Osvaldo Sanini e l’Aurora in Grottaminarda

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osvaldo-saniniSeduto sulla panchina, aspetto il pullman per Benevento. Vedo passare davanti a me le automobili, gli anziani con i cani al guinzaglio. Un bar pieno di gente e la solita vita di provincia e il din don di un campana: sono le dodici e quarantacinque e tra poco arriverà il pullman Avellino Benevento via autostrada; aspetto, intanto una ragazza si avvicina e mi dice scusa dovrei andare a Grottaminarda e sai a che ora c’è il pullman? È già passato? So che c’è un pullman intorno alle tredici, è vero? E io dico tra poco tra poco arriva tra poco, alle tredici e cinque più o meno. E penso, chissà se questa ragazza conosce il poeta Osvaldo Sanini, no perché questo poeta ha amato Grottaminarda intensamente ed ha scritto poesie dolcissime con rose gentili che restano sulle guance delle ragazze ufitane; con le guance color di rosa, certo, come le dipinse il poeta. E guardo l’orologio perché tra poco passa il pullman. Lo vedo arrivare e… no no, non è il mio, questo va a Grotta e la ragazza sale sul pullman. Il mio è il prossimo. Un minuto e arriva anche il mio. Eccolo, alzo il braccio, si ferma e buon viaggio.

In grigio giorno di fine ottobre è tornato in mente il Poeta dell’Aurora. Così, per puro caso. Grazie a una ragazza sconosciuta che ha mi ha chiesto un’informazione. Non so perché eppure collego il nome di Osvaldo Sanini istintivamente con Grottaminarda; un po’ come John Ciardi con Manocalzati, Pietro Paolo Parzanese con Ariano. E quando incontro un grottese dico ah sei di Grotta! Allora conosci certamente Osvaldo Sanini, uno dei miei poeti preferiti. Sai, fu mandato giù al sud perché si oppose al Fascismo. E rimase in Irpinia per anni e anni.

Sanini nacque sull’isola di Creta da genitori di origine parmense nel 1876. Giunse a Parma, città dei suoi genitori, nel 1880. Si trasferì presto a Genova per studiare Legge all’università; divenne giornalista e corrispondente all’estero per il Secolo XIX. Nel 1940 venne arrestato dalla polizia fascista per propaganda antifascista e fu confinato a Grottaminarda. Egli rimase nel centro irpino fino al 28 febbraio 1962, data della sua morte. Il poeta genovese pubblicò diverse raccolte di poesie e fu pubblicata dopo la sua morte una raccolta inedita dal titolo “Canti del Confino”: questa raccolta è conservata presso la Biblioteca Comunale di Grottaminarda. Poesie con forti influenze leopardiane e ottocentesche.

«Poeta aristocratico – scrive Tonino Capaldo in “Osvaldo Sanini 2012 50° Anniversario della morte – (nel senso di “colto”) e popolare (per la sua vena schietta e comunicativa), Sanini sperimenta le forme poetiche ed espressive più varie (endecasillabi sciolti, terza rima, sonetto, ballata, canzone, ode) e scorazza dal monologo lirico al dialogo, dall’ironia all’invettiva, allo sfogo ossessivo, alla poesia di circostanza e di maniera. […] In uno sperduto paese irpino il “professore” genovese, a oltre 70 anni, ha modo di esplicare la sua vena più autentica e di raggiungere, ancora una volta, le più alte vette della poesia. […] Esemplari in tal senso sono i canti: Per i poeti futuri (1946), La tomba fraterna (1946), All’Irpinia (1948), Aurora in Grottaminarda, Santa Maria, Notte di Neve, Meriggio irpino, Prime piogge d’autunno».

