Del Mauro, il sindaco del dopoguerra

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Avrei dovuto scrivere quest’articolo nel mese di luglio dello scorso anno, in occasione del ventennale della sua morte, della morte dell’unico sindaco sanbarbatese di Manocalzati dal dopoguerra a oggi. Avete capito di chi sto parlando: ovviamente di Giuseppe Del Mauro, per tutti semplicemente don Peppo. E non è stato possibile scriverlo prima per diversi motivi. C’è sempre qualcuno che mette i bastoni tra le ruote e qualcuno non vede di buon occhio don Peppo perché… perché… va bene… il motivo lo sapete e non sto qui io a dirlo a voi. Forse Del Mauro provoca ancora adesso irritazione nei confronti dei soliti noti. Tutto è così strano in questo paese.

Non potevo dargliela vinta e con le carte o senza carte ho dedicato un piccolo spazio a Giuseppe Del Mauro. E me l’hanno fatto diventare perfino simpatico, a Del Mauro si capisce. Nonostante tutto. Forse non è cambiato niente e la mentalità del paese rimarrà sempre la stessa. Qualcuno dice: si stava meglio quando si stava peggio. Sicuramente il passato genera malinconia, anche se è stato brutto e la mente tende a rimuovere le cose non belle. E non pochi lo rimpiange ancora, a Del Mauro sindaco. Io non lo rimpiango (non ho vissuto quel periodo perché ancora dovevo nascere) ma questi che ci sono adesso non sono certo migliori di lui. Almeno prima avevamo un sindaco sanbarbatese, un sindaco che viveva a San Barbato e che non era medico.

Di San Barbato e possidente terriero. Del Mauro era il classico galantuomo di una volta. Apparteneva alla classe agiata del paese. «Entro questa classe – scrive Edward Banfield nel libro “Le basi morali di una società arretrata” – esiste una netta distinzione tra coloro che sono galantuomini e coloro che non lo sono. Essere galantuomini dipende esclusivamente dalla nascita: indipendentemente dall’occupazione, dal grado di istruzione, dal reddito, una persona è galantuomo se lo era suo padre. La situazione di questa piccola nobiltà non differisce da quella degli altri membri del ceto superiore se non nel fatto che essa riceve maggior deferenza: ci si rivolge loro semplicemente con il titolo di don o donna, seguito dal nome come don Paolo, donna Maria. Ai preti il titolo spetta d’ufficio». Il sindaco sanbarbatese era apprezzato dalla quasi totalità della popolazione locale. In lui vedevano una protettore, un punto di riferimento, un dispensatore di bene. Tutti andavano da lui in caso di problemi e lui metteva pace, manteneva l’armonia, risolveva controversie tra contadini: andiamo da don Peppo, decide don Peppo, glielo dico a don Peppo. I ceti inferiori, quelli più popolari, lo adoravano e lo veneravano addirittura.

«Potevamo levare le immaginette di Gesù Cristo a capo del letto e potevamo tranquillamente mettere quelle di don Peppo e potevamo tranquillamente mettere anche quelle di Arturo De Masi». Così mi ha detto un signore anziano di San Barbato. E forse era vero. Molti contadini lavoravano nelle terre del sindaco: erano mezzadri. Una famiglia da sempre legata a ideali risorgimentali, liberali, monarchici. Un suo antenato Giuseppe, durante i travagliati giorni post unità d’Italia era Capitano. Nei giorni della rivolta alcuni uomini del posto «circondarono la casa del capitano […] e si fecero dare dalla moglie il ritratto di Vittorio Emanuele, che immediatamente frantumarono», così scrive il professore Edoardo Spagnuolo nel libro “La Rivolta di Montefalcione”. Un altro antenato si chiamava Emanuele e costui era liberale. Una famiglia, quindi, che ha vissuto in prima linea gli eventi politici del tempo passato.

Ma ci pensate? Avevamo un sindaco di San Barbato. Che cosa bella. Adesso una cosa del genere sembra una chimera. Tramontato questo periodo, scomparso il periodo d’oro di Arturo De Masi non resta che rifugiarsi nei ricordi e ricordare… ricordare… San Barbato e Manocalzati negli anni ’40 e ’50, la voglia di venir fuori da un periodo brutto. Le dure battaglia contro la DC (perché alla fine era una corsa a due tra monarchici – missini – progressisti e democristiani e questa corsa a due, massimo tre liste, si è perpetrata nel tempo), le lotte per la libertà. Erano tempi particolari: la battaglia politica era davvero accesa. Da una parte gli idealisti, dall’altra i democristiani. Idealisti che a Manocalzati hanno occupato lo spazio politico della “destra” ma destra vera non era. Al massimo era una “sinistra quasi radicale”. Manocalzati non ha conosciuto l’esperienza politica della Tromba nel 1952, a Manocalzati, diciamo fino agli anni ’80, non c’è mai stata una vera forza di sinistra politica.

Giuseppe Del Mauro si candidò alle elezioni amministrative del 1946, le prime del dopoguerra, con una lista di orientamento liberale contrassegnata dal simbolo della spiga di grano, riconducibile all’esperienza dell’Unione Democratica Nazionale (l’UDN che si presentò alle elezioni dell’Assemblea costituente). La sua lista dovette vedersela con il raggruppamento democristiano: nonostante l’aspra lotta vinse la lista della spiga (chiamiamola così per comodità); Del Mauro fu eletto primo sindaco democratico del dopoguerra e amministrò Manocalzati per un decennio. Successivamente aderì al Partito Nazionale Monarchico di Alfredo Covelli e divenne un acceso sostenitore di Stella e Corona. Perché aderì dopo al PNM e non prima? Semplicemente perché il PNM nacque dopo l’esito referendario del 2 giugno del ’46 e Covelli si candidò alla Costituente con il Blocco Nazionale della Libertà. Il sindaco strinse, inoltre, un accordo con i missini locali. Due simboli in un simbolo solo (PNM e MSI). Anche in paese le forze monarchiche erano la maggioranza, poi, vuoi per una cosa, vuoi per un’altra tutto è andato perduto. La DC di Fiorentino Sullo (a Manocalzati l’amministrazione gli ha dedicato la piazza, probabilmente per segnare una continuità con le esperienze del passato come a dire noi ci ispiriamo a Sullo) le tentò tutte per rompere la forza dei monarchici e l’utilizzo della classe medica in politica si è dimostrata una soluzione vincente.

Un giovane Arturo De Masi cominciò a frequentare la casa di Del Mauro. Quest’ultimo lo avvicinò alla politica: da lui raccolse l’ideologia e i voti. Il De Masi degli anni ’60 raccolse l’eredità culturale di un uomo certamente importante per questa comunità, oggi quasi del tutto dimenticato. Per colpe non mie, ovviamente, ma di chi vuole questo. De Masi divenne quello che divenne, certo. Ma Del Mauro comprese prima di tutti le qualità del giovane di Manocalzati: fu proprio lui a inventare la Colomba. «Basta con questi simboli – disse ad Arturo – fai una civica e chiamala Colomba. Vinci e poi vieni a San Barbato a piedi, da me». La volontà di sganciarsi dai vecchi simboli, la volontà di rinnovamento, la volontà di percorrere nuove strade fanno del sindaco sanbarbatese un amministratore eclettico, aperto alle novità. E Arturo vinse con la Colomba nel 1964 e raggiunse a piedi San Barbato per omaggiarlo e con lui ci fu tutto il popolo in festa. Ma questa è un’altra storia…

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1966, l’inaugurazione del Monumento ai Caduti di Manocalzati

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Maestoso, candido. Solitario volatile, lapide di marmo, nomi, date, guerre. Manocalzati ai suoi figli migliori caduti per la Patria i cui nomi volle qui scolpiti a ricordo imperituro. Il sacrario è accarezzato dal severo sole; liturgica tavola del patriottico culto. Eterna fiamma. Inaugurazione del Monumento ai Caduti 9 giugno 1966. Polvere di tradizione, corona di cuori e lacrime, folla in festa, drappi tricolori. Vicenda di cinquanta anni fa. Vicenda del glorioso passato. Giorno del lontano 1966, giorno memorabile per la comunità di Manocalzati. È doveroso ricordare gli eventi importanti della nostra storia; quest’anno ricorre il cinquantesimo anniversario dell’inaugurazione del Monumento.

