Nicola Adamo e lo sviluppo del Sud

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Sulla piazza a parlare con un amico. Quattro chiacchiere sulla politica locale si parla del più e del meno. Tra poco è il 19 febbraio, a San Barbato di Manocalzati sarà festa Patronale. Parlo di Nicola Adamo e della tragica scomparsa avvenuta proprio il 19 febbraio di un anno funesto, il 1980, trentasette anni fa. Davvero un anno funesto, quel 1980 segnato dal terremoto e da eventi brutti assai. Era il giorno di martedì grasso, ricorda l’amico, c’era il nevischio. Quel crudele incidente automobilistico sulla variante. L’amico lo ricorda a mala pena perché era piccolo, suo padre però lo ricordava molto meglio.

Sono passati trentasette anni dal tragico giorno. Voglio ricordarlo in questo triste anniversario. Ho già scritto un articolo su di lui nel mese di luglio, e adesso mi accingo a scriverne un altro con la passione che da sempre muove le mie azioni. Credo che Nicola Adamo, Nicolino per tutti gli atripaldesi, meriti una rivalutazione completa. Sempre troppo poco quello che si fa, che si scrive su di lui; meriterebbe un convegno, che so, uno studio approfondito sui discorsi, sulle cose fatte. Perché, per molti aspetti, ha anticipato in tempi, nel senso buono del termine. Comunista, sì, ma uomo politico troppo avanti. Capace di ottenere un consenso molto ampio, tutto merito della sua persona, del suo modo di fare. Un esempio di concretezza e passione vera.

Mi ha detto una signora: Nicolino ad Atripalda ha lasciato un esempio per tutti i politici che sono venuti dopo. Chiedeva il voto a tutti e non faceva distinzioni, a tutti davvero; camminava, visitava la gente, quella più umile di Atripalda, risolveva i problemi perché era molto pragmatico, attento alle problematiche reali. Distante dall’astrattismo, dalle riflessioni ideologiche prive di senso. Un consenso alto, molto alto: ma era un consenso verso la sua persona. Votavano più per lui che per il partito; più un voto ad Adamo che al PCI, perché lo meritava. Così dice la signora. Un anticipatore, un uomo votato alla causa ma con un piglio diverso, più personale. Dotato di uno spirito di libertà ampio, proponeva, suggeriva, indicava strade da seguire. Istaurava rapporti gli avversari, di là dall’appartenenza partitica. Nonostante le divisioni (e le divisioni c’erano eccome).

Ha messo l’Irpinia al centro dell’agenda politica. In un periodo contraddistinto dalle idee del segretario provinciale Grasso di Ariano. Con la segreteria Grasso il PCI cambia rotta con uno spostamento del baricentro verso l’arianese e una spinta particolaristica in altri comuni. Un modo diverso di fare politica in Irpinia. A Sant’Angelo dei Lombardi acquistò peso Quagliariello e ad Atripalda Nicola Adamo. Pratico e moderno (sempre nel senso buono del termine), l’onorevole Adamo, geometra. Nell’hinterland avellinese il suo bacino di voti più importanti. Con la venuta del segretario provinciale Antonio Bassolino, inizia, forse, il periodo d’oro per l’onorevole atripaldese. In seguito Nicolino arriva in parlamento. Succede il 20 giugno ’76 e viene eletto nella circoscrizione Avellino Benevento con 43 mila e 765 preferenze. Numeri alti per una politica alta.

In questi mesi sono andato alla ricerca del suo materiale, di pubblicazioni, di atti parlamentari. E conservo con cura tutto in una cartella. Recentemente ho recuperato un’interrogazione parlamentare rivolta alla ministra Tina Anselmi Per “un accertamento delle responsabilità degli amministratori della fabbrica di laterizi Berardino di Manocalzati in relazione alla crisi dell’azienda e al mancato rispetto dei diritti dei lavorati”. Lo fece per difendere gli operari: in quella azienda lavoravano tanti manocalzatesi, molti di loro non ci sono più. Una fabbrica, quella dei laterizi, che produceva mattoni, tavelle e materiale edile. Istallata nel territorio di Manocalzati ai confini con Atripalda: una fabbrica enorme con tanti operai.

