgirate grazie a Marcora, Galloni, Ripamonti e Chiarante; in seguito aderì anche Ciriaco De Mita. Nondimeno il punto di riferimento dell’ingegnere fu Fiorentino Sullo. Tra un esame e l’altro approfondì con avidità alcuni testi importanti come “L’uomo e lo stato” di Jaques Maritain.

Sempre nel 1954 si candidò per la prima volta alle elezioni amministrative di Manocalzati con la DC e fu eletto in consiglio comunale. Il capolista fu Benedetto Tirone e la sua formazione si fronteggiò contro quella monarchica del sindaco uscente Giuseppe Del Mauro. Nel 1959 riuscì a essere rieletto e continuò ad amministrare il Comune. Tuttavia nel 1964 il suo gruppo perse contro la “Colomba” di Arturo De Masi e Guerico con 603 preferenze fu il più votato del partito; per tale motivo entrò nella minoranza. Negli anni ’60 progettò la Palestra Comunale: ancora adesso è funzionale e non presenta segni di cedimento. Realmente fu progettata con criteri moderni. Fino agli ultimi giorni della sua esistenza ha continuato a lavorare ed ha elaborato innumerevoli idee; ha tratteggiato lungo i fogli lucidi il futuro di Manocalzati.

Fu il primo reggente del movimento centrista in paese e diventò il referente dei più importanti politici. Nel 1970 tentò di placare la protesta nel partito in seguito al tesseramento dei personaggi di destra legati al sindaco Arturo De Masi. L’ingegnere andò diverse volte nella segreteria di Avellino per esternare il suo sconforto sulla situazione ma servì a poco; i vertici provincali non ostacolarono più di tanto l’amministrazione in carica. Nel 1972 fu aperta la prima sezione in paese e fu nominato segretario il dottor Vittorio Ciampi. Tramite la sua opera fu possibile cancellare dalla lista degli iscritti i fiancheggiatori della maggioranza. Guerico Russo in seguito a quell’esperienza si ritirò dall’agone politico.

Nel 1974 seguì Fiorentino Sullo nel PSDI e dall’esterno continuò a votarlo. L’ex ministro non riuscì a comprendere i meccanismi che determinarono l’ascesa di De Mita, Mancino e Bianco; di conseguenza perse la leadership durante un consiglio provinciale della DC. Addirittura non condivise la posizione del partito sul divorzio e preferì approdare in altri lidi. A Manocalzati animò la sede del sole nascente l’ex assessore Felice De Benedictis. Alle elezioni amministrative del 1975 la socialdemocrazia trovò un accordo con lo scudo crociato e fu presentata una coalizione con i due simboli: fu capeggiata dall’avvocato Adolfo De Benedetto ma vinse nuovamente Arturo De Masi con la Colomba.

Nello stesso tempo Guerico Russo continuò a tenere i rapporti con la sinistra di base. Con passione animò il dibattito nelle grandi stanze della sede avellinese di Via Tagliamento e presenziò ai comizi. Egli fu sempre un democristiano convinto e non tradì mai i valori della sua corrente: si definì sempre il primo basista del paese e a me piace ricordarlo così. Nelle discussioni accentuò sempre la sua collocazione idelogica. Concepì la politica alla stregua di una vicenda sentimentale e criticò in ogni circostanza gli avventurieri e i falsi moralisti.

Sento la mancanza delle sue movenze teatrali. Sarebbe stato certamente un buon attore e non avrebbe sfigurato all’interno delle commedie di Eduardo. Approssimativamente paragono la sua sagoma a quella di Jeeter Lester del lungometraggio “La via del tabacco”. L’ingegnere condivise il fatalismo: si adeguò al ritmo blando della routine comunale, non aizzò mai gli animi e non lottò contro i mulini a vento. Fu garbato, discreto: amò la parsimonia. Fu poco legato alla moda e alla bella vita: si vestì con sobrietà. Solitamente indossava un completo beige dai toni slavati. Badò ancor meno alle automobili e disprezzò il mito “futurista” della velocità. La voce piagnucolosa e lo sguardo vago hanno contribuito a creare il personaggio. Appunto per questo ricorda le figure di spicco dei libri fantastici di Lewis Carrol. Il suo ritmo fiacco nell’incedere non andrà mai via dal mio animo.

