Del Mauro, il sindaco del dopoguerra

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Avrei dovuto scrivere quest’articolo nel mese di luglio dello scorso anno, in occasione del ventennale della sua morte, della morte dell’unico sindaco sanbarbatese di Manocalzati dal dopoguerra a oggi. Avete capito di chi sto parlando: ovviamente di Giuseppe Del Mauro, per tutti semplicemente don Peppo. E non è stato possibile scriverlo prima per diversi motivi. C’è sempre qualcuno che mette i bastoni tra le ruote e qualcuno non vede di buon occhio don Peppo perché… perché… va bene… il motivo lo sapete e non sto qui io a dirlo a voi. Forse Del Mauro provoca ancora adesso irritazione nei confronti dei soliti noti. Tutto è così strano in questo paese.

Non potevo dargliela vinta e con le carte o senza carte ho dedicato un piccolo spazio a Giuseppe Del Mauro. E me l’hanno fatto diventare perfino simpatico, a Del Mauro si capisce. Nonostante tutto. Forse non è cambiato niente e la mentalità del paese rimarrà sempre la stessa. Qualcuno dice: si stava meglio quando si stava peggio. Sicuramente il passato genera malinconia, anche se è stato brutto e la mente tende a rimuovere le cose non belle. E non pochi lo rimpiange ancora, a Del Mauro sindaco. Io non lo rimpiango (non ho vissuto quel periodo perché ancora dovevo nascere) ma questi che ci sono adesso non sono certo migliori di lui. Almeno prima avevamo un sindaco sanbarbatese, un sindaco che viveva a San Barbato e che non era medico.

Di San Barbato e possidente terriero. Del Mauro era il classico galantuomo di una volta. Apparteneva alla classe agiata del paese. «Entro questa classe – scrive Edward Banfield nel libro “Le basi morali di una società arretrata” – esiste una netta distinzione tra coloro che sono galantuomini e coloro che non lo sono. Essere galantuomini dipende esclusivamente dalla nascita: indipendentemente dall’occupazione, dal grado di istruzione, dal reddito, una persona è galantuomo se lo era suo padre. La situazione di questa piccola nobiltà non differisce da quella degli altri membri del ceto superiore se non nel fatto che essa riceve maggior deferenza: ci si rivolge loro semplicemente con il titolo di don o donna, seguito dal nome come don Paolo, donna Maria. Ai preti il titolo spetta d’ufficio». Il sindaco sanbarbatese era apprezzato dalla quasi totalità della popolazione locale. In lui vedevano una protettore, un punto di riferimento, un dispensatore di bene. Tutti andavano da lui in caso di problemi e lui metteva pace, manteneva l’armonia, risolveva controversie tra contadini: andiamo da don Peppo, decide don Peppo, glielo dico a don Peppo. I ceti inferiori, quelli più popolari, lo adoravano e lo veneravano addirittura.

«Potevamo levare le immaginette di Gesù Cristo a capo del letto e potevamo tranquillamente mettere quelle di don Peppo e potevamo tranquillamente mettere anche quelle di Arturo De Masi». Così mi ha detto un signore anziano di San Barbato. E forse era vero. Molti contadini lavoravano nelle terre del sindaco: erano mezzadri. Una famiglia da sempre legata a ideali risorgimentali, liberali, monarchici. Un suo antenato Giuseppe, durante i travagliati giorni post unità d’Italia era Capitano. Nei giorni della rivolta alcuni uomini del posto «circondarono la casa del capitano […] e si fecero dare dalla moglie il ritratto di Vittorio Emanuele, che immediatamente frantumarono», così scrive il professore Edoardo Spagnuolo nel libro “La Rivolta di Montefalcione”. Un altro antenato si chiamava Emanuele e costui era liberale. Una famiglia, quindi, che ha vissuto in prima linea gli eventi politici del tempo passato.

Ma ci pensate? Avevamo un sindaco di San Barbato. Che cosa bella. Adesso una cosa del genere sembra una chimera. Tramontato questo periodo, scomparso il periodo d’oro di Arturo De Masi non resta che rifugiarsi nei ricordi e ricordare… ricordare… San Barbato e Manocalzati negli anni ’40 e ’50, la voglia di venir fuori da un periodo brutto. Le dure battaglia contro la DC (perché alla fine era una corsa a due tra monarchici – missini – progressisti e democristiani e questa corsa a due, massimo tre liste, si è perpetrata nel tempo), le lotte per la libertà. Erano tempi particolari: la battaglia politica era davvero accesa. Da una parte gli idealisti, dall’altra i democristiani. Idealisti che a Manocalzati hanno occupato lo spazio politico della “destra” ma destra vera non era. Al massimo era una “sinistra quasi radicale”. Manocalzati non ha conosciuto l’esperienza politica della Tromba nel 1952, a Manocalzati, diciamo fino agli anni ’80, non c’è mai stata una vera forza di sinistra politica.