Ho trovato poi, con immenso piacere, la sua relazione tenuta alla IV Assemblea meridionale della Lega per le autonomie e i poteri locali di Taranto del dicembre ’76. Ho trovato la pubblicazione alla Biblioteca Comunale di Atripalda L. Cassese. “Per lo sviluppo del mezzogiorno e per il superamento della crisi del Paese”. Così s’intitola la relazione. L’onorevole parlò in qualità di membro della Direzione nazionale della Lega. «Non c’è oggi – disse a Taranto – settore della cultura e dell’economia, del mondo politico democratico e sindacale del nostro Paese che non riconosca la centralità della Questione Meridionale per qualsiasi azione di rinnovamento della società e dello Stato. Ma non mancano, oggi come ieri, contrapposizioni di linee, nel momento in cui si trova di fronte a scelte di gestione, di strumenti o ad applicazioni di leggi. […] Il Mezzogiorno, e tutto il Paese, hanno bisogno di una politica meridionalistica nuova […] Nel profondo Sud, nelle zone interne come nelle fasce costiere, nuove forze, nuove energie, giovani leve di amministratori, emigrati espulsi anche dai mercati di lavoro straniero, giovani con intelligenza, forti di una nuova esperienza sono scesi in campo non più disposti a seguire le conseguenze di decisioni centralistiche che per tanti anni li hanno visti condannati alla miseria ed alla subalternità. Sono forze decise a conquistare nuovi traguardi di vita sociale e democratica, a battersi per una democrazia di fatto, efficiente, fondata sulla partecipazione e sull’autogoverno, sul pieno funzionamento delle istituzioni e delle autonomie […] Sono forze che di fatto sono già diventate protagoniste della fase nuova della politica meridionalista». Un Adamo per certi aspetti dorsiano. Un “uomo d’acciaio con il cervello lucido” pronto a scendere il campo, con abnegazione, per il riscatto vero del Sud; una via personale, molto intrigante, che supera le concezioni partitiche. Un Adamo “super partes”, pronto a muovere le sue azioni verso il riscatto del nostro Sud.

Penso tante cose. Chissà, se fosse stato ancora vivo, avrebbe trovato difficoltà a convivere nel PCI irpino con altri politici. No so, la storia non si fa con i se e con i ma. Tuttavia penso che uno come lui, avrebbe trovato sul suo cammino molti ostacoli e… perché no, sarebbe rimasto lì con le sue idee. Non è possibile saperlo perché il destino l’ha tolto ai suoi cari e alla sua comunità troppo in fretta. Trentasette anni fa, il 19 di febbraio del terribile 1980. In inverno, in un martedì grasso irriverente.

Considerazione personale. Nicola Adamo è sempre stato attento alle problematiche del territorio, a difesa degli ultimi, degli operari. Ha voluto veramente bene a Manocalzati e ha rivolto diverse interrogazioni parlamentari sui problemi delle aziende istallate sul territorio (tra queste la Shot Toys). Pertanto nutro una forte stima nei confronti di quello che ha fatto e ha rappresentato; mi affascina ancora questa figura politica per molti motivi. Un parlamentare impegnato, a difesa della nostra provincia e del mondo operaio e contadino (da Lioni a Bisaccia, da Manocalzati ad Atripalda, da Volturara a Solofra). Concreto, battagliero, grintoso. Scomparso prematuramente. A volte penso a quello che poteva essere e non è stato. Dopo la sua morte è venuto il terremoto, la ricostruzione (chissà quante cose avrebbe detto contro i gestori del potere), lo sgretolamento della DC, questo tipo di classe dirigente. L’onorevole avrebbe continuato a battagliare, dall’altra parte della barricata. Dove è sempre stato.

L’Irpinia raccontata da Arpino

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giovanni-arpinoIrpinia carica di mistero e tragedia. Giornate piovose e cielo grigio. Alberi coccolati dal vento, lastre di vetro baciate dall’acqua, treni in partenza per Napoli dalla stazione di Avellino, paesaggi spettrali, luci sintetiche della città e la città dorme nella notte tenebrosa. Montagne e colline; orme, orme giallastre di animali, di lupi feroci e ululati immaginari. Irpinia nei primi anni ’20; fascisti per le strade e la rivoluzione alle porte e il dottor Gaetano Castiglia e la popolana Sabina. Questa è l’Irpinia di Giovanni Arpino dipinta nel romanzo “Un delitto d’onore”. Un romanzo cupissimo, feroce, pieno di rabbia.

“Un delitto d’onore” è ambientato in Campania: Avellino, Atripalda, Montrone (paese immaginario che ricorda nel nome Montoro e Montefalcione). Ricco di spunti, riflessioni filosofiche. Provincia tenebrosa e scrittura carica di tragedia. «Ora – scrive Arpino – i monti irpini apparivano più cupi nella luce al tramonto, coi boschi qua e là macchiati come da una lebbra giallastra che nel verde dei castagni aveva aperto vuoti piccoli e grandi, rognosi. La strada puntava su Atripalda e, […] lontana, la chiazza bianca e rosata di Avellino, larga nella pianura». L’Irpinia di Arpino è verdissima e minacciosa, piovosa e tragica. Occhi che guardano, occhi di perla e cielo carico di dolore.

La trama. Lui ama lei ed è gelosissimo: lui è un medico di nome Gaetano Castiglia; lei è una donna di basso rango di nome Sabina. Gaetano Castiglia ha vissuto per tanto tempo in America ed è tornato a casa per godersi la vita accanto alla donna che ama. Ma il dramma si nasconde dietro l’angolo. Sabina non è quello che lui pensava perché non è vergine e ha conosciuto altri uomini e tra questi c’è Vincenzo Carbone; e allora non resta che il delitto d’onore: una vittima, un’altra vittima. Sabina è stata violentata da Vincenzo Carbone. Ma poco importa per Castiglia. Egli non ha pietà per nessuno; avrebbe dovuto perdonarla (almeno capirla), invece niente da fare. Crudele davvero. Sullo sfondo l’Irpinia degli anni ’20 e i fascisti in azione. «Mi vogliono con loro» dice il medico.