Manocalzati e l’Eldorado degli anni ’80

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Il 13 maggio del 1985 il medico Vittorio Ciampi, con la lista della Democrazia Cristiana, diventò il sindaco di Manocalzati. Dopo un ventennio fu sradicato il potere incontrastato del compianto Arturo De Masi e si misero le basi per uno sviluppo innovativo. In quel periodo si verificarono alcuni episodi importanti: le congiunture e i fattori spinsero verso la vittoria della DC. Non si può considerare e analizzare il contesto in questione senza l’ausilio degli elementi che, in sostanza hanno inciso.

Sul tavolo della storia, prettamente locale, s’inserirono numerosi aggreganti. Il pieno appoggio dei vertici della Democrazia Cristiana fu decisivo e il terremoto del 1980 portò sulla scena politica nuove problematiche. Intorno al 1985 il potere della DC locale arrivò su cime, probabilmente mai raggiunte, e si riuscì a compiere anche a Manocalzati il sorpasso in giunta. Lo stimolo fu dato dalle nuove richieste di un elettorato in continua variazione.

Il voto alla DC nelle elezioni del 1985 ha convertito in politichese la domanda proveniente da un ampio strato della popolazione: bassa propensione verso l’ideologia e prominenza del privato. Vittorio Ciampi riuscì a percepire le nuove domande della popolazione. Così si creò una frattura.

I protagonisti dell’aspra contesa del 1985 ricordano ancora gli aneddoti simpatici. Negli ultimi giorni della campagna elettorale il gruppo giovanile democristiano tappezzò la Piazza Via Petro Picone con stendardi e con bandiere. La partecipazione politica coinvolse numerosi cittadini e il motto “Uniti per cambiare” impresso sui manifesti e sui volantini simboleggiò la volontà di rinnovamento.

L’inquadramento dei giovani e di tutto il tessuto sociale è sempre stato una caratteristica dei partiti di massa. La sede locale della DC svolse l’aspetto ludico e quello ricreativo. “Tutto per il partito”, con questo motto può essere sintetizzato il fenomeno; la squadra di calcio “Libertas” e gli eventi sportivi in generale furono i principali attrattori per un alto numero di ragazzi.

Insieme alle attività giovanili si riuscirono anche a realizzare le cosiddette “Feste dell’amicizia”. Gli eventi furono incentrati sul divertimento sulla discussione e sulla musica. La canzone “Amico è” di Dario Baldan Bembo divenne la colonna sonora delle tante partite: La musica alta all’interno delle macchine alternava la canzone alle comunicazioni dei comizi.

La visione di fondo della DC manocalzatese non si discostò da quella provinciale. Il mito del benessere contagiò una moltitudine di categorie professionali. La famiglia, la casa, il lavoro e la comunità furono le coordinate del partito in pillole. Ovviamente la Chiesa ebbe un ruolo importante; finanche nel decennio del disimpegno si tentò di far breccia per il voto cattolico. In sintesi, il pensiero democristiano degli anni ’80 in Irpinia fu un lungo e dolce sogno quasi “americano”. L’ottimismo contagioso ispirato al film “La vita è una cosa meravigliosa” alle filastrocche dei comici della TV spettacolo catalizzò gli scettici e i disinteressati alla cosa pubblica. Le promesse di crescita, di sviluppo e d’occupazione diedero alla gente una nuova ebbrezza.

