Giglia Tedesco e la sfida a De Mita

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Ricordavo di avere da qualche parte un vecchio numero del bimestrale “Vita Italiana Speciale”, un vecchio numero del 1988 (il numero 2 anno II) “Il governo De Mita”. Edizione totalmente dedicata alla formazione, come appunto dice il tiolo, del Governo De Mita. Dentro c’è proprio di tutto: resoconti, interventi di deputati e senatori, proposte, cronistoria. Insomma, proprio tutto. Ricordavo, non in modo errato, che all’interno c’era un intervento della senatrice comunista Giglia Tedesco Tatò. E sono andato alla ricerca di questo bimestrale; così, dopo un’ora passata a rovistare tra le cose vecchie, tra carte, cartelle, libri, opuscoli, quaderni, fogli volanti ho ritrovato l’agognato oggetto che cercavo. Pagina per pagina, l’ho sfogliato, ancora una pagina, mi sa che c’è…avevo ragione… infatti avevo ragione. L’intervento di Giglia Tedesco c’è: intervenne in quella occasione e non sbagliavo.

La discussione al Senato sulle dichiarazioni programmatiche del governo si tenne nelle sedute di venerdì 22 e di sabato 23 aprile 1988. Il testo del discorso, pronunciato da Ciriaco De Mita alla Camera fu consegnato al presidente del Senato Spadolini e distribuito a tutti i senatori. Nella discussione intervennero senatori appartenenti a tutti i gruppi politici. Tra questi interventi c’è anche quello della senatrice del PCI Giglia Tedesco. A tutti gli interventi replicò sabato 23 aprile il presidente del Consiglio. Dopo le dichiarazioni di voto, il Senato concesse la definitiva fiducia al governo che entrò così nella pienezza dei suoi poteri. Chiusa la discussione, fu votata per appello nominale la mozione di fiducia presentata dai rappresentati della maggioranza: Mancino (DC), Fabbri (PSI), Gualtieri (PRI), Pagani (PSDI), Malagodi (PLI). Votarono favorevolmente DC, PSI, PRI, PSDI, PLI, UV, SVP; votarono contro PCI, MSI- Destra Nazionale, Sinistra indipendente, Democrazia Proletaria, Verdi, Radicali, Lega Lombarda.

Erano tempi di speranza per il PCI, tempi di cambiamento. Molti indicavano una via alternativa al pentapartito, democratica, di sinistra, progressista. Tempi di transizione, in attesa di giorni migliori (sono arrivati davvero poi questi giorni migliori?), di un quadro politico nuovo. E lo disse apertamente la senatrice Giglia Tedesco il 22 aprile 1998. Discorso ancora attuale. Tante tematiche ancora oggi irrisolte e la speranza di un cambiamento reale. Credo che sia ancora praticabile la strada indicata dalla senatrice; ma è un lavoro lungo e faticoso. È un messaggio per i giovani, un impegno per il futuro. Un nuovo modo di fare politica è possibile, nonostante la fine delle ideologie. Oggi ci vuole uno sforzo per offrire una proposta realmente alternativa; occorreranno probabilmente gli sforzi di diverse generazioni. Ma torniamo per un attimo al 1988 e seguiamo con attenzione l’intervento. «Nei trentatre giorni di crisi ministeriale – disse al Senato – il confronto tra le forze politiche sembra aver riprodotto gli obsoleti equilibri e le vecchie logiche che hanno condotto in questi anni alla formulazione di governi del tutto inadeguati ad affrontare i problemi del paese. Nel contempo, peraltro, vi è la diffusa consapevolezza che si stia attraversando una fase di transizione, che i comunisti interpretano non certo come una vuota formula, ma in riferimento ai problemi nuovi che emergono nell’attuale contesto internazionale. Si avverte oggi una forte domanda di programmazione e l’ipotesi neo-liberista che fu posta a base della coalizione pentapartitica è entrata in crisi irreversibile. La maggioranza non ha però saputo evitare di ripetere errori già commessi ed è rimasta prigioniera di logiche ormai superate. Eppure, in qualche modo, anche il nuovo governo si iscrive nella transizione e dovrà fare i conti con le sue contraddizioni interne e con l’opposizione del partito comunista, che sarà caratterizzata da un forte impegno programmatico che investirà anche le necessarie riforme istituzionali. […] Circa il ruolo del Parlamento, andrebbe poi sottolineato con forza che esso deve ritornare ad essere una sede decisionale […]. Il programma del nuovo governo è forse tale da accontentare tutte le forze della maggioranza, ma al prezzo di una insanabile contraddizione tra le dichiarazioni di intenti e le concrete condizioni della loro attuazione. Se infatti esso contiene un doveroso riconoscimento delle esigenze di lavoro dipendente, d’altro lato il vicepresidente del Consiglio ha già annunciato che non potrà essere mantenuto l’impegno alla restituzione del drenaggio fiscale. Allo stesso modo, per quanto riguarda questioni cruciali quali la condizione delle donne, il problema ambientale e la politica scolastica, ad obiettivi in astratto apprezzabili si contrappongono gravi ambiguità su scelte concrete, come ad esempio l’avvenire della centrale di montalto di Castro, l’assenza di una politica organica dei servizi sociali, nel cui ambito addirittura si prospetta il volontariato come sostitutivo dell’intervento pubblico, e una attenzione insufficiente per la grave situazione di agitazione degli insegnanti. Anche relativamente al problema nazionale della disoccupazione del Mezzogiorno, […] il programma governativo non reca interventi adeguati alla gravità della situazione».

Un discorso interessante, di qualità. Un attacco frontale alle politiche neoliberiste del pentapartito. C’è bisogno di programmazione, di interventi mirati. Un discorso che affronta diverse problematiche: la condizione della donna, il problema ambientale (ancora molto attuale), il mondo della scuola, l’energia nucleare, i servizi sociali, la disoccupazione al Sud. «Lo scenario politico che complessivamente si delinea – concluse – è quindi caratterizzato da temi di scontro, ma anche da occasioni di dialogo e possibilità di incontro su singoli problemi. La sua parte politica condivide il giudizio dell’onorevole Craxi, secondo il quale ogni convergenza tra maggioranza e opposizione contribuisce in primo luogo a ridurre le distanze tra le forze di democrazia e di progresso. Assai poco opportunamente invece il senatore Giugni ha rievocato nel corso del dibattito lo spettro del bipolarismo. Il partito comunista giudica positivamente l’esaurimento del pentapartito totalizzante, che assorbe cioè al suo interno anche l’opposizione, e si propone, con la propria opposizione programmatica, di contribuire a far sì che l’attuale governo non sia preclusivo di altre e più adeguate soluzioni politiche».