Nichilista, pessimista, distruttore, shivaista, nietzschiano, evoliano. Gaetano Castiglia è un uomo d’azione infarcito di idee filosofiche legate all’idealismo magico: la sua filosofia è l’azione brutale. Insomma, è un individuo assoluto. Si evince chiaramente. «In quell’accidia – prosegue Giovanni Arpino – il dottor Castiglia si rivoltava provando malinconie, disgusto per tutto, inimicizie e sospetti verso chiunque, tranne se stesso». Disprezza il mondo, la vita, gli esseri viventi. Prova ribrezzo per il corpo umano, per la vecchiaia. Dice: «Tutto è noioso, è sporco. Il mondo mi fa schifo: è colpa mia? E questa ragazza invece mi fa voglia di campare». E poi «Vedi che il mondo è schifoso? […] pensa alla pancia di un malato, piena di budelli marci che puzzano».

Spara con il revolver Gaetano Castiglia. Crudo e crudele. Agisce e basta, agisce senza desiderio. Prima la sua amata Sabina (una rasoiata terrificante) e dopo la sorella di Vincenzo Carbone con il revolver. Castiglia «Non pensava a niente, guardava l’orologio, e un’ora aspettò, seguendo le lancette sul quadrante, e poi un’altra mezza […] e […] cominciò a sparare […] attentamente premeva il grilletto, ma le cinque pallottole erano già state scaricate». Castiglia come il protagonista del film “Un giorno di ordinaria follia” William Bill Foster. Impassibile, freddo, privo di sentimentalismo, umanitarismo. «E, – scrive Arpino – per la prima volta, finalmente al di sopra di sé stesso». Al di là del bene e del male, oltre la morale. Azione apatica come quella di Arjuna nella Bhagavad-Gita induista.

La storia ricalca il mito biblico di Adamo ed Eva: Sabina regala al dottore alcune mele. Un gesto estremo di libertà. «C’erano delle mele nel cesto, ancora verdi, lucidate vivamente da un panno. E ogni mela aveva una corolla di segni. Dei denti di lei, che s’erano piantati leggermente nella buccia aspra, lasciandovi piccoli semicerchi di colore ormai rugginoso». Si accorge Gaetano di “essere nudo” perché la sua amata Sabina non è vergine, non è Santa, non è Regina delle rosE, Sposa purissima, Madonna. Nudità e voglia di espiare. Tempo perso pensa il medico: lui l’ha fatta diventare una signora e l’ha tolta da una lurida locanda. Il medico allora decide di sopprimere il desiderio alla stessa maniera del monaco buddista Mizoguchi del romanzo di Yukio Mishima “Il Padiglione d’oro”. E questo romanzo di Arpino è “sospeso” a metà strada tra “Il padiglione d’oro” e “Il Gattopardo” di Giuseppe Tomasi di Lampedusa. Atmosfere rarefatte, nichilismo, fine dei tempi, tragedia, crollo di un ordine costituito, carico di pathos evoliano e nietzschiano. Tutto è crollato e il Fascismo è alle porte. L’individuo è lasciato a sé stesso: violenza, azione cieca, crudeltà esasperata. Senza valori, senza sentimenti, il mondo è al capolinea.

Giovanni Arpino ha scritto romanzi importanti come “La suora giovane”, “La sposa segreta”, “Il buio e il miele”, “La trappola amorosa”. “Delitto d’onore” è sicuramente un romanzo da riscoprire. Uscì per la prima volta nel 1960. Arpino ringraziò Dino Barelli per la documentazione che sta alla base di questo romanzo. Una società cristallizzata, un “piccolo mondo” chiuso e legato ad antiche consuetudini. L’Irpinia di Arpino è una metafora; è il simbolo di un meridione sempre uguale. L’autore colloca i personaggi fuori dalla Storia; infatti, l’Irpinia di Arpino esiste fuori dalla Storia, ha divorziato dalla Storia: i personaggi sono marionette di un teatrino, sono pupi siciliani. Fissità, immutabilità; passa il tempo ma la Storia non tocca le umane vicende di questo popolo. Provincia poverissima dove dominano le convezioni. Sabina non è illibata: questa cosa non può essere accettata dal medico nobilotto. Ecco il dramma, il dramma popolare.