Il medico si propose come alternativa e come rappresentante fiero del decennio democristiano. La campagna elettorale fu incentrata sullo spinoso problema della ricostruzione post-sisma. “Una casa per tutti” rappresentò la volontà di chiudere il dopo terremoto. Effettivamente l’amministrazione si prodigò e riuscì ad essere vicino alla gente.

Si presentarono alle elezioni comunale tre liste: l’uscente civica “Colomba”, il PCI e la DC. Con uno scarto di 64 voti Ciampi s’impose sullo storico sindaco De Masi; la lista civica dell’ex sindaco ottenne 714 voti, quella della DC 778 e quella di PCI 38. Nel giorno della vittoria ci fu una vera e propria “esplosione” di gioia; la vittoria significò l’inizio di una carriera politica cercata e sfiorata anche alle elezioni del 1980, quelle del debutto assoluto del medico.

Il quinquennio fu incentrato, come detto, sulla ricostruzione. Furono rimossi tutti i Termoigloo e furono costruiti anche 26 alloggi a Contrada Torre per le famiglie che non riuscirono ad ottenere il diritto alla ricostruzione.

Sul piano nazionale si assistette all’ascesa di Ciriaco De Mita che divenne presidente della DC e Presidente del Consiglio dei Ministri nel 1988. La seconda metà degli 80 fu come l’età dell’oro per l’Irpinia politica: l’edonismo diffuso, sul piano sociale, nelle nostre terre cercò conforto nello scudo crociato.

Ciampi ottenne la piena fiducia dal partito e dagli elettori; iniziò anche per il medico l’età dell’oro. In sostanza, il primo quinquennio si contraddistinse per il crescente apprezzamento di larghi strati di un elettorato partitico. Tranquillità, mediazione e pacatezza divennero in breve tempo le parole d’ordine del sindaco.

La campagna elettorale del 1990 fu caratterizzata dalle opere pubbliche. Fu costruita la palestra della scuola Media, ricostruito il vecchio municipio, adeguata la scuola elementare, ristrutturata la chiesa Madre di San Marco e il campanile. Alle tante opere si aggiunse la sistemazione delle reti fognarie e furono redatti anche gli strumenti urbanistici.

Con il primo decennio il sindaco si è ritagliato un posto nell’album dei sindaci storici di Manocalzati. La serie di risultanti giocò in suo favore; proprio per queste ragioni il periodo 85-95 è unico. Il rinnovo parziale della squadra di governo nel 1985 non si dimostrò proficuo: l’amministrazione cadde dopo un anno. Ritornò nuovamente sulla scena politica nel 2001 ed ottenne il successo per la quarta volta. Si trattò di una vittoria insperata. Le emozioni che si vissero quel giorno, portarono molti indietro con la memoria. Sotto l’abitazione del sindaco si ritrovarono vecchi amici e semplici elettori, animati dalla passione per la politica. La sconfitta del 2006 ha ridimensionato le ambizioni. Non sono bastate le tante opere realizzate e l’attivismo profuso per il sociale. Ora è tra i banchi della minoranza.

Un bilancio sicuramente si può tracciare. La costante della sua azione è stata la politica partitica.  Ciampi non ha mai corso senza il vessillo popolare ed ha seguito l’evoluzione della sinistra di base. Prima DC poi Popolari, infine Margherita. Dopo l’abbandono dell’onorevole De Mita del PD ha deciso di confluire anch’egli nell’UDC dove continua a fare politica con assiduità. Il gusto dolce delle elezioni, delle campagne elettorali e della passione per il popolarismo, sono, ancora oggi i segni distintivi di un politico di vecchia scuola.ciampi1

Politici irpini

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La verde Irpinia,terra di vini pregiati,
che custodiamo come questi politici invecchiati,
abbiamo l’eterno Ciriaco De Mita,
si gira e si volta,ma è sempre lì a metterci le dita,
del buon zio Nicola,non se ne può parlare,
ogni giudizio è da rimandare,
un gruppetto di sempre verdi:Bianco,Maccanico e Gargani,
che vivono per tenerci infilate le mani.