La senatrice Tedesco in sostanza disse: il PCI guarda avanti ed è pronto per il governo. Superata la fase del pentapartito totalizzante c’è spazio per qualcosa di nuovo, aperto, per niente preclusivo di “adeguate soluzioni politiche”. Non più, quindi, il pentapartito totalizzante, ma una formula “apolide” (come la definì Manzella). “Alternativa di programma” in vista di traguardi più ambiziosi. Poi ci fu la svolta della Bolognina, la fine del Partito comunista e la nascita del Partito Democratico della Sinistra. Giglia Tedesco aderì in modo convinto al nuovo soggetto politico.

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Nicola Adamo e lo sviluppo del Sud

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Sulla piazza a parlare con un amico. Quattro chiacchiere sulla politica locale si parla del più e del meno. Tra poco è il 19 febbraio, a San Barbato di Manocalzati sarà festa Patronale. Parlo di Nicola Adamo e della tragica scomparsa avvenuta proprio il 19 febbraio di un anno funesto, il 1980, trentasette anni fa. Davvero un anno funesto, quel 1980 segnato dal terremoto e da eventi brutti assai. Era il giorno di martedì grasso, ricorda l’amico, c’era il nevischio. Quel crudele incidente automobilistico sulla variante. L’amico lo ricorda a mala pena perché era piccolo, suo padre però lo ricordava molto meglio.

Sono passati trentasette anni dal tragico giorno. Voglio ricordarlo in questo triste anniversario. Ho già scritto un articolo su di lui nel mese di luglio, e adesso mi accingo a scriverne un altro con la passione che da sempre muove le mie azioni. Credo che Nicola Adamo, Nicolino per tutti gli atripaldesi, meriti una rivalutazione completa. Sempre troppo poco quello che si fa, che si scrive su di lui; meriterebbe un convegno, che so, uno studio approfondito sui discorsi, sulle cose fatte. Perché, per molti aspetti, ha anticipato in tempi, nel senso buono del termine. Comunista, sì, ma uomo politico troppo avanti. Capace di ottenere un consenso molto ampio, tutto merito della sua persona, del suo modo di fare. Un esempio di concretezza e passione vera.

Mi ha detto una signora: Nicolino ad Atripalda ha lasciato un esempio per tutti i politici che sono venuti dopo. Chiedeva il voto a tutti e non faceva distinzioni, a tutti davvero; camminava, visitava la gente, quella più umile di Atripalda, risolveva i problemi perché era molto pragmatico, attento alle problematiche reali. Distante dall’astrattismo, dalle riflessioni ideologiche prive di senso. Un consenso alto, molto alto: ma era un consenso verso la sua persona. Votavano più per lui che per il partito; più un voto ad Adamo che al PCI, perché lo meritava. Così dice la signora. Un anticipatore, un uomo votato alla causa ma con un piglio diverso, più personale. Dotato di uno spirito di libertà ampio, proponeva, suggeriva, indicava strade da seguire. Istaurava rapporti gli avversari, di là dall’appartenenza partitica. Nonostante le divisioni (e le divisioni c’erano eccome).

Ha messo l’Irpinia al centro dell’agenda politica. In un periodo contraddistinto dalle idee del segretario provinciale Grasso di Ariano. Con la segreteria Grasso il PCI cambia rotta con uno spostamento del baricentro verso l’arianese e una spinta particolaristica in altri comuni. Un modo diverso di fare politica in Irpinia. A Sant’Angelo dei Lombardi acquistò peso Quagliariello e ad Atripalda Nicola Adamo. Pratico e moderno (sempre nel senso buono del termine), l’onorevole Adamo, geometra. Nell’hinterland avellinese il suo bacino di voti più importanti. Con la venuta del segretario provinciale Antonio Bassolino, inizia, forse, il periodo d’oro per l’onorevole atripaldese. In seguito Nicolino arriva in parlamento. Succede il 20 giugno ’76 e viene eletto nella circoscrizione Avellino Benevento con 43 mila e 765 preferenze. Numeri alti per una politica alta.

In questi mesi sono andato alla ricerca del suo materiale, di pubblicazioni, di atti parlamentari. E conservo con cura tutto in una cartella. Recentemente ho recuperato un’interrogazione parlamentare rivolta alla ministra Tina Anselmi Per “un accertamento delle responsabilità degli amministratori della fabbrica di laterizi Berardino di Manocalzati in relazione alla crisi dell’azienda e al mancato rispetto dei diritti dei lavorati”. Lo fece per difendere gli operari: in quella azienda lavoravano tanti manocalzatesi, molti di loro non ci sono più. Una fabbrica, quella dei laterizi, che produceva mattoni, tavelle e materiale edile. Istallata nel territorio di Manocalzati ai confini con Atripalda: una fabbrica enorme con tanti operai.

Ho trovato poi, con immenso piacere, la sua relazione tenuta alla IV Assemblea meridionale della Lega per le autonomie e i poteri locali di Taranto del dicembre ’76. Ho trovato la pubblicazione alla Biblioteca Comunale di Atripalda L. Cassese. “Per lo sviluppo del mezzogiorno e per il superamento della crisi del Paese”. Così s’intitola la relazione. L’onorevole parlò in qualità di membro della Direzione nazionale della Lega. «Non c’è oggi – disse a Taranto – settore della cultura e dell’economia, del mondo politico democratico e sindacale del nostro Paese che non riconosca la centralità della Questione Meridionale per qualsiasi azione di rinnovamento della società e dello Stato. Ma non mancano, oggi come ieri, contrapposizioni di linee, nel momento in cui si trova di fronte a scelte di gestione, di strumenti o ad applicazioni di leggi. […] Il Mezzogiorno, e tutto il Paese, hanno bisogno di una politica meridionalistica nuova […] Nel profondo Sud, nelle zone interne come nelle fasce costiere, nuove forze, nuove energie, giovani leve di amministratori, emigrati espulsi anche dai mercati di lavoro straniero, giovani con intelligenza, forti di una nuova esperienza sono scesi in campo non più disposti a seguire le conseguenze di decisioni centralistiche che per tanti anni li hanno visti condannati alla miseria ed alla subalternità. Sono forze decise a conquistare nuovi traguardi di vita sociale e democratica, a battersi per una democrazia di fatto, efficiente, fondata sulla partecipazione e sull’autogoverno, sul pieno funzionamento delle istituzioni e delle autonomie […] Sono forze che di fatto sono già diventate protagoniste della fase nuova della politica meridionalista». Un Adamo per certi aspetti dorsiano. Un “uomo d’acciaio con il cervello lucido” pronto a scendere il campo, con abnegazione, per il riscatto vero del Sud; una via personale, molto intrigante, che supera le concezioni partitiche. Un Adamo “super partes”, pronto a muovere le sue azioni verso il riscatto del nostro Sud.