Gaetano Castiglia come il Giovanni Episcopo di D’Annunzio, passione funesta. Un Castiglia che distrugge il desiderio. «Guardarsi intorno, – scrive Giovanni Arpino – in quella solitudine, in tanto silenzio, gli dava una sensazione di dominio. Sotto il cielo senza luna la valle era nera, lucida, circondata dai denti cupi dei monti, nettissimi, oltre i quali erano Napoli e il mare […] Ma ogni suo pensiero muoveva solo per spegnersi, suggellarsi in lei: ed ecco che ancora si vedeva con Sabina a Vietri, sul mare e nel sole, come in una proiezione quasi palpabile. Rise da solo a bocca chiusa, immaginandola impacciata, e poi subito scaltrita avendo raccolto i suoi consigli, i suoi ordini sulla sabbia […] O altre cose di lei ricordava, cose dell’inverno. Tra dicembre e febbraio nevicava forte sui monti, e dai sentieri di campagna attorno a Montrone si poteva vedere Avellino, laggiù, come una chiazza chiara, illuminata al fondo della valle, tutt’attorno l’anello ondulato, accecante delle colline e dei monti dove la neve era compatta, con orme scure e giallastre di animali. E in certe notti s’erano uditi i lupi». Da solo, prima del gesto folle, prima del delirio.

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1946, quando Nobile si fermò a casa Pagano

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Nel salone, inizio settembre. I soliti discorsi di mio zio e i ricordi e il passato. Sulla sedia seduto immagino il tempo perduto. Lo sento parlare e le sue parole si perdono nel giorno allegro: parole attaccate ai mobili, alla ringhiera, al lampadario. Oramai anche i muri conoscono le storie vecchie del parente. Colline verdissime di là dal balcone e un fiume. Com’è bella l’Irpinia, penso, e tutti questi ricordi… troppi e sempre gli stessi. Questo zio è instancabile. Raccontami qualcosa di più entusiasmante, non so, una storia dimenticata tipo il bisnonno Guglielmo Pagano e un personaggio famoso e il personaggio famoso esce sempre fuori all’improvviso. «Tu non lo sai, – dice lo zio – nel 1946 il generale Umberto Nobile si fermò a mangiare a casa di Guglielmo Pagano». Caspiterina! È vero ma non la sento da parecchio. Raccontami tutto, dettagliatamente. Così scrivo qualcosa. «Sì. Nobile tenne un comizio ad Avellino. Campagna elettorale del 1946, Assemblea Costituente. Si candidò da indipendente con il Partito Comunista Italiano in diversi collegi e anche in quello di Avellino». Prosegui per piacere. Avevo sentito parlare di Nobile e del bisnonno Guglielmo ma tanto tempo fa; me ne parlò mia nonna ma ero piccolo piccolo e non ricordo un bel niente. «E va bene. In quel periodo casa Pagano era frequentata da personaggi illustri e così e cosà e compagnia bella» e facciamo davvero tardi. Che racconto avvincente. Questo sì che è interessante.

Motivo d’orgoglio per un’intera famiglia. La visita di Umberto Nobile a casa Pagano è ancora oggi rammentata dai miei parenti. Visita del generale, visita diventata mito. Un mito, una sorta di biglietto da visita del genere tu non sai che il generale… a casa da noi in un giorno lontano. 1946, Atripalda. Nella grande casa del mio bisnonno Guglielmo Pagano entra il generale Umberto Nobile e il generale ha tenuto un comizio ad Avellino perché si vota per l’Assemblea Costituente e si è candidato da indipendente con il Partito Comunista Italiano in diversi collegi. Ha tenuto un discorso vibrante, solenne. I comunisti irpini l’hanno applaudito. Tra questi comunisti c’è il giornalista, dirigente del partito e segretario della camera del lavoro Silvestro Amore e Silvestro Amore è sposato con la figlia di Guglielmo Pagano, Giuseppina. Amore dice a Nobile: «Lei è ospite di mio suocero». E Nobile accetta l’invito. Tavola imbandita. È un evento storico. Le donne di casa entrano ed escono dalla grande cucina e portano in tavola pietanze prelibate. Il generale, tra un piatto e un altro, racconta la sua storia. Lasciò l’Italia nel 1931 e si trasferì in Unione Sovietica e collaborò con il progetto di dirigibile URSS W6 OSOAVIAKHIM; si recò anche negli Stati Uniti e rientrò in Patria soltanto nel 1943. E i ghiacci e la tenda rossa e l’Unione sovietica e le donne chiedono notizie sull’Urss e la cagnetta e le avventure al Polo e Togliatti e il PCI e la candidatura.