Il 9 giugno 1966 il sindaco Arturo De Masi realizzò il suo sogno. L’Irpinia ammirò lo spirito di abnegazione dei manocalzatesi. Arrivarono in paese le autorità civili e militari. Raggiunsero Manocalzati S.E. il prefetto di Avellino dottor Cataldi, S.E. il console generale degli Stati Uniti d’America in Napoli Byington, il generale Antonio De Majo, Ralph Gualberto e sua moglie Elisabetta. La banda del X° CARTC e una rappresentanza di giovani reclute diedero inizio alla cerimonia ufficiale. Il popolo di Manocalzati assistette all’inaugurazione in maniera commossa; le scolaresche attesero l’arrivo delle autorità e liberarono nel cielo tantissimi palloncini colorati. Arrivarono a Manocalzati gli onorevoli Antonio Guarra e Bernardo D’Arezzo, i consiglieri provinciali Pasquale Grasso e Silvestro Petrillo, i Generali della riserva Domenico Caprio e Giordano, il Colonnello Ugo Porta del presidio Militare, il Tenente Colonnello Antonio De Masi e il dottor Luigi Piccolella. Il sindaco De Masi nominò la moglie di Ralph Gualberto, Elisabetta, madrina del Monumento. La signora si presentò in paese con un abito scuro molto elegante e con un cappello; ella tolse il pannetto e scoprì la lapide. Tutto il popolo applaudì Elisabetta. Ho recuperato alcune fotografie. Elisabetta è austera, raffinata.

«In un favoloso scenario di morbide luci, – scrisse il professore Antonio Tirone – l’alba del 9 Giugno, calando da quell’arcano empireo dove gli uomini la vollero sfavillante di verginale bellezza, scioglie impalpabili tinte all’orizzonte percorso già dai primi aliti della incipiente estate, come a promettere felici auspici di una giornata splendida e serena agli uomini in attesa. L’ampia distesa del cielo, come una casta ara votiva, s’appresta a ricevere all’infinito i raggi impetuosi del sole, per ridonarli, quasi per un antico rito sacerdotale, alla terra assorta in preghiera, purificati: sacerdotesse incorruttibili, le vette dei monti tendono all’intorno le loro cime sfavillanti, mute testimoni dell’umana vicenda, nell’eterno fluire del tempo. Disteso nel verde maturo delle sue campagne, il paese si sveglia pavesato di bandiere ed i muri tappezzati di manifesti tricolori, pronto per la festa dei suoi Eroi che vuol essere, all’un tempo, rimembranza e ringraziamento, dichiarazione, da parte dei vivi, di fede imperitura negli immortali valori della Patri, nel nome di Coloro che, per Essa, ubbidirono e caddero, per rivivere, eternamente giovani e santificati dal sacrificio, nel cielo eterno da Dio riservato ai Martiri ed agli Eroi».

Il Monumento fu realizzato grazie al prezioso contributo dei manocalzatesi residenti all’estero e in modo particolare grazie ai manocalzatesi “americani”. S’impegnò attivamente l’italo americano Ralph Gualberto; egli si stabili a Nutley nel New Jersey. Il sindaco De Masi scrisse lettere frequenti a Gualberto: nelle lettere il sindaco espose all’emigrante l’idea di raccogliere i fondi per erigere il Monumento. E Gualberto si mise in contatto con i manocalzatesi d’oltre oceani. In otto mesi riuscì a recuperare ben 4000 dollari. Visitò tutte le case dei compaesani del New Jersey. «Oggi, 9 giugno 1966, – disse Ralph Gualberto – ho il piacere di presentarmi a voi con 4.000 dollari che, spero, riusciranno a realizzare il sogno del nostro carissimo Sindaco, arricchendo la cittadinanza di un monumento ai suoi Figli più gloriosi. Questa somma che oggi porto a voi, amici carissimi e concittadini, a dire il vero è frutto di sacrifici e di lavoro: ci vollero ben otto mesi, girando ogni domenica, visitando paesani nello stato di NEW YORK e NEW JERSEY. […] Al mio ritorno in America, nel silenzio e nella pace della mia casa, pensando a questi momenti gloriosi e commoventi per Manocalzati, ricorderò per sempre i vostri volti amichevoli e il vostro sguardo penetrante».

Collaborarono economicamente diversi enti. La Provincia di Avellino diede al comune di Manocalzati 500mila lire; l’associazione famiglie Caduti e vedove di guerra 100mila; l’associazione combattenti 20mila e il Ministro della Difesa 30mila. Furono raccolte 895.300 lire con le sottoscrizioni; dalla città di Roma giunsero 82.500 lire e da quella di Busto Arsizio 58mila. La società Vianini Costruzioni contribuì con la somma di 300mila lire.

Il Sindaco De Masi, in qualità di Presidente del Comitato Promotore Monumento, ringraziò tutti e mostrò la sua soddisfazione. «Signori, a nome del Comitato esecutivo, […] porgo il mio deferente saluto e commosso ringraziamento a S.E. il prefetto, […] agli Onorevoli […], a tutte le Autorità qui convenute per unirsi a noi in questo doveroso omaggi ai nostri 49 Caduti, militari e civili, di tutte le guerre. […] Oggi il nostro desiderio è realtà e ci sia consentito di esprimere sentimenti di intima, patriottica commozione sul ricordo sacro dei nostri Caduti. I loro nomi, scolpiti nei nostri cuori, prima che sul marmo, rievocano volti cari a mille ricordi di vita comune, ma oggi tra noi c’è il loro spirito che conferisce la migliore purezza a questa manifestazione. Concittadini, adempiuto il voto di onorare degnamente il sacrificio supremo dei nostri Caduti, a noi, ora, il compito doveroso di custodire le sacre memorie».

La notizia apparve sul Mattino (A Manocalzati un Monumento ai Caduti coi risparmi degli emigrati), sul Tempo (Un ponte ideale con l’America il Monumento di Manocalzati), sul Fante d’Italia (Il 9 giugno la cittadina ha vissuto una intensa giornata patriottica in occasione dell’inaugurazione del Monumento ai Caduti) e sul Roma (Inaugurato solennemente a Manocalzati il Monumento ai Caduti di Tutte le guerre). Riportò la notizia anche il giornale statunitense The Nutley Sun (Nutle’s Ralph Gualberto raises funds, dedicates war memorial in Italy).

Inviò un telegramma il Ministro della Difesa Tremelloni. «Molto spiacente che inderogabili impegni Governo mi impediscono partecipare 9 giugno inaugurazione Monumento Caduti virgola formula voti augurali migliore riuscita significativa cerimonia pregandola porgere mio cordiale saluto partecipanti Alt». Inviò un telegramma anche Alfredo Covelli. «Causa precedenti impegni politici costringomi partire Sardegna stop. Rammaricato non poter presenziare inaugurazione Monumento ai nostri gloriosi caduti sono spiritualmente presente stop vive cordialità». I membri del Comitato Promotore stamparono anche un opuscoletto nel 1967 per commemorare lo storico evento.

D’Ambrosio e il Sud che non vuole cambiare

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michele d'ambrosio

È il 2010. Pomeriggio di fine agosto. Tramonto mesto. Estate irpina, San Potito Ultra, alberi silenziosi. Avevo tante speranze nel cuore. Una stretta di mano, tempo sospeso in un sorriso. Storia, storia dimenticata. Michele D’Ambrosio era stanco; un bastone accompagnava la sua ombra. Osservavo il suo volto, i suoi occhi. Tempo sospeso in un sorriso. «Salve, onorevole». Dissi. «Salve, Romeo. – Rispose – Che cosa succede a Manocalzati?». «Niente di nuovo». «Purtroppo Manocalzati è un paese reazionario. Non cambierà mai nulla. Dovresti rimboccarti le maniche, sei giovane». È un paese reazionario. L’onorevole era un grande conoscitore della politica irpina. Ho capito dopo. Ricorderò sempre le sue parole. D’Ambrosio mi abbracciò. Scrutai nel suo sguardo un fondo di malinconia. Le partite si perdono, le idee vincono sempre. Mi raccontò alcune storie, alcuni aneddoti. Io parlai del mio blog. «Si chiama l’Irpinia che vuole cambiare». D’Ambrosio alzò lo sguardo verso il cielo, poi affermò. «Ah, c’è un’Irpinia che vuole cambiare? Dove sta?».

Parole sante. Parole davvero sante. Sono passati sei anni. Il tempo scorre. Le cose non mutano. Giuseppe Moricola m’invitò alla prestazione del libro di Enzo Cioffi “La musica che cambia nell’Italia che decolla. Società, giovani e sound dagli anni ’50 al ‘68”. C’era anche l’onorevole. Fu davvero una bella iniziativa. In quel periodo l’amministrazione di San Potito organizzava eventi interessanti. Il Museo del Lavoro promosse nel 2010 diversi appuntamenti culturali di un certo spessore con il cartellone “Apriti Sesamo”. Partecipai anche io.

