Ferdinando Russo e la visita del Re a Mugnano

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il-poeta-ferdinando-russoNella macchina, sulla strada per Mugnano. Giornata fredda e piovosa. Tira vento e il cielo è bianchissimo, bianco bianco come il latte. L’autoradio e la frequenza va e viene e le notizie e gli svincoli e le strade del sud e poi il brusio e poi il silenzio totale e poi nuovamente la voce perché tra i monti è così. Oltre, sempre più in là, ecco Mugnano del Cardinale e sento già aria di Napoli e vedo il Santuario di Santa Filomena; oggi fa veramente freddo e, fatto strano, mi viene in mente quel componimento poetico di Ferdinando Russo, quello dedicato all’ultimo viaggio del Re Ferdinando II di Borbone e “A Mugnano, cu ‘o friddo dint’all’ossa” e pure io sento ‘o friddo dint’all’ossa e il vento… tanto vento e con i finestrini chiusi si sente il vento. Stesso vento di tanti anni fa e la giornata di oggi è la stessa di tanti anni fa e una sosta veloce, poi si riparte e la Regina “rossa rossa” è già entrata nel Santuario.

Ah, questo Ferdinando Russo era davvero un grande. Sì perché era un sublime poeta della Napoli di fine ottocento e del primo novecento, della Napoli che fu; malinconia per qualcosa che poteva essere e non è stato, nostalgia per un Regno perduto. E tra le cose più belle c’è il componimento ‘O Luciano d’’o Rre del 1910, quello che parla del viaggio del Re Ferdinando II in Puglia nel 1859, della principessa Maria Sofia e anche di Mugnano del Cardinale. Racconto scritto sul taccuino: il poeta napoletano Russo scriveva quello che Luigi l’ostricaro raccontava e Luigi l’ostricaro era ‘O Luciano d’’o Rre e, come lui sostiene, accompagnò il Sovrano nell’ultimo viaggio. «Nella sua opera, Raffaele de Cesare – scrisse il poeta Russo – dice che i luciani non accompagnarono il Re in quell’ultimo viaggio; Luigi l’ostricaro affermava che solo quattro, e dei fidi, segretamente lo seguirono dal primo giorno, e che egli era costoro. […] Molti punti del racconto di Luigi l’ostricaro […] corrispondono a particolari consacrati nei volumi del de Cesare non solo, ma in quelli del Nisco, del de Sivo, del Bernardini, del di Martino […] ed ai ricordi dell’ex marinaio Servino». Russo raccolse da “labbra borboniche popolane” il racconto dell’ultimo viaggio del Re. Per omaggiare certamente il tipo del Luciano fedele.

Sosta a Mugnano del Cardinale nel 1859. Luigi l’ostricaro riferisce e il poeta sogna, scrive. Con il freddo nelle ossa, in pieno inverno. Un freddo cane, pungente, impressionante; un vento tagliente e feroce. Un vento assurdo, da fine del mondo, da fine di un mondo. Ferdinando II nel Santuario “se riggeva appena”.«Vi’ c’anno fui chello Cinquantanove – scrisse Ferdinando Russo-/ cu chillo spusalizzio ‘e Francischiello!/ L’otto ‘e Jennaro, chiove, chiove e chiove! C’aveva fa’? Partette, ‘o puveriello! Lampe e saette, mmiezo ‘e strate nove,/ e pigliaimo nu bello purpetiello…/ […] A Mugnano, cu ‘o friddo dint’all’ossa,/ scennette e jette a Santa Filumena./ Isso, ‘e figlie, ‘a Riggina, rossa rossa,/ sott’anu viento ca ‘o Signore ‘o mmena!/ Se sape! ‘O sango lle fa tal mossa,/ cadintt’’a cchiesia se riggeva appena!/ Doppo, s’abbatte ncopp’a nu cuscino,/ e che nuttata cana, anfi’ Avellino!». E la Regina delle Due Sicilie Maria Teresa d’Asburgo – Teschen tutta rossa in viso per il freddo, per il vento. Ma come c’è venuto a Ferdinando, avrà pensato, un viaggio in pieno inverno per ricevere Maria Sofia la moglie di Francischiello. No no. Non è proprio cosa, con questo freddo cane e questo vento!

Lampi e saette in mezzo alle strade “nove”. «Volendo (poco) fantasticare, – così sì legge nel sito Tavernanova… aria gentile – la coppia reale quel giorno è certamente passata per la Taverna Nova… Notare il verso “Lampe e saette, mmiezzo ‘e strate nove”… un riferimento alla via Regia che era ben mantenuta visti i traffici commerciali? Chissà…». Chissà. Anche a me piace fantasticare. Certamente è una suggestione intrigante. Ma è facile ipotizzare scenari bellissimi. La gente ai bordi delle strade applaude Sua Maestà, una piccola cittadina attende l’arrivo della carovana reale in un giorno freddissimo e tutte quelle case addobbate a festa e il marchese d’Avalos pronto ad accogliere il Re nel Santuario. Ma quanti gradi c’erano? Due? Uno? Zero? Meno uno? Meno due? Freddissima giornata e nell’inverno irpino capita spesso.

Nel libro di Raffaele De Cesare “La fine di un Regno” c’è la descrizione della sosta al Santuario di Santa Filomena. «La prima tappa fu Avellino, – scrisse il De Cesare – dopo una sosta al celebre santuario di Santa Filomena, in Mugnano. Questo santuario fu, sino alla metà del secolo, celebratissimo per opera di don Francesco de Lucia, sacerdote mugnanese, il quale si era assunta la missione di far conoscere al mondo i miracoli di Santa Filomena[…]. Per fortuna del santuario, Mugnano divenne per Ferdinando II un altro San Leucio. […] e le sue gite avevano creata molta intimità fra lui e i mugnanesi. Se uno di questi riceveva un torto, esclamava invariabilmente: “Va bene; ce la vedremo quando viene il Re”. […] Il marchese d’Avalos fece gli onori del ricevimento, nella chiesa di Santa Filomena. Le case del paese erano imbandierate; e da ogni parte si allineavano compagnie di fanterie e squadroni di cavalleria. […]. La reale famiglia si prostrò innanzi all’altare di Santa Filomena, e il Re vi stette sempre con gli occhi bassi. Il suo contegno fece a tutti impressione: nessuno riconosceva più in lui il Sovrano, che tante volte nella stessa chiesa aveva suscitate le risa di tutti, con i suoi motti napoletaneschi e salaci. […] In quel giorno invece, non una parola scherzevole uscì dalle labbra del Re». Il racconto del Luciano, poetato da Russo, ricalca più o meno il resoconto dell’illustre scrittore Raffaele De Cesare. Un Re con gli occhi bassi dinanzi all’altare della Santa. Dopo la sosta la partenza. Le montagne irpine, Monteforte, il rosario in carrozza con tutta la carovana reale.

Ferdinando Russo ha omaggiato il paese irpino con questi bellissimi versi e ci ha regalato una Mugnano del 1859 molto particolare: invernale, fredda e gelida. Un paese addobbato a festa per l’arrivo del Re Borbone e della sua famiglia. Tira forte il vento, un vento fortissimo e il cielo bianco bianco come il latte e prima ha piovuto e uscire per strada non è cosa nel peggiore dei casi ti copri bene dato che l’inverno è molto rigido e nel Santuario non c’è più il Re ma la Regina “rossa rossa” in viso c’è ancora. Statuetta fragile, candida e ghiacciata. Rossa sul viso come la ricorda Luigi l’ostricaro ‘O Luciano d’’o Rre, per sempre così, resa immortale dal poeta della Napoli che fu. Bella è bella la Regina, come un’immaginetta di Santa Filomena che ho trovato per caso. Il paese è ormai alle mia spalle e tanti ricordi confondono la mia mente. Gocce di pioggia sul cruscotto e la voce alla radio si sente così così e il brusio e poi il silenzio e questo cielo bianco bianco come il latte mi accompagna verso la destinazione e ieri è come oggi e a me piace immaginare, fantasticare.