Alcune poesie di Sanini sono state pubblicate sul sito grottaminardanelmondo.wordpress.com; ultimamente è stato pubblicato anche un libro a firma di Luigi Melucci dal titolo “Osvaldo Sanini e Leopoldo Faretra Due sconosciuti Epistolario e poesie di un poeta confinato a Grottaminarda”. Una delle liriche più belle è “All’Irpinia” del febbraio 1948. «Irpinia bella, …/ Mi volean morti i perfidi;/ ma tu m’alzasti da la sepoltura/ e mi scaldasti il cuore e apristi il ciglio,/ tu mi parlasti tenera/ e prendesti di me gentile cura/ come ti fossi il più diletto figlio». E non meno bella è “Monti dell’Irpinia. «Monti ch’io non cercai, fate che almeno/ sian le mie strofe come l’aria lievi/ e rubino l’azzurro al ciel sereno/ e la bianchezza fulgida a nevi. […] Monti, purificatemi co’ venti/ freschissimi de l’alba, con la luce/ de l’aurora, con l’acque de’ torrenti».

Scene di vita quotidiana nei versi del poeta genovese. Ad esempio “Botteghe grottesi” è un inno alla provincia scritto con uno stile poetico particolare e intrigante. Leggetela oggi, pare un frammento di una canzone di Ivan Graziani o un qualcosa scritto dal partenopeo Giuseppe Marotta, quello, per intenderci, del romanzo “Gli alunni del sole”. Carina davvero è “Macelleria Grifone”. «Gennarin Grifone è un uom giovial/ e dietro il banco ride ognor,/ con molta grazia e buon umor/ vi dà del bue e del maial:/ alla sua bistecca senza egual/ grottesi, fate onor». Questa lirica è molto suggestiva: pare di vederlo questo Gennarino Grifone nella sua macelleria che ride dietro il banco e taglia la carne. Suggestiva è pure la lirica “Calzolerie Falucci”. «Di falucci il gaio magazzin/ profumi dà come un giardin,/ la polvere da sparo dà,/ il cuoio e il confetto fin,/ dà il cappel, la cuffia e l’ombrellin/ ed altre novità».

E poi c’è lei, la mia prediletta, l’Aurora in Grottaminarda. «Gaia è l’aurora su Grottaminarda:/ incede tra le nuvole e una festa/ di vive rose a i monti intorno appresta/ mentre al fiume un vapor bianco s’attarda/ […] e fremono le piante e una gagliarda/ onda vitale i nidi e suoi cuori desta./ Dolce borgo d’Irpinia! Passa l’ora/ fatata e già le fresche meraviglie/ non scopre agli occhi attoniti l’aurora./ Non più ne l’altro ridono vermiglie,/ eppur le rose sue restano ancora/ su la guancia gentil de le tue figlie». Una festa di vive rose e le rose restano sulle guance delle ragazze. Rose rosse e spine e rose stupende come le ragazze ufitane e l’aurora gaia e le nuvole e il cielo si tinge d’arancione. Poesia delicata: un paese “sospeso nell’incredibile”, magica atmosfera tre le strade addobbate a festa; un Sanini leopardiano, pascoliano. Rose che restano sulle guance, e guance color di rosa. Grottaminarda è un luogo dell’anima, punto di non ritorno, Paradiso in terra dove scorrono ruscelli e dove le ragazze con le guance color di rosa attendono il viandante.

Mi perdo nel mare dei ricordi e scavo nella memoria alla ricerca di parole, poesie non dimenticate, volti già visti. Sanini e quel centro ufitano e hanno sostato in quel centro ufitano scrittori importanti del calibro di Cesare Malpica, George Berkeley. E lui, Sanini, addirittura scelse di vivere lì, in quel centro del Sud Italia. Dove eravamo rimasti? Ah, certo. Al pullman per Benevento. E sto nel pullman e sono quasi arrivato all’uscita Benevento dell’autostrada A16. Guardo le indicazioni: per arrivare a Grotta occorre proseguire per Pescara Bari e poi c’è l’uscita ma io devo andare a Benevento e sarà per la prossima volta. E ci sarà certamente un altro viaggio e allora la destinazione sarà un’altra, un centro della Valle dell’Ufita e ammirerò i posti che furono del Poeta dell’Aurora e penserò a tante cose. Perché solo lì “le “rose restano ancora su la guancia gentil” delle ragazze.