C’è nella sinistra,una schiera di donne al timone,
la D’Amelio,la Grassi e la De Simone,
qualcuno a sinistra è stato tagliato,rilegato ad uno spicchio,
che si tiene ben stretto,come Aurisicchio,
altri come Andrea Forgione,
hanno puntato su Grillo per un’altra occasione,
in questo ultimo scenario c’è Gianfranco Rotondi,l’eterno gregario,
ha cambiato solo squadra,perché è il potere che gli aggrada.

Vi sono ora una serie di,più o meno,giovani capaci,
di bell’aspetto e di potere investiti,perché del cavaliere seguaci,
mentre,proprio come Fini,è stato un po’ segato,
D’Ercole,un suo fedele soldato.
L’Irpinia,terra anche di noci,nocciole e castagne,
all’orizzonte vede solo fumo e tante magagne,
chi parla di mani legate,chi promette che verremo aiutati,
la realtà ci vede sempre più inguaiati,
da questi signori,non si vedono risultati.

Luigi Cavallone

Cosa cambia?

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di Romeo Castiglione

 La politica fragorosa  : Andrea Forgione (segretario del PD di Paternopoli) è un simbolo.

Il Partito Democratico è un gruppo variegato : amministratori di lunga data , gestori del potere e ribelli. Onestamente non capisco la relazione.

 Siamo tutti di centrosinistra! Così rispondono per trovare un unico comune denominatore.

Forgione crede  nel PD, vuole costruire un partito “originale“.

Non scorgo nelle intenzioni della segreteria provinciale la volontà di rinnovamento. Adesso c’è il problema enti, le trovate “caserecce” del politico non hanno interesse per i leader.

 

Il “caso Forgione” ha rallegrato la scorsa estate. Grillo tesserato nel PD di Paternopoli, scoppia la polemica. Vanda Grassi su tutte le furie respinge la tessera al comico genovese; le reazioni non tardano ad arrivare : partito finto, ululati, falsi democratici, vecchia DC, nuovo PCI, chi più ne ha più ne metta e compagnia bella. Forgione-show.

 

Il qualunquismo come antidoto alla cura del PD? Che dire!

Non riesco a trovare un parallelismo tra Democratici e Grillo. L’unico in zona a credere nel progetto è solo Forgione.

Grillo con il PD è come Bersani con il PDL.

 Non serve sbraitare per nulla; pretendere l’impossibile è solo perdita di tempo. Il Partito Democratico è un movimento legato alle dinamiche classiche della politica : lo stesso PCI ha sempre fatto del politichese la ragion d’essere. Dalla “politica” all’anti-politica, mi sembra troppo.

Forgione si inserisce in una lotta deleteria : segreteria in bilicio, Alto Calore, Salzarulo, Galasso in parlamento, sconfitta politica, De Luca contro De Mita, trasfughi alla provincia. Una voce senza seguito. I grattacapi per il partito sono altri.

Pensare che la Grassi condivide lo stesso cielo con il ruspante paternese! Dal popolarismo sturziano alla battaglia per la demolizione!

 

Le “scuse” del melone e roba varia sono escogitazioni programmate.

 

Queste rappresentazioni allegoriche fanno odiare il PD. Ma chi volete prendere per i fondelli? Un partito che passa dal centro cattolico alla contestazione. Non c’è la faccio, è più forte di me : preferisco la linearità.

 

La Fabbrica di Nichi è l’ultimo barlume (in ordine cronologico); lascio agli altri i commenti. Il pane, perché  la “pagnotta” è altro, il vino della terra paternese, le parole di protesta, l’abbigliamento non allineato : Forgione è un alternativo vero e proprio. Il suo posto dal mio punto di vista non è nel  PD.

 

Grillo , Vendola e Partito Democratico non si possono accostare. Forgione deve fare quadrato intorno ad un sola variabile e lasciare le altre. Se segue Grillo segue  la strada dell’antipolitica ; se segue Vendola o il PD segue una strada politica.