Giuseppe Del Mauro si candidò alle elezioni amministrative del 1946, le prime del dopoguerra, con una lista di orientamento liberale contrassegnata dal simbolo della spiga di grano, riconducibile all’esperienza dell’Unione Democratica Nazionale (l’UDN che si presentò alle elezioni dell’Assemblea costituente). La sua lista dovette vedersela con il raggruppamento democristiano: nonostante l’aspra lotta vinse la lista della spiga (chiamiamola così per comodità); Del Mauro fu eletto primo sindaco democratico del dopoguerra e amministrò Manocalzati per un decennio. Successivamente aderì al Partito Nazionale Monarchico di Alfredo Covelli e divenne un acceso sostenitore di Stella e Corona. Perché aderì dopo al PNM e non prima? Semplicemente perché il PNM nacque dopo l’esito referendario del 2 giugno del ’46 e Covelli si candidò alla Costituente con il Blocco Nazionale della Libertà. Il sindaco strinse, inoltre, un accordo con i missini locali. Due simboli in un simbolo solo (PNM e MSI). Anche in paese le forze monarchiche erano la maggioranza, poi, vuoi per una cosa, vuoi per un’altra tutto è andato perduto. La DC di Fiorentino Sullo (a Manocalzati l’amministrazione gli ha dedicato la piazza, probabilmente per segnare una continuità con le esperienze del passato come a dire noi ci ispiriamo a Sullo) le tentò tutte per rompere la forza dei monarchici e l’utilizzo della classe medica in politica si è dimostrata una soluzione vincente.

Un giovane Arturo De Masi cominciò a frequentare la casa di Del Mauro. Quest’ultimo lo avvicinò alla politica: da lui raccolse l’ideologia e i voti. Il De Masi degli anni ’60 raccolse l’eredità culturale di un uomo certamente importante per questa comunità, oggi quasi del tutto dimenticato. Per colpe non mie, ovviamente, ma di chi vuole questo. De Masi divenne quello che divenne, certo. Ma Del Mauro comprese prima di tutti le qualità del giovane di Manocalzati: fu proprio lui a inventare la Colomba. «Basta con questi simboli – disse ad Arturo – fai una civica e chiamala Colomba. Vinci e poi vieni a San Barbato a piedi, da me». La volontà di sganciarsi dai vecchi simboli, la volontà di rinnovamento, la volontà di percorrere nuove strade fanno del sindaco sanbarbatese un amministratore eclettico, aperto alle novità. E Arturo vinse con la Colomba nel 1964 e raggiunse a piedi San Barbato per omaggiarlo e con lui ci fu tutto il popolo in festa. Ma questa è un’altra storia…

1966, l’inaugurazione del Monumento ai Caduti di Manocalzati

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Maestoso, candido. Solitario volatile, lapide di marmo, nomi, date, guerre. Manocalzati ai suoi figli migliori caduti per la Patria i cui nomi volle qui scolpiti a ricordo imperituro. Il sacrario è accarezzato dal severo sole; liturgica tavola del patriottico culto. Eterna fiamma. Inaugurazione del Monumento ai Caduti 9 giugno 1966. Polvere di tradizione, corona di cuori e lacrime, folla in festa, drappi tricolori. Vicenda di cinquanta anni fa. Vicenda del glorioso passato. Giorno del lontano 1966, giorno memorabile per la comunità di Manocalzati. È doveroso ricordare gli eventi importanti della nostra storia; quest’anno ricorre il cinquantesimo anniversario dell’inaugurazione del Monumento.

Il 9 giugno 1966 il sindaco Arturo De Masi realizzò il suo sogno. L’Irpinia ammirò lo spirito di abnegazione dei manocalzatesi. Arrivarono in paese le autorità civili e militari. Raggiunsero Manocalzati S.E. il prefetto di Avellino dottor Cataldi, S.E. il console generale degli Stati Uniti d’America in Napoli Byington, il generale Antonio De Majo, Ralph Gualberto e sua moglie Elisabetta. La banda del X° CARTC e una rappresentanza di giovani reclute diedero inizio alla cerimonia ufficiale. Il popolo di Manocalzati assistette all’inaugurazione in maniera commossa; le scolaresche attesero l’arrivo delle autorità e liberarono nel cielo tantissimi palloncini colorati. Arrivarono a Manocalzati gli onorevoli Antonio Guarra e Bernardo D’Arezzo, i consiglieri provinciali Pasquale Grasso e Silvestro Petrillo, i Generali della riserva Domenico Caprio e Giordano, il Colonnello Ugo Porta del presidio Militare, il Tenente Colonnello Antonio De Masi e il dottor Luigi Piccolella. Il sindaco De Masi nominò la moglie di Ralph Gualberto, Elisabetta, madrina del Monumento. La signora si presentò in paese con un abito scuro molto elegante e con un cappello; ella tolse il pannetto e scoprì la lapide. Tutto il popolo applaudì Elisabetta. Ho recuperato alcune fotografie. Elisabetta è austera, raffinata.