Penso tante cose. Chissà, se fosse stato ancora vivo, avrebbe trovato difficoltà a convivere nel PCI irpino con altri politici. No so, la storia non si fa con i se e con i ma. Tuttavia penso che uno come lui, avrebbe trovato sul suo cammino molti ostacoli e… perché no, sarebbe rimasto lì con le sue idee. Non è possibile saperlo perché il destino l’ha tolto ai suoi cari e alla sua comunità troppo in fretta. Trentasette anni fa, il 19 di febbraio del terribile 1980. In inverno, in un martedì grasso irriverente.

Considerazione personale. Nicola Adamo è sempre stato attento alle problematiche del territorio, a difesa degli ultimi, degli operari. Ha voluto veramente bene a Manocalzati e ha rivolto diverse interrogazioni parlamentari sui problemi delle aziende istallate sul territorio (tra queste la Shot Toys). Pertanto nutro una forte stima nei confronti di quello che ha fatto e ha rappresentato; mi affascina ancora questa figura politica per molti motivi. Un parlamentare impegnato, a difesa della nostra provincia e del mondo operaio e contadino (da Lioni a Bisaccia, da Manocalzati ad Atripalda, da Volturara a Solofra). Concreto, battagliero, grintoso. Scomparso prematuramente. A volte penso a quello che poteva essere e non è stato. Dopo la sua morte è venuto il terremoto, la ricostruzione (chissà quante cose avrebbe detto contro i gestori del potere), lo sgretolamento della DC, questo tipo di classe dirigente. L’onorevole avrebbe continuato a battagliare, dall’altra parte della barricata. Dove è sempre stato.

Gallico, destino di nobile combattente

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ruggero-gallico-a-un-congresso-provinciale-del-pciUn po’ per curiosità, un po’ per passione. Ascolto la storia di un personaggio politico di primo piano del dopoguerra in Irpinia dalla voce di mio zio Michele Perone. Un’enciclopedia vivente, lo zio. Anni e anni trascorsi qui, a battagliare per un’idea alta, a difesa di un partito, il PCI, ritenuto da lui sacro. Dice sempre il Partito era il Partito e c’era un modo di essere prima che adesso non c’è più. Lo ascolto, sempre con interesse; continua a raccontare vicende lontane, remotissime, minori. Quante me ne ha dette in questi anni… pomeriggi d’estate in sua compagnia. Parla di Ruggero Gallico, il segretario provinciale comunista degli anni ’40 e ’50: mi racconta gli aneddoti perché lui, lo zio, lo conosceva. E Ruggero venne anche al funerale del mio bisnonno Guglielmo Pagano a nome del PCI: egli, il segretario, capeggiò una delegazione comunista. Tutto il partito in prima fila per rendere omaggio a Pagano. Che persona Ruggero, uno che non dimentichi così facilmente. Figura legata alla mia famiglia, al trascorso mai vissuto.

Da tempo volevo scrivere qualcosa su di lui. Ho sempre chiesto informazioni a tutti quelli che hanno avuto la fortuna di conoscerlo. Qualcosa di remoto, piccoli aneddoti. Poi ho letto “Andata e ritorno – viaggio nel PCI di un militante di provincia (Elio Sellino editore)” del professor Federico Biondi e il mio interesse per il “compagno d’origine toscana” è aumentato; il professore gli ha dedicato un intero capitolo del suo libro. Così, tramite mio zio, mi sono messo in contatto con il figlio di Ruggero, Lorenzo, e ho recuperato anche un paio di belle fotografie in bianco e nero. E chi lo chiamava Gàllico e chi lo chiamava Gallìco… anche io ho avuto il dubbio… qual’era l’accentazione giusta?

«Ricordo – scrive il professore Federico Biondi nel libro “Andata e ritorno viaggio nel PCI di un militante di provincia” – che il primo, o almeno uno dei primi problemi che dovetti segretamente affrontare nello stabilire un rapporto con il nuovo segretario fu di ordine, per così dire, fonetico, perché c’era da scegliere tra le due opposte accentuazioni con cui poteva essere pronunciato quel cognome. All’inizio, infatti, per alcuni era il compagno Gàllico, per altri il compagno Gallìco. A me sembrava più giusta la prima, ma presto venni a sapere – e forse da lui stesso – che bisognava usare la seconda, e, naturalmente, mi ci adeguai, nonostante l’intima contrarietà che produceva in me quest’accento sulla penultima, mentre mi pareva che sarebbe andato assai meglio quello sdrucciolo. […] Gàllico mi suonava all’orecchio molto più nobilmente, per quell’automatico richiamo che questa pronuncia conteneva al famoso diario di guerra di Giulio Cesare e a quant’altro poteva riferirsi alla storia antica della grande nazione d’oltralpe. Perché, allora Gallìco e non Gàllico? Vattelappesca».

Già, vattelappesca. Anche zio Michele lo chiamava Gallìco: lui di qua e di là e al comizio e altre cose E questa accentuazione, devo essere sincero, non mi garba più di tanto. Ah, questo zio, com’è simpatico. Io continuerò a chiamarlo Gàllico per un motivo ben preciso: quando il figlio Lorenzo mi ha telefonato, sì è presentato così “salve sono Lorenzo Gallico”. Che cosa bella, ho pensato, come un generale imperterrito, con la scorza dura, impermeabile a tutto. Sì sì, continuerò a chiamarlo così.

Non so perché eppure il tuo nome e il tuo cognome dicono qualcosa di te. Mi chiamo Romeo, beh, è un nome romantico. Tutti dicono e Giulietta dov’è? E un poco lo sono, romantico ovviamente, e un poco malinconico come il Romeo (and Juliet) della canzone dei Dire Straits (una delle mie preferite in assoluto). Così anche Ruggero Gallico. Una persona legata alla Francia per tanti motivi. «Comunque sia, – prosegue il professore Biondi – sta di fatto che proprio in quel cognome, se pronunciato con l’accento che a me sarebbe parso più naturale ed elegante, era come se il giovane Ruggero portasse le stimmate del suo personale destino, giacché la sua formazione culturale e politica era veramente francese ed in francese era capace di esprimersi con spigliata scioltezza, come se si fosse trattato della sua lingua madre».

Ruggero, quando arrivarono gli inglesi in Algeria, luogo dov’era detenuto, pensò di arruolarsi nell’esercito di liberazione francese. Fu una decisione personale e tale mossa gli costò pesanti critiche da parte di ben tre partiti comunisti (Il PCI, il PCF, e il PC tunisino). «Giuste (come io ritengo) – ricorda Biondi – o ingiuste (come invece pensa ancora oggi la moglie) che fossero quelle critiche, anche da questo particolare si può capire come tutto ciò che si richiamava alla Francia esercitasse su di lui l’attrazione di una calamita». Anche io, come la moglie, penso che le critiche fossero ingiuste. Lo dico così, giusto per prendere posizione in questa faccenda.