D’Ambrosio era un uomo di sinistra, un comunista vecchio stampo. Io coltivo il mito di Pippo De Jorio, di Alfredo Covelli, del vecchio Partito Nazionale Monarchico. All’apparenza non abbiamo punti in comune. All’apparenza. In realtà la pensiamo allo stesso modo. L’onorevole ha sempre lottato per un ideale nobile: ha contrastato la cattiva politica e il clientelismo. Pertanto lo stimo. Anche io detesto la cattiva politica e il clientelismo. Mi avvicinai a De Jorio per amore della libertà. La mia è stata una scelta di libertà. La mia libertà è uguale alla libertà di D’Ambrosio: la sua lezione morale è ancora attualissima. E quella chiacchierata di San Potito non dimenticherò mai più.

Manocalzati, il mio paese, è reazionario. In sostanza è un paese con una mentalità chiusa; è un paese anti illuminista, anti progressista; è un paese particolare. La gente si schiera sempre con il più forte. Purtroppo è tutta colpa della mentalità. Il popolo non oppone resistenza. Firma una sorta di delega in bianco. La sociologia potrebbe aiutare a capire i fenomeni: il paese merita l’attenzione dei migliori studiosi. C’è un caso Manocalzati. Anzi, Manocalzati è l’emblema della questione meridionale. Nel 1958 Edward Banfield andò a Chiaromonte in Basilicata e scrisse il libro “The Moral Basis of a Backward Society – Le basi morali di una società arretrata”. Introdusse il concetto di “familismo amorale” e stimolò il dibattito sul familismo al Sud Italia. Per D’Ambrosio la questione meridionale è ancora attuale. Alcuni comuni irpini meritano un’attenzione particolare. C’è poco rispetto per la cosa pubblica. La gente pensa soltanto alla proprietà privata. Carlo Levi nel libro “Cristo si è fermato a Eboli” spiega le ragioni del modo di essere del popolo meridionale. Anni e anni di dominazioni straniere.

Non è un caso che Manocalzati abbia avuto, dal dopoguerra ad oggi, soltanto sei sindaci. Ben tre sindaci sono della stessa famiglia. Francesco De Sanctis, Guido Dorso, Gramsci, Carlo Levi piangono in silenzio. I nostri amministratori dedicano le piazze a Fiorentino Sullo. E non è un caso. Dimenticano John Ciardi, il figlio migliore del paese, e osannano Fiorentino Sullo. Perché? Perché sconfisse il Partito Nazionale Monarchico. In quel periodo Stella e Corona amministrava molti comuni dell’Irpinia. Sullo invitò i medici dei paesi a candidarsi con la DC. Riuscì, così, a distruggere gli avversari. E il PNM era un partito anti sistema e anti potere. Stiamo ancora pagando questa scelta.

Ho affrontato a testa alta la campagna elettorale per le elezioni comunali a Manocalzati. Ho perso. Però ho difeso le mie idee. E D’Ambrosio è certamente un mio modello di riferimento. Non sarò il sindaco: sarò il leader dell’opposizione. Sono orgoglioso lo stesso. Ringrazio anche l’onorevole. Adesso non c’è più. Ho capito una cosa: il milazzismo è ancora attuale. Destra e sinistra in provincia condividevano le stesse battaglie. Bisogna ripartire dalla lezione dei personaggi politici del passato e dal civismo. Nel mio bagaglio politico culturale c’è la Colomba di Arturo De Masi, la Torre di Emilio D’Amore, la Tromba di Adelia Bozza, la Fenice di Albanese e Generoso Pascucci. Civismo di lotta e di governo, civismo di protesta e di proposta.

Michele D’Ambrosio nacque a Bonito, nel paese di Alfredo Covelli il 2 settembre 1944. Assunse la carica di segretario provinciale del PCI nel 1976; nel 1983 entrò in Parlamento e sostituì l’atripaldese Nicola Adamo morto in un incidente stradale. Fu componente della Commissione parlamentare d’inchiesta sulla attuazione degli interventi per la ricostruzione e lo sviluppo dei territori della Basilicata e della Campania colpiti dai terremoti del novembre 1980 e febbraio 1981 dal 19 settembre 1989 al 16 ottobre 1989. Sempre nel 1989 si schierò sulle posizioni di Pietro Ingrao e contestò la svolta della Bolognina; ciò nonostante aderì al Partito Democratico della Sinistra. Continuò la sua attività politica all’interno dei Democratici di Sinistra e contribuì a fondare il movimento Sinistra democratica per il Socialismo Europeo. Aderì, infine, al partito di Vendola Sinistra Ecologia e Libertà. Morì il 21 ottobre 2010. Piansi. Piansi la scomparsa di un uomo di spessore. Scrissi una lettera sul blog. L’ultimo saluto a D’Ambrosio. La riporto. Adesso sono diventato consigliere comunale di opposizione a Manocalzati. Onorevole, l’ho fatto anche per lei. Quando arriverò in consiglio penserò anche a lei e penserò a quel pomeriggio di agosto del 2010. Lei mi ha dato la forza per andare avanti. Mi ha dato le idee. Ciao. Le sue parole, le sue parole ricorderò sempre.

Non ho mai pensato di scriverle una lettera: la vita ci divide, ci allontana. Le emozioni perdono il colore. Mi perdoni. Oggi, però, ho scritto una lettera. Ho scritto una lettera in questo brutto giorno. Adesso non c’è più, adesso non può sentirmi. Ho avuto il piacere e l’onore di parlare con lei diverse volte. L’ultima volta l’ho vista a San Potito. In quel pomeriggio di agosto ho capito tante cose. Il suo pensiero mi ha affascinato. Le colpe delle generazioni passate non devono ricadere sui giovani. Non abbiamo addosso nessun peccato originale. Dobbiamo soltanto rimboccarci le maniche. Lei è una figura importante della sinistra irpina. La classe politica locale dovrebbe prendere spunto dal suo insegnamento. Il rispetto viene prima delle divisioni. E rispetterò senza sosta la sua persona.

 

I cento anni di Emilio D’Amore

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Emilio D'Amore

È un secolo di storia, vita, politica. È un secolo consumato nel sole dei giorni vissuti. 100 anni non sono pochi. Emilio D’Amore ha spento le candele di una torta immaginaria il 26 novembre. Egli è un pezzo di narrazione nazionale, un pilastro, un punto di riferimento della politica irpina. Si candidò con il Partito Nazionale Monarchico: scelse Stella e Corona. E lo ammiro. Sì. Perché è il simbolo di una provincia coriacea, battagliera, antagonista. Erano bei tempi. Avrei voluto viverli, anche per un solo istante. Se avessi a disposizione una macchina del tempo, approderei nel 1953. Pochi sanno una cosa: il ’53 è stato l’anno d’oro dei monarchici. Il PNM divenne il punto di riferimento della destra italiana. Due milioni d’italiani votarono per il partito di Covelli e D’Amore. In Irpina abbiamo avuto politici di alto profilo. E non parlo dei soliti noti. Doc, dove sei? Ti aspetto. Portami con te nel passato. Doc, ovviamente, è lo scienziato del film Ritorno al Futuro. Lo dico per i pochi che non lo conoscono. E “striscio” sui congiuntivi. Se fossi… se avessi. Roberto Vecchioni nel brano I poeti canta: «Se fossimo vivi».

D’Amore è un liberale. Fu eletto per la prima volta al parlamento il 18 aprile 1948. Aveva 38 anni. Si era candidato alla Costituente con una lista locale denominata Movimento dei Reduci e Combattenti: la lista era capeggiata dal penalista avellinese Aurelio Genovese. Il montefalcionese, ovviamente, nel referendum istituzionale si schierò a favore della monarchia. Egli ha definito Guido Dorso un «uomo dalla dirittura e dalla onestà limpidissima». Contesta, però, la visione di Dorso della questione meridionale. D’Amore, in sostanza, dice: gli italiani si sentivano già italiani prima del Risorgimento. Soltanto il prestigio del Piemonte ha concretizzato l’aspirazione ad essere nazione. Ammirò anche il filosofo Benedetto Croce; lo commemorò alla Camera dei Deputati il 20 novembre 1952. Il parlamentare monarchico ha allacciato rapporti con diversi esponenti della politica irpina. «Col tempo, scrive Norberto Vitale – sarebbe diventato amico di Silvestro Amore con il quale alla fine degli anni Quaranta pure si era incrociato nei tafferugli scoppiati in via Principe di Piemonte, oggi via Matteotti, per una manifestazione monarchica che un accondiscende prefetto si era prestato a vietare». Silvestro Amore è mio zio. Morì nel 2001. Fu uno dei fondatori della prima sede della CGIL ad Avellino; collaborò con L’Unità e divenne un giornalista della RAI. Sembra strano eppure ha sempre nutrito nei confronti di Emilio D’Amore una sorta di stima.