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Il viaggio nel meridione, Keppel Craven e l’Irpinia

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Ariano è sempre lì. Sul tricolle, in posizione elevata. Città avvolta dalle magiche nuvole di un cielo primaverile. All’orizzonte resta per “almeno cinque ore”, più o meno alla stessa distanza. In carrozza sulla strada verso Foggia. Lento movimento e cavalli quieti: strada antica e oltre i bordi il mare di grano. E avanti, sempre avanti e quella città sul tricolle non scompare e l’occhio si perde nell’immenso colore del sogno. Craven è in viaggio e la sua speranza si smorza di là dai valloni. Quell’arida pianura detta Puglia piana non è troppo lontana; quell’arida pianura che in Inghilterra “sarebbe stata abbellita da almeno trenta campanili” è vicina. Intanto Ariano è sempre lì.

Visioni chimeriche e disegni dell’ottocento. Brandelli di un’opera incantevole. Avventura al Sud, una sorta di “viaggio di formazione” e turista da Grand Tour. L’inglese Richard Keppel Craven partì da Napoli e proseguì per Benevento, Troia, Foggia, Barletta, Bari, Lecce e altri centri. Poi si diresse in Calabria. Il viaggio nelle province meridionali del Regno iniziò il 24 aprile 1818. Annotò le sue impressioni sul diario e pubblicò nel 1821 il libro A tour through the southern provinces of the Kingdom of Naples – Viaggio nelle provincie meridionali del Regno di Napoli.

Ho trovato un volume del viaggio di Craven delle edizioni del CISVA curato, introdotto e tradotto da Marilisa Addrisio. Davvero un testo di notevole interesse. Viaggiatore nobile, Richard Keppel Craven ama viaggiare e si muove per curiosità. «È lui – scrive Marilisa Addrisio nell’introduzione al testo – che stabilisce le tappe, le rotte, i momenti migliori della giornata per mettersi in viaggio; è ancora lui che modifica i suoi stessi piani in favore di inaspettati fuori programma».

C’è perfino un po’ d’Irpinia nel libro di Craven. Da Benevento a Troia passando per Casalbore e per le terre di confine nei pressi di Savignano e Greci. L’inglese arriva a Casalbore ma non si ferma per la sosta: non lo fa perché il paese irpino è troppo vicino a Benevento e conviene proseguire ancora. «[…] il paesaggio – scrisse Richard Keppel Craven – divenne ancor più sgraziato e arido, finché arrivammo a Casalbore, quando sporadiche macchie di bosco, campi di cereali che crescevano a stento, qui e lì poche vigne, tenute basse, ma arrampicate da un paletto all’altro, diversificarono la superficie. Sulla nostra sinistra apparvero i villaggi di San Giorgio a Molinara e San Marco; mentre sulla destra si mostrò la città di Monte Calvo, e oltre, quella di Ariano: quest’ultima si trova in posizione elevata e restò all’orizzonte apparentemente alla stessa distanza, per almeno circa cinque ore. Cluverio e altri geografi hanno situato l’antica città di Equus Tuticus presso Ariano, mentre Swinburne la immagina presso Buon Albergo, vicino Casalbore: il primo è stato guidato dall’idea che Equus Tuticus debba essere stata l’oppidulum quod versa dicere non est. Ma Orazio afferma che il primo giorno di viaggio da Benevento lo portò in un paese presso Trivico, che ancora preserva il suo antico nome, ed è quindi difficile immaginare che l’indomani abbia dovuto retrocedere di molti miglia, così da rendere il suo arrivo a Canosa il terzo giorno impossibile. Dovremmo pertanto essere soddisfatti che un nome così impoetico come Equus Tuticus appaia sul ramo della via Appia, che probabilmente lui seguì, e che si trovi da qualche parte presso Ascoli, come osserva Chaupy e che ragioni potenti quanto il suo nome disarmonico, abbiano prevalso su di lui per farglielo omettere. Casalbore è un villaggio molto tetro e fatiscente che si trova su un’altura isolata, circondata da torrenti e da pietre. Si trovava troppo vicino a Benevento per renderlo luogo di sosta e proseguimmo per ulteriori sei miglia fino a una taverna chiamata le tre Fontane. Le nostre speranze furono distrutte dall’assoluto rifiuto di fornire ristoro per uomo o bestia; e sebbene credevo che la paura di non essere pagati prodotta alla vista di così tante uniformi fosse una reale causa per il nostro dispiacere, non avrei permesso che la disciplina fosse imposta nel modo raccomandato dalla mia scorta, ma procedetti verso una singola dimora chiamata la Taverna di San Vito, situata a circa due miglia di distanza: essa si trovava sulla strada carrozzabile da Ariano a Troia, sul lato di un esiguo rigagnolo di acqua eccellente, abbondante di crescioni d’acqua che non aggiunsero nulla al mio pasto frugale; questo consisteva di una zuppa che avevo portato con me, poche uova sode, un po’ di accettabile formaggio della zona, del pane e del vino. I nostri cavalli ebbero la loro dovuta porzione di fieno. Il padrone di casa mi promise una più sontuosa cena se avessi aspettato che lui mandasse un messaggero a un vicino villaggio chiamato Greci, così chiamato da una colonia di greci o albanesi che si era stabilità lì; ma temevo più il ritardo che una cattiva cena e procedetti sulla mia strada, oltre una valle cosparsa di campi di grano».

Craven è attratto dall’antichità e dalla città di Equus Tuticus (o Aequum Tuticum). Dove si trova Equus Tuticus (città menzionata da E. T. Salmon e anche da D. Petrocca in Samnium)? «A giudicare dal nome, – scrive Salmon nel libro “Il Sannio e i sanniti” – l’irpina Aequum Tuticum dovrebbe avere costituito un tempo un centro di attività politica». Aequum Tuticum fu un vicus romano individuato nei pressi di Ariano. Keppel Craven, come Chaupy, crede che l’antica città si trovi da qualche parte nei pressi di Ascoli Satriano.

Prosegue il viaggiatore per altre sette otto miglia e si ferma nei pressi della Taverna di San Vito sulla strada carrozzabile da Ariano a Troia. Natura, alberi e campi di grano, rigagnolo d’acqua. A contatto con la Natura, in un ambiente incontaminato, remoto, addirittura irreale. E consuma il suo pasto con tranquillità. L’oste promette a Craven una cena sontuosa ma l’inglese rifiuta. Per quale motivo? Semplicemente avrebbe dovuto aspettare un bel po’: il tempo di mandare un messaggero a Greci per “prelevare” il “rancio”. Chissà cosa avrà detto quest’oste al nostro Craven, qualcosa tipo aspetta un poco che ti porto la cena e mando il messaggero a Greci. Ti conviene aspettare così mangi qualcosa prelibata e poi prosegui il tuo viaggio verso la terra promessa. E l’inglese rifiuta non per la qualità delle vivande: avrebbe dovuto aspettare parecchio tempo e tanto vale proseguire più avanti.

E Ariano sempre in alto. Un’intensissima luce che non si spegne mai. Per circa cinque ore, “apparentemente” alla stessa distanza. In posizione elevata. Quasi ossessionato da lei, dalla superba l’inglese la vede all’orizzonte sempre nitida, sempre luminosissima. Ma egli deve andare più il la, deve raggiungere la tanto agognata Puglia, il Paradiso dei nobili inglesi dell’ottocento con la passione per i paesi del Sud Italia. Non vede l’ora di vedere l’immensa distesa gialla della Puglia piana, il Tavoliere e le tre città: Troia, Lucera e Foggia. Tutte e tre si stagliano sulla “superficie come tre isole”.