Fatto di settanta anni fa. Una vita. È passata una vita. In quelle stanze atripaldesi si è respirata un’aria particolare. Da Nobile a Guido Dorso, da Ugo La Malfa a Gennaro Maffeo. Il mio bisnonno Guglielmo Pagano era una personalità di rilievo di Atripalda nella prima metà del ‘900. Antifascista, repubblicano, di sinistra. Era un commerciante di vino: aveva contatti con aziende vinicole in diverse parti d’Italia; una di queste era l’importante azienda Folonari. Era un uomo agiato il bisnonno, un classico nobiluomo. Sposato con Carmelina De Feo, aveva cinque figli: Antonio, Sabino, Natalina, Angelina (mia nonna), Giuseppina. Il bisnonno manifestò simpatie politiche per il Partito d’azione e strinse anche amicizia con Guido Dorso. Fu molto amico del capo della polizia Arturo Bocchini e con il fondatore della prima sezione del Partito Comunista Italiano in Irpinia Gennaro Maffeo; frequentò casa Pagano ad Atripalda anche un giovanissimo Nicola Adamo. Insomma, in quella dimora passò la storia di una provincia e non solo. Casa Pagano era per tutti il “Cremlino”. Molto importante era anche il legame tra Guglielmo e Ugo La Malfa: nel 1968 il figlio di Ugo La Malfa, Giorgio, si candidò alla camera nel collegio Avellino Benevento Salerno con il Partito Repubblicano Italiano. Antonio Pagano, il figlio di Guglielmo, accompagnò Giorgio in alcuni paesi del collegio; lo fece e rinsaldò un legame tra due famiglie e ovviamente lo fece anche per ideali e per continuare la “tradizione politica” del padre. In una 500, paese dopo paese, comizio dopo comizio. Alta Irpinia, beneventano, Salerno. Nell’ultima sera di campagna elettorale Antonio e la moglie Gianna omaggiarono Giorgio La Malfa con una torta “a forma di edera”. Antonio Pagano era un commerciante di caffè, lavorò in Brasile per diversi anni.

Una famiglia antica con idee moderne, una famiglia agiata di Atripalda con amicizie importanti. Quando morì Natalina – figlia di Guglielmo – il professore Raffaele La Sala scrisse alcune righe commoventi. In queste righe dedicate a Natalina c’è la storia di un’intera famiglia. «Conversatrice misurata, – ricorda il professore Raffaele La Sala – madre premurosa, memoria infallibile, una miniera di fatti e vicende che ricostruivano fitte fitte trame di relazioni affettive ed umane. Nel suo racconto si dipanavano ricordi familiari e bagliori di guerra, piccole e grandi storie quotidiane… l’avventura di Guglielmo Pagano, il padre, agiato ed elegante commerciante di vini; il potentissimo capo della polizia fascista Arturo Bocchini, il generale Umberto Nobile e la sua inseparabile cagnetta. E poi Dante Troisi, il giudice scrittore, e poi Silvestro Amore, il giovane ed affascinante ufficiale che aveva sposato la sorella, poi militante politico e giornalista di vaglia».

Guglielmo Pagano morì nel 1955. Partecipò ai suoi funerali anche una delegazione comunista capeggiata dal segretario della federazione di Avellino Ruggero Gallico. Eppure da qualche parte è nascosta una vecchissima fotografia. Non ricordo dove. In un vecchio scatolone sicuramente. La ricordo vagamente. Il bisnonno Guglielmo è a Venezia. Immancabile cappello grigio, cappotto nero. Piccioni a destra e a sinistra, sguardo nobile. Sembra un attore, un uomo del tempo andato. Volto pieno di mistero, occhi sinceri pieni di cose vista e di cose straordinarie. Ma sì. Da qualche parte deve stare queste fotografia: nel giardino della mia memoria, da qualche parte. E spesso vado a trovarlo al cimitero di Atripalda; sta in alto sopra la moglie. Vado a trovarlo e guardo la pietra tombale e medito medito. Che cos’era Atripalda allora, che cos’era quella casa allora. Atripalda e il Blocco Popolare e quella casa piena di ricordi. E sì, un po’ lo invidio, al bisnonno si capisce. Ha conosciuto Guido Dorso, Gennaro Maffeo. Umberto Nobile. Avrei voluto vederli. Tutti e tre e avrei voluto parlare con loro, anche per poco tempo. E poi avrei voluto parlare con lui con il capostipite di una famiglia atripaldese. Con lui per un’ora, per mezzora, anche per un quarto d’ora. Un semplice ciao come stai, i tuoi giorni sono pieni luce.

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Il racconto di un consigliere comunale di Atripalda

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di Romeo Castiglione

Antonio Acerra, 52 anni. Consigliere Comunale di Atripalda; è stato capogruppo del monocolore popolare. Dal 1998 al 2002  capogruppo dell’Ulivo; nel 2007 è  rieletto consigliere comunale con il centrosinistra; promotore della vittoria del sindaco Laurenzano. Protagonista della creazione del PD ad Atripalda. Subito dopo l’avvento della giunta Laurenzano, si  dissocia dall’operato dell’amministrazione;  lascia il PD e il gruppo consiliare di maggioranza. Attualmente è un consigliere comunale indipendente; molti lo danno vicino alle posizioni dell’UDC, per il rapporto personale e politico che ha con gli esponenti del partito centrista.

Consigliere Acerra, perché ha deciso di uscire dal PD e dalla maggioranza?

 

Credo di essere stato tra i protagonisti, della costruzione del PD ad Atripalda. Ho vissuto una breve parentesi di dirigente provinciale, in qualità di componente della direzione provinciale; il partito in quel periodo era guidato da Franco Vittoria. Una serie di delusioni, sia sul piano locale, sia sul piano nazionale, mi hanno portato a prendere tale decisione. Per non farla troppo lunga, credo di non essere stato un cattivo profeta quando ho iniziato a capire che il progetto del PD, la fusione di due storie, due culture, due tradizioni, era un progetto fallimentare nei fatti. La fuoriuscita da questo partito di tanta gente illustre, e la condizione in cui versa, mi spinge a dire che avevo visto bene. La mia esperienza in questo schieramento è risultata non esaltante su diversi fronti : politico,amministrativo, umano.