Orbene. Gli interventi parlamentari di D’Amore furono appuntiti e intelligenti. Egli elogiò sempre la vocazione agricola dell’Irpinia. Credo che sia un dato importantissimo. Fu uno dei primi. Riconobbe nell’agricoltura la sola salvezza del nostro territorio. Nella seduta antimeridiana del 10 luglio 1951 presentò un’interrogazione parlamentare rivolta ai ministri delle finanze e dell’agricoltura. Per quale motivo? Dunque nei giorni antecedenti un forte nubifragio aveva messo in ginocchio l’Irpinia e la Puglia. Il montefalcionese invocò l’intervento delle istituzioni. «Prendo atto – disse – della volontà dimostrata dal Ministero dell’agricoltura di ovviare a questi gravissimi fatti che si sono verificati nel sud. Resto tuttavia in attesa di ciò che il ministro del tesoro, a sua volta, vorrà dirci circa le sue intenzioni nei riguardi del disegno di legge propostogli. Mi rimane soltanto da rivelare che la nostra istanza risponde veramente ad una necessità sentita e umana. È, infatti, colpita l’agricoltura del sud e non v’è bisogno di dimostrare che, quando nel sud viene meno il ricavato dell’agricoltura, è tutta la vita economica che si arresta, e i bilanci familiari dissestati non possono essere in alcun modo sanati. Spero, pertanto, che le nostre richieste saranno accolte del ministro del tesoro, dalla cui risposta rimaniamo in attesa». Dunque, dalle parole emerge un’idea politica ben chiara. D’Amore avrebbe voluto esaltare la vocazione agricola del Sud e dell’Irpinia. Pertanto difese a spada tratta le istanze dei contadini. E lo fece in ogni circostanza. Clamorosamente anche l’amico nemico Fiorentino Sullo presentò, nello stesso giorno, un’interrogazione parlamentare simile. Il montefalcionese, in seguito, contestò la politica “discriminatoria” del governo nei confronti dello sviluppo industriale de Sud; si scagliò contrò l’inclusione nella legge di disposizioni in favore per indennizzi o contributi relativi ai danni sofferti da aziende industriali del mezzogiorno e possibilmente per quelle commerciali. In sostanza disprezzò il termine “possibilmente”. Parlò in nome del PNM. «Noi – disse D’Amore – voteremo contro l’introduzione di questo avverbio che indubbiamente snatura la portata stessa della legge e lo facciamo non perché siamo deputati del mezzogiorno d’Italia, ma perché nel sud d’Italia in particolare viviamo ed abbiamo più frequenti possibilità di sentirne le necessità, i dolori e i bisogni. È stata indiscutibilmente una cosa molta incresciosa che la richiesta di questa inserzione limitativa della norma abbia fatto porre un problema di fondo. Noi siamo convinti che non sarà questa disposizione di legge che possa in qualche modo risolvere o iniziare a risolvere i grossi problemi che si agitano nel sud; non sarà questa che risolverà in particolare il problema di estrarre la politica italiana dal triangolo industriale Genova – Torino – Milano; non sarà essa a risolvere la patologia industriale e commerciale e quindi sociale del sud. Ma è un passo avanti. Ora, davanti a questa situazione di fondo, che è in rapporto con l’inserzione di questo avverbio, non possiamo, par ragioni di coscienza, per ragioni di dovere, votare in favore; ma voteremo decisamente contro. Naturalmente aspetteremo dai colleghi del nord una solidarietà in questo senso, perché se è vero, come è tradizionalmente avvenuto, che il drenaggio dei capitali dal sud al nord ha lasciato beneficiare ampiamente gli industriali del nord, noi speriamo che ci si convinca che il mercato di consumo del nord deve essere potenziato attraverso un intervento governativo, che tornerà poi a beneficio non soltanto del sud, ma dell’intera Italia».

Emilio D’Amore si è contraddistinto per l’arte oratoria: i suoi comizi erano solenni, tesi, vibranti. Riusciva a intercettare gli umori delle classi meno abbienti. A Mirabella Eclano duellò addirittura con Fiorentino Sullo. I due si sfidarono da due balconi posti l’uno di fronte all’altro. Sullo non risparmiò le battute al vetriolo e biasimò la condotta morale di D’Amore. Parliamo del matrimonio. Disse Sullo. D’Amore non riuscì a digerire il boccone amaro; si era da poco separato dalla prima moglie. «Quella di Sullo – ricorda il parlamentare di Montefalcione –fu una gaffe enorme dal punto di vista politico e una cattiveria gratuita nei miei confronti. Avevo peraltro poco da nascondere, la separazione fu la conseguenza della inconciliabilità da parte della mia prima moglie a vivere ad Avellino». Egli capeggiò la lista civica Torre nel suo paese natale negli anni ’60; la lista era di destra. Tuttavia raccolse pochi voti. In quegli anni il civismo di destra contrastava lo strapotere democristiano. A Manocalzati Arturo De Masi riuscì a vincere le elezioni con la Colomba e sconfisse il raggruppamento dello scudo crociato.

Il 29 dicembre 2013 la destra irpina ha “incoronato” Emilio D’Amore. Nel corso di una bella cerimonia è stata consegnata all’ex parlamentare monarchico una targa alla carriera. L’iniziativa è stata organizzata dal Movimento Azione Sociale cittadino e dall’associazione Mas. L’ex parlamentare ha mostrato la sua gratitudine ed ha ripetuto le sue idee: si sente un ancora un conservatore: ha parlato della città capoluogo ed ha lanciato alcune frecciatine agli amministratori. Ha, inoltre, criticato la soppressione delle province. Hanno partecipato al dibattito l’avvocato Generoso Benigni, il professor Quirino Balletta, Felice Fioretti e D’Argenio; ha moderato il giornalista Gianluca Amatucci.

 

De Marsico, storia di un monarchico liberale

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Alfredo De MarsicoTrent’anni fa si spense Alfredo De Marsico. Trent’anni fa salutò la Terra un uomo legato indissolubilmente alla città di Avellino. Egli fu un grande protagonista del Novecento, un giurista di alto livello, un politico sobrio e battagliero. È tuttora considerato alla stregua di un “maestro”, di un “gemello di Minerva”; Enrico De Nicola lo definì “penalista emulo di Demostene”. Nacque a Sala Consilina il 29 maggio 1888. Arrivò in Irpinia in giovanissima età: frequentò diligentemente il Liceo Classico Pietro Colletta di Avellino. Si iscrisse alla facoltà di Giurisprudenza Federico II di Napoli, si laureò nel 1909 e divenne un avvocato di fama nazionale. Nello stesso anno, precisamente il 5 dicembre, esordì proprio avanti la Corte di Assise di Avellino; sostituì l’avvocato Domenico Sandulli in un processo. Parlò a braccio per ben tre ore: fu un arringa lunga e appassionata. Sempre nel 1909 pubblicò in città il primo saggio su San Francesco D’Assisi. Fu procuratore dal 1911 al 1917. Divenne successivamente professore ordinario presso le Università di Camerino, Cagliari, Bari, Bologna, Napoli e Roma. «De Marsico – scrive Luigi Labruna – è colui che più sintetizza la tradizione dei grandi giuristi del Mezzogiorno e la novità dell’ordinamento centrale, affermatosi con l’Unità d’Italia». E Sandro Setta nella Scheda del “Dizionario Biografico degli italiani” dice in riguardo del politico e giurista campano: «Istintivamente portato all’oratoria, pronunziò il suo primo discorso a 17 anni, per l’inaugurazione ad Avellino di un monumento a F. De Sanctis (1905)».

Il penalista di Sala Consilina si avvicinò alla politica in punta di piedi. Ancora adesso è un esempio. Si distinse per la pacatezza, per la ottima arte oratoria, per l’acume, per lo stile elegante. Nel corso della prima guerra mondiale tenne alcune conferenze dedicate a Cavour, Garibaldi; simpatizzò in quel periodo per Salandra e per D’Annunzio. Fondò ad Avellino un circolo di destra liberale. Fu attirato dal mito del duce: inquadrò Mussolini come un restauratore dell’Ordine. Fu eletto deputato per la prima volta alla Camera dei deputati con il Listone Fascista nel 1924. «Nelle elezioni del febbraio precedente – scrive Andrea Massaro su Giornaleirpinia – il “listone” ebbe un notevole successo eleggendo al Comune personaggi di primo piano della città come l’on. Alfredo De Marsico e altri intellettuali». Rimase in parlamento per ben cinque legislature: infatti, fu rieletto alla Camera nel 1929 e nel 1934. Nel 1939 divenne consigliere della Camera dei Fasci e della Corporazioni; fece parte della commissione parlamentare per la riforma dei codici e collaborò alla stesura del Codice Rocco. Il 6 febbraio 1943 divenne Ministro di Grazia e Giustizia; subentrò a Dino Grandi. Il duce concesse al politico campano l’appellativo di “fascista liberale”. «Alfredo De Marsico – scrive Emma Moriconi sul giornale d’Italia – è indubbiamente un personaggio di tutto rispetto del regime, sebbene sia uno dei firmatari dell’Ordine del Giorno Grandi che destituisce Mussolini, ne sia anzi uno dei promotori e certamente colui che ne fa un documento accettabile – sotto il profilo giuridico – anche dagli altri 18 firmatari. Anzi, 17, considerando che Tullio Cianetti ritira la sua adesione dopo solo poche ore». De Marsico così motivò il suo voto a favore dell’Ordine del giorno Grandi: «Se inizialmente il fascismo era un movimento rivoluzionario diretto al ripristino delle forze conservatrici in grado di ripristinare l’equilibrio politico e la dignità del Paese, la frattura con il popolo italiano e col re era oramai insanabile». Egli riconobbe una frattura tra il fascismo e il popolo, tra il Partito e la Nazione. Praticamente per De Marsico il Fascismo fallì la sua missione. Da un lato il fascismo; dall’altro il popolo con il suo re. È questo, in linea di massima, il suo pensiero. «Se la situazione fosse stata insostenibile, – disse De Marsico – poiché i popoli non hanno diritto di suicidarsi, sarebbe stato doveroso… scegliere una via onorevole per non immolarsi al sacrificio».

