Silvestro Amore

Voglia di passato. A Pasqua. Copertine vecchie, pagine ingiallite. Sfoglio le carte e ribalzano sul pavimento gli anni perduti; sfoglio le carte e sfavillano le parole d’inchiostro. Giorno di Pasqua, giorno come tanti. Cuore in gola, mani gentili, malinconia nel petto. E brucio il mio tempo in un salone vestito di libri. Pianoforte, colori nel quadro. Una lama di sole taglia in due la mia giornata. Frammenti di vita, granelli libertà.

In questa Pasqua strana ho riletto le “Pagine di diario” di Silvestro Amore pubblicate sul libro “Finestra sulla memoria”. Riflessioni feroci, appunti crudeli, vita e morte, speranza, visione escatologica. L’ateo cerca Dio alla maniera di un mendicante: cerca le risposte, si veste di delusione. Il diario è una lunga preghiera folle; pertanto è una preghiera sincera. Faccia a faccia con la malattia, con la morte.

Silvestro Amore è mio zio. Era un giornalista della Rai. È morto nel luglio 2001. Ricordo ancora adesso i suoi capelli bianchi, i suoi pantaloni corti, corti come quelli di un ragazzino, gli zoccoli. Gaeta, Serapo. Estate degli anni ’90. Scapocchione mi diceva. Non sapevo ancora niente. Non conoscevo le sue poesie. Le ho lette dopo la sua morte. Mi hanno fatto compagnia nei pomeriggi di silenzio, nelle ore piovose di stanche e sbiadite primavere.

Solitario, crepuscolare. Zio Silvestro soffrì in ospedale. Pasqua 1981. Pasqua 1982. Ospedale, sempre ospedale. Fegato, fegato malato. Infermiere, antibiotici, rumori, odori di corsia. Pasqua in solitudine. «In una corsia di ospedale – scrisse- non c’è solo sofferenza o speranza. Ci sono esempi di alta umanità che riaprono il colloquio di ciascuno di noi con la vita, la morte, gli altri uomini: è questo il fascino della malattia. La capacità di guadagnare una sosta riflessiva, di isolamento, di scolarità claustrale dalla quale ripartire per rileggere dentro la memoria. Sono un habitué dell’ospedale da molti anni, per le ricorrenti impennate di una fastidiosa malattia insediatasi nel lontano ’62, mentre conducevo una ricerca, a Torino e a Milano, fra gli immigrati meridionali».

Gettò lo sguardo oltre il vetro e abbracciò in un baleno le infinite luci della vita. Un limbo. L’ospedale è un limbo. «La cappa di grigio e di nuvole che assedia gli svettanti edifici dell’ospedale incomincia ad aprirsi a pallide macchie d’azzurro, ma vento e pioggia non accennano a diminuire. È una strana giornata di primavera. Il maltempo ha qualcosa di indisponente, di ingombrante, di perentorio. Ma, poi, fa sempre largo ai colori dell’alba, in una gioia ritrovata di sereno. Fosse così per l’animo mio». In queste parole c’è tanta poesia. Un giorno capriccioso di primavera, un giorno indolente.

Tormentata esistenza. La madre ignota non è mai apparsa. Silvestro Amore avrebbe voluto vederla. Avrebbe voluto abbracciare l’ultima teofania. L’ha sognata per tutta la vita. La madre ignota è il mistero, è la Vergine, è la Regina di Saba. «Se avessi avuto una mamma, e fosse morta, – scrisse sul diario – sulla sua tomba avrei voluto scriverci: Non ti ho perduto, ma solo è cambiato il mio modo di amarti. Mia madre sempre attesa, non è mai venuta… e così non ha avuto alcun modo di amarla […] Mi sento unito a lei. Scintille di luce si sciolgono in una carezza calda solo pensandola vicina. Un ponte festoso ricompone la nostra unità come un raggio di sole che penetra dentro di me e mi unisce a lei. Siamo due e uno in questa dura (ma ricca di grazie) convivenza con lei che è calore, abbandono totale… come se fosse i miei giorni». Una vita, una vita senza madre, una vita nata e poi abbandonata. E zio Silvestro ha cercato per tutta la vita il volto della madre. Sognò la madre e maledisse la sua insostenibile solitudine. A volte l’uomo è solo tra la gente anonima. E poco importa del resto. C’è la moglie ma l’uomo è sempre sole. «Dovevo passare come un fiato di vento, ricciolo d’acqua della risacca, vivo ma impalpabile, no-person… Prodotto biologico e null’altro, senza legami dalla nascita, senza legami lungo il sentiero degli anni». Senza legami, senza lacci come un nero cavallo; senza lacci come un cavallo libero. Sradicato, condannato alla solitudine. La libertà è un raggio di luce flebile, un frammento di gioia impossibile in un mondo crudele. La libertà è l’ultimo viaggio, l’ultima speranza. La libertà è un foglio bianco e una penna.

Preghiere a un Dio ignoto, solennità. Dio ha il volto di una madre antica, di una madre meridionale sempre sognata. Il senso ultimo della vita è una donna misteriosa: la sua assenza è molto rumorosa. Anima danzante, lingua di fuoco, capelli di sole. Preferisco la tua assenza alla presenza di chiunque altro. Così disse Simone Weil. «Passare in solitudine, – annotò sui fogli Silvestro Amore – come verità allo stato puro. Ho cercato di andarmene: a Split, a Dnieprpetrowsk, a Millerovo, a Kantermirowka, e poi, a Montelungo e dintorni… Ce l’ho messa tutta, non sono riuscito a farla finita. E sono tornato alla condizione di prima. […] E tu mio Dio, non restare in silenzio, sono come chi scende nella fossa. […] Il mio stupore, Dio, è davvero questo: come sia possibile negare l’amore di madre a un uomo. Dov’è la sacralità della vita? […] Non credo di essere della partita. Sono un debole. Se tutti abbiamo una parte nell’umana commedia degli errori, la mia l’ho recitata con amore. E senza risparmio». Righe poetiche, parole dure. Il diario è la filosofia; è il tenero pianto di un uomo solitario. Quest’uomo respira ancora nel giardino della mia memoria. Canzonette, bandiere da spiaggia, bagnini, ombrelloni. Cammina a Gaeta e guarda il mare. Indossa sempre gli immancabili pantaloni corti, corti come quelli di un ragazzino ribelle. Cappello in testa  e sguardo penetrante. Maglietta da gondoliere veneziano. Lo vedo. Mi fermo. Lo saluto. Lui dice ciao Scapocchione.

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