Bella personalità Gallico, spirito libero, pragmatico, combattivo. Elegante nel parlare. Comunista per vocazione. Laureato in chimica e in farmacia. Definito da Paolo Speranza “coraggiosa e nobile figura di antifascista, dirigente politico e intellettuale di valore”. Apparteneva a una famiglia di democratici toscani emigrata in Tunisia. Parlava bene il francese e l’arabo. Nacque proprio a Tunisi il 24 agosto del 1914. Si avvicinò all’ideologia comunista nei primi anni ’30 e si iscrisse al partito nel 1933; partecipò in modo attivo alla Lega italiana dei diritti dell’uomo e diede vita con altre personalità, tra queste anche il fratello Loris, al giornale L’Italiano di Tunisi. Lavorò tra il ’43 e il ’48 nelle redazioni di Roma e di Napoli dell’Unità. Arrivò in Irpinia nel 1948 per dirigere la Federazione di Avellino del PCI. Rimase da noi fino al 1957.

Con l’arrivo del nuovo segretario si riorganizzarono le sezioni: il partito divenne una sorta di scuola di formazione politica. In quegli anni nacque il “Progresso Irpino”, e per mezzo dell’esperienza del Movimento della Rinascita del Mezzogiorno, le forze progressiste e di sinistra aumentarono il peso elettorale. Ruggero parlava alla gente, sosteneva la necessità di costruire l’alternativa. Occorre un lavoro lungo, sosteneva, un lavoro lungo e faticoso; c’è bisogno di organizzazione delle masse e formazione dei quadri. Nei comizi, inveiva principalmente contro la Democrazia Cristiana e nello specifico contro Fiorentino Sullo (“ha cercato e cerca in tutti i modi di tradire gli interessi della provincia” così disse in un comizio) e Alfredo Amatucci. Attacchi a viso aperto contro la DC, eppure in quel periodo dalle nostre parti un altro partito recitava la parte del leone, il PNM; ma non erano i monarchici i veri nemici dei comunisti. Non è un caso che il PCI e il PNM abbiano mosso i loro attacchi principalmente contro la DC. Il decennio avellinese di Gallico è stato, con molta probabilità, il periodo più florido del PCI irpino.

Costruisco nella mente un’immagine mai vista. Grazie a mio zio, certo; e ai suoi ricordi. Tutte quelle volte che me l’ha raccontate quelle storie, quando lui andava a trovare la famiglia Gallico ad Avellino, Ruggero e la sua compagna, la signora Eliane Hasside, e le lezioni di francese e i biscotti e altri piatti tipici dell’Irpinia. Vivo di ricordi, dice lo zio, questi mi faranno compagnia per il resto dei miei giorni. E cosa mai ricorderò io, costretto, per ragioni anagrafiche, a vivere in questo tempo grigissimo?

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Bruno, il sindaco giusto di Montefalcione

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In un sabato qualunque, di mattina, al cimitero di Montefalcione. Capita sempre la visita al cimitero di sabato mattina, con l’aria gelida e il sole pulitissimo. Con il cappello di lana, la sciarpa, i guanti perché fa troppo freddo. Passi lenti. L’inverno, prima o poi, finirà. In una di quelle mattine di sabato, di un sabato anonimo eccomi in mezzo alle tombe; guardo e cammino e questa lapide non la ricordavo… davanti a me c’è una lapide particolare: un uomo e una donna insieme. C’è una foto e l’uomo e la donna sono abbracciati; leggo Tommaso Bruno e Alfonsina Noviello, soltanto questo e non ci sono date di nascita e di morte. Guardo con attenzione la foto, scruto i lineamenti dell’uomo, un volto scavato, uno sguardo fiero e poi quelli della donna, un sorriso di tanto tempo fa. Non sono solo, con me Pellegrino La Bruna e domando a lui conoscevi Tommaso Bruno? «Sì» Dice. «Era un’istituzione in paese, un Sindaco con la S maiuscola, un signore». Sotto la lapide, una tomba: è quella di Ottone, il figlio di Tommaso.

All’uscita del cimitero, lungo la strada poi a destra nei pressi del giardinetto: in questo giardinetto c’è un busto che giace solo da tanto tempo in mezzo al verde. Una scritta “Tommaso Bruno”. Un busto in ricordo di una persona che non c’è più e penso… com’è strano il destino dell’uomo… ci sei per poco tempo e dopo scompari, se ti va bene diventi sindaco del tuo paese, amministri per qualche annetto, lo fai in modo dignitoso, poi togli il disturbo e qualcuno si ricorda di te e ti fa anche una statua e il tempo passa, il ricordo si fa fioco fioco e le nuove generazioni non possono sapere tutto, non possono conoscere la storia locale: non hanno nessuna voglia di conoscerla. Si fa vedere qualche ragazzo per qui intorno e non nota nemmeno un busto di tanto tempo fa. Tutto scorre inesorabilmente.

Per le strade di Montefalcione, lungo via Aldo Moro e la piazza. Un caffè, quattro chiacchiere con chi passa. E passa sempre qualche amministratore locale di vecchia data, distino, vestito bene. Solitamente scambio qualche parola e oggi ho voglia di parlare di quel sindaco anni ’60 e ho notato una cosa: gli amministratori di Montefalcione, quelli che hanno già dato, sono riflessivi, critici, guardano con interesse lo scenario attuale. Hanno già dato, certo, ma erano altri tempi. Non usano giri di parole per contestare la situazione politica nazionale. E sì, erano altri tempi e uno come Masino (così lo chiamavano i suoi concittadini) oggi avrebbe trovato difficoltà… perché non lo vedo nel contesto attuale: uno così, diciamo serio, no no, avrebbe trovato difficoltà, altro che. L’antipolitica nasce contro la classe dirigente attuale, gli antipolitici dicono spesso “meglio prima di adesso”. C’era molta più serietà prima, l’impegno amministrativo come missione, pure da noi.

A Montefalcione persisteva una sorta di mito nei confronti di Tommaso Bruno. Così dicono in giro. Oggi si avverte sottilmente. Una celebrità locale della politica apparsa sulla scena e scomparsa subito dopo. Un po’ come Emilio Ruggiero. Giusto un poco perché dicono qui che Masino non può essere paragonato a nessuno. Basta vedere alcune fotografie in bianco e nero. Eppure era “democristiano di provincia”, tanto basta per metterlo nel dimenticatoio; ma ci sono democristiani e democristiani. Un uomo umile, onesto, attento ai più deboli. Così me l’hanno descritto le persone che l’hanno conosciuto. Della serie: i politici di una volta erano di un’altra razza, più umani, meno arraffa consenso, di pane, semplici, giudiziosi, più attenti al bene comune.