In seguito alla caduta del Fascismo e alla nascita della Repubblica continuò a fare politica. Si iscrisse con fede nel Partito Nazionale Monarchico di Alfredo Covelli. A causa dei suoi trascorsi fascisti rimase lontano dall’insegnamento per ben sette anni e per un quadriennio non praticò l’attività forense. Fu riammesso negli ambienti accademici soltanto nel 1950 grazie anche all’appoggio di Mario Berlinguer, padre del segretario del PCI Enrico. Tornò in Parlamento nel 1953, nell’anno d’oro del PNM. Fu eletto in senato. Nell’anno successivo abbandonò Covelli e seguì Achille Lauro nel Partito Monarchico Popolare. Lasciò così il gruppo del PNM ed entrò nel gruppo misto; nondimeno rimase in parlamento soltanto per una legislatura. Si ricandidò nel 1958 ma non fu rieletto. Continuò a sostenere le idee conservatrici e tenne alcune interessantissime conferenze su Trieste italiana, sulla Regina Elena e sul centenario dell’Unità d’Italia nel 1961. Nell’ambiente politico è ricordato anche come il “monarchico liberale”. Fu un fervente sostenitore della dinastia Sabauda, nonché un conservatore d’altri tempi. Esaltò sempre il Risorgimento e l’Unità della Nazione, pertanto sorresse sempre Casa Savoia. Egli sembra che sia sospeso a metà strada tra Cavour e Francesco Crispi. Forse si infatuò del famoso motto di Crispi: «La monarchia ci unisce, la repubblica ci dividerebbe». Fu un punto di riferimento per i monarchici e per la destra moderata. Non è un caso che il politico campano sia stato stimato anche da alcuni membri del Partito Liberale Italiano e dai missini. Se la destra italiana fosse uscita dal ghetto negli anni ‘50, De Marsico l’avrebbe rappresentata degnamente nei governi. Egli sarebbe stato sicuramente un leader riconosciuto da tutti. Sarebbe stato un nome spendibile. Si annida nei suoi scritti l’ammirazione verso il Fascismo e Mussolini. Criticò la massa, i falsi miti; elogiò la Tradizione ed espresse la sua preoccupazione per il tramonto dell’occidente. Nelle vibranti pagine c’è un pizzico di Spengler, de Bonald, Burke.

Fu, anche, presidente dell’Ordine degli avvocati di Napoli fino al 1980. Fu nominato cittadino onorario di Avellino negli anni ’60 e presidente onorario del Foro di Avellino, Santa Maria Capua Vetere e Sala Consilina. Grazie alla sua fede monarchica fu nominato cavaliere di Gran Croce dell’ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro. Fu insignito di una medaglia d’oro dall’Ordine degli avvocati di Lucerna. Lavorò fino all’età di 92. Nel suo ultimo processo difese Angelo Izzo, imputato per la strage del Circeo del 1975. Morì l’8 agosto 1985. Nei giorni successivi alla sua morte fu posto un suo busto a Castel Capuano: il presidente dell’ordine degli avvocati, Renato Orefice, tenne un commovente discorso funebre. Un busto di De Marsico fu collocato anche nella sala del consiglio dell’Ordine degli avvocati di Napoli. Sono stati scritti in suo onore diversi libri biografici e non. Molto interessante è il volume di Vittorio Valentino intitolato “Alfredo De Marsico, giurista, avvocato, oratore, gloria della scuola forense napoletana”. Non meno importante è il volume di Giuseppe D’Amico “Alfredo De Marsico: il mago della parola”. Nel 2006 si è tenuto a Napoli un convengo in onore del politico e giurista campano; gli atti del convengo sono raccolti all’interno di un volume curato da Carla Masi Doria e Massimo di Lauro.

1976, quando Covelli aderì a Democrazia Nazionale

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Democrazianazionale[2]Non fu una scelta facile. Fu una scelta sofferta, molto sofferta. Alfredo Covelli lasciò il Movimento Sociale e aderì a Democrazia Nazionale. In fin dei conti lo sapeva: il suo progetto politico si stava lentamente disintegrando. Svanì, probabilmente, in quei giorni del 1976 il sogno della Destra Nazionale. Il MSI viveva il periodo di massimo isolamento della sua storia. Il ’76 è stato un anno orribile per la destra italiana. Alle elezioni del 20 giugno la fiamma ottenne una sonora sconfitta; in sostanza, ottenne il 2,6 per cento in meno rispetto al 1972. Molte furono le cause del flop. In quel periodo andò di moda l’infausta “caccia al fascista”: i fatti di sangue, i pestaggi e le violenze sollevarono un grido d’indignazione; l’elettorato moderato tradì il partito e la classe dirigente fallì il suo obiettivo. Gli impietosi risultati furono al centro di un’attenta analisi politica.

Il leader della corrente “Linea futura” Pino Rauti gettò ancor più benzina sul fuoco: contestò le scelte del comitato centrale e propose lo “sfondamento a sinistra”. Rauti avrebbe voluto portare il MSI su posizioni movimentiste, avanguardiste, ambientaliste. Insomma, coniugò le istanze dello spiritualismo con le tematiche sociali: si rifocillò alla fonte di Alain de Benoist. Iniziò così a sostenere il comunitarismo e il radicalismo anti borghese. La maggior parte dei giovani militanti si schierò con lui; tanti ragazzi entrarono nella corrente Linea Futura. Nacquero allora i campi hobbit e i giornali d’area. La visione politica di Alfredo Covelli, ovviamente, era radicalmente diversa da quella dei membri della corrente rautiana. Il politico di Bonito divenne l’anti Rauti della destra italiana. Egli mirava all’alternativa nel sistema; mirava alla nascita di un grande soggetto politico di destra liberale, un raggruppamento politico simile al RPR francese, alla CSU bavarese e al Partito Conservatore inglese.

La stella cometa di Giorgio Almirante, invece, era la destra radicale europea (falangisti spagnoli di Fuerza Nueva, transalpini del Parti des Forces Nouvelles); Rauti esaltava de Benoist e proponeva lo sfondamento a sinistra. L’irpino Covelli, invece, sostenne l’esigenza di costruire una Nuova Destra totalmente differente dalla Nouvelle Droite di Alain de Benoist.

Covelli era il punto di riferimento dei moderati, nonché l’intellettuale di spicco della destra italiana d’ispirazione anglosassone. Secondo il giornalista Fabio Torriero, il politico di Bonito è simile a Cavour: è italiano di nascita ma inglese di adozione. La destra covelliana è costituzionale, democratica, liberale. Covelli rivalutò la Destra Storica, Burke, Prezzolini, il liberismo. Egli avrebbe voluto spostare il MSI-DN sulle posizioni del Partito Conservatore britannico. Il MSI-DN covelliano avrebbe certamente costituito una ventata di novità all’interno dello scacchiere politico. Da una parte c’erano l’alternativa e lo scontro frontale; dall’altra un progetto effimero e concreto allo stesso tempo. E in mezzo Almirante.

