Cesare Ardini Donna Vittoria

Navigo controcorrente. Cerco la luce divina tra le pieghe di un mondo materiale. Eppure non sono l’unico. Ad esempio ammiro molto Cesare Ardini: lo ammiro per il suo stile, il suo gusto; soprattutto lo ammiro per il suo libro dedicato a donna Vittoria Leone. Avrei voluto scrivere anch’io un libro del genere. Sì, perché adoro i panegirici. Il volume in questione s’intitola Donna Vittoria “amore mio”. È stato pubblicato dall’Istituto Enciclopedico Universale di Padova. Credo che sia un capolavoro assoluto. È una lunghissima lettera d’amore, una poesia impetuosa. Lo dico in partenza. È un libro introvabile. Non è stato mai ristampato. Probabilmente è possibile recuperalo sui siti specializzati. Se non l’avessi trovato in un mercatino dell’usato di Roma, l’avrei certamente cercato nelle biblioteche.

Per Ardini donna Vittoria è Iside-Sophia, in altre parole è la Dea Ignota del filosofo Massimo Scaligero. L’autore ha accolto dentro di sé Cristo tramite l’intercessione della Vergine. Pertanto egli conosce il mondo. Dante nel Convivio chiama i filosofi alla maniera dei “drudi della donna”. Ardini è un emulo dei fedeli d’amore; in effetti, la donna, nel simbolismo dei fedeli d’amore, raffigura la gnosi, la sapienza esoterica. Nel simbolismo tibetano la sapienza è rappresentata dalla donna. «Si certo. – scrive – Intendo parlare proprio di donna Vittoria, consorte del Presidente della Repubblica italiana. Sono innamorato di lei. È forse un reato? Non lo credo. I sentimenti non si possono condannare. Confesso il mio amore perché non sono il solo ad amare donna Vittoria. Milioni di Italiano l’amano quanto me, forse più di me, ma si vergognano di ammetterlo. Io, nel gridare il mio amore, lo faccio anche nel nome di coloro che, pur amandola, non osano confessarlo. Per cui, tutto quello che scriverò apparterrà anche a milioni di italiano muti per convenienza, per timidezza o per codardia. Amo donna Vittoria sinceramente e mi accontento di essere amato da lei come parte del popolo. E lei il popolo lo ama, ne sono certo […]. Se negli anni cinquanta, fino ai sessanta, si parlava di miracolo economico oggi, negli anni settanta, possiamo affermare di vivere in pieno miracolo sentimentale. Ricorderemo per sempre questi anni in cui il volto dell’Italia, martoriato dal disordine e dalla crisi economica, ha ritrovato il suo antico sorriso perché è comparsa lei, donna Vittoria dolcissima, palpitante, infinitamente bella nella sua serena compostezza».

L’autore ha raccolto nel libro alcune testimonianze. Hanno amato donna Vittoria i giovani, gli anziani, i corazzieri del Quirinale, le casalinghe. E abbondano le storie, i commenti della gente. Un contadino toscano d’idee monarchiche l’avrebbe voluta come regina e non come moglie del presidente per un semplice fatto: il suo sorriso non è repubblicano, bensì regale. Questo contadino avrebbe voluto mettere la foto della first lady al posto della Madonna. Così la sera, prima di addormentarsi, avrebbe recitato una preghiera. «Donna Vittoria prega per noi!». Ma non è finita qui. Un fabbro palermitano di nome Ciccio realizzò una medaglia con Santa Rosalia da una parte e Donna Vittoria dall’altra.

È presente nel volume perfino la poesia di un ragazzo, Carlo Labbiato. La poesia è davvero stupenda, nonché sensale. «Un giovane poeta di Milano, – racconta Ardini – Carlo Labbiati, di diciotto anni, le dedicò questi versi che ho trovato nel suo diario dal titolo Il mio Cammino. La tua visione,/ un sogno! Immagine fatta di silenzio:/ non conosco la tua voce./ Odo soltanto/ il canto della tua bellezza,/ che ogni giorno si rinnova/ più forte e più vivo,/ per ridonare vita/ all’anima morente». Purtroppo Carlo Labbiati morì giovanissimo di leucemia. «Lui, – continua Ardini – orfano, trovò nella bellezza e nella dolcezza di lei quel conforto che nessuno seppe mai dargli. Adesso Carlo non c’è più. Sul suo comodino è rimasta la foto di donna Vittoria, vicino a quella della madre». La storia di questo giovane è molto triste. Avverto nei versi una cupezza tragica. Vedo con la mente la sua stanza, il suo comodino, le immagini sacre, le luci delle candele.

Eppure lo scrittore ha avuto la possibilità di incontrare la moglie del Presidente ma è rimasto in disparte. Ha visto la sua teofania sulla piazzetta di Carpi. L’ha osservata in religioso silenzio. «Donna Vittoria, – racconta – insieme ad alcuni amici era seduta alla mia destra; sorrideva con infinita dolcezza, respirava profondamente l’aria fresca di quel pomeriggio settembrino mentre le sue mani giocavano con un lungo bocchino nero, nel quale era infilata una sigaretta spenta; indossava una camicetta bianca con le maniche corte e un paio di pantaloni color beige; i capelli raccolti dietro, facevano risaltare i lineamenti delicati del suo viso, illuminato da un sorriso giovane; i suoi occhi però erano nascosti da grandi occhiali da sole sfumati. Peccato!». Ebbene sì. È davvero un peccato. Lo scrittore avrebbe voluto parlare con lei; avrebbe voluto, probabilmente, baciarle la mano. Sembra un emulo del giovanissimo innamorato di Malena; anch’egli scruta di nascosto il suo tormento. Sospira, stringe i pugni, chiude gli occhi. La first lady sembra una statua. In fin dei conti le statue sono mute, non hanno nulla da rivelare. Dice il salmista: hanno bocce ma non parlano.

La moglie del presidente è simile alla turista di San Giovanni Rotondo decritta da Guido Piovene nel suo Viaggio in Italia. È proprio vero. La bellezza è più forte del nome nella storia. La bellezza è antiegualitaria. Donna Vittoria è la Madonna; Cesare Ardini, invece, è un umile devoto. Purtroppo la nuova mariologia ha ridimensionato il ruolo della Vergine. Ella non è più una Dea, bensì è la prima credente. Se la Madonna fosse davvero la prima credente e non la Dea, non sarebbe possibile conoscere la Bellezza.

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