 

L’Irpinia raccontata da Arpino

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giovanni-arpinoIrpinia carica di mistero e tragedia. Giornate piovose e cielo grigio. Alberi coccolati dal vento, lastre di vetro baciate dall’acqua, treni in partenza per Napoli dalla stazione di Avellino, paesaggi spettrali, luci sintetiche della città e la città dorme nella notte tenebrosa. Montagne e colline; orme, orme giallastre di animali, di lupi feroci e ululati immaginari. Irpinia nei primi anni ’20; fascisti per le strade e la rivoluzione alle porte e il dottor Gaetano Castiglia e la popolana Sabina. Questa è l’Irpinia di Giovanni Arpino dipinta nel romanzo “Un delitto d’onore”. Un romanzo cupissimo, feroce, pieno di rabbia.

“Un delitto d’onore” è ambientato in Campania: Avellino, Atripalda, Montrone (paese immaginario che ricorda nel nome Montoro e Montefalcione). Ricco di spunti, riflessioni filosofiche. Provincia tenebrosa e scrittura carica di tragedia. «Ora – scrive Arpino – i monti irpini apparivano più cupi nella luce al tramonto, coi boschi qua e là macchiati come da una lebbra giallastra che nel verde dei castagni aveva aperto vuoti piccoli e grandi, rognosi. La strada puntava su Atripalda e, […] lontana, la chiazza bianca e rosata di Avellino, larga nella pianura». L’Irpinia di Arpino è verdissima e minacciosa, piovosa e tragica. Occhi che guardano, occhi di perla e cielo carico di dolore.

La trama. Lui ama lei ed è gelosissimo: lui è un medico di nome Gaetano Castiglia; lei è una donna di basso rango di nome Sabina. Gaetano Castiglia ha vissuto per tanto tempo in America ed è tornato a casa per godersi la vita accanto alla donna che ama. Ma il dramma si nasconde dietro l’angolo. Sabina non è quello che lui pensava perché non è vergine e ha conosciuto altri uomini e tra questi c’è Vincenzo Carbone; e allora non resta che il delitto d’onore: una vittima, un’altra vittima. Sabina è stata violentata da Vincenzo Carbone. Ma poco importa per Castiglia. Egli non ha pietà per nessuno; avrebbe dovuto perdonarla (almeno capirla), invece niente da fare. Crudele davvero. Sullo sfondo l’Irpinia degli anni ’20 e i fascisti in azione. «Mi vogliono con loro» dice il medico.

Nichilista, pessimista, distruttore, shivaista, nietzschiano, evoliano. Gaetano Castiglia è un uomo d’azione infarcito di idee filosofiche legate all’idealismo magico: la sua filosofia è l’azione brutale. Insomma, è un individuo assoluto. Si evince chiaramente. «In quell’accidia – prosegue Giovanni Arpino – il dottor Castiglia si rivoltava provando malinconie, disgusto per tutto, inimicizie e sospetti verso chiunque, tranne se stesso». Disprezza il mondo, la vita, gli esseri viventi. Prova ribrezzo per il corpo umano, per la vecchiaia. Dice: «Tutto è noioso, è sporco. Il mondo mi fa schifo: è colpa mia? E questa ragazza invece mi fa voglia di campare». E poi «Vedi che il mondo è schifoso? […] pensa alla pancia di un malato, piena di budelli marci che puzzano».

Spara con il revolver Gaetano Castiglia. Crudo e crudele. Agisce e basta, agisce senza desiderio. Prima la sua amata Sabina (una rasoiata terrificante) e dopo la sorella di Vincenzo Carbone con il revolver. Castiglia «Non pensava a niente, guardava l’orologio, e un’ora aspettò, seguendo le lancette sul quadrante, e poi un’altra mezza […] e […] cominciò a sparare […] attentamente premeva il grilletto, ma le cinque pallottole erano già state scaricate». Castiglia come il protagonista del film “Un giorno di ordinaria follia” William Bill Foster. Impassibile, freddo, privo di sentimentalismo, umanitarismo. «E, – scrive Arpino – per la prima volta, finalmente al di sopra di sé stesso». Al di là del bene e del male, oltre la morale. Azione apatica come quella di Arjuna nella Bhagavad-Gita induista.

La storia ricalca il mito biblico di Adamo ed Eva: Sabina regala al dottore alcune mele. Un gesto estremo di libertà. «C’erano delle mele nel cesto, ancora verdi, lucidate vivamente da un panno. E ogni mela aveva una corolla di segni. Dei denti di lei, che s’erano piantati leggermente nella buccia aspra, lasciandovi piccoli semicerchi di colore ormai rugginoso». Si accorge Gaetano di “essere nudo” perché la sua amata Sabina non è vergine, non è Santa, non è Regina delle rosE, Sposa purissima, Madonna. Nudità e voglia di espiare. Tempo perso pensa il medico: lui l’ha fatta diventare una signora e l’ha tolta da una lurida locanda. Il medico allora decide di sopprimere il desiderio alla stessa maniera del monaco buddista Mizoguchi del romanzo di Yukio Mishima “Il Padiglione d’oro”. E questo romanzo di Arpino è “sospeso” a metà strada tra “Il padiglione d’oro” e “Il Gattopardo” di Giuseppe Tomasi di Lampedusa. Atmosfere rarefatte, nichilismo, fine dei tempi, tragedia, crollo di un ordine costituito, carico di pathos evoliano e nietzschiano. Tutto è crollato e il Fascismo è alle porte. L’individuo è lasciato a sé stesso: violenza, azione cieca, crudeltà esasperata. Senza valori, senza sentimenti, il mondo è al capolinea.

Giovanni Arpino ha scritto romanzi importanti come “La suora giovane”, “La sposa segreta”, “Il buio e il miele”, “La trappola amorosa”. “Delitto d’onore” è sicuramente un romanzo da riscoprire. Uscì per la prima volta nel 1960. Arpino ringraziò Dino Barelli per la documentazione che sta alla base di questo romanzo. Una società cristallizzata, un “piccolo mondo” chiuso e legato ad antiche consuetudini. L’Irpinia di Arpino è una metafora; è il simbolo di un meridione sempre uguale. L’autore colloca i personaggi fuori dalla Storia; infatti, l’Irpinia di Arpino esiste fuori dalla Storia, ha divorziato dalla Storia: i personaggi sono marionette di un teatrino, sono pupi siciliani. Fissità, immutabilità; passa il tempo ma la Storia non tocca le umane vicende di questo popolo. Provincia poverissima dove dominano le convezioni. Sabina non è illibata: questa cosa non può essere accettata dal medico nobilotto. Ecco il dramma, il dramma popolare.

Gaetano Castiglia come il Giovanni Episcopo di D’Annunzio, passione funesta. Un Castiglia che distrugge il desiderio. «Guardarsi intorno, – scrive Giovanni Arpino – in quella solitudine, in tanto silenzio, gli dava una sensazione di dominio. Sotto il cielo senza luna la valle era nera, lucida, circondata dai denti cupi dei monti, nettissimi, oltre i quali erano Napoli e il mare […] Ma ogni suo pensiero muoveva solo per spegnersi, suggellarsi in lei: ed ecco che ancora si vedeva con Sabina a Vietri, sul mare e nel sole, come in una proiezione quasi palpabile. Rise da solo a bocca chiusa, immaginandola impacciata, e poi subito scaltrita avendo raccolto i suoi consigli, i suoi ordini sulla sabbia […] O altre cose di lei ricordava, cose dell’inverno. Tra dicembre e febbraio nevicava forte sui monti, e dai sentieri di campagna attorno a Montrone si poteva vedere Avellino, laggiù, come una chiazza chiara, illuminata al fondo della valle, tutt’attorno l’anello ondulato, accecante delle colline e dei monti dove la neve era compatta, con orme scure e giallastre di animali. E in certe notti s’erano uditi i lupi». Da solo, prima del gesto folle, prima del delirio.