«In un favoloso scenario di morbide luci, – scrisse il professore Antonio Tirone – l’alba del 9 Giugno, calando da quell’arcano empireo dove gli uomini la vollero sfavillante di verginale bellezza, scioglie impalpabili tinte all’orizzonte percorso già dai primi aliti della incipiente estate, come a promettere felici auspici di una giornata splendida e serena agli uomini in attesa. L’ampia distesa del cielo, come una casta ara votiva, s’appresta a ricevere all’infinito i raggi impetuosi del sole, per ridonarli, quasi per un antico rito sacerdotale, alla terra assorta in preghiera, purificati: sacerdotesse incorruttibili, le vette dei monti tendono all’intorno le loro cime sfavillanti, mute testimoni dell’umana vicenda, nell’eterno fluire del tempo. Disteso nel verde maturo delle sue campagne, il paese si sveglia pavesato di bandiere ed i muri tappezzati di manifesti tricolori, pronto per la festa dei suoi Eroi che vuol essere, all’un tempo, rimembranza e ringraziamento, dichiarazione, da parte dei vivi, di fede imperitura negli immortali valori della Patri, nel nome di Coloro che, per Essa, ubbidirono e caddero, per rivivere, eternamente giovani e santificati dal sacrificio, nel cielo eterno da Dio riservato ai Martiri ed agli Eroi».

Il Monumento fu realizzato grazie al prezioso contributo dei manocalzatesi residenti all’estero e in modo particolare grazie ai manocalzatesi “americani”. S’impegnò attivamente l’italo americano Ralph Gualberto; egli si stabili a Nutley nel New Jersey. Il sindaco De Masi scrisse lettere frequenti a Gualberto: nelle lettere il sindaco espose all’emigrante l’idea di raccogliere i fondi per erigere il Monumento. E Gualberto si mise in contatto con i manocalzatesi d’oltre oceani. In otto mesi riuscì a recuperare ben 4000 dollari. Visitò tutte le case dei compaesani del New Jersey. «Oggi, 9 giugno 1966, – disse Ralph Gualberto – ho il piacere di presentarmi a voi con 4.000 dollari che, spero, riusciranno a realizzare il sogno del nostro carissimo Sindaco, arricchendo la cittadinanza di un monumento ai suoi Figli più gloriosi. Questa somma che oggi porto a voi, amici carissimi e concittadini, a dire il vero è frutto di sacrifici e di lavoro: ci vollero ben otto mesi, girando ogni domenica, visitando paesani nello stato di NEW YORK e NEW JERSEY. […] Al mio ritorno in America, nel silenzio e nella pace della mia casa, pensando a questi momenti gloriosi e commoventi per Manocalzati, ricorderò per sempre i vostri volti amichevoli e il vostro sguardo penetrante».

Collaborarono economicamente diversi enti. La Provincia di Avellino diede al comune di Manocalzati 500mila lire; l’associazione famiglie Caduti e vedove di guerra 100mila; l’associazione combattenti 20mila e il Ministro della Difesa 30mila. Furono raccolte 895.300 lire con le sottoscrizioni; dalla città di Roma giunsero 82.500 lire e da quella di Busto Arsizio 58mila. La società Vianini Costruzioni contribuì con la somma di 300mila lire.

Il Sindaco De Masi, in qualità di Presidente del Comitato Promotore Monumento, ringraziò tutti e mostrò la sua soddisfazione. «Signori, a nome del Comitato esecutivo, […] porgo il mio deferente saluto e commosso ringraziamento a S.E. il prefetto, […] agli Onorevoli […], a tutte le Autorità qui convenute per unirsi a noi in questo doveroso omaggi ai nostri 49 Caduti, militari e civili, di tutte le guerre. […] Oggi il nostro desiderio è realtà e ci sia consentito di esprimere sentimenti di intima, patriottica commozione sul ricordo sacro dei nostri Caduti. I loro nomi, scolpiti nei nostri cuori, prima che sul marmo, rievocano volti cari a mille ricordi di vita comune, ma oggi tra noi c’è il loro spirito che conferisce la migliore purezza a questa manifestazione. Concittadini, adempiuto il voto di onorare degnamente il sacrificio supremo dei nostri Caduti, a noi, ora, il compito doveroso di custodire le sacre memorie».

La notizia apparve sul Mattino (A Manocalzati un Monumento ai Caduti coi risparmi degli emigrati), sul Tempo (Un ponte ideale con l’America il Monumento di Manocalzati), sul Fante d’Italia (Il 9 giugno la cittadina ha vissuto una intensa giornata patriottica in occasione dell’inaugurazione del Monumento ai Caduti) e sul Roma (Inaugurato solennemente a Manocalzati il Monumento ai Caduti di Tutte le guerre). Riportò la notizia anche il giornale statunitense The Nutley Sun (Nutle’s Ralph Gualberto raises funds, dedicates war memorial in Italy).

Inviò un telegramma il Ministro della Difesa Tremelloni. «Molto spiacente che inderogabili impegni Governo mi impediscono partecipare 9 giugno inaugurazione Monumento Caduti virgola formula voti augurali migliore riuscita significativa cerimonia pregandola porgere mio cordiale saluto partecipanti Alt». Inviò un telegramma anche Alfredo Covelli. «Causa precedenti impegni politici costringomi partire Sardegna stop. Rammaricato non poter presenziare inaugurazione Monumento ai nostri gloriosi caduti sono spiritualmente presente stop vive cordialità». I membri del Comitato Promotore stamparono anche un opuscoletto nel 1967 per commemorare lo storico evento.