Erano tre tipi di sogni differenti. La realtà era tremendamente diversa. Quello era il tempo del compromesso storico. Per Nicola Rao, il MSI del 1976 era diviso in tre aree ben distinte. C’erano i neo fascisti (rautiani), i “fascisti” (almirantiani e, inizialmente, i membri Destra Popolare di Massimo Anderson) e gli afascisti (democrazia nazionale). Allora, i membri di Democrazia Nazionale erano afascisti perché avevano superato le secche del passato. Ma senza rinnegarlo. «In Democrazia Nazionale – dice Ernesto De Marzio – ci fu una totale fuoriuscita ideologica e programmatica dal fascismo. Ma non fu un ripudio. Il fascismo per noi era un fenomeno chiuso, ma non negativo. Dicevamo che era un’esperienza conclusa, ma non sbagliata. Mi sono sempre rifiutato di ripudiarlo. Se non sei più d’accordo con le idee di tuo padre, è giusto non seguirlo più, ma non per questo hai il diritto, tanto meno l’obbligo, di sputargli addosso, come invece mi sembra sia successo a Fiuggi… La nostra trasformazione ebbe un’incubazione lunga e travagliata. Durò almeno sette anni. E passò attraverso la lettura di molti testi e un’innumerevole serie di dibattiti e discussioni, anche violente. Non è stata decisa in quattro e quattr’otto… Si parlava di Tocqueville e Mosca, di Burke e di Evola. […] Senza parlare del fascismo, insomma, dichiarammo che accettavamo i principi liberaldemocratici, aggiungendovi dei connotati di destra. Purtroppo la nostra iniziativa fu sfortunata».

Qualche giorno prima della riunione del comitato centrale del 10 ottobre, gli onorevoli De Marzio, Nencioni e Roberti scrissero una missiva indirizzata al Presidente del MSI Alfredo Covelli. I tre politici annunciarono al Presidente la nascita di una corrente moderata denominata “Democrazia Nazionale”. «Caro Covelli – così inizia la lettera – come ti è ben noto, dopo il 20 giugno si è determinata nel partito una situazione di frattura, che ha praticamente distrutto il carattere unitario che fino allora aveva informato la linea politica e l’organizzazione del MSI-DN. […] Venuta meno così l’unità del partito, sono sorte ovviamente le correnti: quella di Rauti, di linea futura, una nostra, in via di costituzione, e di fatto, quella del Segretario del Partito con la sua maggioranza. Tale diversa fisionomia del partito, rende impossibile ovviamente che il Congresso (deciso prima che questa situazione si determinasse) possa svolgersi con criteri, sistemi, regolamentazioni di un Congresso unitario, così come si erano svolti i due precedenti…». L’8 ottobre Covelli si recò da Giorgio Almirante per discutere della situazione politica all’interno del MSI-DN. L’irpino perorò la causa del rinvio della riunione del Comitato Centrale e del regolamento. In fin dei conti troppe cose erano successe. Ma Alimirante e il Comitato Centrale ricacciarono decisamente la richiesta. L’istanza di Covelli fu respinta con 122 voti contro 42.

«In questo 1976, insomma – scrive Nicola Rao nel libro La fiamma e la celtica – da una parte c’è Rauti – sempre più egemone nel mondo giovanile – che spinge verso sinistra, dall’altra ci sono molti dirigenti stanchi della violenza diffusa e dall’ambiguità almirantiana, che premono verso il centro e chiedono una definitiva fuoriuscita dal ghetto. Almirante, temendo una doppia spaccatura, si irrigidisce e sceglie il male minore: quello di perdere per strada un pezzo del vertice piuttosto che la quasi totalità dei giovani e della base. Così torna sulle posizioni dell’alternativa al sistema e respinge le richieste di far slittare il congresso del gennaio 1977, avanzata da De Marzio. A quel punto la rottura è inevitabile. Nel dicembre 1976 escono dal partito 17 deputata su 35 e 9 senatori su 15». Nacque, così, Democrazia Nazionale.

Il politico di Bonito lasciò, quasi controvoglia, il MSI-DN e aderì al nuovo soggetto politico denominato Democrazia Nazionale – Costituente di Destra. Tuttavia non c’erano altre scelte. La destra italiana era praticamente divisa e una parte della classe dirigente aveva abbandonato il MSI. L’irpino, prima di lasciare il partito, scrisse una lettera di dimissioni dalla carica di presidente rivolta ad Almirante. «Caro Almirante, – scrisse Covelli – al punto in cui sono giunte le vicende del Partito, dopo la drastica decisione presa ieri dall’Esecutivo, non posso che registrare la definitiva totale vanificazione di tutti i miei tentativi, di tutte le mie speranze. Ho creduto fino all’ultimo che si potesse salvare l’unità, convinto che questa valesse qualsiasi sacrificio. Mi sono purtroppo sbagliato: ne sono profondamente amareggiato. In queste condizioni non mi sento più a mio agio nel Partito che insieme a te avevo contribuito a rifondare in uno spirito unitario e di pacificazione che i nostri avversari avevano invidiato: non mi sento più a mio agio nel Partito che gradualmente ad opera dei tuoi più stretti collaboratori si è andato allontanando dalle posizioni che erano state fissate nel Congresso Nazionale del 1973. Pertanto ti prego di prendere atto delle mie irrevocabili dimissioni. […] All’indomani delle elezioni politiche del 1976 alcuni parlamentari e dirigenti di partiti si sono organizzati in corrente con l’intento di indurti a scegliere fra le posizioni estremistiche sostenute fuori e dentro la cerchia dei tuoi amici e quelle ispirate ad una ortodossa interpretazione degli impegni assunti all’atto della costituzione della Destra nazionale. Pur sentendomi vicino alle posizioni della corrente “Democrazia Nazionale”, ritenni che un Presidente del partito avesse il dovere di evitare che il contrasto producesse effetti laceranti. Per questo ti esortai a rinviare di una settimana il Comitato Centrale che avrebbe dovuto discutere il regolamento congressuale: il rinvio, a mio parere, avrebbe dovuto essere utilizzato per tentare un accordo con gli amici di Democrazia Nazionale. […] Ti confermo che non ero al corrente della decisione dei deputati di “Democrazia Nazionale” di entrare nella Costituente di Destra, accettando l’invito di quella organizzazione per la costituzione di un gruppo parlamentare autonomo. Prescindo dalle valutazioni formali e, riferendomi a un giudizio di merito, ritengo che quei deputati, aderendo alla Costituente di Destra, abbiano inteso, come hanno poi spiegato, riaffermare la loro convinzione circa la validità della scelta irreversibile del sistema costituzionale italiano, sistema di libertà e di democrazia. Al tuo posto li avrei inseguiti, sissignori, li avrei inseguiti, per un’ultima amichevole spiegazione e per un’ultima amichevole contestazione, sempre con l’intento, fors’anche disperato, di salvaguardare l’unità del Partito: penso ancora oggi che sarebbe stata vieppiù nobilitata la tua funzione, sia che il tuo tentativo avesse sortito esito positivo, sia che avesse sortito esito negativo. […] Ti prego di credere che la mia decisione è accompagnata da profondo rammarico, posso dire da sincero dolore; non si possono dimenticare, infatti, nel momento del commiato, tanti amici con i quali si è combattuto assieme in una difficile ed esaltante trincea. Continuerò la mia battaglia come e dove potrò, con i sentimenti e gli ideali per i quali e con i quali ci siamo incontrati: sentimenti ed ideali che se professati e sostenuti in buona fede, non potranno, io credo, io spero, non farci incontraci ancora».

Arrivò così la scissione e la corrente divenne un partito: nacque Democrazia Nazionale. Uno dei principali protagonisti fu l’onorevole Raffaele Delfino, l’autore del libro intervista Prima di Fini. Alfredo Covelli, Achille Lauro e tanti altri monarchici entrano immediatamente nel partito. Massimo Anderson e i membri della sua corrente Destra Popolare aderirono in un secondo momento. Democrazia Nazionale fu un esperimento intrigante e inconcludente allo stesso tempo. Fu la prima formazione italiana di centrodestra. I leader del movimento sostennero le tesi del neoliberismo. Furono organizzati anche molti convegni interessanti: presero parte agli appuntamenti alcuni economisti importanti. Insomma, fu una vera rivoluzione copernicana. Alfredo Covelli mise in evidenza le sue teorie nel corso di numerosi appuntamenti politici. Vagheggiò la genesi di una Nuova Destra funzionale al gioco politico. «I partiti – disse ad Avellino – o sono funzionali al sistema o finiscono fuori gioco». Appunto il MSI – DN era finito “fuori gioco”; o meglio, non era mai entrato in partita.

Il MSI perse la metà della classe dirigente ma non la base: alle elezioni politiche del 1979 recuperò i suoi voti e Democrazia Nazionale fu spazzata via dalla scena nazionale. Covelli non riuscì a esser nuovamente rieletto in parlamento e concluse la sua importantissima esperienza politica. In Irpinia andò in scena uno scontro durissimo nelle elezioni amministrative. La fiamma allestì in tutti i comuni le liste di partito. I missini cercarono in tutti i modi di recuperare il consenso perso. Ebbene ci riuscirono. Ovviamente a discapito dei candidati demo nazionali.