 

 

 

 

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Il Giardino d’Italia, Malpica e l’Irpinia

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Ombre, luci, colori, Mare Adriatico, case mediterranee, donne bellissime. “Il Giardino d’Italia Le Puglie” di Cesare Malpica è un’opera incantevole, una piccola pietra preziosa, un racconto di viaggio. Pagine intense, storie, descrizioni minuziose, piccolo gioiello, desiderio d’Oriente. Un viaggio, un viaggio da Napoli alla Terra d’Otranto, la Puglia tutta, la Puglia magica, fiabesca. Itinerario da sogno, strade antiche, visioni celestiali. C’è anche l’Irpinia nelle poetiche pagine del libro: c’è Monteforte, Avellino, Pratola, Grottaminarda, Ariano. Racconto del viaggio da Napoli al tacco dello Stivale; paesi irpini, della Capitanata, della Terra di Bari. Letteratura di viaggio, brezza levantina, desiderio esotico. E poi le donne… tarantine incontrate nelle locande, in carrozza, a Canosa. Stupende, belle come il sole. E c’è anche la donna della montagna “al limitare di Monteforte”, in una “casuccia bassa”. Donna della montagna come divinità irpina. Incontro particolare tra il poeta e questa umile donna. Bellissima descrizione, poetica descrizione.

Cesare Malpica nacque a Capua il 2 aprile 1804. Fu giornalista, avvocato e poeta. Liberale, partecipò alla rivoluzione dei filadelfi nel 1828. Nel 1830 si trasferì a Napoli e collaborò con periodici come Poliorama Letterario; fu redattore unico del Giornale de’ giovanetti e del Giornale delle madri e dei fanciulli: si dedicò all’attività giornalistica e descrisse le sue impressioni durante i viaggi nelle provincie del Regno delle Due Sicilie. Nel 1848 si schierò a favore del costituzionalismo napoletano accanto a Pasquale Stanislao Mancini. Maplica morì a Napoli il 12 dicembre 1848.

Ho letto tutto di un fiato il Giardino d’Italia. Mi ha affascinato in modo particolare quella donna della montagna in quella casa nei pressi di Monteforte. Ho fantasticato abbastanza. Sì perché ho accostato questo frammento ad altre pagine di scrittori importantissimi, di scrittori di altre epoche. Storie diverse, stesso animo. «Al limitare di Monteforte – scrisse Cesare Malpica – v’è una casuccia bassa, lurida, dal tetto crollante, dalla soglia ingombra di fango. Un denso fumo esce fuor dalla porta, e ingombra e annerisce ogni di più le travi della soffitta e delle pareti. Dentro a manca della porta v’è un po di paglia ammonticchiata – questo canile è il letto – di fronte v’è una rozza tavola con sopra qualche vaso di creta – queste son le suppellettili – presso al canile v’è un cerchio formato con pietre; in mezzo arde un tronco di albero; e sopra, pendente da un uncino di ferro una piccola caldaja, in cui s’ode il gorgogliare dell’acqua che bolle – da un chiodo conficcato nel muro pende una lucerna di ferro, il di cui lucignolo acceso spande un chiarore come di lampada sepolcrale in mezzo alla spessa nube che s’addensa intorno – Su quella poca paglia dorme un fanciulletto metà nudo, metà ricoperto da un cencio di lana. Presso al fuoco seduta sovra uno sgabello di legno sta una donna intenta a gettar dal pugno ricolmo non so che roba nell’acqua. E canta costei – canta una canzone che è ad una volta amore, e preghiera, gioja e lamento, timore e speranza – e la canta con tale una voce soave, che tu scemi come tutti que’ sentimenti provati dall’anima, passan da questa sul labbro -. Oh le nostre damine non han quest’accento che emana dal fondo del cuore. I trilli e i passaggi ritraggon l’arte, ma non la verità – Ad ogni strofa si tace un po e mentre colla mano che tiene un rozzo ramajuolo rimescola ciò che è nella caldaja, coll’occhio guarda il fanciulletto, come per vedere se si desta. […] – e però io m’appresso senza cerimonie alla soglia della casa del povero – Solete levarvi ben per tempo o buona donna? Senza essere né meravigliata né impaurita dall’arrivo d’un uomo intabarrato fino agli occhi, con un berretto Greco posto un po di sghembo, essa si volge, e: mi levo ordinatamente a mezza notte risponde – Vi disponete ad uscire al lavoro? – Si, quando sarà tornato mio marito che travaglia alle Calcare – Vi sta in ogni notte? – Quasi in tutte durante questi mesi o Signore – E poi? – E poi mangiato che avrà questo po di polenta usciremo insieme, egli per tagliar legna, ed io per ajutarlo, e trasportarle – […] E questo che dorme è figlio vostro? – M’è nipote. La povera mia Sorella già vedova accomandommelo morendo dal dolore d’aver perduto l’uomo che la sosteneva. E noi lo teniamo a casa da quel dì […] – Voglio darvi qualche moneta perché compriate un po’ di merenda a vostro nipote – Oh per amore del Cielo astenetevene; mio marito mi sgriderebbe. – Sta bene; permettete almeno che io la ponga tra le vesti del fanciullo. – Vale lo stesso… deh Signore… Non v’è alcun male… […] Io mi allontano, e la donna ricomincia la sua canzone».