D’Ambrosio e il Sud che non vuole cambiare

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michele d'ambrosio

È il 2010. Pomeriggio di fine agosto. Tramonto mesto. Estate irpina, San Potito Ultra, alberi silenziosi. Avevo tante speranze nel cuore. Una stretta di mano, tempo sospeso in un sorriso. Storia, storia dimenticata. Michele D’Ambrosio era stanco; un bastone accompagnava la sua ombra. Osservavo il suo volto, i suoi occhi. Tempo sospeso in un sorriso. «Salve, onorevole». Dissi. «Salve, Romeo. – Rispose – Che cosa succede a Manocalzati?». «Niente di nuovo». «Purtroppo Manocalzati è un paese reazionario. Non cambierà mai nulla. Dovresti rimboccarti le maniche, sei giovane». È un paese reazionario. L’onorevole era un grande conoscitore della politica irpina. Ho capito dopo. Ricorderò sempre le sue parole. D’Ambrosio mi abbracciò. Scrutai nel suo sguardo un fondo di malinconia. Le partite si perdono, le idee vincono sempre. Mi raccontò alcune storie, alcuni aneddoti. Io parlai del mio blog. «Si chiama l’Irpinia che vuole cambiare». D’Ambrosio alzò lo sguardo verso il cielo, poi affermò. «Ah, c’è un’Irpinia che vuole cambiare? Dove sta?».

Parole sante. Parole davvero sante. Sono passati sei anni. Il tempo scorre. Le cose non mutano. Giuseppe Moricola m’invitò alla prestazione del libro di Enzo Cioffi “La musica che cambia nell’Italia che decolla. Società, giovani e sound dagli anni ’50 al ‘68”. C’era anche l’onorevole. Fu davvero una bella iniziativa. In quel periodo l’amministrazione di San Potito organizzava eventi interessanti. Il Museo del Lavoro promosse nel 2010 diversi appuntamenti culturali di un certo spessore con il cartellone “Apriti Sesamo”. Partecipai anche io.

D’Ambrosio era un uomo di sinistra, un comunista vecchio stampo. Io coltivo il mito di Pippo De Jorio, di Alfredo Covelli, del vecchio Partito Nazionale Monarchico. All’apparenza non abbiamo punti in comune. All’apparenza. In realtà la pensiamo allo stesso modo. L’onorevole ha sempre lottato per un ideale nobile: ha contrastato la cattiva politica e il clientelismo. Pertanto lo stimo. Anche io detesto la cattiva politica e il clientelismo. Mi avvicinai a De Jorio per amore della libertà. La mia è stata una scelta di libertà. La mia libertà è uguale alla libertà di D’Ambrosio: la sua lezione morale è ancora attualissima. E quella chiacchierata di San Potito non dimenticherò mai più.

Manocalzati, il mio paese, è reazionario. In sostanza è un paese con una mentalità chiusa; è un paese anti illuminista, anti progressista; è un paese particolare. La gente si schiera sempre con il più forte. Purtroppo è tutta colpa della mentalità. Il popolo non oppone resistenza. Firma una sorta di delega in bianco. La sociologia potrebbe aiutare a capire i fenomeni: il paese merita l’attenzione dei migliori studiosi. C’è un caso Manocalzati. Anzi, Manocalzati è l’emblema della questione meridionale. Nel 1958 Edward Banfield andò a Chiaromonte in Basilicata e scrisse il libro “The Moral Basis of a Backward Society – Le basi morali di una società arretrata”. Introdusse il concetto di “familismo amorale” e stimolò il dibattito sul familismo al Sud Italia. Per D’Ambrosio la questione meridionale è ancora attuale. Alcuni comuni irpini meritano un’attenzione particolare. C’è poco rispetto per la cosa pubblica. La gente pensa soltanto alla proprietà privata. Carlo Levi nel libro “Cristo si è fermato a Eboli” spiega le ragioni del modo di essere del popolo meridionale. Anni e anni di dominazioni straniere.

Non è un caso che Manocalzati abbia avuto, dal dopoguerra ad oggi, soltanto sei sindaci. Ben tre sindaci sono della stessa famiglia. Francesco De Sanctis, Guido Dorso, Gramsci, Carlo Levi piangono in silenzio. I nostri amministratori dedicano le piazze a Fiorentino Sullo. E non è un caso. Dimenticano John Ciardi, il figlio migliore del paese, e osannano Fiorentino Sullo. Perché? Perché sconfisse il Partito Nazionale Monarchico. In quel periodo Stella e Corona amministrava molti comuni dell’Irpinia. Sullo invitò i medici dei paesi a candidarsi con la DC. Riuscì, così, a distruggere gli avversari. E il PNM era un partito anti sistema e anti potere. Stiamo ancora pagando questa scelta.

