Domenico CapaldoBaffi d’altri tempi, scarponi, sigaretta in mano. Fotografia dimenticata. Un uomo in divisa distrugge il tempo. Albero privo di vita, appassiti colori. Osservo l’istantanea in un primo pomeriggio di aprile. Le rondini tornano sempre e il sole stanco accarezza il mio dolore. L’uomo in divisa è fiero, vigoroso; è il simbolo della meglio gioventù. È il soldato manocalzatese Domenico Capaldo. Ammiro il suo profilo, il suo sorriso beffardo, il suo sguardo superbo. È elegante, perfetto, colmo di un’antica dignità, saturo di grazia. E quella sigaretta profuma di gloria, mistero. Il milite irpino vive in eterno: somiglia a un paladino degli oppressi. Immagine muta, posa provocatoria, primavera di bellezza.

Getto la tristezza oltre il limite. Cerco un appiglio. Pomeriggio di aprile. Ho tanta delusione da smaltire, tanta rabbia da buttare via. Vedo una fotografia. Domenico Capaldo era un mio compaesano. Fino a ieri non conoscevo la sua storia; fino a ieri non conoscevo il suo coraggio. Scrivo sul taccuino numeri e parole: 1917, prima guerra mondiale, guerra italo turca, fucile, stirpe valorosa. Respiro l’aria del passato nel salone del nipote del soldato. Mi ha invitato a casa sua. È un pittore. Mi descrive dettagliatamente tutte le sue opere. Si chiama anche lui Domenico Capaldo, ovviamente in onore del nonno. «È una tradizione di famiglia, – dice – sono orgoglioso di questo nome». Egli mostra a me le sue ricerche. Ha ricostruito tutta l’epopea della famiglia Capaldo; ha portato a termine le sue ricerche in maniera meticolosa. Sul tavolo riposano le carte, le medaglie, gli attestati. Il nonno Domenico è stato un valoroso combattente. «Mio nonno – prosegue – fu strappato alla terra. Era un contadino. Era forte e non si tirava mai indietro. Non gli faceva paura il corpo a corpo. Sacrificò la sua vita per la Patria ed è morto da eroe. Lasciò a Manocalzati la moglie e due figli piccoli». Ebbene sì. Lasciò a Manocalzati la moglie e i figli.

Il milite manocalzatese lavorava nei campi. Tra le mani ho il suo foglio matricolare. Lo guardo con attenzione. Leggo le note. Era alto un metro e sessantuno. Nacque il 25 dicembre 1889. Partì per la guerra italo turca; fu chiamato alle armi il 2 novembre 1911. S’imbarcò a Napoli e raggiunse la Tripolitania e la Cirenaica. Entrò nel 32° reggimento fanteria. Gli fu conferita la medaglia commemorativa. Il nipote ha custodito la pergamena all’interno di un quadretto; la prende e la poggia sul tavolo. Le mie mani accarezzano il ruvido attestato. «Il Ministro della Guerra accertato che il soldato del 32° reggimento fanteria Capaldo Domenico di Michele trovasi nelle condizioni previste dall’articolo 5 del Regio Decreto, 21 novembre 1912, lo autorizza a fregiarsi della Medaglia istituita a ricordo della Guerra Italo Turca». Quanto tempo è passato… quanti giorni sono scivolati nel silenzio… il tempo, il tempo. I nostri antenati erano eroi. Io consumo i miei giorni e detesto il futuro. Certo. Non capisco il presente e amo soltanto il passato.

La Guerra italo turca fu combattuta dall’Italia contro l’Impero Ottomano. La flotta turca non riuscì a fronteggiare la Regia Marina. Al termine della Guerra l’Italia s’impadronì della Libia e del Dodecaseno. Morirono 3431 italiani e 14000 turchi. Capaldo tornò in Patria sano e salvo, fu premiato e ottenne una bella somma di denaro. Fu acclamato da tutto il popolo manocalzatese. Subito dopo si sposò. Guardo un’altra fotografia. Una donna dal volto remoto scruta i miei pensieri; due bambini esaminano le mie speranze. Foto, foto di tanto tempo fa. Foto in bianco e nero. La donna era la moglie del soldato e i bambini erano i suoi figli.

Ebbene sì. Il milite manocalzatese era un eroe, eroe vero. Combattente, impavido. Aveva una forza impressionante. Non lo fermava nessuno. Era un uomo vero. Partì giovanissimo. La meglio gioventù. Sicuro. La meglio gioventù. «Divenne un punto di riferimento per molti, – dice il nipote – tutti in paese esaltarono la sua irruenza. Coraggiosi si nasce». Sì. Coraggiosi si nasce. E in questi tempi grigi c’è poco coraggio, c’è poco ardimento. Capaldo tornò trasformato. Iniziò ad amare la battaglia. Fu richiamato alle armi in occasione della Prima Guerra Mondiale.

Continuo a leggere il suo foglio matricolare. Entrò nella brigata Aosta. «Tale nel deposito del 5° reggimento fanteria. Morto in combattimento nel Col della Berretta come da atto di morte del 5° reggimento novembre 1917». Morì sul campo di battaglia. «Il 26 – così riporta il bollettino – numerose forze avversarie, valutate a circa tre reggimenti, rinnovavano l’attacco contro le posizioni di Col della Berretta: in un primo tempo giungono ad impossessarsi di alcuni elementi di trincea, ma per l’eroica resistenza opposta dal II battaglione del 5° ed il pronto accorrere dei rincalzi, il nemico, dopo sanguinosa lotta è ricacciato e l’intera linea è riconquistata. Al contrattacco fulmineo e travolgente, presero parte anche la settima compagnia del 6°, due plotoni del battaglione alpini Val Brenta ed un battaglione del 94° fanteria; il nemico, che lasciò alquanti prigionieri nelle nostre mani, dopo grave insuccesso desistette da ulteriori attacchi».

Capaldo lasciò la Terra all’età di 28 anni. Andò via. Tolse il disturbo. Eroe, eroe vero. Il suo nome brilla per sempre sulla lapide marmorea dedicata ai compaesani caduti per la Patria. La lapide è impiantata sulla facciata della Chiesa di San Marco Evangelista. Adesso conosco una piccola storia: sul marmo riposa il nome di un combattente. Dalla Tripolitania alla Cirenaica, da Palmanova al Col della Berretta. Eroe, eroe del passato.

 

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