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Il Giardino d’Italia, Malpica e l’Irpinia

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Ombre, luci, colori, Mare Adriatico, case mediterranee, donne bellissime. “Il Giardino d’Italia Le Puglie” di Cesare Malpica è un’opera incantevole, una piccola pietra preziosa, un racconto di viaggio. Pagine intense, storie, descrizioni minuziose, piccolo gioiello, desiderio d’Oriente. Un viaggio, un viaggio da Napoli alla Terra d’Otranto, la Puglia tutta, la Puglia magica, fiabesca. Itinerario da sogno, strade antiche, visioni celestiali. C’è anche l’Irpinia nelle poetiche pagine del libro: c’è Monteforte, Avellino, Pratola, Grottaminarda, Ariano. Racconto del viaggio da Napoli al tacco dello Stivale; paesi irpini, della Capitanata, della Terra di Bari. Letteratura di viaggio, brezza levantina, desiderio esotico. E poi le donne… tarantine incontrate nelle locande, in carrozza, a Canosa. Stupende, belle come il sole. E c’è anche la donna della montagna “al limitare di Monteforte”, in una “casuccia bassa”. Donna della montagna come divinità irpina. Incontro particolare tra il poeta e questa umile donna. Bellissima descrizione, poetica descrizione.

Cesare Malpica nacque a Capua il 2 aprile 1804. Fu giornalista, avvocato e poeta. Liberale, partecipò alla rivoluzione dei filadelfi nel 1828. Nel 1830 si trasferì a Napoli e collaborò con periodici come Poliorama Letterario; fu redattore unico del Giornale de’ giovanetti e del Giornale delle madri e dei fanciulli: si dedicò all’attività giornalistica e descrisse le sue impressioni durante i viaggi nelle provincie del Regno delle Due Sicilie. Nel 1848 si schierò a favore del costituzionalismo napoletano accanto a Pasquale Stanislao Mancini. Maplica morì a Napoli il 12 dicembre 1848.

Ho letto tutto di un fiato il Giardino d’Italia. Mi ha affascinato in modo particolare quella donna della montagna in quella casa nei pressi di Monteforte. Ho fantasticato abbastanza. Sì perché ho accostato questo frammento ad altre pagine di scrittori importantissimi, di scrittori di altre epoche. Storie diverse, stesso animo. «Al limitare di Monteforte – scrisse Cesare Malpica – v’è una casuccia bassa, lurida, dal tetto crollante, dalla soglia ingombra di fango. Un denso fumo esce fuor dalla porta, e ingombra e annerisce ogni di più le travi della soffitta e delle pareti. Dentro a manca della porta v’è un po di paglia ammonticchiata – questo canile è il letto – di fronte v’è una rozza tavola con sopra qualche vaso di creta – queste son le suppellettili – presso al canile v’è un cerchio formato con pietre; in mezzo arde un tronco di albero; e sopra, pendente da un uncino di ferro una piccola caldaja, in cui s’ode il gorgogliare dell’acqua che bolle – da un chiodo conficcato nel muro pende una lucerna di ferro, il di cui lucignolo acceso spande un chiarore come di lampada sepolcrale in mezzo alla spessa nube che s’addensa intorno – Su quella poca paglia dorme un fanciulletto metà nudo, metà ricoperto da un cencio di lana. Presso al fuoco seduta sovra uno sgabello di legno sta una donna intenta a gettar dal pugno ricolmo non so che roba nell’acqua. E canta costei – canta una canzone che è ad una volta amore, e preghiera, gioja e lamento, timore e speranza – e la canta con tale una voce soave, che tu scemi come tutti que’ sentimenti provati dall’anima, passan da questa sul labbro -. Oh le nostre damine non han quest’accento che emana dal fondo del cuore. I trilli e i passaggi ritraggon l’arte, ma non la verità – Ad ogni strofa si tace un po e mentre colla mano che tiene un rozzo ramajuolo rimescola ciò che è nella caldaja, coll’occhio guarda il fanciulletto, come per vedere se si desta. […] – e però io m’appresso senza cerimonie alla soglia della casa del povero – Solete levarvi ben per tempo o buona donna? Senza essere né meravigliata né impaurita dall’arrivo d’un uomo intabarrato fino agli occhi, con un berretto Greco posto un po di sghembo, essa si volge, e: mi levo ordinatamente a mezza notte risponde – Vi disponete ad uscire al lavoro? – Si, quando sarà tornato mio marito che travaglia alle Calcare – Vi sta in ogni notte? – Quasi in tutte durante questi mesi o Signore – E poi? – E poi mangiato che avrà questo po di polenta usciremo insieme, egli per tagliar legna, ed io per ajutarlo, e trasportarle – […] E questo che dorme è figlio vostro? – M’è nipote. La povera mia Sorella già vedova accomandommelo morendo dal dolore d’aver perduto l’uomo che la sosteneva. E noi lo teniamo a casa da quel dì […] – Voglio darvi qualche moneta perché compriate un po’ di merenda a vostro nipote – Oh per amore del Cielo astenetevene; mio marito mi sgriderebbe. – Sta bene; permettete almeno che io la ponga tra le vesti del fanciullo. – Vale lo stesso… deh Signore… Non v’è alcun male… […] Io mi allontano, e la donna ricomincia la sua canzone».

C’è tanta poesia. Luce fioca, fumo, paglia, lucerna, polenta. Una ragazza povera in una casa irpina. Maplica è attratto da lei, addirittura si avvicina alla soglia della casa. Lo fa “senza cerimonie” e dona qualche moneta al fanciullo. La Madonna e Gesù bambino in una povera dimora. Fanciullo sulla paglia e donna seduta sopra uno sgabello. Immagine sacra. Queste righe di Maplica mi fanno sognare. Né meravigliata né impaurita, donna della montagna come la vergine Maria e Cesare Malpica come l’arcangelo Gabriele. «Riconosci la Vergine dalla sua verecondia, – scrisse Sant’Ambrogio nel commento al vangelo di Luca II 7,8 – riconosci la vergine dalla sua risposta, riconoscila dal mistero che in lei si compie. […] Maria se ne stava tutta sola nelle sue stanze segrete dove nessun uomo poteva vederla, ma solo un angelo scoprirla: e mentre se ne stava da sola senza presenze indiscrete per non contaminarsi con chiacchiere grossolane, viene salutata dall’arcangelo».

Una donna povera che canta una canzone antica e un bambino. Forte è il fascino. La donna che canta e il bambino che dorme o piange (sulla paglia come Gesù o in una culla): due statuette del presepe. Accosto timidamente queste righe a quelle meravigliose di Mario Rigoni Stern dedicate alla ragazza russa e al bambino nell’ibsa; ragazza russa e il bambino nel bellissimo romanzo “Il sergente nella neve”. «Nel pomeriggio – scrive Rigoni Stern – c’erano nell’isba solo una ragazza e un neonato. La ragazza si sedeva vicino alla culla. La culla era appesa al soffitto con delle funi e dondolavano come barca ogni volta che il bambino si muoveva. La ragazza si sedeva lì vicino, e per tutto il pomeriggio filava la canapa con il mulinello a pedale. Io guardavo il soffitto e il rumore del mulinello riempiva il mio essere come il rumore di una cascata gigantesca. Qualche volta la osservavo e il sole di marzo, che entrava tra le tendine, faceva sembrare oro la canapa e la ruota mandava mille bagliori. Ogni tanto il bambino piangeva e allora la ragazza spingeva dolcemente la culla e cantava. Io ascoltavo e non dicevo mai una parola». Dall’Irpina alla Russia, dalla casuccia bassa all’ibsa. Epoche diverse. Cantano sempre le donne, cantano, lavorano e guardano i bambini. Tramontano le epoche ma splende sempre il solito sole.