 

Resto fermo sulle mie posizioni : è solo una dritta pubblicitaria e nulla più; non c’è una linea coerente e duratura. Non è ammissibile passare dall’urlato di piazza alla discussione pacata di un amministratore di regione. Il problema vero è la perdita della bussola : lo spettacolo è il solo punto sicuro; pochi realmente fanno a meno della celebrità.

Destra, centro, sinistra : uniti per il successo.

Cosa cambia?

Nulla di nuovo

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di Romeo Castiglione

Noioso sabato. Con l’automobile ho raggiunto Atripalda : incontro con Pietro Foglia nella sede cittadina dell’UDC alle ore 17.30.In questa campagna elettorale, sto ascoltando tutti.

Mi sono ricordato solo per caso dell’incontro con Pietro Foglia ad Atripalda. Stavo camminando sulla piazza, quando l’addetto al camper pubblicitario dell’ingegnere mi ha chiesto per informazione l’ubicazione della sede dell’UDC. Non ho saputo dargli la risposta, perché non sapevo neanche io , il collocamento della sede. Con l’ausilio di un amica, sono riuscito a trovarla.

La sede dell’UDC di Atripalda, è una sede più unica che rara : tavoli da biliardo in compagnia di sedie e scrivanie. Una sede atipica per la modernità. Ho sentito il peso del tempo che ha attraversato la struttura. Ho immaginato, i travagliati anni del passaggio dalla prima alla seconda repubblica. Mi hanno detto che la sede è una sede storica. Le bandiere, ancora conservate, con vecchi simboli e i vessilli di un passato sepolto, ne sono la prova. La sede, vissuta come militanza, a prescindere dal colore politico, è oramai preistoria. Le divisioni ideologiche del passato, erano religione. Diverse dottrine, aggreganti e compatte. I partiti, quando esistevano realmente, si occupavano anche dell’aspetto ricreativo : non lasciavano mai solo il fedele, neanche nei momenti di svago. La mistica del partito : tutto per il partito, solo per il partito. Oggi si fa politica nei bar, nei ristoranti, nelle pizzerie. C’e la moda dell’happy hour, dell’aperitivo ,del drink. La cosa paradossale è che desidero ritornare ad un passato che non ho visto, ne ho solo sentito parlare. Si può mai avere nostalgia per qualcosa che non fa parte di noi?

Obiettivamente, ascoltare Pietro Foglia non è il massimo. Sono andato solo per vedere un politico alla ricerca di preferenze. Foglia è stato il primo in questa campagna elettorale ad esporre i manifesti: a gennaio, la sua sagoma sorridente, con il simbolo bene in vista, era già negli spazi pubblicitari. De Mita dice di lui, che è nato candidato. Lo statista di Nusco, ama, come detto, ironizzare su tutti e su tutto.

Il Pietro Foglia di Atripalda è  un Pietro Foglia un po’ sottotono : la voce rauca ha impedito di esporsi al meglio. Secondo me, ad Atripalda, avrebbe voluto parlare in condizioni ottimali. Tutti i politici,pseudo politici e politicanti, girano in lungo e in largo,  ma fanno finta di apprezzare realmente i piccoli comuni; le tappe importanti, sono le piccole cittadine, Atripalda è tra queste.

Ha preso parola, libero dai condizionamenti dei De Mita. Ha evidenziato le sue linee programmatiche. Foglia, con la sua cultura pragmatica da ingegnere ha fatto luce sulle reali possibilità di incidere, da politico navigato e soprattutto avvezzo ai tavoli delle trattative. Pietro Foglia è il classico politico-amministratore.