Per la strada tutti fanno i paragoni tipo “vuoi mettere un Berlinguer con uno di oggi? Che so, un La Pira, un Aldo Moro, magari anche un Almirante”. Così anche per la politica locale. Vuoi mettere un Tommaso Bruno con uno di oggi? Per l’amor di Dio, non è possibile. Quelli sì che lavoravano per le comunità. Perché oggi manca lo stile, la sobrietà, c’è troppa voglia di protagonismo. Questi sono i tempi degli uomini soli al comando, dei decisionisti esagerati e gonfi di ego. Il sindaco Bruno, secondo i suoi vecchi sostenitori, era un tipo che amava il dialogo, la collegialità, amministratore quasi silenzioso, non legato al culto dell’immagine, lontano dalle manie di protagonismo. La classica figura del padre di famiglia. Uno così ancora oggi è rimpianto.

Più si va avanti più si perde il senso della misura, più ci allontaniamo da noi; più si va avanti più rimpiangiamo il passato perché oggi te lo fanno rimpiangere, il passato. Perché prima c’era un altro modo di fare politica, sarà che prima non c’era tutto questo benessere che c’è oggi, sarà per tante cose. Fatto sta che oggi, 2017, uno come Masino farebbe ancora la sua bella figura, farebbe un figurone. Oggi si fa politica in modo diverso e tutto è cambiato, in peggio ovviamente.

Sindaco DC dal 1966 al 1969 e dal 1971 al 1974. Iscritto alle ACLI, Bruno era benvoluto da tutto il paese. «Il 2 luglio 1966 – scrive il professore Fausto Baldassarre in “Montefalcione 1956 – 2006 mezzo secolo di vita amministrativa – viene convocato per determinazione del Commissario Prefettizio il Consiglio Comunale, che elegge con voti 17 il sindaco Tommaso Bruno, che sarà in carica fono alle dimissioni deliberate dalla Giunta Comunale in data 10 dicembre 1969».

Scomparso prematuramente nel 1974, il sindaco fu commemorato da tutta la popolazione: il 12 maggio lutto cittadino in paese. Fu successivamente ricordato in consiglio comunale. «Tommaso Bruno – dice Giuseppe Polcaro nella seduta del 9 giugno ’74 – fu uomo giusto, padre esemplare, amministratore onesto e saggio, l’amico caro di tutti i Montefalcionesi… non conosceva né faziosità né cattiveria; col suo fare ha saputo dare al paese quella pace e quella tranquillità da tutti tanto desiderata… Bruno Tommaso è stato compianto da tutti perché non aveva nemici… il suo nome lo collochiamo nell’albo d’oro degli uomini umili di Montefalcione». Nella stessa seduta prende la parola anche l’onorevole Nicola Mancino «il quale […] propone che venga nel cimitero a spese del Comune, posta una pietra tombaria per le spoglie di Tommaso Bruno ed eretto un piccolo busto, che venga intestato il campo sportivo “Tommaso Bruno”».

Chiedo ancora notizie a Pellegrino La Bruna. I ricordi dei primi anni ’70, le giornate estive di tanti anni fa e quella macchina per la strada che porta a Montefalcione. Eccolo è lui e lui salutava e poi suonava il clacson. Magro, con il sigaro, chiamato affettuosamente Masino. Un sindaco del passato, generoso, rispettoso dell’altro, sempre presente, disponibile, impegnato per la sua comunità, pronto a dare una mano a tutti. Amministratore vecchio stampo, vecchia scuola.

La storia della vita, come un lungo filo. La storia, interrotta sul più bello. La tragica fine. Era legato a sua moglie, a un amore magico e insostituibile, un amore raro, di quelli che non trovi in giro così facilmente. E oggi sono insieme, nella lapide scolpita, nomi uniti per l’eternità e una fotografia, un abbraccio e il profilo dei monti, e mi sono chiesto chissà dov’erano ma poco importa. Una fotografia, lasciata lì per i passanti.

Del Mauro, il sindaco del dopoguerra

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Avrei dovuto scrivere quest’articolo nel mese di luglio dello scorso anno, in occasione del ventennale della sua morte, della morte dell’unico sindaco sanbarbatese di Manocalzati dal dopoguerra a oggi. Avete capito di chi sto parlando: ovviamente di Giuseppe Del Mauro, per tutti semplicemente don Peppo. E non è stato possibile scriverlo prima per diversi motivi. C’è sempre qualcuno che mette i bastoni tra le ruote e qualcuno non vede di buon occhio don Peppo perché… perché… va bene… il motivo lo sapete e non sto qui io a dirlo a voi. Forse Del Mauro provoca ancora adesso irritazione nei confronti dei soliti noti. Tutto è così strano in questo paese.

Non potevo dargliela vinta e con le carte o senza carte ho dedicato un piccolo spazio a Giuseppe Del Mauro. E me l’hanno fatto diventare perfino simpatico, a Del Mauro si capisce. Nonostante tutto. Forse non è cambiato niente e la mentalità del paese rimarrà sempre la stessa. Qualcuno dice: si stava meglio quando si stava peggio. Sicuramente il passato genera malinconia, anche se è stato brutto e la mente tende a rimuovere le cose non belle. E non pochi lo rimpiange ancora, a Del Mauro sindaco. Io non lo rimpiango (non ho vissuto quel periodo perché ancora dovevo nascere) ma questi che ci sono adesso non sono certo migliori di lui. Almeno prima avevamo un sindaco sanbarbatese, un sindaco che viveva a San Barbato e che non era medico.

Di San Barbato e possidente terriero. Del Mauro era il classico galantuomo di una volta. Apparteneva alla classe agiata del paese. «Entro questa classe – scrive Edward Banfield nel libro “Le basi morali di una società arretrata” – esiste una netta distinzione tra coloro che sono galantuomini e coloro che non lo sono. Essere galantuomini dipende esclusivamente dalla nascita: indipendentemente dall’occupazione, dal grado di istruzione, dal reddito, una persona è galantuomo se lo era suo padre. La situazione di questa piccola nobiltà non differisce da quella degli altri membri del ceto superiore se non nel fatto che essa riceve maggior deferenza: ci si rivolge loro semplicemente con il titolo di don o donna, seguito dal nome come don Paolo, donna Maria. Ai preti il titolo spetta d’ufficio». Il sindaco sanbarbatese era apprezzato dalla quasi totalità della popolazione locale. In lui vedevano una protettore, un punto di riferimento, un dispensatore di bene. Tutti andavano da lui in caso di problemi e lui metteva pace, manteneva l’armonia, risolveva controversie tra contadini: andiamo da don Peppo, decide don Peppo, glielo dico a don Peppo. I ceti inferiori, quelli più popolari, lo adoravano e lo veneravano addirittura.