Ho affrontato a testa alta la campagna elettorale per le elezioni comunali a Manocalzati. Ho perso. Però ho difeso le mie idee. E D’Ambrosio è certamente un mio modello di riferimento. Non sarò il sindaco: sarò il leader dell’opposizione. Sono orgoglioso lo stesso. Ringrazio anche l’onorevole. Adesso non c’è più. Ho capito una cosa: il milazzismo è ancora attuale. Destra e sinistra in provincia condividevano le stesse battaglie. Bisogna ripartire dalla lezione dei personaggi politici del passato e dal civismo. Nel mio bagaglio politico culturale c’è la Colomba di Arturo De Masi, la Torre di Emilio D’Amore, la Tromba di Adelia Bozza, la Fenice di Albanese e Generoso Pascucci. Civismo di lotta e di governo, civismo di protesta e di proposta.

Michele D’Ambrosio nacque a Bonito, nel paese di Alfredo Covelli il 2 settembre 1944. Assunse la carica di segretario provinciale del PCI nel 1976; nel 1983 entrò in Parlamento e sostituì l’atripaldese Nicola Adamo morto in un incidente stradale. Fu componente della Commissione parlamentare d’inchiesta sulla attuazione degli interventi per la ricostruzione e lo sviluppo dei territori della Basilicata e della Campania colpiti dai terremoti del novembre 1980 e febbraio 1981 dal 19 settembre 1989 al 16 ottobre 1989. Sempre nel 1989 si schierò sulle posizioni di Pietro Ingrao e contestò la svolta della Bolognina; ciò nonostante aderì al Partito Democratico della Sinistra. Continuò la sua attività politica all’interno dei Democratici di Sinistra e contribuì a fondare il movimento Sinistra democratica per il Socialismo Europeo. Aderì, infine, al partito di Vendola Sinistra Ecologia e Libertà. Morì il 21 ottobre 2010. Piansi. Piansi la scomparsa di un uomo di spessore. Scrissi una lettera sul blog. L’ultimo saluto a D’Ambrosio. La riporto. Adesso sono diventato consigliere comunale di opposizione a Manocalzati. Onorevole, l’ho fatto anche per lei. Quando arriverò in consiglio penserò anche a lei e penserò a quel pomeriggio di agosto del 2010. Lei mi ha dato la forza per andare avanti. Mi ha dato le idee. Ciao. Le sue parole, le sue parole ricorderò sempre.

Non ho mai pensato di scriverle una lettera: la vita ci divide, ci allontana. Le emozioni perdono il colore. Mi perdoni. Oggi, però, ho scritto una lettera. Ho scritto una lettera in questo brutto giorno. Adesso non c’è più, adesso non può sentirmi. Ho avuto il piacere e l’onore di parlare con lei diverse volte. L’ultima volta l’ho vista a San Potito. In quel pomeriggio di agosto ho capito tante cose. Il suo pensiero mi ha affascinato. Le colpe delle generazioni passate non devono ricadere sui giovani. Non abbiamo addosso nessun peccato originale. Dobbiamo soltanto rimboccarci le maniche. Lei è una figura importante della sinistra irpina. La classe politica locale dovrebbe prendere spunto dal suo insegnamento. Il rispetto viene prima delle divisioni. E rispetterò senza sosta la sua persona.

 

Una montagna dietro il Vesuvio

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John Ciardi

Sta girando il sole intorno a noi. È un giorno di primavera di tanti anni fa. Scendo le scale di marmo del vecchio municipio. Manocalzati, sogni rattrappiti. I miei amici si divertono: stereo a palla, rock progressivo, Orme, Canzone D’Amore. Senti il mondo che non grida più. Guardo una lapide strana; sulla lapide riposano le parole di una poesia, di una poesia di John Ciardi. Chi è John Ciardi? Non lo conosco. Ancora non lo conosco. Si accende una fiamma. Non dimenticherò mai più questi versi. Resto sotto la lapide. Judith Hostetter non c’è più, la bellissima Judith non c’è più. Sta girando il sole intorno a noi, Canzone d’amore. Fantasmi di un passato mai visto. Immagini di un futuro in bianco e nero.

Vivo, respiro a Manocalzati. Ogni mattina il tempo perduto entra nella stanza. John Ciardi è morto trent’anni fa. L’Età Dorata non esiste. Cerco conforto nella scrittura e nella lettura. E leggo, scrivo. Leggo le poesie del letterato italo americano: le adoro tutte. La più bella è Gloved Hand (Manocalzati). La più bella è quella della lapide. Sulla pietra giace una mano guantata. Di chi è questa mano? Perché nessuno ricorda? «Come un albero si riveste di muschio nell’ombra cingendo/ il luogo dell’albero nella sua presenza nel tempo/ qualcuno potrebbe nascervi e prestarvi fede». E sono nato e credo nella mano. Non voglio niente. Credo nella mano e basta. È la mia professione di fede. Figlio di una mano guantata, figlio di una roccia. «Di una pietra ignota nella cui presenza entrerò un giorno/ (come si arriva familiarmente al crepuscolo)/ convinto alla fine della mia presenza in essa». In quella pietra ignota è entrata l’anima di Ciardi il 30 marzo 1986. Era la domenica di Pasqua.