Come ricordato in avvio da Gerardo Capaldo, non è più tempo dell’astrattezza politica, del ragionamento filosofico, del pensiero effimero. Il mondo corre, non si deve perdere il treno della modernità. Il ruolo del consigliere regionale è cambiato : alla regione sono chieste le soluzioni dei problemi. Si manda in regione il politico più concreto, amante delle cose possibili, senza fronzoli. Pietro Foglia, ha queste caratteristiche, da me non amate per niente.

Ha capito come funziona la politica, e non ha bisogno di filosofie particolari per comprendere che nella società attuale, 100 vale più di 10. Ha capito tutti gli ingranaggi della macchina burocratica. La campagna elettorale impressionante che ha messo in atto, lascia presagire la voglia di prendere il seggio. Ma per cosa?

Le classiche esternazioni su De Luca, lasciano il tempo che trovano; forse ha pure ragione sulla reale personalità del sindaco di Salerno, ma non fa una giusta comparazione. Il centro-destra non ha la palma del buon governo.

Il forte dell’ingegnere è la viabilità. Ha ricordato tutte le tratte interrotte; le grandi arterie rimaste a metà. Il suo obiettivo è quello di riprendere il piano grandi opere; ha criticato  la gestione Bassolino per lo sperpero di denaro pubblico : fondi europei investiti per altre cose. Ha parlato dei vari distretti produttivi e dell’irpinia. Un discorso molto tecnico, da amministratore più che  da ideologo.

La parte migliore l’ha dedicata al trascorso politico. Alla storia, quella della grande stagione del pensiero. Rivendica con orgoglio la sua matrice democristiana; la scelta dell’UDC per lui, è la scelta di non far spegnere il passato. La politica per Foglia è quella dei piccoli passi; promozioni acquistate sul campo, dopo anni di gavetta, ruoli sudati. Ha fatto un paragone tra lui e i tanti e le tante sgallettate alle prime esperienze politiche, già lanciate verso palcoscenici prestigiosi. Mi viene l’orticaria se penso ai vari parlamentari irpini.

Secondo Foglia, l’UDC è un partito di militanza. I contenitori vuoti di PD e PDL non sembrano risolvere i problemi della gente.

Ma cosa può risolvere l’UDC?

Niente di nuovo. Gli altri sono più sfrontati nel candidare miss, veline e miliardari: ma il partito di Foglia nonostante questo non rappresenta la soluzione dei mali della politica. La congrega dell’UDC non ha come obiettivo la rinascita della società. Il grigiume, che non-colora i completi eleganti non è la risposta “normale” alla crisi generale. Sono nella direzione sbagliata, soprattutto se continuano a credere che il male della Campania è il napolicentrismo…….

La dinastia dei De Mita

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di Romeo Castiglione

Ho letto per caso, ieri, un trafiletto sopra il mio quotidiano abitudinario. Nella pagina politica, era riportata la notizia di una presenza del presidente Ciriaco De Mita, alla biblioteca comunale di Atripalda . Spinto dalla curiosità di vedere il leader di Nusco, alle prese con il suo elettorato, ho preso parte, tra gli spettatori, all’incontro. La biblioteca di Atripalda è un luogo di raccoglimento, piccolo e accogliente; uno spazio limitato : antitesi di centri congressi e di auditorium. L’incontro nella biblioteca, è paragonabile, (musicalmente parlando) ad un concerto acustico in un locale, contrapposto al mega-raduno rock delle arene.

De Mita, apparso stanco, si è lanciato nelle sue solite “escursioni filosofiche”, per il piacere della minuta platea, accorsa per vederlo.  Indubbiamente, il peso del suo trascorso politico, incide nelle sue decisioni (sempre discutibili). Non capisco, come fa, a farsi comprendere dal suo elettorato. De Mita, è il capo di un manipolo di fedeli, seguono il verbo e acconsentono; ma, non credo, che realmente, riescano a capire, quello che dice. L’UDC, ad Avellino, è retto solo dalla premiata coppia De Mita jr e Ciriaco De Mita : sono loro che tessono le tele delle alleanze, che programmano il futuro del partito, che inventano le motivazioni di decisioni imbarazzanti. Il resto, è solo colore. De Mita lo sa, è lui che vuole così.