«Potevamo levare le immaginette di Gesù Cristo a capo del letto e potevamo tranquillamente mettere quelle di don Peppo e potevamo tranquillamente mettere anche quelle di Arturo De Masi». Così mi ha detto un signore anziano di San Barbato. E forse era vero. Molti contadini lavoravano nelle terre del sindaco: erano mezzadri. Una famiglia da sempre legata a ideali risorgimentali, liberali, monarchici. Un suo antenato Giuseppe, durante i travagliati giorni post unità d’Italia era Capitano. Nei giorni della rivolta alcuni uomini del posto «circondarono la casa del capitano […] e si fecero dare dalla moglie il ritratto di Vittorio Emanuele, che immediatamente frantumarono», così scrive il professore Edoardo Spagnuolo nel libro “La Rivolta di Montefalcione”. Un altro antenato si chiamava Emanuele e costui era liberale. Una famiglia, quindi, che ha vissuto in prima linea gli eventi politici del tempo passato.

Ma ci pensate? Avevamo un sindaco di San Barbato. Che cosa bella. Adesso una cosa del genere sembra una chimera. Tramontato questo periodo, scomparso il periodo d’oro di Arturo De Masi non resta che rifugiarsi nei ricordi e ricordare… ricordare… San Barbato e Manocalzati negli anni ’40 e ’50, la voglia di venir fuori da un periodo brutto. Le dure battaglia contro la DC (perché alla fine era una corsa a due tra monarchici – missini – progressisti e democristiani e questa corsa a due, massimo tre liste, si è perpetrata nel tempo), le lotte per la libertà. Erano tempi particolari: la battaglia politica era davvero accesa. Da una parte gli idealisti, dall’altra i democristiani. Idealisti che a Manocalzati hanno occupato lo spazio politico della “destra” ma destra vera non era. Al massimo era una “sinistra quasi radicale”. Manocalzati non ha conosciuto l’esperienza politica della Tromba nel 1952, a Manocalzati, diciamo fino agli anni ’80, non c’è mai stata una vera forza di sinistra politica.

Giuseppe Del Mauro si candidò alle elezioni amministrative del 1946, le prime del dopoguerra, con una lista di orientamento liberale contrassegnata dal simbolo della spiga di grano, riconducibile all’esperienza dell’Unione Democratica Nazionale (l’UDN che si presentò alle elezioni dell’Assemblea costituente). La sua lista dovette vedersela con il raggruppamento democristiano: nonostante l’aspra lotta vinse la lista della spiga (chiamiamola così per comodità); Del Mauro fu eletto primo sindaco democratico del dopoguerra e amministrò Manocalzati per un decennio. Successivamente aderì al Partito Nazionale Monarchico di Alfredo Covelli e divenne un acceso sostenitore di Stella e Corona. Perché aderì dopo al PNM e non prima? Semplicemente perché il PNM nacque dopo l’esito referendario del 2 giugno del ’46 e Covelli si candidò alla Costituente con il Blocco Nazionale della Libertà. Il sindaco strinse, inoltre, un accordo con i missini locali. Due simboli in un simbolo solo (PNM e MSI). Anche in paese le forze monarchiche erano la maggioranza, poi, vuoi per una cosa, vuoi per un’altra tutto è andato perduto. La DC di Fiorentino Sullo (a Manocalzati l’amministrazione gli ha dedicato la piazza, probabilmente per segnare una continuità con le esperienze del passato come a dire noi ci ispiriamo a Sullo) le tentò tutte per rompere la forza dei monarchici e l’utilizzo della classe medica in politica si è dimostrata una soluzione vincente.

Un giovane Arturo De Masi cominciò a frequentare la casa di Del Mauro. Quest’ultimo lo avvicinò alla politica: da lui raccolse l’ideologia e i voti. Il De Masi degli anni ’60 raccolse l’eredità culturale di un uomo certamente importante per questa comunità, oggi quasi del tutto dimenticato. Per colpe non mie, ovviamente, ma di chi vuole questo. De Masi divenne quello che divenne, certo. Ma Del Mauro comprese prima di tutti le qualità del giovane di Manocalzati: fu proprio lui a inventare la Colomba. «Basta con questi simboli – disse ad Arturo – fai una civica e chiamala Colomba. Vinci e poi vieni a San Barbato a piedi, da me». La volontà di sganciarsi dai vecchi simboli, la volontà di rinnovamento, la volontà di percorrere nuove strade fanno del sindaco sanbarbatese un amministratore eclettico, aperto alle novità. E Arturo vinse con la Colomba nel 1964 e raggiunse a piedi San Barbato per omaggiarlo e con lui ci fu tutto il popolo in festa. Ma questa è un’altra storia…

Osvaldo Sanini e l’Aurora in Grottaminarda

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osvaldo-saniniSeduto sulla panchina, aspetto il pullman per Benevento. Vedo passare davanti a me le automobili, gli anziani con i cani al guinzaglio. Un bar pieno di gente e la solita vita di provincia e il din don di un campana: sono le dodici e quarantacinque e tra poco arriverà il pullman Avellino Benevento via autostrada; aspetto, intanto una ragazza si avvicina e mi dice scusa dovrei andare a Grottaminarda e sai a che ora c’è il pullman? È già passato? So che c’è un pullman intorno alle tredici, è vero? E io dico tra poco tra poco arriva tra poco, alle tredici e cinque più o meno. E penso, chissà se questa ragazza conosce il poeta Osvaldo Sanini, no perché questo poeta ha amato Grottaminarda intensamente ed ha scritto poesie dolcissime con rose gentili che restano sulle guance delle ragazze ufitane; con le guance color di rosa, certo, come le dipinse il poeta. E guardo l’orologio perché tra poco passa il pullman. Lo vedo arrivare e… no no, non è il mio, questo va a Grotta e la ragazza sale sul pullman. Il mio è il prossimo. Un minuto e arriva anche il mio. Eccolo, alzo il braccio, si ferma e buon viaggio.

In grigio giorno di fine ottobre è tornato in mente il Poeta dell’Aurora. Così, per puro caso. Grazie a una ragazza sconosciuta che ha mi ha chiesto un’informazione. Non so perché eppure collego il nome di Osvaldo Sanini istintivamente con Grottaminarda; un po’ come John Ciardi con Manocalzati, Pietro Paolo Parzanese con Ariano. E quando incontro un grottese dico ah sei di Grotta! Allora conosci certamente Osvaldo Sanini, uno dei miei poeti preferiti. Sai, fu mandato giù al sud perché si oppose al Fascismo. E rimase in Irpinia per anni e anni.