Entrerò anche io nella pietra. Hand in glove canta Morrissey. Mano e Guanto. È un tuffo nel buio, un tuffo infinito, un tuffo immobile. «Come un tuffatore per sempre sospeso nell’occhio/ fra mare e scoglio, la fissità dell’atto/ per sempre cristallizzata nell’aura di quel tuffo». Manufatto di Paestum, Magna Grecia, 1968. Briciola d’eternità. Fra mare e scoglio, sono sospeso fra mare e scoglio. La fissità dell’atto. Certo. La fissità dell’atto. Paestum, antichità, uomini remoti. Fra mare e scoglio trattengo il fiato. Per sempre, per sempre. La fissità dell’atto.

Nel mio cuore regna una data: 22 giugno 1969. Non ero ancora nato. La luce illuminò Manocalzati. La luce è Judith Hostetter e Judith Hostetter è la moglie di John Ciardi. Fotografie, capelli biondi, regalità. È una regina è una regina. Così dissero le donne irpine. È troppo bella, superiore. Judith, l’insegnante di giornalismo. Seguì il poeta in Irpinia. Judith, lei si che è una donna speciale. Le focacce di granturco, la mostarda, le verdure, il Missouri, i campi di cotone. Rose, rose American Beauty, rose dal balcone. Jackie Kennedy, Faye Dunaway. Il poeta salutò la folla, il sindaco Arturo De Masi sorrise, la banda suonò. Il popolo urlò viva l’America viva l’Italia viva De Masi. Bandiere a stelle e strisce, drappi tricolori, giorno di festa.

Ciardi e Manocalzati, Ciardi e sua madre. Manocalzati è la madre. Il 22 giugno ’69 il letterato tornò nel grembo materno. Gloved Hand è strettamente connessa alla lirica “Lettera a mamma”. «Ed è bene ricordare che questo sangue/ in un altro corpo arrivò, il tuo corpo/ […] questo è un viaggio attraverso le longitudini aperte della mente/ e le latitudini del sangue». Sangue, Irpinia, Terra d’origine. «Verrò, dunque, – disse il poeta prima di partire – senza la madre ma sempre nella bellezza dei miei pensieri e di lei». E venne. «Ripercorse in un baleno – scrisse il compianto Americo Tirone – tutti i giorni della sua vita e si accorse che la valle del Sabato gli recava nei rami degli alberi la verde estate di un tempo sospeso nella malia di un incantesimo. Affogò l’emozione in un ampio sorriso e scrutò nel ritmo delle colline alla ricerca di presenze familiari che gli potessero parlare come fantasmi evocati dalla sua penna di poeta».

E con la penna dipinse un paesaggio incredibile. Annotò le emozioni e le sensazioni dolci; giocò con le parole e con le chimere. Manocalzati è una montagna al di là del Vesuvio. Spiegalo agli americani. Dove sta questo paese? Dove sta Avellino? Manocalzati è terra di Napoli; il Sud è terra di Napoli. Siamo di Pompei. «Non c’è mistero su chi fossero i pompeiani. – Scrisse il letterato – Guardate i miei cugini e vedete la gente di Pompei». Che belle parole. Nella lirica “Ritorno” il tempo è soltanto una categoria convenzionale. «Sulla montagna al di là del Vesuvio/ in quello che ho lasciato/ del dialetto da cui sono partito,/ siedo con i cugini sconosciuti./ Fatta eccezione per l’Alfa Romeo/ che spia la casa del sindaco, una fluorescenza di TV riflessa/ nel vetro di una porta aperta,/ e il monumento dei caduti in guerra,/ potremmo scegliere a piacimento/ in quale secolo sedere. Abbiamo davanti vino rosso, pane, pecorino,/ fave, e olive condite con aglio. Un tavolo imbandito a Pompei. […] Le donne stanno dietro di noi/ dove le lasciavano i Greci. Quando la bottiglia è vuota/ ne portano un’altra./ […] Noi ci adattiamo in qualsiasi secolo ci troviamo».  Questi versi sono fantastici. Avrei voluto “sedere” negli anni sessanta del ventesimo secolo; avrei voluto vedere Judith, John e il sindaco Arturo De Masi. Non è possibile. Allora scrivo e rincorro i miei sogni.

Ultimamente la giunta comunale ha giocato un brutto scherzo al poeta. Ha deliberato il cambio di nome della piazza a lui intitolata: la piazza sarà dedicata a Fiorentino Sullo. Ciardi è stato “retrocesso” in piazza bianca. Una scelta che appare poco felice, ancora di più nel trentennale della sua morte e nel centenario della sua nascita; il Nostro è uno dei più importanti letterati statunitensi. È il figlio migliore di Manocalzati. Fiorentino Sullo è un politico, pertanto è un uomo di parte. Perché Fiorentino Sullo? Perché? Questa provincia è ancora legata alle vecchie logiche e alla mentalità democristiana. Se il professor Americo Tirone fosse ancora vivo, non avrebbe gradito la decisione della giunta. Peccato davvero.