Un giudizio sull’amministrazione Laurenzano

 

Le vicende amministrative, hanno influito non poco sulla mia scelta. Io venivo da un amministrazione basata sulla collegialità, sul reciproco rispetto e sul  massimo coinvolgimento. Purtroppo, ho dovuto registrare, che in questa esperienza, non c’è stato nulla di tutto questo. Sono stati privilegiati, i gruppi di appartenenza. Le pressioni  sono venute dall’alto; c’è stato un continuo scontro interno; tutto al discapito della buona amministrazione e delle risposte alla soluzione dei problemi,che la gente aspettava. Infatti, sono tante le cose che non ho condiviso; cose che mi hanno portato prima ad allontanarmi, e poi dare un giudizio estremamente negativo, sull’operato di questa amministrazione. Non scopro niente, quando dico che il giudizio della pubblica opinione, in città è fortemente negativo. C’e troppa distanza tra questa amministrazione ei cittadini.

Molti dicono che l’amministrazione Laurenzano, è una delle più inconcludenti degli ultimi anni; è vero?

 

Certamente si, anche se ad onor del vero, bisogna riconoscere che viviamo un momento particolarmente difficile, sotto tanti punti di vista. La grave crisi economica ha influito in maniera forte, anche sulla gestione amministrativa del nostro comune. Il problema di questa amministrazione è il seguente : non c’è una vera programmazione. Gli ammistratori non sono stati individuati per qualità; c’è stata una cattiva gestione, nel rapporto con la macchina amministrativa. Un fallimento, pur riconoscendo delle attenuanti, sulla gestione dei rifiuti; il caso mercato è stato gestito in maniera pessima; oltre queste problematiche, ci sono dei ritardi in diversi settori. L’alienazione dei beni, è più frutto di calcoli matematici, che di un effettivo progetto di risanamento dei conti. Sotto questa amministrazione, sono finite miseramente, iniziative e manifestazioni, che sono state il fiore all’occhiello della nostra città.

Come può uscire Atripalda da questa situazione, e quali sono le prospettive?

 

Innanzitutto, credo che vada individuata una nuova classe dirigente; svincolata da logiche di partito e di appartenenza. Una classe dirigente che sia capace, con la città (giovani, imprenditori, anziani, mondo della scuola, mondo della chiesa) di intraprendere un cammino di collaborazione. Un cammino, per aiutare Atripalda ad uscire da questa situazione. La prima cosa da fare, è una seria politica sullo sviluppo, per valorizzare le risorse disponibili; senza vincoli di appartenenza. L’obiettivo, è la creazione di una coalizione politica con lo scopo dell’interesse generale; capace di progettare, programmare, individuare percorsi. Una coalizione , per uscire dall’attuale stato di crisi. Bisogna utilizzare, fin quando è possibile, tutte le risorse : locali, regionali ed europee per aiutare la ripresa. Tutto questo, può essere fatto con la gente, per amore di Atripalda, senza fini particolari. C’è bisogno di persone pronte a dare l’impegno necessario per il bene comune. L’impresa è ardua, ma io mi auguro che con l’ausilio di tanti, si possa raggiungere questo obiettivo.

Quale potrebbe essere il contributo di Antonio Acerra?

 

Premetto che da ragazzo, sono stato impegnato in associazioni di vari livelli : politico e sociale. Associazioni che tendevano a raggiungere determinati obiettivi, come il rilancio della nostra città. Per quanto sarà possibile, mi prodigherò insieme a tanti altri amici, per creare le condizioni per una città sostenibile. Colgo l’occasione, per rivolgere un invito ai giovani, per collaborare insieme. Non farò mancare il mio contributo, frutto della mia esperienza, maturata in tanti settori della vita sociale.

 

 

Nulla di nuovo

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di Romeo Castiglione

Noioso sabato. Con l’automobile ho raggiunto Atripalda : incontro con Pietro Foglia nella sede cittadina dell’UDC alle ore 17.30.In questa campagna elettorale, sto ascoltando tutti.

Mi sono ricordato solo per caso dell’incontro con Pietro Foglia ad Atripalda. Stavo camminando sulla piazza, quando l’addetto al camper pubblicitario dell’ingegnere mi ha chiesto per informazione l’ubicazione della sede dell’UDC. Non ho saputo dargli la risposta, perché non sapevo neanche io , il collocamento della sede. Con l’ausilio di un amica, sono riuscito a trovarla.