Sanini nacque sull’isola di Creta da genitori di origine parmense nel 1876. Giunse a Parma, città dei suoi genitori, nel 1880. Si trasferì presto a Genova per studiare Legge all’università; divenne giornalista e corrispondente all’estero per il Secolo XIX. Nel 1940 venne arrestato dalla polizia fascista per propaganda antifascista e fu confinato a Grottaminarda. Egli rimase nel centro irpino fino al 28 febbraio 1962, data della sua morte. Il poeta genovese pubblicò diverse raccolte di poesie e fu pubblicata dopo la sua morte una raccolta inedita dal titolo “Canti del Confino”: questa raccolta è conservata presso la Biblioteca Comunale di Grottaminarda. Poesie con forti influenze leopardiane e ottocentesche.

«Poeta aristocratico – scrive Tonino Capaldo in “Osvaldo Sanini 2012 50° Anniversario della morte – (nel senso di “colto”) e popolare (per la sua vena schietta e comunicativa), Sanini sperimenta le forme poetiche ed espressive più varie (endecasillabi sciolti, terza rima, sonetto, ballata, canzone, ode) e scorazza dal monologo lirico al dialogo, dall’ironia all’invettiva, allo sfogo ossessivo, alla poesia di circostanza e di maniera. […] In uno sperduto paese irpino il “professore” genovese, a oltre 70 anni, ha modo di esplicare la sua vena più autentica e di raggiungere, ancora una volta, le più alte vette della poesia. […] Esemplari in tal senso sono i canti: Per i poeti futuri (1946), La tomba fraterna (1946), All’Irpinia (1948), Aurora in Grottaminarda, Santa Maria, Notte di Neve, Meriggio irpino, Prime piogge d’autunno».

Alcune poesie di Sanini sono state pubblicate sul sito grottaminardanelmondo.wordpress.com; ultimamente è stato pubblicato anche un libro a firma di Luigi Melucci dal titolo “Osvaldo Sanini e Leopoldo Faretra Due sconosciuti Epistolario e poesie di un poeta confinato a Grottaminarda”. Una delle liriche più belle è “All’Irpinia” del febbraio 1948. «Irpinia bella, …/ Mi volean morti i perfidi;/ ma tu m’alzasti da la sepoltura/ e mi scaldasti il cuore e apristi il ciglio,/ tu mi parlasti tenera/ e prendesti di me gentile cura/ come ti fossi il più diletto figlio». E non meno bella è “Monti dell’Irpinia. «Monti ch’io non cercai, fate che almeno/ sian le mie strofe come l’aria lievi/ e rubino l’azzurro al ciel sereno/ e la bianchezza fulgida a nevi. […] Monti, purificatemi co’ venti/ freschissimi de l’alba, con la luce/ de l’aurora, con l’acque de’ torrenti».

Scene di vita quotidiana nei versi del poeta genovese. Ad esempio “Botteghe grottesi” è un inno alla provincia scritto con uno stile poetico particolare e intrigante. Leggetela oggi, pare un frammento di una canzone di Ivan Graziani o un qualcosa scritto dal partenopeo Giuseppe Marotta, quello, per intenderci, del romanzo “Gli alunni del sole”. Carina davvero è “Macelleria Grifone”. «Gennarin Grifone è un uom giovial/ e dietro il banco ride ognor,/ con molta grazia e buon umor/ vi dà del bue e del maial:/ alla sua bistecca senza egual/ grottesi, fate onor». Questa lirica è molto suggestiva: pare di vederlo questo Gennarino Grifone nella sua macelleria che ride dietro il banco e taglia la carne. Suggestiva è pure la lirica “Calzolerie Falucci”. «Di falucci il gaio magazzin/ profumi dà come un giardin,/ la polvere da sparo dà,/ il cuoio e il confetto fin,/ dà il cappel, la cuffia e l’ombrellin/ ed altre novità».

E poi c’è lei, la mia prediletta, l’Aurora in Grottaminarda. «Gaia è l’aurora su Grottaminarda:/ incede tra le nuvole e una festa/ di vive rose a i monti intorno appresta/ mentre al fiume un vapor bianco s’attarda/ […] e fremono le piante e una gagliarda/ onda vitale i nidi e suoi cuori desta./ Dolce borgo d’Irpinia! Passa l’ora/ fatata e già le fresche meraviglie/ non scopre agli occhi attoniti l’aurora./ Non più ne l’altro ridono vermiglie,/ eppur le rose sue restano ancora/ su la guancia gentil de le tue figlie». Una festa di vive rose e le rose restano sulle guance delle ragazze. Rose rosse e spine e rose stupende come le ragazze ufitane e l’aurora gaia e le nuvole e il cielo si tinge d’arancione. Poesia delicata: un paese “sospeso nell’incredibile”, magica atmosfera tre le strade addobbate a festa; un Sanini leopardiano, pascoliano. Rose che restano sulle guance, e guance color di rosa. Grottaminarda è un luogo dell’anima, punto di non ritorno, Paradiso in terra dove scorrono ruscelli e dove le ragazze con le guance color di rosa attendono il viandante.

Mi perdo nel mare dei ricordi e scavo nella memoria alla ricerca di parole, poesie non dimenticate, volti già visti. Sanini e quel centro ufitano e hanno sostato in quel centro ufitano scrittori importanti del calibro di Cesare Malpica, George Berkeley. E lui, Sanini, addirittura scelse di vivere lì, in quel centro del Sud Italia. Dove eravamo rimasti? Ah, certo. Al pullman per Benevento. E sto nel pullman e sono quasi arrivato all’uscita Benevento dell’autostrada A16. Guardo le indicazioni: per arrivare a Grotta occorre proseguire per Pescara Bari e poi c’è l’uscita ma io devo andare a Benevento e sarà per la prossima volta. E ci sarà certamente un altro viaggio e allora la destinazione sarà un’altra, un centro della Valle dell’Ufita e ammirerò i posti che furono del Poeta dell’Aurora e penserò a tante cose. Perché solo lì “le “rose restano ancora su la guancia gentil” delle ragazze.

 

 

 

 

Ercole Buono e il miracolo del Laceno

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Svolta sull'altipiano laceno

Susa con la sigaretta in bocca, bellissima, ammira il paesaggio. Fumo negli occhi, tepore della lana, profumo di grazia. Con disinvoltura fuma, poi butta la cicca. Abbassa il finestrino e bacia il vento D’Irpinia. Sull’Ofantina in un giorno sereno e le gallerie, le indicazioni. Come sono meravigliose queste “colline coltivate a schacciera”. Strada per il Laceno: un’altra indicazione. Le montagne piene di verde, i paesi aggrappati alle colline, le case solitarie, le luci colorate, un pizzico di gioia nella vita. L’Irpinia così bella, la strada dritta, campagne e contadini lungo la strada. Tra poco vedrai il Cervialto, signora. Un poco di pazienza. E hai tanta pazienza, davvero tanta e conviene non pensare e ammirare il panorama: sì però non vedo l’ora! D’altro canto a Susa “piace tanto il mezzogiorno col suo cielo azzurro, col suo sole e colle sue tradizioni”. Lei è una donna speciale e vive nelle pagine del romanzo di Ercole Buono “Svolta sull’Altipiano Laceno”.