Guarra e l’amicizia con De Masi

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Antonio GuarraA me piace immaginarlo con il Secolo d’Italia in tasca. Attraversò le strade del paese con fierezza. Brillò nei suoi occhi la malinconica. Poteva sfoggiare il giornale di partito. Manocalzati era zona franca, un avamposto missino. Poteva metterlo bene in vista il suo segno distintivo, il suo simbolo di fede. Aveva un portamento elegante, nonché una temerarietà impressionante. Per me resta un modello. Si. Perché quell’uomo con il quotidiano è il simbolo della libertà. S’infrangono sugli scogli della realtà i sogni del passato mai vissuto. C’era il sole il 9 giugno 1966. Antonio Guarra ritornò a Manocalzati: prese parte all’inaugurazione del Monumento ai Caduti. S’inabissa il mistero tra i meandri di un giorno perduto. Crisalidi di polvere si adagiarono sulla sua giacca. Quel pulviscolo sembrava polvere da sparo, salsedine crespa della mitraglia. Si nascose tra la folla, restò in disparte. Applaudì il suo amico sindaco Arturo De Masi; poi raggiunse il palco, gli strinse la mano e lo abbracciò. Di ieri resta ben poco. Il tempo calpesta le storie, cancella i ricordi. Eppure non va via dalla mia mente questa strana rappresentazione. Pare una raffigurazione ieratica, plastica. È scolpita in eterno. Guarra tra la gente, con il giornale in mostra e il sindaco sul sagrato di un tempio nazionale. È una ricostruzione vera. Per ragioni anagrafiche non ho avuto l’onore di assistere all’evento del 1966. È una storia minore, marginale; è una piccola storia nella storia. Non è mai fuggita dal mio immaginario. In fin dei conti è tutto vero. Gli anziani, i fedelissimi del sindaco, i nostalgici rammentano ancora adesso l’episodio. Guarra nel ’66 era una persona importante, un onorevole, un parlamentare missino di tutto rispetto. Volle venire a Manocalzati, volle rivedere Arturo, la gente devota del posto, i tricolori appesi ai balconi, gli stendardi, i vessilli del glorioso trascorso. Guardo al passato e non volgo lo sguardo al futuro. È colpa di quest’epoca avara di emozioni; è colpa del presente privo di fantasia.

Quest’amicizia tra i due politici nacque per caso. Germogliò negli uffici del corpo forestale di Benevento. La vita è imprevedibile davvero. Guarra sposò una possidente terriera di Benevento e frequentò con assiduità il capoluogo del Sannio: proprio a Benevento, alla fine degli anni ’50, conobbe Arturo De Masi. In quel periodo il sindaco di Manocalzati lavorava al corpo forestale con l’incarico di geometra. De Masi aiutò sempre l’onorevole napoletano. Procacciò tantissimi voti per farlo eleggere nel collegio elettorale di Benevento. E la stima fu reciproca. Infatti, il politico missino fu attirato da lui; in sostanza, lo elogiò in tantissime occasioni. Ho chiesto in giro alcune informazioni in merito all’amicizia tra i due. «Guarra – ha detto un anziano nostalgico – raggiungeva spesso Manocalzati. Assisteva a tutte le manifestazioni organizzate dal sindaco. Era attirato dal suo modo di fare, dal suo decisionismo, dalle sue manie di grandezza. De Masi era un uomo di destra e in quel periodo era uno dei pochissimi sindaci nostalgici in Irpinia e in Campania. Molti politici furono attirati dal suo stile. Tutta la destra campana mostrò simpatia verso Arturo. Venivano a Manocalzati con assiduità persone del calibro di Pippo de Jorio, Gaetano Cerullo. Se tutti i sindaci fossero come Arturo, cambierebbero tante cose. Lui era un uomo d’acciaio. Egli aveva un dono: riusciva a farsi volere bene da tutti. Aveva un carisma esasperato. Insomma, era un leader. E i leader sono come lui. Non è un caso che abbia creato la lista civica Colomba. Fu un pioniere, un emulo di Achille Lauro. Ha fatto la storia del paese e non solo. Non ti nascondo una cosa. Qualcuno era anche invidioso della sua libertà, della sua risolutezza, del suo individualismo estremo. Era un self made man. Scavalcava i partiti, stabiliva le regole del gioco. Insomma, aveva tutte le caratteristiche necessarie per farsi ammirare. Antonio Guarra ha subìto il suo fascino magnetico». Attenzione, anche altri politici d’idee diverse s’invaghirono del decisionismo di De Masi. Il socialdemocratico Paolo Correale e il democristiano Roberto Costanzo manifestarono apertamente la loro stima per il primo cittadino di Manocalzati.