C’è tanta poesia. Luce fioca, fumo, paglia, lucerna, polenta. Una ragazza povera in una casa irpina. Maplica è attratto da lei, addirittura si avvicina alla soglia della casa. Lo fa “senza cerimonie” e dona qualche moneta al fanciullo. La Madonna e Gesù bambino in una povera dimora. Fanciullo sulla paglia e donna seduta sopra uno sgabello. Immagine sacra. Queste righe di Maplica mi fanno sognare. Né meravigliata né impaurita, donna della montagna come la vergine Maria e Cesare Malpica come l’arcangelo Gabriele. «Riconosci la Vergine dalla sua verecondia, – scrisse Sant’Ambrogio nel commento al vangelo di Luca II 7,8 – riconosci la vergine dalla sua risposta, riconoscila dal mistero che in lei si compie. […] Maria se ne stava tutta sola nelle sue stanze segrete dove nessun uomo poteva vederla, ma solo un angelo scoprirla: e mentre se ne stava da sola senza presenze indiscrete per non contaminarsi con chiacchiere grossolane, viene salutata dall’arcangelo».

Una donna povera che canta una canzone antica e un bambino. Forte è il fascino. La donna che canta e il bambino che dorme o piange (sulla paglia come Gesù o in una culla): due statuette del presepe. Accosto timidamente queste righe a quelle meravigliose di Mario Rigoni Stern dedicate alla ragazza russa e al bambino nell’ibsa; ragazza russa e il bambino nel bellissimo romanzo “Il sergente nella neve”. «Nel pomeriggio – scrive Rigoni Stern – c’erano nell’isba solo una ragazza e un neonato. La ragazza si sedeva vicino alla culla. La culla era appesa al soffitto con delle funi e dondolavano come barca ogni volta che il bambino si muoveva. La ragazza si sedeva lì vicino, e per tutto il pomeriggio filava la canapa con il mulinello a pedale. Io guardavo il soffitto e il rumore del mulinello riempiva il mio essere come il rumore di una cascata gigantesca. Qualche volta la osservavo e il sole di marzo, che entrava tra le tendine, faceva sembrare oro la canapa e la ruota mandava mille bagliori. Ogni tanto il bambino piangeva e allora la ragazza spingeva dolcemente la culla e cantava. Io ascoltavo e non dicevo mai una parola». Dall’Irpina alla Russia, dalla casuccia bassa all’ibsa. Epoche diverse. Cantano sempre le donne, cantano, lavorano e guardano i bambini. Tramontano le epoche ma splende sempre il solito sole.