Davvero una chicca il romanzo di Ercole Buono: ho apprezzato molto lo stile dell’autore nonché le descrizioni dei luoghi. Il libro è stato stampato dalla Tipo-Litografia Irpina Lioni nel 1978. Testo quasi introvabile (occorre cercare nelle biblioteche). Ho trovato una copia per puro caso in una bancarella di libri usati. Un libro del ’78, un romanzo rosa che ricorda vagamente i lavori di Liala, con queste donne belle che vivono a metà; e con questi amori strani e tutti questi ripensamenti e alla fine il vero amore vince sempre. Perché in questo tipo di romanzi c’è sempre un finale diciamo lieto e tutti si affidano alla Provvidenza.

La protagonista è una donna borghese di nome Susa. Si ritirerà alla fine del romanzo nel Pakistan Orientale e fonderà un istituto filantropico. Ella è la figlia di un famoso notaio. Susa è sospesa tra la conservazione e il progresso, tra la tradizione e la modernità, tra l’amore per Dino e per Genny. Un po’ quello e un po’ quell’altro. Vorrebbe scardinare i sacri tabù; allo stesso tempo tutela la sua posizione sociale e il prestigio familiare. Ha avuto un’educazione cattolica ed ha frequentato la scuola materna Figli di Gesù. Sì è successivamente iscritta a un liceo privato retto dalle Suore. Pare Federica Moro nel film College e un po’ l’ho immaginata simile a Federica Moro, così sbarazzina, così carina, così piena di classe. Susa bella e irruenta, intelligente e “scetata”, voglia di emancipazione e indipendenza. Come lei la protagonista del romanzo di Carlo Castellaneta “Progetti di allegria”; come lei anche Leda di “Peccatori a metà” di Lina Lesco. Susa ha un’amica femminista: parla con lei ma fino a un certo punto. L’amica non comprende questo comportamento. «Scusami se sono esplicita con te. Tu sei moderna e poi dal modo come agisci non sei moderna».

E l’Altipiano Laceno? Compare all’improvviso. Susa si rifugia sull’Altipiano Laceno per ritrovare sé stessa. Mette, così, in discussione le sue idee. Laceno come cartolina oleografica. Meglio: come teofania. Il lago, i monti, i boschi sono per Susa un miracolo. Un miracolo colmo di splendore e la natura è il Divino. «Chi parte da Avellino – così è scritto nella prefazione – percorrendo la Ofantina ed attraversando ondulate colline, coltivate a scacchiera, dopo meno di un’ora di macchina giungerà a Bagnoli, “gemma dell’Irpinia” e “Casa degli Dei”, definita dal pontaniano Giano Anisio, e sede delle prime vendite della Carboneria, “I figli del sole”, anelanti alla libertà ed alla indipendenza. E se poi da questo operoso “Centro”, ricco di legno, armenti e formaggi, s’inoltrerà attraverso la comoda ed ampia strada, verso i monti Picentini, che sovrastano Bagnoli, dopo aver superato gli spaziosi tornanti, s’imbatterà quasi come un miracolo, in una vasta pianura: è l’Altipiano Laceno a millecinquanta metri di altitudine, adagiato in un ampio pianoro, riparato dai venti, coronato delle cime caratteristiche della Raiamagra, della Raia Scannella, della Montagna grande e del superbo dominatore, il Cervialto. Ed ecco che tutto l’insieme si presenta agli occhi del viaggiatore come un immenso anfiteatro naturale, promettendo un soggiorno pregno di pace e di distensione. […] Le giogaie dei monti con le loro cime rotondeggianti e non aspre come quelle del Settentrione si stagliano nel tipico cielo Meridionale, quasi sempre azzurro, tanto da rispecchiare la mitezza dell’animo dell’Uomo del Mezzogiorno, che ha sempre molto dato e sempre poco avuto. E se poi davanti a quella immensa tela, quasi dipinta da un gigante del pennello, volge lo sguardo verso l’alto, verso l’infinito, non potrà non scorgere sprazzi di luce e di sole, da dove scaturiscono gli eterni ideali del vero, del bene e del bello, e da dove s’intravede il tormentoso mistero dell’eternità, nel quale la mente umana, se non vuole smarrirsi, non può trovare altro che l’epifania della Divinità, che si concretizza e si placa nel Dio Creatore ed Ordinatore».

La Svolta di Susa sull’Altipiano, la Svolta della vita, il prima e il dopo, il già e il non ancora. Il lago, le bellezze dell’Irpinia, la Raia Scannella. Spartiacque di Susa la vacanza in Irpinia. Troppa bellezza e incredibile teofania; la voce di Dio e il messaggio finale. Il Laceno, insomma, è “rivelato”. Ercole Buono tratteggia un’Irpinia prodigiosa. «L’Altipiano Laceno, – scrive Ercole Buono – a millecinquanta di altitudine, adagiato su un vasto e pittoresco pianoro, riparato dai venti, coronato dalle cime caratteristiche della Raiamagra, dalla Raia Scannella, della Montagna Grande e del […] Cervialto, si presentò agli occhi di Susa […] come un immenso anfiteatro naturale, promettendo un soggiorno pregno di gioia e ricco di amori. Le cento e cento villette aggrappate qua e là ai piedi delle montagne colla loro policromia di tinture e di fiori offrivano allo sguardo tanta e tanta gaiezza. Il piccolo lago, il Laceno, che accoglie le acque delle varie sorgenti circostanti e che lentamente nell’ultima parte vengono ingoiate da zone carsiche naturali, increspando leggermente le sue onde cristalline, dava un senso di serenità e di pace. I faggi e i pini, elevando i loro fusti a guisa di colonne di cattedrali, si presentavano come un mare di verde, che sfumava perdendosi nella lontananza. […] mentre dovunque regnava il silenzio interrotto di tanto in tanto dal gorgheggio di qualche usignuolo invisibile».

Una lettura piacevole. La Svolta è un romanzo rosa e per tutti. L’autore Ercole Buono ha tratteggiato il Laceno alla maniera di un luogo sacro. La divinità c’è e non si vede: percepisci la sua presenza nel silenzio, nel rumore del vento, nella danza degli alberi, nel sole malinconico. La protagonista, questa donna di classe, ritrova sé stessa in Irpinia. Trascorre sul Laceno sei giorni di pace, di tranquillità e di amore e gusta perfino i famosi tartufi di Bagnoli e si spinge fino al Terminio, fino alla Ripa della Falconara. Lei non dimenticherà mai più lo splendore della nostra terra. E in un “ottimo e riposante albergo” dorme. E il luminoso sole la sveglia e lei passeggia tra “valli fiorite” e “prati verdeggianti”.

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