La sede dell’UDC di Atripalda, è una sede più unica che rara : tavoli da biliardo in compagnia di sedie e scrivanie. Una sede atipica per la modernità. Ho sentito il peso del tempo che ha attraversato la struttura. Ho immaginato, i travagliati anni del passaggio dalla prima alla seconda repubblica. Mi hanno detto che la sede è una sede storica. Le bandiere, ancora conservate, con vecchi simboli e i vessilli di un passato sepolto, ne sono la prova. La sede, vissuta come militanza, a prescindere dal colore politico, è oramai preistoria. Le divisioni ideologiche del passato, erano religione. Diverse dottrine, aggreganti e compatte. I partiti, quando esistevano realmente, si occupavano anche dell’aspetto ricreativo : non lasciavano mai solo il fedele, neanche nei momenti di svago. La mistica del partito : tutto per il partito, solo per il partito. Oggi si fa politica nei bar, nei ristoranti, nelle pizzerie. C’e la moda dell’happy hour, dell’aperitivo ,del drink. La cosa paradossale è che desidero ritornare ad un passato che non ho visto, ne ho solo sentito parlare. Si può mai avere nostalgia per qualcosa che non fa parte di noi?

Obiettivamente, ascoltare Pietro Foglia non è il massimo. Sono andato solo per vedere un politico alla ricerca di preferenze. Foglia è stato il primo in questa campagna elettorale ad esporre i manifesti: a gennaio, la sua sagoma sorridente, con il simbolo bene in vista, era già negli spazi pubblicitari. De Mita dice di lui, che è nato candidato. Lo statista di Nusco, ama, come detto, ironizzare su tutti e su tutto.

Il Pietro Foglia di Atripalda è  un Pietro Foglia un po’ sottotono : la voce rauca ha impedito di esporsi al meglio. Secondo me, ad Atripalda, avrebbe voluto parlare in condizioni ottimali. Tutti i politici,pseudo politici e politicanti, girano in lungo e in largo,  ma fanno finta di apprezzare realmente i piccoli comuni; le tappe importanti, sono le piccole cittadine, Atripalda è tra queste.

Ha preso parola, libero dai condizionamenti dei De Mita. Ha evidenziato le sue linee programmatiche. Foglia, con la sua cultura pragmatica da ingegnere ha fatto luce sulle reali possibilità di incidere, da politico navigato e soprattutto avvezzo ai tavoli delle trattative. Pietro Foglia è il classico politico-amministratore.

Come ricordato in avvio da Gerardo Capaldo, non è più tempo dell’astrattezza politica, del ragionamento filosofico, del pensiero effimero. Il mondo corre, non si deve perdere il treno della modernità. Il ruolo del consigliere regionale è cambiato : alla regione sono chieste le soluzioni dei problemi. Si manda in regione il politico più concreto, amante delle cose possibili, senza fronzoli. Pietro Foglia, ha queste caratteristiche, da me non amate per niente.

Ha capito come funziona la politica, e non ha bisogno di filosofie particolari per comprendere che nella società attuale, 100 vale più di 10. Ha capito tutti gli ingranaggi della macchina burocratica. La campagna elettorale impressionante che ha messo in atto, lascia presagire la voglia di prendere il seggio. Ma per cosa?

Le classiche esternazioni su De Luca, lasciano il tempo che trovano; forse ha pure ragione sulla reale personalità del sindaco di Salerno, ma non fa una giusta comparazione. Il centro-destra non ha la palma del buon governo.

Il forte dell’ingegnere è la viabilità. Ha ricordato tutte le tratte interrotte; le grandi arterie rimaste a metà. Il suo obiettivo è quello di riprendere il piano grandi opere; ha criticato  la gestione Bassolino per lo sperpero di denaro pubblico : fondi europei investiti per altre cose. Ha parlato dei vari distretti produttivi e dell’irpinia. Un discorso molto tecnico, da amministratore più che  da ideologo.

La parte migliore l’ha dedicata al trascorso politico. Alla storia, quella della grande stagione del pensiero. Rivendica con orgoglio la sua matrice democristiana; la scelta dell’UDC per lui, è la scelta di non far spegnere il passato. La politica per Foglia è quella dei piccoli passi; promozioni acquistate sul campo, dopo anni di gavetta, ruoli sudati. Ha fatto un paragone tra lui e i tanti e le tante sgallettate alle prime esperienze politiche, già lanciate verso palcoscenici prestigiosi. Mi viene l’orticaria se penso ai vari parlamentari irpini.

Secondo Foglia, l’UDC è un partito di militanza. I contenitori vuoti di PD e PDL non sembrano risolvere i problemi della gente.

Ma cosa può risolvere l’UDC?

Niente di nuovo. Gli altri sono più sfrontati nel candidare miss, veline e miliardari: ma il partito di Foglia nonostante questo non rappresenta la soluzione dei mali della politica. La congrega dell’UDC non ha come obiettivo la rinascita della società. Il grigiume, che non-colora i completi eleganti non è la risposta “normale” alla crisi generale. Sono nella direzione sbagliata, soprattutto se continuano a credere che il male della Campania è il napolicentrismo…….