1946, quando Nobile si fermò a casa Pagano

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Nel salone, inizio settembre. I soliti discorsi di mio zio e i ricordi e il passato. Sulla sedia seduto immagino il tempo perduto. Lo sento parlare e le sue parole si perdono nel giorno allegro: parole attaccate ai mobili, alla ringhiera, al lampadario. Oramai anche i muri conoscono le storie vecchie del parente. Colline verdissime di là dal balcone e un fiume. Com’è bella l’Irpinia, penso, e tutti questi ricordi… troppi e sempre gli stessi. Questo zio è instancabile. Raccontami qualcosa di più entusiasmante, non so, una storia dimenticata tipo il bisnonno Guglielmo Pagano e un personaggio famoso e il personaggio famoso esce sempre fuori all’improvviso. «Tu non lo sai, – dice lo zio – nel 1946 il generale Umberto Nobile si fermò a mangiare a casa di Guglielmo Pagano». Caspiterina! È vero ma non la sento da parecchio. Raccontami tutto, dettagliatamente. Così scrivo qualcosa. «Sì. Nobile tenne un comizio ad Avellino. Campagna elettorale del 1946, Assemblea Costituente. Si candidò da indipendente con il Partito Comunista Italiano in diversi collegi e anche in quello di Avellino». Prosegui per piacere. Avevo sentito parlare di Nobile e del bisnonno Guglielmo ma tanto tempo fa; me ne parlò mia nonna ma ero piccolo piccolo e non ricordo un bel niente. «E va bene. In quel periodo casa Pagano era frequentata da personaggi illustri e così e cosà e compagnia bella» e facciamo davvero tardi. Che racconto avvincente. Questo sì che è interessante.

Motivo d’orgoglio per un’intera famiglia. La visita di Umberto Nobile a casa Pagano è ancora oggi rammentata dai miei parenti. Visita del generale, visita diventata mito. Un mito, una sorta di biglietto da visita del genere tu non sai che il generale… a casa da noi in un giorno lontano. 1946, Atripalda. Nella grande casa del mio bisnonno Guglielmo Pagano entra il generale Umberto Nobile e il generale ha tenuto un comizio ad Avellino perché si vota per l’Assemblea Costituente e si è candidato da indipendente con il Partito Comunista Italiano in diversi collegi. Ha tenuto un discorso vibrante, solenne. I comunisti irpini l’hanno applaudito. Tra questi comunisti c’è il giornalista, dirigente del partito e segretario della camera del lavoro Silvestro Amore e Silvestro Amore è sposato con la figlia di Guglielmo Pagano, Giuseppina. Amore dice a Nobile: «Lei è ospite di mio suocero». E Nobile accetta l’invito. Tavola imbandita. È un evento storico. Le donne di casa entrano ed escono dalla grande cucina e portano in tavola pietanze prelibate. Il generale, tra un piatto e un altro, racconta la sua storia. Lasciò l’Italia nel 1931 e si trasferì in Unione Sovietica e collaborò con il progetto di dirigibile URSS W6 OSOAVIAKHIM; si recò anche negli Stati Uniti e rientrò in Patria soltanto nel 1943. E i ghiacci e la tenda rossa e l’Unione sovietica e le donne chiedono notizie sull’Urss e la cagnetta e le avventure al Polo e Togliatti e il PCI e la candidatura.

Fatto di settanta anni fa. Una vita. È passata una vita. In quelle stanze atripaldesi si è respirata un’aria particolare. Da Nobile a Guido Dorso, da Ugo La Malfa a Gennaro Maffeo. Il mio bisnonno Guglielmo Pagano era una personalità di rilievo di Atripalda nella prima metà del ‘900. Antifascista, repubblicano, di sinistra. Era un commerciante di vino: aveva contatti con aziende vinicole in diverse parti d’Italia; una di queste era l’importante azienda Folonari. Era un uomo agiato il bisnonno, un classico nobiluomo. Sposato con Carmelina De Feo, aveva cinque figli: Antonio, Sabino, Natalina, Angelina (mia nonna), Giuseppina. Il bisnonno manifestò simpatie politiche per il Partito d’azione e strinse anche amicizia con Guido Dorso. Fu molto amico del capo della polizia Arturo Bocchini e con il fondatore della prima sezione del Partito Comunista Italiano in Irpinia Gennaro Maffeo; frequentò casa Pagano ad Atripalda anche un giovanissimo Nicola Adamo. Insomma, in quella dimora passò la storia di una provincia e non solo. Casa Pagano era per tutti il “Cremlino”. Molto importante era anche il legame tra Guglielmo e Ugo La Malfa: nel 1968 il figlio di Ugo La Malfa, Giorgio, si candidò alla camera nel collegio Avellino Benevento Salerno con il Partito Repubblicano Italiano. Antonio Pagano, il figlio di Guglielmo, accompagnò Giorgio in alcuni paesi del collegio; lo fece e rinsaldò un legame tra due famiglie e ovviamente lo fece anche per ideali e per continuare la “tradizione politica” del padre. In una 500, paese dopo paese, comizio dopo comizio. Alta Irpinia, beneventano, Salerno. Nell’ultima sera di campagna elettorale Antonio e la moglie Gianna omaggiarono Giorgio La Malfa con una torta “a forma di edera”. Antonio Pagano era un commerciante di caffè, lavorò in Brasile per diversi anni.

Una famiglia antica con idee moderne, una famiglia agiata di Atripalda con amicizie importanti. Quando morì Natalina – figlia di Guglielmo – il professore Raffaele La Sala scrisse alcune righe commoventi. In queste righe dedicate a Natalina c’è la storia di un’intera famiglia. «Conversatrice misurata, – ricorda il professore Raffaele La Sala – madre premurosa, memoria infallibile, una miniera di fatti e vicende che ricostruivano fitte fitte trame di relazioni affettive ed umane. Nel suo racconto si dipanavano ricordi familiari e bagliori di guerra, piccole e grandi storie quotidiane… l’avventura di Guglielmo Pagano, il padre, agiato ed elegante commerciante di vini; il potentissimo capo della polizia fascista Arturo Bocchini, il generale Umberto Nobile e la sua inseparabile cagnetta. E poi Dante Troisi, il giudice scrittore, e poi Silvestro Amore, il giovane ed affascinante ufficiale che aveva sposato la sorella, poi militante politico e giornalista di vaglia».

Guglielmo Pagano morì nel 1955. Partecipò ai suoi funerali anche una delegazione comunista capeggiata dal segretario della federazione di Avellino Ruggero Gallico. Eppure da qualche parte è nascosta una vecchissima fotografia. Non ricordo dove. In un vecchio scatolone sicuramente. La ricordo vagamente. Il bisnonno Guglielmo è a Venezia. Immancabile cappello grigio, cappotto nero. Piccioni a destra e a sinistra, sguardo nobile. Sembra un attore, un uomo del tempo andato. Volto pieno di mistero, occhi sinceri pieni di cose vista e di cose straordinarie. Ma sì. Da qualche parte deve stare queste fotografia: nel giardino della mia memoria, da qualche parte. E spesso vado a trovarlo al cimitero di Atripalda; sta in alto sopra la moglie. Vado a trovarlo e guardo la pietra tombale e medito medito. Che cos’era Atripalda allora, che cos’era quella casa allora. Atripalda e il Blocco Popolare e quella casa piena di ricordi. E sì, un po’ lo invidio, al bisnonno si capisce. Ha conosciuto Guido Dorso, Gennaro Maffeo. Umberto Nobile. Avrei voluto vederli. Tutti e tre e avrei voluto parlare con loro, anche per poco tempo. E poi avrei voluto parlare con lui con il capostipite di una famiglia atripaldese. Con lui per un’ora, per mezzora, anche per un quarto d’ora. Un semplice ciao come stai, i tuoi giorni sono pieni luce.