Concludo con una considerazione di Domenico Mennitti. Il politico pugliese non aderì a Democrazia Nazionale e rimase nel Movimento Sociale. A distanza di tanti anni ha rilasciato una dichiarazione in riguardo della scissione del 1976. «Pur non avendo aderito a Democrazia Nazionale, – dice Mennitti – oggi, dopo tanti anni posso dire che fu un tentativo giusto, ispirato da motivazioni condivisibili. Ma era sbagliato il momento. In quegli anni non serviva un altro partitino che si aggiungesse ai numerosi satelliti già esistenti intorno al grande patto Dc-Pci del 1976-79. Elettoralmente era molto più utile, e Almirante lo capì appieno, un forte movimento di destra radicale, caratterizzato da una militanza dura e che svolgesse un forte ruolo di opposizione. A questo occorre aggiungere che Rauti si era spostato su posizioni di sinistra ed era l’unico che portava avanti tesi affascinanti per i giovani. In un momento in cui i nostri ragazzi non riuscivano a mettere piede nelle scuole, nelle università, in cui i morti di destra si contavano a decine, i valori ispirati da Rauti erano gli unici che potessero affascinare i nostri militanti».Egli reputa giusta la svolta; tuttavia crede che sia stata compiuta in anticipo rispetto alla tabella di marcia della storia. In parte, reputo che sia vero. Differisco, leggermente, soltanto sul giudizio in merito a Pino Rauti. Certo, Rauti ha affascinato la gioventù più degli altri dirigenti del partito; ciò nonostante Covelli era già negli anni ’70 “troppo avanti”. Le tesi di Covelli, condivisibili o meno, ammaliano ancora oggi. Forse più di ieri.

 

Da Preziosi a Covelli, il partito democratico italiano di unità monarchica

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Il PDIUM rappresentò la destra innovativa, pragmatica e moderna. Fu un partito aperto agli elettori “senza fissa dimora”; fu aperto agli elettori anticomunisti delusi dalla politica della Democrazia Cristiana. I parlamentari monarchici difesero, nei loro interventi, i valori dello spirito, della morale, della persona, della libertà. In questi ultimi anni ho approfondito lo studio sui movimenti monarchici del dopoguerra; ho consultato gli annuari politici, ho letto alcuni libri interessanti, ho analizzato i discorsi parlamentari dei protagonisti. Dunque, il Partito Democratico Italiano di Unità Monarchica fu una grande “officina” intellettuale: dal 1962 al 1964 svolse il ruolo di avanguardia. In quel periodo il partito si schierò apertamente contro il centro sinistra e cercò un dialogo con le forze conservatrici (MSI e PLI) al fine di far nascere un forte movimento di destra democratica. Il primo congresso del PDIUM si svolse nel mese di marzo del 1961; in quel congresso fu confermata la linea già espressa dal comitato centrale del Partito Democratico Italiano. Il PDIUM, insomma, si collocò all’opposizione del governo delle convergenze parallele e rafforzò la collaborazione con il Movimento Sociale Italiano. Cercò un accordo programmatico per unire le destre sotto un unico simbolo. Il progetto politico del PDIUM fu intrigante; è possibile riassumere le linee guida: esiste già una grande destra. Questa “grande destra” non è unita ed è disgregata. Pertanto, noi monarchici, uniremo la destra e garantiremo la libertà. In fin dei conti i monarchici e i missini si schierarono apertamente contro l’apertura a sinistra; i due partiti criticarono la formula, i modi ei tempi del processo di formazione del governo guidato da Amintore Fanfani; criticarono, ovviamente, anche i modi e i tempi del processo di formazione del governo Moro.

«Bisogna nuovamente andare a votare – disse l’onorevole Casalinuovo l’8 marzo del ’62 alla Camera -, le elezioni potrebbero ancora giustificare il nuovo indirizzo politico. L’attuale indirizzo politico, infatti, non rispetta più e non interpreta il significato essenziale del voto espresso dal popolo italiano il 25 maggio 1958 […]. Gli elettori hanno espresso una decisa volontà antimarxista e hanno richiesto ferme garanzie atlantiche. Il centro sinistra segnerebbe la rinuncia, la trasformazione, la menomazione dello stato di diritto». Orbene, per l’onorevole Casalinuovo la Democrazia Cristiana avrebbe tradito la fiducia degli elettori anticomunisti. Il deputato esaltò la dicotomia covelliana Stato di diritto – stato socialista ed elogiò la democrazia, i valori della libertà e le garanzie atlantiche.

Alfredo Covelli, in sede di dichiarazione di voto il 10 marzo, affermò. «Voi attuerete le regioni, onorevoli signori del Governo: e consegnerete alla direzione comunista o social comunista, o comunque all’arbitrato del partito socialista, le regioni più progredite del nostro paese. Voi nazionalizzerete le fonti di energia: e creerete un nuovo colossale ente statale, che allargherà a dismisura il potere economico dello Stato secondo la precettistica marxista. Voi realizzerete l’abolizione della mezzadria: e avvierete alla distruzione tutto un ampio settore delle proprietà terriera, favorendo così le tappe dell’evoluzione marxista». Emerge una proposta politica ben chiara. Il PDIUM fu un movimento patriottico e risorgimentale e pertanto lottò contrò l’attuazione delle regioni. Il regionalismo rappresentò un vero spauracchio; in fin dei conti il regionalismo avrebbe minato le basi dello stato unitario nato dal Risorgimento. Il partito si dotò anche di una ricetta economica ben chiara. I parlamentari monarchici avrebbero voluto uno stato snello e quasi liberista. Il motto è il seguente: meno stato, più iniziativa privata; si annidano in maniera intriganti alcuni sedimenti di paleo thatcherismo. Certo, Covelli definì il suo partito “moderato e sociale”; il PDIUM cercò di svolgere la funzione di cerniera tra il MSI dirigista e il PLI liberista; ciò nonostante guardò con simpatia ai liberali. «Noi abbiamo una matrice sola». Così disse il segretario. Ebbene il partito si mantenne sulle coordinate della tradizione risorgimentale liberale e democratica.  Si schierò apertamente contro la nazionalizzazione dell’energia elettrica. Per di più contrastò con veemenza la riforma agraria, difese il latifondo e contestò l’abolizione della mezzadria. Probabilmente i monarchici s’ispirarono all’esperienza politica del vecchio Partito Agrario degli anni ’20 del principe Pietro Lanza di Scalea; il Partito Agrario fu il partito di riferimento dei conservatori e dei proprietari terrieri: confluì nel Listone fascista nel 1924.

Il PDIUM appoggiò pienamente la battaglia parlamentare congiunta del MSI e del PLI per contrastare l’istituzione della regione a statuto speciale Friuli Venezia Giulia. Nondimeno l’impegno dei monarchici fu minore rispetto alle altre forze di centrodestra. Gli interventi dei deputati di Stella e Corona in merito al Friuli Venezia Giulia furono soltanto 11; gli interventi dei missini, invece, furono 159 e quelle dei liberali furono 43. Ancora, i monarchici votarono contro il nuovo ordinamento scolastico e lottarono contro la “democratizzazione della scuola”.

Il 20 marzo del ’62 la direzione del partito decise di assumere un’iniziativa d’area con l’intento di «accertare quali intese fossero possibili tra i partiti della destra politica nazionale, dal PLI al MSI, non esclusi altri gruppi». Pertanto fu costituita una commissione composta dagli onorevoli Caroleo, Casalinuovo, Patrissi, Prezioni e dal sen. Fiorentino. Il senatore Fiorentino inviò una missiva al segretario del PLI (Malagodi) e a quello del MSI (Michelini). Il Movimento Sociale si dichiarò favorevolissimo all’iniziativa mentre il Partito Liberale respinse l’invito. Nello stesso tempo fu inviata una lettera anche al leader del Movimento Monarchico Italiano Cremisini; quest’ultimo fu eletto in parlamento con il Partito Monarchico Popolare di Lauro e in seguito alla riunificazione e alla nascita del PDI fondò il Movimento Monarchico Italiano. Sul simbolo apparve il profilo dell’Italia e una corona. Il MMI, ovviamente, rispose picche ma si mostrò disponibile a un’intesa elettorale tra le formazioni monarchiche; furono avviate alcune trattative per la presentazione di una lista unitaria (PDIUM –MMI) alle elezioni comunali di Roma però la proposta si arenò all’ultimo momento.

