John Ciardi

Sta girando il sole intorno a noi. È un giorno di primavera di tanti anni fa. Scendo le scale di marmo del vecchio municipio. Manocalzati, sogni rattrappiti. I miei amici si divertono: stereo a palla, rock progressivo, Orme, Canzone D’Amore. Senti il mondo che non grida più. Guardo una lapide strana; sulla lapide riposano le parole di una poesia, di una poesia di John Ciardi. Chi è John Ciardi? Non lo conosco. Ancora non lo conosco. Si accende una fiamma. Non dimenticherò mai più questi versi. Resto sotto la lapide. Judith Hostetter non c’è più, la bellissima Judith non c’è più. Sta girando il sole intorno a noi, Canzone d’amore. Fantasmi di un passato mai visto. Immagini di un futuro in bianco e nero.

Vivo, respiro a Manocalzati. Ogni mattina il tempo perduto entra nella stanza. John Ciardi è morto trent’anni fa. L’Età Dorata non esiste. Cerco conforto nella scrittura e nella lettura. E leggo, scrivo. Leggo le poesie del letterato italo americano: le adoro tutte. La più bella è Gloved Hand (Manocalzati). La più bella è quella della lapide. Sulla pietra giace una mano guantata. Di chi è questa mano? Perché nessuno ricorda? «Come un albero si riveste di muschio nell’ombra cingendo/ il luogo dell’albero nella sua presenza nel tempo/ qualcuno potrebbe nascervi e prestarvi fede». E sono nato e credo nella mano. Non voglio niente. Credo nella mano e basta. È la mia professione di fede. Figlio di una mano guantata, figlio di una roccia. «Di una pietra ignota nella cui presenza entrerò un giorno/ (come si arriva familiarmente al crepuscolo)/ convinto alla fine della mia presenza in essa». In quella pietra ignota è entrata l’anima di Ciardi il 30 marzo 1986. Era la domenica di Pasqua.

Entrerò anche io nella pietra. Hand in glove canta Morrissey. Mano e Guanto. È un tuffo nel buio, un tuffo infinito, un tuffo immobile. «Come un tuffatore per sempre sospeso nell’occhio/ fra mare e scoglio, la fissità dell’atto/ per sempre cristallizzata nell’aura di quel tuffo». Manufatto di Paestum, Magna Grecia, 1968. Briciola d’eternità. Fra mare e scoglio, sono sospeso fra mare e scoglio. La fissità dell’atto. Certo. La fissità dell’atto. Paestum, antichità, uomini remoti. Fra mare e scoglio trattengo il fiato. Per sempre, per sempre. La fissità dell’atto.

Nel mio cuore regna una data: 22 giugno 1969. Non ero ancora nato. La luce illuminò Manocalzati. La luce è Judith Hostetter e Judith Hostetter è la moglie di John Ciardi. Fotografie, capelli biondi, regalità. È una regina è una regina. Così dissero le donne irpine. È troppo bella, superiore. Judith, l’insegnante di giornalismo. Seguì il poeta in Irpinia. Judith, lei si che è una donna speciale. Le focacce di granturco, la mostarda, le verdure, il Missouri, i campi di cotone. Rose, rose American Beauty, rose dal balcone. Jackie Kennedy, Faye Dunaway. Il poeta salutò la folla, il sindaco Arturo De Masi sorrise, la banda suonò. Il popolo urlò viva l’America viva l’Italia viva De Masi. Bandiere a stelle e strisce, drappi tricolori, giorno di festa.

Ciardi e Manocalzati, Ciardi e sua madre. Manocalzati è la madre. Il 22 giugno ’69 il letterato tornò nel grembo materno. Gloved Hand è strettamente connessa alla lirica “Lettera a mamma”. «Ed è bene ricordare che questo sangue/ in un altro corpo arrivò, il tuo corpo/ […] questo è un viaggio attraverso le longitudini aperte della mente/ e le latitudini del sangue». Sangue, Irpinia, Terra d’origine. «Verrò, dunque, – disse il poeta prima di partire – senza la madre ma sempre nella bellezza dei miei pensieri e di lei». E venne. «Ripercorse in un baleno – scrisse il compianto Americo Tirone – tutti i giorni della sua vita e si accorse che la valle del Sabato gli recava nei rami degli alberi la verde estate di un tempo sospeso nella malia di un incantesimo. Affogò l’emozione in un ampio sorriso e scrutò nel ritmo delle colline alla ricerca di presenze familiari che gli potessero parlare come fantasmi evocati dalla sua penna di poeta».

E con la penna dipinse un paesaggio incredibile. Annotò le emozioni e le sensazioni dolci; giocò con le parole e con le chimere. Manocalzati è una montagna al di là del Vesuvio. Spiegalo agli americani. Dove sta questo paese? Dove sta Avellino? Manocalzati è terra di Napoli; il Sud è terra di Napoli. Siamo di Pompei. «Non c’è mistero su chi fossero i pompeiani. – Scrisse il letterato – Guardate i miei cugini e vedete la gente di Pompei». Che belle parole. Nella lirica “Ritorno” il tempo è soltanto una categoria convenzionale. «Sulla montagna al di là del Vesuvio/ in quello che ho lasciato/ del dialetto da cui sono partito,/ siedo con i cugini sconosciuti./ Fatta eccezione per l’Alfa Romeo/ che spia la casa del sindaco, una fluorescenza di TV riflessa/ nel vetro di una porta aperta,/ e il monumento dei caduti in guerra,/ potremmo scegliere a piacimento/ in quale secolo sedere. Abbiamo davanti vino rosso, pane, pecorino,/ fave, e olive condite con aglio. Un tavolo imbandito a Pompei. […] Le donne stanno dietro di noi/ dove le lasciavano i Greci. Quando la bottiglia è vuota/ ne portano un’altra./ […] Noi ci adattiamo in qualsiasi secolo ci troviamo».  Questi versi sono fantastici. Avrei voluto “sedere” negli anni sessanta del ventesimo secolo; avrei voluto vedere Judith, John e il sindaco Arturo De Masi. Non è possibile. Allora scrivo e rincorro i miei sogni.

Ultimamente la giunta comunale ha giocato un brutto scherzo al poeta. Ha deliberato il cambio di nome della piazza a lui intitolata: la piazza sarà dedicata a Fiorentino Sullo. Ciardi è stato “retrocesso” in piazza bianca. Una scelta che appare poco felice, ancora di più nel trentennale della sua morte e nel centenario della sua nascita; il Nostro è uno dei più importanti letterati statunitensi. È il figlio migliore di Manocalzati. Fiorentino Sullo è un politico, pertanto è un uomo di parte. Perché Fiorentino Sullo? Perché? Questa provincia è ancora legata alle vecchie logiche e alla mentalità democristiana. Se il professor Americo Tirone fosse ancora vivo, non avrebbe gradito la decisione della giunta. Peccato davvero.

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