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Parzanese e le donne di Greci

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Lunedì pieno di sole eppure questo sole tra poco andrà via. 29 agosto, oggi ricorre un anniversario, particolare ricorrenza. Estate di agosto, tristezza e fantasie. Oggi è il centosessantaquattresimo anniversario della morte del grande Pietro Paolo Parzanese. E lo voglio ricordare. A modo mio però. Perché apprezzo particolarmente un frammento del Viaggio di dieci giorni: apprezzo particolarmente la descrizione delle donne di Greci. Una descrizione stupenda, elegante, fantastica; donne di Greci belle come le arabe. Accostamento intrigante. Con gli occhi neri e disinvolte. Quante volte ho fantasticato… quante volte ho letto queste righe così favolose e così magiche. Profumi d’Oriente, fascino di un piccolo paese arbëresche, di un piccolo paese sospeso a metà tra l’Albania e il sogno. La Valle del Cervaro e le donne con gli occhi neri e il mio picnic ad Hanging Rock e il cielo pieno di nuvole di cartapesta e le canzoni tradizionali e gli antichi costumi e il Breggio e i lunghi capelli nel vento e preghiere antichissime. Tra le cose a me care c’è anche il Viaggio di dieci giorni.

Pietro Paolo Parzanese nacque ad Ariano Irpino l’11 novembre 1809. Fu sacerdote, insegnante di letteratura e teologia. Fu maestro di grammatica nel seminario della sua città natale, fu titolare della cattedra teologale. Scrittore di età romantica. Tradusse le opere di Byron, Hugo, Lamartine. Scrisse poesie ispirate dal realismo popolare e confidò nella giustizia divina. È stato dedicato a lui un monumento nel Recinto degli Uomini illustri nel Cimitero monumentale di Napoli, un busto di bronzo eretto in piazza del Plebiscito nel 1910 e trasferito nel 1928 nella sua città natale. Nel maggio 1845 partì da Ariano e si diresse in Puglia: raccolse l’esperienza e i ricordi questo viaggio in una doppia serie di articoli; la prima serie, Un Viaggio di dieci giorni, è dedicata alla Capitanata; la seconda, Lettere descrittive, alla Terra di Bari. Morì a Napoli nel 1852.

La descrizione delle donne di Greci è contenuta all’interno del Viaggio di dieci giorni. Il frammento in questione è stato pubblicato anche sul giornalino scolastico “Katundi die e sot” della scuola elementare di Greci nel 1986: il giornalino è stato ristampato nel 2006 dalle edizioni Delta Tre. Stupenda davvero questa descrizione: è, senza ombra di dubbio, una delle cose più belle che io abbia mai letto.

«Intanto che io così fantasticava – scrisse Parzanese – e guardava la nebbia che lenta levavasi dal Cervaro, come fumo che sbocchi dal fondo di una fornace; il Francese con grande curiosità stavasi a sbirciare per entro una lente i due villaggi di Savignano, e di Greci, che l’uno contro l’altro si guardano dalla cima di due monti ripidi, scoscesi, selvaggi. Sono come due castelli fabbricati a guardia dell’ingresso che mette in quella gola chiamata il Vallo. Su per una viottola che serpeggia un lato del monte, a sinistra tutta scheggiata e pietrosa, salivano in fila, come le grù, una quindicina di fanciulle, recandosi ciascuna sulle spalle accomandato a due funi un fascio di legna: e con molta armonia cantavano a coro una canzone, che né io intendeva, né il mio compagno. – Udite, come vanno di accordo quelle voci, e quanta passione si chiude in quel canto: ma per tendere che io faccia l’orecchio non ne capisco una parola: è pur difficile la vostra lingua! – Voi v’ingannate, Signore, io gli risposi; giacché le parole di quel canto non sono mica italiane: e per quanta pratica io mi abbia di quella buona gente, non mi è riuscito giammai impararne la lingua! – Se non vi spiegate più chiaro, è come se udissi il borboglio di un fiasco. – Eppure la cosa è naturalissima. Gli abitanti di quella terra situata lassù a sinistra non sono che una colonia di albanesi, venuti per quanto si dice a combattere contro i vostri avi, e capitanati dal celebre Scanderberg; or come potremmo intendere la lingua ch’è tuttora quella de’ loro padri? […] Ma di que’ costumi molto già si è perduto; e fra pochi anni, non rimarrà forse neppur memoria delle usanze superstiziose […] di questo popolo. […] Nella Basilicata sono molte terre di albanesi, poste qual dentro le gole de’ monti, e quali presso i boschi […]. Tra le donne ve ne ha delle belle, con occhi neri e pieni di baldanza: una bellezza come quella delle arabe, se ci dicono il vero i viaggiatori. Amano il canto, e la voce hanno limpida e passionata. In una canzone di amore, che mi venne traducendo un amico albanese, si vede chiaro, che questa gente anche la più delicata passione è senza sguaiataggine, e piena di vero affetto».

Nell’immaginario di Parzanese le donne di Greci sono come le arabe. Scrittura ricca di mistero: il poeta lascia aperta una porta. Racconti di viaggiatori solitari, storie raccattate nelle locande di un regno irreale, le donne del paese… belle come le arabe. Se ci dicono il vero i viaggiatori… Entrate e fate sogni, entrate e create il vostro mondo. Una porta aperta e un paio di libri. Mi spingo oltre e utilizzo la fantasia. Arabe con gli occhi neri…, le arabe con gli occhi neri alla maniera delle Huri del Paradiso musulmano. Facile a questo punto vagheggiare uno scenario dai colori dalle Mille e una notte, dai colori mediorientali; facile a questo punto vagheggiare una rappresentazione esotica: donne con sguardi penetranti, veli color di perla, bracciali d’oro, anelli, odori di un tempo perduto, di un tempo nascosto, palme, ruscelli, frutta. Huri è un termine arabo: significa “quelle bianche con gli occhi neri” e quelle bianche con gli occhi neri sono le spose purissime. Nel Corano sono descritte le Huri «e [ci saranno colà] le fanciulle dai grandi occhi neri, / simili a perle nascoste (LVI 22, 33)», ci saranno in Paradiso «e fanciulle dai grandi occhi neri ritirate nelle loro tende (LV 72)».

Donne belle come le arabe, occhi neri, frammenti d’oriente nel Viaggio di dieci giorni. Un Parzanese, per certi aspetti, vicino a Washington Irving, all’Irving dell’Alhambra al Chiaro di Luna. Anche Irving gioca con la fantasia e subisce il fascino dell’Alhambra, la fortezza piazzata sulle pendici della Sierra Nevada: paragona la bella Dolores a una Huri del paradiso. Dolores «è una piccola andalusa grassottella dagli occhi neri». Lo scrittore americano resta incantato dalla fortezza. «Così, mentre vago per questa dimora orientale il mormorio delle fontane e il canto dell’usignolo, – scrisse Washington Irving – o aspirando il profumo delle rose e la dolcezza fragrante di quest’aria, sono quasi tentato di credermi nel paradiso di Maometto, ove la paffutella Dolores rappresenta una delle seducenti urì destinate a far felici i credenti». Suggestioni interessanti. Parzanese scrittore accostato a Washington Irving. C’è un flebile collegamento. Il gusto del viaggio, la voglia d’oriente, la poesia. Pietro Paolo Parzanese scrittore e poeta: merita certamente una rivalutazione; paragoni intriganti, particolare stile, scrittura e fantasia. Genialità, visioni straordinarie, romanticismo, squarci di pura poesia.