In sostanza, soltanto il MSI si mostrò favorevole a un accordo. Il 28 marzo la commissione incaricata dal partito incontrò la rappresentanza del MSI composta dal senatore arianese Franza e dall’onorevole Roberti.  E Covelli il 3 aprile elogiò la fiamma nel corso della conferenza stampa radio televisiva. «Il Movimento Sociale – disse – è una sana forza nazionale capace di schierarsi in questo momento nel Paese con quelli che vogliono difendere la libertà e lo stato di diritto contro lo stato socialista». La linea covelliana fu confermata ufficialmente dal consiglio nazionale del PDIUM. L’intesa MSI – PDIUM divenne operante in occasione delle elezioni per il Presidente della Repubblica: i missini e i monarchici appoggiarono la candidatura di Segni e contribuirono in maniera determinate alla sua elezione. Alle elezioni amministrative del 10 giugno, a Bari e a Foggia, fu presentata una colazione monarchica missina con il doppio simbolo. Il PDIUM condusse una campagna elettorale “battagliera” e ricalcò lo stile del MSI. Il 9 giugno Gaetano Fiorentino scrisse un editoriale sul Roma dal titolo pungente “O Roma o Mosca”. S’ispirò al motto celebre del duce e decalcò il modello dell’intellettuale napoletano Francesco Coppola. L’intellettuale scrisse negli anni ’30 il libro Fascismo e Bolscevismo. Da una parte la civiltà e dall’altra la barbarie: è questa, in linea di massima, la sua intuizione. Ebbene Gaetano Fiorentino si collocò nel solco del pensiero di Coppola. Avrebbe potuto titolare il suo editoriale “New York o Mosca” eppure non l’ha fatto. Preme sottolineare un aspetto. Il PDIUM giocò di sponda. Fu un partito moderato ed estremista. Piacque proprio per siffatto motivo: sembra che sia legato a una destra “elastica”. Con grande nonchalance ha abbracciato le posizioni della destra radicale; con la stessa nonchalance ha premuto verso il centro per sottrarre i voti alla DC.

Per quanto concerne il discorso legato alle elezioni amministrative del ‘62 preme rilevare una cosa. I monarchi delusero ampiamente le aspettative. Si registrò un’ennesima flessione: il partito di Stella e Corona raggranellò a mala pena 215.359 voti. Commentò la disfatta sul Roma il direttore Alberto Giovannini. Titolò il suo editoriale “Comunella clerico marxista”. «L’apertura a sinistra postulata da Moro e Da Fanfani – disse – è stata avallata dalla consultazione elettorale». Il giornalista trasse alcune conclusioni amare. Egli in sintesi disse: è inutile cercare un appoggio della Chiesa; purtroppo la Chiesa non ci appoggerà mai. «In definitiva – concluse – le accuse di conservatorismo e magari di reazionarismo sono piovute sulla destra politica proprio a causa di determinati atteggiamenti – ad esempio la censura teatrale e cinematografica, la tutela della pubblica morale, la difesa delle prerogative ecclesiastiche e dello stesso Concordato – suggeriti dal dovere di tutelare, nella vita italiana, taluni principi fondamentali della morale cattolica, combattuti dal laicismo. Dobbiamo riportare la destra politica su posizioni veramente risorgimentali, decisamente laiciste e, perciò stesso, pre concordatarie». Credo che l’editoriale di Giovannini sia ancora attualissimo. E la Lega Nord ha un atteggiamento notevolmente non confessionale; perfino il Front National ha abbracciato le posizioni del laicismo “non sfrenato”. Sicuro è un tema caldo. La recente dichiarazione di monsignor Galantino, in merito all’assoluzione di Berlusconi per la vicenda Ruby, ha creato un’ennesima “rottura” tra la Chiesa e la destra politica.

L’onorevole Cuttitta presentò, addirittura, alla Camera una proposta di legge per il ripristino delle case chiuse. Ultimamente il leader della Lega Nord Matteo Salvini ha proposto la riapertura delle case chiuse; insomma, l’idea di Cuttitta è ancora attuale. Ma la maggior parte delle proposte dei politici monarchici sono attualissime. Ad esempio l’idea del governo tecnico non è nuova. Il senatore Fiorentino pubblicò un editoriale frizzante sul Roma al fine di sollecitare la costituzione di un «governo concreto, un governo orientato da tecnici imparziali, un governo serio che sia aperto alle riforme necessarie, ma accantoni senza esitare quelle inutili, costose e controproducenti». La DC guarda a sinistra? Allora c’è bisogno di un “commissariamento” per salvare la nazione. Gli sprechi sono notevoli? Ci penseranno i politici ragionieri, apolitici e incorruttibili.  Forse l’onorevole Fiorentino avrebbe salutato con garbato entusiasmo la nascita del governo tecnico guidato dall’economista Monti. Dunque le proposte furono davvero tante: l’onorevole irpino Olindo Preziosi annunciò il voto contro la tutela giuridica dell’avviamento commerciale.

Ma il partito di Stella e Corona continuò a perdere voti. Alfredo Covelli cercò di mantenere unito il partito e a Bari, nel corso di un’assemblea dei quadri direttivi della Puglia, elogiò i fedelissimi attivisti. I fedelissimi avrebbero dovuto «resistere sulla strada della coerenza e dell’onore». Achille Lauro si mostrò ancora più pragmatico ed esternò il suo pensiero a Napoli in occasione del rinnovo della federazione provinciale. «Lo spostamento a sinistra della DC – affermò – ha creato al centro dello schieramento un vuoto che noi intendiamo colmare con la nostra presenza attiva, con i nostri ideali incontaminati, con la nostra azione coerente e lungimirante, aperta a ogni evoluzione e a ogni progresso». Sicuro, il PDIUM restò alla finestra, fu vigile e non si chiuse a riccio. Lauro guardò al centro. Il suo PDIUM avrebbe dovuto occupare, quindi, il posto della DC scivolata clamorosamente a sinistra; insomma, Lauro avrebbe voluto fondare una “nuova DC” moderata e conservatrice. Eppure il progetto si arenò. «I monarchici – scrive Orazio Maria Petracca sull’annuario politico italiano del 1965 – tornavano ancora una volta a proporre quella politica di larga alleanza tra tutte le forze della destra di cui da quasi un decennio sono strenui fautori. Ne suggeriva evidentemente il rilancio anche la convinzione che la dichiarata qualificazione legittimistica ora meno che mai giovasse al partito (che del resto aveva tentato di liberarsene già all’atto della sua costituzione, quando i due tronconi in cui si era scisso nel 1954 il PNM si riunificarono nel Partito Democratico Italiano, divenuto poi l’attuale PDIUM sono dopo il congresso di marzo del 1961)».

«Il problema di fondo – disse Covelli a Tribuna elettorale – è quello di battere il comunismo nella democrazia cristiana. Il PDIUM […] si batte per un piano orientato alla restaurazione della libertà economica, per una riorganizzazione della scuola per tutti i cittadini, nelle sempre viventi nostre tradizioni umanistiche, per una autorità dello Stato salda e sicura e perciò un dignitoso trattamento a tutti coloro che lo servono e lo difendono nella pubblica amministrazione e nelle forze di polizia». Il partito in quegli anni lavorò alacremente per la genesi di un soggetto politico moderno e unitario; eppure l’azione di Covelli, di Lauro e degli altri non fu premiata. E alle elezioni regionali del Friuli Venezia Giulia il PDIUM si presentò senza collegamenti con altri partiti. Forse i monarchi affrontarono male la competizione: esaltarono l’unità nazionale e criticarono il regionalismo in una regione di confine. Non fu certo una mossa azzeccata; nondimeno fu una scelta coraggiosa e coerente. Covelli tenne un comizio vibrante a Tolmezzo. «Con la regione a statuto speciale – affermò – si è aperta al nemico, al più pericoloso dei nostri nemici, la più gelosa e la più dolente delle nostre frontiere, consumando così il più iniquo delitto verso la patria». Il partito di Stella e Corona si presentò soltanto nelle provincie di Udine e Gorizia. Fu una campagna elettorale avara di soddisfazione; il partito raggranellò soltanto 3.659 voti. Covelli non drammatizzò e riconobbe la sconfitta. «Resteranno scarsissime possibilità di salvare l’Italia dalla mortale stretta economica, sociale e morale in cui il centrosinistra l’ha cacciata – dichiarò – se l’elettorato italiano continuerà ad esprimere la sua opposizione in termini infecondi e negativi, con manifestazioni verbali pubbliche e private e anche con atti concreti individuali di sfiducia economica, che, lungi dal colpire il governo e il regime, danneggiano certamente le strutture stesse del Paese […]. In poco più di due anni, la DC, sempre meno forte sotto le spinte demagogiche del PSI e del PCI, è riuscita a capovolgere, a distruggere il miracolo economico, a mutare le prospettive di prosperità in disordine». Il leader monarchico non si rassegnò e criticò apertamente la Democrazia Cristiana. Continuò a contrastare il centro sinistra e invocò l’avvento di un governo «serio, responsabile, forte». Praticamente continuò a battagliare e supportò l’idea del partito unico della destra.

 

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