La mente pensante, l’aquila solitaria di Nusco, ha trovato i suoi proseliti, nelle amministrazioni e negli enti. Critica aspramente il berlusconismo per la mancanza di collegialità, quando il suo partito è l’unico in provincia, ad avere una struttura gerarchica ben definita. Nessuno, al di sotto dei De Mita, può prendere il posto di comando. L’UDC, ricalca un modello di organizzazione, che sfiora la perfezione. Tutti , hanno un rapporto personale con il leader (Berlusconi idem). Hanno relegato a De Mita e al rampante nipote, le chiavi politiche del loro futuro.

Non lo nasconde neanche lui (De Mita). Paragona il nipote a se stesso, lo reputa, l’unico in grado di fare carriera, di rappresentare, al di fuori di Avellino l’UDC. De Mita jr, ha scavalcato, con una sopraffina e ineguagliabile astuzia, tutti i potentati fedeli a De Mita. Il cinismo che regge i suoi discorsi, non ha trovato l’opposizione dei vecchi demitiani degli anni 80.

De Mita, è l’unico che può permettersi di ironizzare anche sui suoi candidati; senza alcuna reazione. Ironizza sul nuovismo; rivendica le scelte fatte, non per novità, ma per una continuità, anche di discendenza familiare. La battuta di ieri, fatta ad una sua candidata alle regionali sul miglioramento di padre in figlio, è stata tremendamente brutta. Così come la battuta, che ha stoppato un suo altro candidato : si stava parlando di ferrovie, di linee da costruire nel territorio locale (il candidato si è dilungato parecchio); il leader di Nusco, quasi nauseato l’ha interrotto per ricordargli l’esistenza di un altro mezzo di locomozione : l’asino. Occasione per prendere la parola, e avvisare il suo popolo, che il futuro leader (Giuseppe De Mita) stavolta non avrebbe parlato. D’altro canto come detto da De Mita senior, i due De Mita dicono la stessa cosa.

Il suo discorso è stato come al solito, di difficile comprensione : ha esposto la decisione della scelta del suo partito di aderire alla coalizione di centro-destra. Stavolta, il filo del discorso, si è spostato sul terreno dello scontro-confronto, tra la sua politica e il giustizialismo di marca dipietrista. Non regge il solito paragone politica-soluzioni con medico-paziente. Se De Mita, intende la politica in un ottica contrapposta al “giustizialismo” , si colloca in una posizione di ostilità verso una concezione che fa della verità il credo politico. Non mi è piaciuto quando ha detto, che in una società; se l’infrazione delle regole è una cosa diffusa, non occorre perseguitare chi infrange, ma bisogna  disciplinare in un nuovo modo la società stessa. Se la regola esiste, bisogna rispettarla, senza se e senza ma; se gli altri sbagliano, non dobbiamo acconsentire che addirittura prendano il sopravvento.

Ma chi è veramente Ciriaco De Mita?

È l’unico che, prima di ogni campagna elettorale viene coccolato da destra e sinistra. Dopo la sua scelta, la parte rifiutata, parla in maniera  anche dura nei suoi confronti. Triste demagogia. Alla fine, non è lui che viene scelto, ma è lui che sceglie da che parte stare.

Però adesso, sembra aver perso il suo smalto; le storielle, gli aneddoti, le lezioni di politica non sembrano dare le risposte alla soluzione di problemi veramente importanti. La sua politica, è lotta personale. Una campagna elettorale importantissima come questa, non può essere impostata sui livori. La sua equazione De Luca = Berlusconi, credo che non ha fondamento, quando poi si cerca di chiudere gli occhi, su personaggi discutibili che si nascondono dietro il candidato del centro-destra. Così non va bene, stavolta non c’e nulla d’applaudire.