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Attilio Marinari e la “rivoluzione” del Viaggio Elettorale

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Attilio Marinari

L’opera del De Sanctis come esperimento di rottura

In un mercatino dei libri, mattina di primavera, dieci anni fa. Rovisto, cerco qualcosa d’interessante, copertine ingiallite, pagine dimenticate, volumi vecchissimi, volumi recenti. Prendo questo e quest’altro e quest’altro libro e continuo e rovisto e non ho voglia di andare via e cerco ancora e romanzi e saggi e questo no e cerco ancora e pesco Un Viaggio Elettorale di Francesco De Sanctis a cura di Attilio Marinari – Guida Editori. Lo prendo. Certo. Lo prendo. Altro che. Sfoglio il volume e pagine e pagine e che bella introduzione. E, nel mercatino dei libri, mi perdo nel mare dei ricordi. Allora prendo il Viaggio e lo leggo subito: inizio stasera e vediamo un po’ e cose del genere.

Sono passati dieci anni da quella mattina di primavera e tante cose sono cambiate. Conservo con cura quell’edizione del Viaggio e spesso rileggo con piacere l’introduzione del professor Attilio Marinari. La sua introduzione brillante mi ha aperto la mente e mi ha fatto conoscere un De Sanctis per me nuovo. Cercate questa edizione del 1983 e leggete l’introduzione del professore: è davvero interessante. Il 10 luglio è caduto 93° anniversario della nascita del professor Marinari. È doveroso ricordarlo per tanti motivi: fu uno degli italianisti più importanti del Sud nonché uno studioso di Francesco De Sanctis.

Il professore Attilio Marinari nacque a Montella il 10 luglio 1923. Studiò a Montella, Sant’Angelo dei Lombardi. S’iscrisse al Liceo Pietro Colletta di Avellino; il periodo avellinese fu per Marinari molto importante: conobbe Guido Dorso e un giovanissimo Fiorentino Sullo. Frequentò la biblioteca di casa Maccanico e lesse le opere di Croce, Sturzo, Nitti, Salvemini, Gobetti, Omodeo. In quel periodo il professore originario di Montella iniziò a interessarsi ai problemi di ordine politico e sociale. Nel 1942 s’iscrisse alla facoltà di Lettere dell’università di Napoli Federico II; il 17 luglio 1947 discusse la tesi su Sallustio nella storiografia di Tacito davanti al noto latinista Francesco Arnaldi. In seguito insegnò alla scuola media di Montella e nei licei di Desenzano sul Garda e Avellino. Divenne preside dell’istituto magistrale di Lacedonia del 1961 e nel 1971 arrivò al Colletta di Avellino, in qualità di preside. Marinari concluse l’attività di preside al Liceo Terenzio Mamiami di Roma. Trascorse a Roma ben diciassette anni: furono anni intensi, anni contraddistinti dalla contestazione giovanile, dal ’68, dalla voglia di cambiamento, dalla voglia di uscire dal grigiore e dalla monotonia. Il professor Marinari pubblicò la monografia di Gabriele D’Annunzio (D’Annunzio e la poesia moderna Tip. Pergola 1963), la monografia di Emilio Praga (Emilio Praga, poeta di una “crisi”, Guida 1969) e altri volumi molto interessanti. Scrisse una bellissima introduzione al Viaggio Elettorale di Francesco De Sanctis e curò nel 1983 l’edizione del Viaggio Elettorale – Guida Editore Archivio del Romanzo. Morì a Roma nel 2000. Nell’estate 2014 il figlio Enzo, ordinario di Fisica all’Università La sapienza, donò alla Biblioteca Centrale dell’Università di Salerno il fondo librario del professor Attilio Marinari e della moglie Dora Tomasone. Il fondo è collocato per lo più in armadi al secondo piano della Biblioteca; molto importanze è senza ombra di dubbio il settore italianistico (pieno di volumi di saggistica novecentesca), ci sono anche volumi del filone antico, storico, artistico e filosofico, antiquariato.

Attilio Marinari divenne amico di Dante Della Terza. E Della Terza ricordò il professor Marinari nello scritto dedicato ad Antonio Maccanico (Antonio Maccanico: le trame di un incontro memorabile). «Mi tornano in mente – scrisse Della Terza – le vicende lontane che mi coinvolsero e che coinvolsero con me la scuola che frequentavo: un Ginnasio “isolato”, arroccato in un ameno paese dell’Alta Irpinia: Sant’Angelo dei Lombardi. […] C’era Attilio Marinari che era stato indirizzato in prima istanza dal padre, esigente nel delineare la carriera dei figli, verso l’impegno religioso: Attilio era stato destinato ad un futuro da frate cappuccino. Affranto però dalle scelte culinarie dei Cappuccini, affidate a vettovaglie da lui disaminate (paste e ceci in modo prevalente), dandosi alla fuga, se ne era tornato a casa nella nativa Montella e, superato ogni dissapore del padre, si era iscritto al Ginnasio più vicino al suo paese. Aveva subito dato agio al proprio talento, destinato, nel corso degli anni, a trovare recettiva comprensione nel prestigioso scrittore avellinese – Carlo Muscetta – che, a nome degli editori Laterza ed Einaudi, affiderà a lui l’edizione degli scritti di Francesco De Sanctis».

In questo spazio mi soffermerò soltanto sull’ introduzione al Viaggio Elettorale di De Sanctis scritta da Attilio Marinari (in modo particolare sulla Genesi letterario del Viaggio e sulla Realtà e Letteratura del Viaggio). Perché è davvero interessante. Marinari ha definito il Viaggio come «esperimento di rottura» nei confronti di una certa tradizione. E sono rimasto affascinato da questa definizione e ho iniziato a venerare il Viaggio di De Sanctis e ho iniziato a stimare il professore Marinari. Viaggio come esperimento di rottura.

«La genesi lirica di molta parte del Viaggio – scrisse il professore Attilio Marinari nell’introduzione al Viaggio elettorale – è, ad esempio, documentata sia nella lettera a Virginia, sia nella dedica ai nuovi e vecchi elettori che il De Sanctis premise alla prima edizione in volume dell’opera e che fu composta a un anno di distanza dall’opera stessa. Nella lettera di dedica, quella Virginia Basco è, in realtà, il simbolo rappresentativo della vecchia Torino preunitaria […]. È soprattutto una immagine fortemente lirica […], e richiama intorno a sé, […] tutta una gamma di vibrazioni sentimentali». Genesi lirica documentata nella lettera a Virginia Basco. Virginia è il simbolo della Torino preunitaria: è un’immagine poetica, forte.

Un De Sanctis che ama ritirarsi nel conflitto interiore: pensiero e azione. «Il De Sanctis – scrisse il professore Attilio Marinari – ama molto ritirarsi in questo conflitto interiore tra pensiero e azione, e sa anche dimostrarci come, in questa fase della sua vita, il secondo termine tenda ad assumere la prevalenza rispetto al primo. Ma, quando la controversia si riporti in termini oratori, la nettezza del distacco sparisce, e sparisce perfino il distacco stesso: nella ricerca di argomenti per il suo discorso egli non esiterà a ricorrere ad alcuni bei versi di Schiller; e, quando il discorso sarà recitato, verranno fuori il ricordo dei primi anni, il gemellaggio sentimentale tra Morra e Lacedonia».

