John Ciardi e Manocalzati

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Ho scoperto tramite la rete una cosa molto interessante. In sostanza in un articolo su John Ciardi, apparso sul Corriere il 28 gennaio, con la firma di Raffaele Di Zenzo c’è anche un riferimento alla mia interpretazione sulla poesia dedicata a Manocalzati e pubblicata sempre sul Corriere.

Questa lirica dedicata al paese della mamma ha un titolo “vellutato e sa del fiabesco”, ha detto Romeo Castiglione.

 

Per questo ringrazio Raffaele Di Zenzo e colgo l’occasione per riesporre il mio trafiletto.

Ciardi, quei versi dedicati all’Irpinia

Nella vasta opera poetica di John Ciardi c’è anche una lirica dedicata all’Irpinia, precisamente ad un piccolo paese della provincia. Il motivo è insito nell’indole del letterato statunitense: le radici hanno origini meridionali. John Ciardi nacque a Boston nel 1916 da genitori irpini: Carminantonio di San Potito Ultra e Concetta De Benedictis di Manocalzati.
Nel corso della sua esistenza non dimenticò mai il richiamo magico della terra lontana e non cancellò dalle sue reminescenze il mistero di un nome atavico legato, tuttavia, al cordone ombelicale della vita. L’autore si laureò nel 1939 ed insegnò a Kansas City, a Harvard e nell’università Rutgers; tradusse in inglese la Divina Commedia, realizzò undici volumi per i ragazzi, venticinque libri di poesie, tre dizionari etimologici ed altro ancora. Morì ad Edison il 30 marzo del 1986, nel giorno della Pasqua.
Di là dai lavori realizzati quello che preme è il richiamo per l’Irpinia. Dedicò una stupenda ed ermetica poesia a Manocalzati per un’esigenza profonda. Come un enigma, un rebus non risolto, si mostrò a lui quel nome lontanissimo…
Già! Dove indugia l’origine della vita? Dove risiede il penetrante desiderio di certezza sfuggente? In nessun luogo fisico. Esiste soltanto nell’immaginazione. Realizzò, dunque Gloved Hand (Mano Guantata) e la dedicò al paese d’origine della madre. La scrisse prima del viaggio al Sud, acceso da un’esigenza atroce.
Avvertiamo nelle righe il connubio tra l’amore materno e l’arcano; preme forte. Anch’esso è ermetico, come le continue ed estenuanti allusioni. C’è l’albero, c’è il tuffo, c’è la roccia: è surrealismo spiazzante. Tuttavia la vita e l’ultraterreno si congiungono nell’unica sicurezza, ossia nell’attaccamento alle cose reali e tangibili. L’utopia ultima è la sconfitta del segreto. Secondo il poeta è all’interno della mano. La chiave di volta è là, nella pietra. Soltanto nelle sfumature segrete di Manocalzati c’è la pace interiore, il Nirvana. Un ritorno, una regressione allo stato pre natale.
Ciardi visitò Manocalzati per la prima volta soltanto il 22 giugno 1969. Il sindaco Arturo De Masi conferì al poeta la cittadinanza onorario. L’evento fu organizzato dal professor Antonio Tirone. Per l’occasione arrivò anche una banda musicale della marina statunitense. Nel paese si respirò un’aria a stelle e strisce; ad ogni modo il collegamento con gli emigrati d’oltre oceano in quegli anni fu mantenuto vivo da continue iniziative. Tra questa merita una menzione sicuramente la costruzione del monumento ai caduti realizzato anche con i fondi dei manocalzatesi all’estero. Dell’evento s’interessarono anche quotidiani nazionali come il “Tempo”.

GLOVED HAND
Ho convissuto a lungo con il mito di una poesia dedicata a Manocalzati. Un alone misterioso e tenebroso mi ha avvolto per tutta la fase adolescenziale. Squarci lirici ibernati: lievi battiti d’ali. I versi provengono dagli anni ’60 più esotici. Respiri nostalgici per una località mai vista e sempre presente; aperture solenni e spazi estesi.
Gloved hand. Titolo vellutato e fortemente fiabesco. La mano è un simulacro epico scolpito sulla pietra. La genesi anonima è l’eterno cruccio del concetto vacante; sosta nelle cose nonostante il ripetersi del giorno e della notte.
Nella figurazione dell’autore John Ciardi veglia perenne il senso di turbamento. Vigorosa curiosità e temperato sbigottimento. E quel tuffatore pendente l’ho sempre collegato nelle mie chimere al manufatto di Paestum. Perché è stato ritrovato nel momento della contestazione, perché è un emblema della Magna Grecia e perché è pregno di brezza mediterranea.

“COME UN TUFFATORE PER SEMPRE SOSPESO NELL’OCCHIO
FRA MARE E SCOGLIO, LA FISSITA’ DELL’ATTO
PER SEMPRE CRISTALLIZZATA NELL’AURA DI QUEL TUFFO”.

I versi, colmi di sfumature e d’allusioni, percuotono la deduzione a tal punto da far perdere la bussola. L’estensione della parola trapela l’elegia. Attraverso il ricordo rispunta nuovamente il brivido del giugno ‘69: un sindaco, un artista, una banda musicale di marinai, le bandiere, il bianco robusto degli scatti fotografici. Non c’ero perché non ero ancora nato.
L’età trascorsa ha trattenuto nelle venature locali gli zigzaganti pensieri dell’american poet; si conservano nelle pieghe delle strade e delle tratte. Le impalcature invisibili che uniscono le generazioni di ieri e d’oggi, quelle viaggianti e quelle ancorate sono rette dalle suggestioni.
La stuzzichevole dedica è ornata dal traffico di Boston, dove i rumori si mescolano alle voci della metropoli. Trapassa il mare soltanto l’affetto per le origini, se pur lontanissime e remote. Nel momento dell’ultima chiamata, la domenica di Pasqua del 1986, sono ritornate insieme le due realtà.
Certamente la viscerale e profonda lirica s’identifica con l’amorevolezza del letterato statunitense. Mantiene nelle fotografie una posa da scrittore tediato, da intellettuale sincero. La musica della canzone “Hand in glove” (1984) degli Smiths può adagiarsi bene con la poesia. D’amore e d’accordo nell’interpretazione, mano e guanto.

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