La dinastia dei De Mita

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di Romeo Castiglione

Ho letto per caso, ieri, un trafiletto sopra il mio quotidiano abitudinario. Nella pagina politica, era riportata la notizia di una presenza del presidente Ciriaco De Mita, alla biblioteca comunale di Atripalda . Spinto dalla curiosità di vedere il leader di Nusco, alle prese con il suo elettorato, ho preso parte, tra gli spettatori, all’incontro. La biblioteca di Atripalda è un luogo di raccoglimento, piccolo e accogliente; uno spazio limitato : antitesi di centri congressi e di auditorium. L’incontro nella biblioteca, è paragonabile, (musicalmente parlando) ad un concerto acustico in un locale, contrapposto al mega-raduno rock delle arene.

De Mita, apparso stanco, si è lanciato nelle sue solite “escursioni filosofiche”, per il piacere della minuta platea, accorsa per vederlo.  Indubbiamente, il peso del suo trascorso politico, incide nelle sue decisioni (sempre discutibili). Non capisco, come fa, a farsi comprendere dal suo elettorato. De Mita, è il capo di un manipolo di fedeli, seguono il verbo e acconsentono; ma, non credo, che realmente, riescano a capire, quello che dice. L’UDC, ad Avellino, è retto solo dalla premiata coppia De Mita jr e Ciriaco De Mita : sono loro che tessono le tele delle alleanze, che programmano il futuro del partito, che inventano le motivazioni di decisioni imbarazzanti. Il resto, è solo colore. De Mita lo sa, è lui che vuole così.

La mente pensante, l’aquila solitaria di Nusco, ha trovato i suoi proseliti, nelle amministrazioni e negli enti. Critica aspramente il berlusconismo per la mancanza di collegialità, quando il suo partito è l’unico in provincia, ad avere una struttura gerarchica ben definita. Nessuno, al di sotto dei De Mita, può prendere il posto di comando. L’UDC, ricalca un modello di organizzazione, che sfiora la perfezione. Tutti , hanno un rapporto personale con il leader (Berlusconi idem). Hanno relegato a De Mita e al rampante nipote, le chiavi politiche del loro futuro.

Non lo nasconde neanche lui (De Mita). Paragona il nipote a se stesso, lo reputa, l’unico in grado di fare carriera, di rappresentare, al di fuori di Avellino l’UDC. De Mita jr, ha scavalcato, con una sopraffina e ineguagliabile astuzia, tutti i potentati fedeli a De Mita. Il cinismo che regge i suoi discorsi, non ha trovato l’opposizione dei vecchi demitiani degli anni 80.

De Mita, è l’unico che può permettersi di ironizzare anche sui suoi candidati; senza alcuna reazione. Ironizza sul nuovismo; rivendica le scelte fatte, non per novità, ma per una continuità, anche di discendenza familiare. La battuta di ieri, fatta ad una sua candidata alle regionali sul miglioramento di padre in figlio, è stata tremendamente brutta. Così come la battuta, che ha stoppato un suo altro candidato : si stava parlando di ferrovie, di linee da costruire nel territorio locale (il candidato si è dilungato parecchio); il leader di Nusco, quasi nauseato l’ha interrotto per ricordargli l’esistenza di un altro mezzo di locomozione : l’asino. Occasione per prendere la parola, e avvisare il suo popolo, che il futuro leader (Giuseppe De Mita) stavolta non avrebbe parlato. D’altro canto come detto da De Mita senior, i due De Mita dicono la stessa cosa.

Il suo discorso è stato come al solito, di difficile comprensione : ha esposto la decisione della scelta del suo partito di aderire alla coalizione di centro-destra. Stavolta, il filo del discorso, si è spostato sul terreno dello scontro-confronto, tra la sua politica e il giustizialismo di marca dipietrista. Non regge il solito paragone politica-soluzioni con medico-paziente. Se De Mita, intende la politica in un ottica contrapposta al “giustizialismo” , si colloca in una posizione di ostilità verso una concezione che fa della verità il credo politico. Non mi è piaciuto quando ha detto, che in una società; se l’infrazione delle regole è una cosa diffusa, non occorre perseguitare chi infrange, ma bisogna  disciplinare in un nuovo modo la società stessa. Se la regola esiste, bisogna rispettarla, senza se e senza ma; se gli altri sbagliano, non dobbiamo acconsentire che addirittura prendano il sopravvento.

Ma chi è veramente Ciriaco De Mita?

È l’unico che, prima di ogni campagna elettorale viene coccolato da destra e sinistra. Dopo la sua scelta, la parte rifiutata, parla in maniera  anche dura nei suoi confronti. Triste demagogia. Alla fine, non è lui che viene scelto, ma è lui che sceglie da che parte stare.

Però adesso, sembra aver perso il suo smalto; le storielle, gli aneddoti, le lezioni di politica non sembrano dare le risposte alla soluzione di problemi veramente importanti. La sua politica, è lotta personale. Una campagna elettorale importantissima come questa, non può essere impostata sui livori. La sua equazione De Luca = Berlusconi, credo che non ha fondamento, quando poi si cerca di chiudere gli occhi, su personaggi discutibili che si nascondono dietro il candidato del centro-destra. Così non va bene, stavolta non c’e nulla d’applaudire.