E la lettera a Virginia è davvero indicativa. Giustificazione lirica ma anche programma letterario dell’opera. «Sintomatico sembra, tra l’altro, – scrisse Attilio Marinari – che la patina del linguaggio quotidiano sia particolarmente sensibile proprio in quella «lettera a Virginia», che, come si è detto, rappresenta, oltre che la giustificazione lirica, il programma letterario dell’opera. Qui troviamo l’atteggiamento vezzeggiativo che è proprio del parlato desanctisiano («posticino», «letterina», «letterone», «paeselli», «giovinetta», «poverino»), il gusto dell’anacoluto («Virginia, non le basta esser divenuta una principessa; ora le pretende a letterata») e dell’esclamazione («Caspita!», «Poverino!»), il compiacimento, infine, dell’appellativo intimo e familiare («la mia Marietta», «quella povera Sassernò». Gli stessi elementi si troveranno sparsi – ma con frequenza molto minore – in tutta l’opera, in essa conserveranno sempre un certo carattere di eccezionalità: quasi in obbedienza ad una scelta recente, di fronte alla portata della quale si resti timorosi. Nel primo capitolo, ad esempio, ritorna quel «Marietta mia», reso ancor più familiare dal rimprovero che il De Sanctis attribuisce a sua moglie come consueto («Tu non sei più un giovanotto […] con tanti anni addosso…»), e dal considerare la muliebre esortazione al buon senso come «una traditora» […]. Ma il contesto nel quale tutto ciò è inserito è tipicamente letterario, e nella fattispecie leopardiana («cacciarmi tra monti e dirupi in paesi meno civili, dove pochi mi conoscono, e nessuno quasi mi comprende, dove il mio nome è trastullo delle loro piccole lotte e piccole passioni»: ossia, fuor di perifrasi, il «natio borgo selvaggio»). Così qualche pagina dopo, si legge: «mi coricai subito. Sentivo sonno Ma che sonno e sonno! Mi passavano innanzi le ombre della giornata. Vedevo l’arciprete Piccoli a cavallo correre, correre con quel cappello a tre pizzi, che mi parea sventolassero»; dove per la prima volta entra direttamente il vocabolo di gergo (non se ne incontreranno poi molti) e dove la frequenza di stilemi dialettali («sentivo sonno»; «ma che sonno e sonno»; «cappello a tre pizzi») è particolarmente folto. Ma subito appresso: «Il povero Alfonso, ch’è il letterato del luogo, tirava forte le redini e faceva sì e no sul cavallo che poco lo capiva»: che è ancora linguaggio quotidiano, («tirava forte», «faceva sì e no»), ma mutato e in qualche modo «tradotto» dalla letteratura del Manzoni».

Dunque, la lettera a Virginia è il programma letterario dell’opera. Lo sostiene con forza il professore Marinari. «È chiaro, insomma, – scrisse Marinari – che l’operetta dal De Sanctis, proposta all’esame di Virginia e di quanti altri futuri lettori, vuole essere l’esempio realizzato di un’arte che in ogni modo riesca a «calare l’ideale nel reale», nella linea di fondo dell’adesione «metodologica» (e, di conseguenza, delle riserve «dottrinarie» del De Sanctis al «realismo» contemporaneo». E il programma letterario dell’opera è molto affascinante. Istintivamente vengono in mente due nomi illustri: Manzoni, De Amicis. De Sanctis utilizza l’anacoluto come Manzoni (quel “Virginia, non le basta essere divenuta una principessa; ora le pretende a letterata” di De Sanctis mi ricorda “lei sa che noi altre monache, ci piace sentir le storie per minuto” di Manzoni). E le esclamazioni del De Sanctis (Caspita! Poverino!) sono simili a quelle di De Amicis (Povero Luigino, che studierebbe tanto volentieri! – Cuore). Anche Marinari, come Aurigemma, accosta timidamente De Sanctis a De Amicis: vena sentimentale e realismo che osserva poco i canoni dell’obiettività «pur con le moltissime, sostanziali riserve che la cosa comporta». L’Io campeggia romanticamente. «C’è comunque nel Viaggio – scrisse Marinari – un bisogno di nuovo che si manifesta dappertutto. E, se si dovesse indicare la zona in cui esso dà i suoi esiti più positivi, non ci sarebbe da dubitare a sottoporre l’attenzione di chi legge la struttura periodale del tessuto narrativo. […] Ed è questo ciò che veramente conta per un innovatore quale il De Sanctis volle essere e fu; è questo ciò che accomuna la funzione de linguaggio del De Sanctis (non solo narratore, ma anche e soprattutto critico e saggista) a quella del narratore Verga: che dopo di loro la nostra lingua si è «fatta» diversa; che essi hanno indicato una linea irreversibile a tutta la prosa italiana; che chiunque sia venuto dopo di loro ha dovuto, comunque, «fare i conti con la loro presenza storicamente e culturalmente viva».

Il Viaggio elettorale

Uno dei miei libri preferiti: lo adoro. Fu pubblicato a puntate sulla Gazzetta di Torino e fu ristampato in volume nel 1876 (Editore Morano di Napoli); uscirono altre edizioni a cura di Capobianco, Cione, Tedesco, Gallo, Cortese, Marinari, Finzi. Dentro c’è l’Alta Irpinia, la gente meridionale, l’algido inverno. Se il Viaggio fosse oggetto di studio all’interno di un programma televisivo come il Tempo e la Storia, sicuramente verrebbe accompagnato (nel trittico Libro Luogo Film) dalla location dell’Alta Irpinia (Morra in modo particolare) e dal film La donnaccia di Silvio Siano. Gennaio 1875, inverno, Irpinia, ritorno alle origini. Preme dentro di me quest’opera preziosa. La conservo. È letteratura popolare, prosa viva. Ho letto il viaggio alla maniera di un romanzo e l’ho riletto e riletto ancora. Parole dolci, stilemi dialettali, esclamazioni, vezzeggiativi. Tra le righe ho trovato un De Sanctis stanco, umano, pensieroso. Cammina, dorme poco, sogna, medita sulla vacuità della vita. «Dove sono i miei amori, – scrive – i miei ideali? Chi mi ridà la mia giovinezza? Quando viene la morte, già molta parte di noi è morta. Moriamo a poco a poco, visti prima morire padre e madre, e maestri, e amici, e compagni». De Sanctis scrive sui fogli il ricordo dei sogni. Visioni oniriche, echi di solitudine. «Ero stanco a morte, ma il cervello non voleva dormire. Pareva una pentola che bolliva, e cacciava vapori, e i vapori si condensavano, prendevano forme varie. Sentivo parlare, vedevo in quella tenebra raggi di luce. Caso simile mi successe la prima notte nelle prigioni di Castel dell’Ovo, e molte altre volte».

Il suo viaggio è una corda tesa tra il tempo perduto e il miraggio. Balconi, sguardo perso in piena notte e all’alba. Il Vulture, le cime innevate, le immagini sfocate, Melfi nascosta nel buio. E vedo con la mente Calitri la nebbiosa: il paesaggio si stende sul letto. Nebbia grigia, aria di neve, cielo cupo; le donne calitrane con lo scialle accarezzano le nuvole. Sorgerà domani il nuovo sole, il Sole di Calitri. E Bisaccia, il castello e la stanza del Tasso. E Andretta e Lacedonia. E Rocchetta… Rocchetta la poetica: serenate, canzoni, odori di Puglia. Fuochi d’artificio, Cairano in festa, Cairano senza la donnaccia, Cairano Bellissima. E Teora impenetrabile e soltanto sfiorata.

È un ritorno al passato. «Date la patria all’esule». Così disse Francesco De Sanctis. E lo disse con sincerità. E lo scrisse a Virginia Basco. «Non so cosa sei divenuta, ignoro la tua vita; sento che in te ci dee essere ancora molto di buono, poi che ti ricordi del tuo vecchio maestro. La Virginia a cui scrivo è quella giovinetta, che mi sta sempre innanzi, con quegli occhi dolci, con quella voce insinuante, a cui l’esule raccontava le sue pene, ricordava la patria lontana. E tu commossa mi dicevi: poverino!». Sì. Diceva poverino. E scriveva. «Scrivere mi riesce difficile, perché non metto in carta, se non dopo lungo battagliare con me, e se vengono pentimenti […], quel foglio mi pare brutto, e lo stracci e da capo». Parole stupende.

 

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