Antonio Guarra fu eletto alla camera dei deputati tra le fila del Movimento Sociale Italiano: fu deputato consecutivamente dalla IV alla X legislatura. Fu senatore nella XII. Non aderì alla scissione di Democrazia Nazionale; tuttavia appoggiò la svolta di Fiuggi nel 1995 e si scrisse ad Alleanza Nazionale. Si laureò in Giurisprudenza e svolse la professione di avvocato. Il parlamentare missino fu componente dell’ufficio di presidenza nella VI, VIII e IV legislatura. Fu, inoltre, componente di diverse commissioni. Entrò nella commissione speciale per l’esame dei progetti di legge relativi alle zone depresse del centro nord; si prodigò per le popolazioni dei comuni siciliani colpiti dal terremoto del gennaio ’63. Si impegno per il mezzogiorno e per le zone interne della Regione Campania. Nella VI legislatura fu componente della commissione parlamentare per il parere al governo sull’aggiornamento del testo unico delle leggi sulla disciplina degli interventi del mezzogiorno. S’interessò anche di agricoltura e di sviluppo. Mise Manocalzati al centro della sua agenda politica: propose continuamente al sindaco progetti interessanti e affascinanti. Divenne quasi un cittadino manocalzatese. Negli anni cementificò la sua amicizia con De Masi. Credo che il ventennio amministrativo legato alla Colomba sia stato il momento più alto della storia del piccolo comune. Arrivò perfino Giorgio Almirante in paese; venne per lui, per Arturo. Reputo che il periodo 1964-1985 sia stato quello dell’età dorata locale. Manocalzati cambiò grazie all’intuito del suo primo cittadino e all’aiuto dei personaggi politici di primo piano come Correale, De Rosa, Amodio, Costanzo.

Che cosa resta di quel periodo? Beh, resta il segno indelebile degli uomini scomparsi. Questo non si può cancellare. Guardo nuovamente il Monumento ai Caduti. Appare nel sogno la luce di un giorno del giugno ’66. C’è sempre il sindaco; c’è sempre il suo amico Antonio Guarra. Il sole rovente non scompare; non scappa nemmeno il bagliore di un momento epico. Ammiro il mausoleo, mi giro intorno. Ancora adesso luccica come un faro. Avverto l’eco della Tradizione, il fragore di un’Età Dorata sepolta. Tocco con le mani il passato apocalittico. Tra le pietre è sepolto il passato eroico. Sento dentro di me un’emozione forte. Sono straniero del mio tempo. Sono cuore e lacrime, pensiero e azione. Ah, com’erano magnifici quei politici sciovinisti del novecento…

Antonio Guarra, Ralph Gualberto, Arturo De Masi e Pippo de Jorio

 

Pippo De Jorio, lezione di coerenza

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Il mio articolo dedicato al professore De Jorio è stato pubblicato all’interno del giornale “Il Quotidiano del Sud”

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Se tornasse Arturo De Masi…

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Arturo-De-Masi-1985

Ieri mattina ho ritrovato il ricordino di lutto del grandissimo sindaco Arturo De Masi. Ho scorto il suo viso ed ho pensato alla gloriosa Colomba. Ho aperto un vecchio cassetto ed ho visto i segni del passato sepolto. Sul retro del ricordino c’è una frase: «Restano i sentimenti che generò. Ed allora quest’uomo vivrà per sempre su questa terra. 6 marzo 1988». Sì. Quest’uomo vivrà per sempre. Arturo è morto troppo presto. Egli avrebbe dovuto amministrare Manocalzati per altri dieci anni. Se avesse vinto le elezioni comunale del 1985 avrebbe rimodellato il paese; avrebbe portato a termine la sua rivoluzione popolare e avrebbe combattuto contro la partitocrazia. E fantastico. Sicuramente avrebbe salutato con affetto la discesa in campo di Berlusconi nel ’94; nello stesso tempo avrebbe simpatizzato per il Front National di Jean Marie Le Pen.

Forse adesso Arturo si sta rivoltando nella tomba. Una motosega ha falciato i tronchi dei suoi amati pini. Acquistò gli alberi al vivaio Mari di Fiuggi. «Voglio abbellire il mio paese». Così disse. Oggi avrebbe pianto, avrebbe imprecato, avrebbe fermato lo scempio. Manocalzati è amministrata non bene e il dibattito politico si è spento. La Colomba è soltanto un ricordo. È vero. Com’era bella la Colomba, com’era pulita: era il partito dei “senza partito”, il partito della libertà. Credo che il bianco logo abbia rappresentato la pagina più bella della vita amministrativa della comunità. Occorre assolutamente riprendere il discorso interrotto nel 1985. È necessario ripensare al tempo perduto per mettere ordine, per ripristinare le sane rivalità smarrite. Il civismo degli anni ’50 merita una rivalutazione.

Certo, oramai è tempo di bilanci. Tanto è cambiato, sfortunatamente la situazione è ingarbugliata. Però c’è un piccolo margine, uno spazio vitale. La politica ha bisogno delle idee, delle proposte, dei valori. Il nuovo civismo germogliato a Manocalzati appare sterile. Gli slogan fragili abbattono le utopie. Non c’è la tradizione dietro i colorati simboli del presente, non c’è una chiara impostazione ideologica. Proprio così. E il “nuovo” degli ultimi quindici anni puzza di vecchio e di conformismo.

Arturo De Masi è stato un grande politico, un ottimo stratega, un protagonista indiscusso. Avrei voluto candidarmi con lui; avrei voluto essere il suo collaboratore di fiducia. Achille Lauro ha potuto contare sulla fedeltà di Gaetano Fiorentino. Sarei stato il “suo” Fiorentino. Vorrei vedere Arturo soltanto per un minuto. Vorrei dirgli: «Sei stato il miglior sindaco della storia di Manocalzati». Tanta gente ha rinnegato e la Colomba è sepolta tra le macerie di un paese da ricostruire.

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